sabato 17 aprile 2021

Baia dei Porci, il trionfo di Cuba

Cuba, Baia dei Porci - l'ingresso al Museo Giron © Luca Ferrari

Viaggio al museo di Playa Giron, in quella baia dei Porci dove sessant'anni fa, il 17 aprile 1961, l'esercito di Fidel Castro scrisse un'indelebile pagina di storia di Cuba (e non solo).

di Luca Ferrari

La pulce contro Godzilla. Davide contro Golia. L'isola contro il continente. Sono passati sessant'anni da quando gli Stati Uniti provarono a rovesciare il legittimo Governo di Cuba, e ancora oggi quella indelebile pagina di Storia nel pieno della Guerra Fredda, non smette di suscitare fascino e riflessioni. Che cos'è la democrazia e che cos'è la dittatura? Laggiù, nel golfo di Cazones, sulla costa sud-occidentale dell'isola di Cuba, gli "esportatori di democrazia" divennero aggressori senza scrupoli. Questa volta però, trovarono un antagonista tenace e insuperabile. Una popolazione decisa a tenersi la propria terra, a costo di rimbracciare il fucile. E così fece.

Non si può dire di essere stati a Cuba se non si ha visitato la Baia de Porci. E per visitarla intendo prendere una macchina a noleggio, attraversare l'autopista, chiedere informazioni alla sempre cordiale popolazione, arrivando finalmente in questo porzione dell'isola dove in molti avranno il dubbio se la scelta dello sbarco non fosse un tentativo di godersi una giornata al mare invece di fare la guerra, tanta è la bellezza. È esattamente ciò che ho pensato una volta qui giunto, in una calda giornata di settembre di qualche anno fa, quando Fidel Castro era ancora vivo, e nel mio bagaglio di reporter c'erano già i sigari comprati in una piantagione di Vinales.

Natura e memoria camminano (marciano) ancora oggi fianco a fianco nella baia dei Porci. Scogli e mare caraibico da una parte, filmati d'epoca e oggetti storici con cui fu respinta l'invasione yankee dall'altra. Cuba non è un viaggio come gli altri per gran parte di noi europei (e non solo). La storia ha il sopravvento e prima di tuffarmi (e rituffarmi ancora) da speroni rocciosi, ritrovandomi poi addirittura a nuotare in una specie di piscina naturale incastonata nella roccia piena di innocue creature marine, faccio il mio ingresso con estrema voracità culturale nel museo di Playa Giron. Non c'è nessuno a parte il sottoscritto e la mia inseparabile "compagna di viaggio". 

Mezzi aerei e cingolati mi fanno subito capire verso cosa mi stia incamminando. Entrato nella struttura, pannelli esplicativi con foto d'epoca raccontano i fatti. Tutto ebbe inizio la mattina presto di lunedì 17 aprile 1961, quando millequattrocento esuli castristi, rifugiatisi negli USA al tempi della presa di potete dei Barbudos, raggiunsero la baia, a duecento km circa dalla capitale, l'Avana. L'azione ebbe la benedizione della Casa Bianca stessa, e le truppe di sbarco furono addestrate dai Servizi Segreti americani. Nonostante molti ambienti dell'esercito spingessero l'invasione diretta, il più prudente John Kennedy adottò la linea di sostenere l'insurrezione, comunque condotta da cubani e non americani. 

Castro però non era uno sprovveduto, e forte di un sostegno popolare ancora fortissimo (all'epoca), riuscì a bloccare l'invasione, piegando definitivamente il tentato colpo di stato in pochissimi giorni. Se già l'impresa della Rivolucion due anni prima aveva avuto un'aurea quasi leggendaria, lo sbarco  fallito alla baia dei Porci consacrerà in modo definitivo Fidel Castro come emblema della resistenza all'imperialismo a stelle e strisce nel resto del Continente americano. Un'esperienza questa che resterà un caso unico e sporadico, e che vedrà nel Cile di Pinochet per esempio, un esito del tutto differente e molto più tragico per i civili.

Nel mio peregrinare in questo avamposto di storia cubana, il gentile custode mi fa accomodare in una stanza dove posso visionare un filmato d'epoca. Il caldo è tanto e un ventilatore o una sgangherata aria condizionata (non ricordo bene) fa quello che può. Fa niente, quando iniziano a scorrere le immagini in bianco e nero di sessant'anni fa, le emozioni sono tante. Ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, si è trovato di fronte un nemico più potente e avere davanti a sé la cronaca di questa impresa ci riempie di orgoglio e speranza, perché quel successo fa parte del nostro vissuto interiore, anche se non ci appartiene personalmente, come Dunkirk o lo sbarco in Normandia.

1961-2021, sessant'anni dopo il fallito rovesciamento del governo di Castro, siamo ancora qui a scrivere dei suoi eroi. Di quei protagonisti, oltre all'imperitura memoria, sono rimasti in pochissimi. Il Leader Maximo Fidel Castro se n'è andato pochi anni or sono, l'eroe argentino Che Guevara fu giustiziato in Bolivia dai Generali. Di quel pugno di rivoluzionari che partirono dall'assalto alla Caserma Moncada fondando il Movimento del 26 Luglio, rovesciando poi la dittatura di Batista e infine respingendo le mire espansionistiche degli Stati Uniti, rimane Raul Castro, ex-presidente e fratello di Fidel, e qualche altro storico guerrigliero. 

Ci sono nazioni che sono state segnate in modo indelebile dall'occupazione straniera. Cuba è una di queste. L'Iran è un'altra, e a detta di moltissimi esperti internazionali, è più tollerabile una dittatura interna che non una mano occupante imposta da altri. L'evoluzione della politica cubana post-rivoluzione, purtroppo, è nota a tutti, sebbene debba essere contestualizzata con l'ingombrante presenza di un nemico situato a poche miglia dalla propria costa, che ancora oggi vergognosamente impone un embargo, impedendo di svolgere regolari attività commerciali con moltissime nazioni. Come se la minuscola Cuba fosse una minaccia per il "mondo libero".

La storia di Cuba è la sua rivoluzione. La storia dei Cuba passa per la baia dei Porci e quell'epico 17 aprile 1961, quando una piccola isoletta dimostrò a tutti che neanche la più grande potenza del mondo poteva decidere il loro destino. Sessant'anni dopo siamo ancora qui, a ricordare quella impresa. Fidel Castro e la sua Cuba si ribellarono a un destino che sembrava scritto e ancora oggi, pagano un prezzo altissimo per essersi opposti. Per molti popoli non è stato così. Molte nazioni sono state piegate e assoggettate a logiche economiche, ed è sempre stato così fin dalla notte dei tempi. A Cuba, in quei caldi giorni all'inizio di un decennio che avrebbe cambiato il mondo, andò diversamente. Noi lo sappiamo bene e ci piace ricordarlo ancora. 

Cuba, Baia dei Porci © Luca Ferrari
Cuba, Baia dei Porci - il Museo Giron © Luca Ferrari
Cuba, Baia dei Porci - pannelli esplicativi al Museo Giron © Luca Ferrari
Cuba, Baia dei Porci - la stampa locale al Museo Giron © Luca Ferrari
Cuba, Baia dei Porci - sale del Museo Giron © Luca Ferrari
Cuba, Baia dei Porci - memorabilia del Museo Giron © Luca Ferrari
Museo Giron (Baia dei Porci, Cuba) - filmato d'epoca © Luca Ferrari
Museo Giron (Baia dei Porci, Cuba) - la sala per proiezioni © Luca Ferrari
Museo Giron (Baia dei Porci, Cuba) - esterno © Luca Ferrari
Cuba, Baia dei Porci © Luca Ferrari

venerdì 2 aprile 2021

Le cullure di Pasqua

Cullure calabresi appena sfornate © Luca Ferrari
Dall'infinito ricettario italiano, eccoci in Calabria, alla scoperta dei tipici dolci pasquali: cullure. Una sorta di ciambelloni (donut), con cui saziarsi di dolcezza.

di Luca Ferrari

Indiscussa delizia della cucina calabrese, le cullure si preparano nel periodo pasquale. Ottime per la colazione, merenda e dessert. Soffici e con l'uvetta. Una ricetta all'insegna della semplicità a base di farina, uova, zucchero, olio e anice. La notte a lievitare in "fanciullesca" in attesa dell'indomani per infornare. C'è chi li da più piccini, e chi belli corposi. La fantasia non conosce regole. E, in perfetto clima pasquale, lì, nel buco, anche un uovo, cucinato anch'esso nel forno.

Buona Pasqua a tutti!

lunedì 15 marzo 2021

Lettera di un padre amareggiato

Mimose dell'8 marzo dipinte da un bambino © Luca Ferrari

Dal lockdown 2020 alla zona rossa 2021 (lockdown?). Lì nel mezzo, l'incompetenza mondiale che continua a condannare milioni di persone, anche alla bancarotta.

di Luca Ferrari

Sono un genitore. Sono un professionista. Sono un essere umano esasperato. Fino a oggi ho avuto la fortuna di non vedere nessuno dei miei cari ammalarsi di covid19 ma la strada è ancora molto lunga, e l'alba della svolta (autentica) è lontana Ho affrontato il primo lockdown con un certo ottimismo. Mi sono difeso, ho lavorato e mi sono preso cura del mio cucciolo. È stato piacevole averlo in quei mesi a casa. Non pensavo avrei più avuto l'opportunità di vederlo crescere a stretto contatto col sottoscritto in così tenera età. Adesso è diverso. Adesso mi aspettavo qualcosa di più da quel mondo che dirige le nostre esistenze. A parte qualche scampolo ironico, non ho mai preso di petto la situazione sui social media. Oggi sento che è arrivato il momento di scrivere qualcosa. Un pensiero. Un rimprovero. Un'amara considerazione su qualcosa che non è mai davvero cambiato.

Perché ogni singolo errore del popolo lavoratore viene pagato nel peggiore dei modi e al contrario chi è ai vertici di comando, può permettersi di sbagliare anche in modo clamoroso senza conseguenze? Siamo di fronte all'incompetenza più crassa e letale. Un'incompetenza che ricadrà sulle nostre spalle e dei nostri figli, nipoti e bisnipoti. Un'incompetenza che arricchirà banche e malavita, cosa per altro già evidenziata da molti analisti. Un'incompetenza che ci chiede di continuare a lavorare in smartworking ma con i figli a casa, nel frattempo impegnati studiare a distanza (dando per scontato dunque che tutti abbiamo più computer a disposizione e ci sappiamo sdoppiare in 2-3 entità, ndr), o per chi li ha più piccoli, intrattenerli a prescindere da tutto, senza nemmeno poter uscire di casa.

In questi mesi abbiamo assistito alle liti peggiori interne ai partiti e/o l'un contro l'altro. L'ennesima caduta del governo, e l'ennesimo governo deciso senza il voto degli elettori. Fa niente, non c'è stato nulla di illegale. La legge lo consente e ce ne faremo una ragione (...). Dopo un anno di privazioni però, la domanda sorge spontanea: che cosa è stato fatto fino a ora per invertire la rotta? Smaltite le comprensibili difficoltà iniziali della pandemia, com'è stato possibile che non fosse preparata una seria programmazione vaccinale ancor prima che fossero a disposizione i vaccini in modo da guadagnare tempo prezioso? Com'è stato possibile gestire l'estate senza immaginare, seriamente, quello che sarebbe successo in autunno? Tempo che adesso non c'è più, e ci ha condannato all'ennesima restrizione forzata con la speranza di "tornare in pista" martedì 6 aprile, dopo l'apertura pasquale.

Ecco, ci risiamo. Prima il Natale, adesso Pasqua. In tutto questo periodo sembra che la più grossa preoccupazione sia l'ennesimo pranzo familiare, non pensando a nessun modo alternativo di vivere la festività, se non quello di fare quello che è sempre stato fatto, e con la pancia piena. Così, mentre gli studenti di ogni fascia di età vengono privati del loro legittimo diritto alla presenza in aula, il nostro Governo si è subito mobilitato per specificare che a Pasqua verranno concesse aperture, e questo senza nemmeno usare uno straccio di condizionale. Quindi in conclusione: certezza di rimanere chiusi tre settimane, si; far uscire tutti per Pasqua senza aspettare nessun straccio di dato, si. Non mi sono mai ritenuto un campione di logica, ma vorrei che qualcuno che me la trovasse in questa doppia azione.

E ora tu, lettore che sei arrivato fino a questo punto. Ho aspettato la seconda parte di questo articolo per spiegarti che cosa sia l'immagine di copertina: trattasi di un disegno con le mimose per la festa della donna realizzato da mio figlio alla Scuola Materna. Da oggi non ci può più andare. Per il secondo anno consecutivo inoltre, non potrà festeggiare il compleanno con i suoi amichetti. Per il secondo anno consecutivo saremo solo io e la sua mamma a riempirlo d'amore nel giorno della sua nascita. Faremo del nostro meglio ma qualcosa mancherà. Avevo già parlato con le sue maestre per portare tanti dolci e i suoi amati palloncini in quel giorno. Non lo potrò fare. Non è certo colpa di Mario Draghi di tutto questo, ci mancherebbe, ma che qualcosa in più potesse essere fatto, è indubbio. Qualcosa di più che nessuno ormai più potrà fare, e le cui conseguenze, ricadranno sulle spalle altrui.

Mi piacerebbe essere così ottimista da credere che questa crisi sanitaria mondiale sia stata del tutto casuale ma dopo un anno, lo dico con estrema amarezza, ci credo sempre meno, anche a costo di passare per "complottista", che non sono. Se volessi mettermi a tavolino, non avrei difficoltà a trovare elementi a supporto delle tesi più estreme, oltre ad allarmanti analogie col passato. In un anno centinaia di migliaia di persone hanno perso lavoro o la propria attività, sono stati contratti debiti e gli unici a guadagnarci in queste sabbie mobili sono sempre loro: le banche e chi già possiede quasi tutto. "Qualcuno è morto"? E pazienza, quando mai la morte ha fermato il profitto? Questo è il mondo. Lo è sempre stato e sempre sarà. Lo era all'inizio del 19° secolo, lo è nei tecnologici anni Duemila. Chi lo nega, fa parte di quel mondo e lo sa bene.

Venezia, lunedì 15 marzo 2021. Sono appena le 7 del mattino. Io e mia moglie siamo già in piedi da un'ora abbondante. Dormiamo sempre meno, noi come tanti altri genitori (e non). Davanti a noi abbiamo l'ennesimo tunnel dove ci viene promessa una lanterna ma al massimo ci offrono un innaffiatoio per raschiare la terra. Sono appena le sette del mattino di lunedì 15 marzo 2021 e davanti a noi ci sono (almeno) tre settimane a stretto contatto col nostro meraviglioso figlio, insieme al quale dovremo conciliare l'attività lavorativa e le privazioni alla sua vita. Prendo il mano il suo disegno. In quel giallo dipinto dell'8 marzo disegnato per la sua mamma vedo la più autentica delle speranze con cui andare avanti e costruire un mondo diverso. Guardo una foto di mio figlio e mia moglie in campo, sorridenti e felici col disegno in mano, appena pochi giorni fa. Quante persone prima di me hanno fatto lo stesso? E dove siamo arrivati oggi? (...) Sospiro di desolante esasperazione.

Buongiorno, e buona fortuna a tutti.

giovedì 11 marzo 2021

Malga Cloz, il cuore rustico della Val di Non

Malga Cloz, immersa nella neve della Val di Non (Tn) © Luca Ferrari

Alla scoperta della placida Malga Cloz (1734 m s.l.m), immersa nel panorama innevato della Val di Non (Tn)  al cospetto della catena delle Maddalene

di Luca Ferrari

Val di Non, avamposto di natura, stalle dal fascino infinito e placide passeggiate. Qualche tornante, e poi addio alla macchina, destinazione Malga Cloz. Una breve passeggiata tra il “soffice” verde del bosco e poi ecco il panorama aprirsi. Solo neve, montagne, cielo azzurro e un sentiero. Pochi minuti di camminata senza chissà quale sforzo. L'ideale per chi non è troppo attrezzato o vuol provare la gioia di portare il proprio figlioletto sulla neve con la slitta. E lì, nel silenzio immacolato, qualche gustosa specialità locale per unire l'anima al palato.


 Leggi il mio reportage sul settimanale internazionale L’Italo-Americano.

Camminando nel bosco verso Malga Cloz, in Val di Non (Tn) © Luca Ferrari
Sul sentiero innevato verso Malga Cloz, in Val di Non (Tn) © Luca Ferrari
Sul sentiero innevato verso Malga Cloz, in Val di Non (Tn) © Luca Ferrari
 Malga Cloz, in Val di Non (Tn) © Luca Ferrari
Benvenuti a Malga Cloz, in Val di Non (Tn) © Luca Ferrari
Tagliatelle al ragù e canederlotti, una delizia da gustare a Malga Cloz © Luca Ferrari
Polenta, formaggio di malga e crauti, una delizia a Malga Cloz © Luca Ferrari
La catena delle Maddalene tutt'intorno a Malga Cloz, in Val di Non (Tn) © Luca Ferrari

mercoledì 24 febbraio 2021

TikTok e la (s)vendita dei minori

La app di TikTok pronta per essere scaricata

Tutti a demonizzare TikTok e i social network, ma cosa dovrebbero pensare quei bambini oggi ragazzini, per anni testimoni della propria impotente (s)vendita online?

di Luca Ferrari

Sono un genitore e non ho mai postato foto di mio figlio sui social network. Lavoro (anche) come Social Media Editor. Sono presente da anni su Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e Linkedin. Credete che non mi sarebbe piaciuto pubblicare in rete foto di mio figlio? Assolutamente si, ma non l'ho mai fatto perché ho pensato prima a lui e poi al mio ego. Quando nacque, a costo anche di sembrare antipatico, fui inflessibile con i miei amici e qualsiasi contatto lo incrociasse sul proprio monitor telefonico: chiunque lo posta in rete, lo denuncio!

Sono passati quasi quattro anni da allora e conscio sempre più dei rischi, non ho cambiato opinione, anzi. Nonostante ciò, non c'è giornata in cui i social non si riempiano di foto di minori, anche piccolissimi. Gli adulti, coloro i quali li dovrebbero proteggere, ignorano/se ne fregano di tutti i rischi della situazione. In molti si difendono dicendo che utilizzano l'impostazione "amici" su Facebook e magari per Instagram bisogna richiederne la visualizzazione. Ottima strategia di autodifesa, certo, dimenticandosi due piccole tragiche realtà:

  1. Qualunque contenuto postiamo in rete, lo regaliamo all'azienda titolare del marchio che un giorno, se volesse, potrebbe fare un book fotografico e venderlo senza che gli autori possano dire alcunché.
  2. Un qualsiasi cracker capace di entrare nel nostro account, può tranquillamente accedere alle foto dei nostri figli e farne ciò che vuole (incluso venderle a pedofili, ndr) come ha di recente scritto Repubblica, seppur sbagliando la terminologia e parlando di hacker, che sono un'altra cosa.
Tutto questo però non sembra preoccupare i cosiddetti "adulti", che imperterriti postano foto su foto, restando sgomenti poi se qualche bambino utilizza applicazioni come TikTok fino alle più estreme conseguenze, com'è tragicamente accaduto alla giovanissima palermitana Antonella Sicomoro. Quindi, cerchiamo di ricapitolare: un bambino si vede pubblicato sui social network per anni da mamma, papà, zii, amici, etc. e poi dovrebbe avere la maturità per dire "No, non mi interessano perché un uso scorretto mi potrebbe nuocere contro?". E in tutto questo le aziende produttrici dei social che fanno? Niente, ovviamente. A loro cosa interessa, anzi. Fanno quello che le leggi consentono e la legislazione, italiana come di qualsiasi altra nazione, non vieta nulla.

Appurato il fallimento umano dinnanzi al "giocattolo social network", spetterebbe ai Governi proteggere i più piccoli, vietando la pubblicazione di foto dei minori in rete. Finché la questione non sarà affrontata con serietà e determinazione, la situazione potrà solo peggiorare. Nei prossimi dieci anni verranno create nuove applicazione di condivisione istantanea e il web si popolerà di minori, già online appena venuti al mondo, spianando (anche) la strada a quel cyberbullismo che, invano, si sta cercando di contenere. I primi rigurgiti del mostro però, come troppo spesso accade, non vengono da fuori e/o in qualche comodo ufficio della Silicon Valley, ma tra le placide mura domestiche.

Un gruppo di applicazioni social scaricate sullo smartphone

venerdì 8 gennaio 2021

Chester, la (mia) conquista d'Inghilterra

Il centro storico di Chester (Inghilterra - UK) © Luca Ferrari

Viaggio in Inghilterra per migliorare l'inglese nella multietnica e accogliente Chester. Un'esperienza fondamentale che segnò l'inizio della mia svolta lavorativa, e anche umana. 

di Luca Ferrari

Un percorso professionale arenato. Le inevitabili difficoltà nel cercare una nuova direzione in un mercato saturo e molto compromesso da internet. Poi, la decisione. Un mese all'estero in Inghilterra a migliorare l'inglese. Un'incursione totale Oltremanica quando ancora il Regno Unito faceva parte della Unione Europea. La scoperta di una realtà accogliente e incantevole, Chester, capoluogo della contea del Cheshire. Un periodo incredibile. E al ritorno? Tante lacrime, ma anche la ferma volontà di cambiare vita. Di lì a qualche mese sarebbe accaduto e da allora non ho praticamente più smesso di lavorare da remoto, l'odierno smart working. Quel viaggio a Chester fece la differenza nella mia vita e stava iniziando proprio dieci anni fa. Era l'8 gennaio 2011.

Facevo il giornalista da anni ormai. A dispetto di un numero spropositato di esperienze, inclusi reportage internazionali e umanitari (Bosnia, India), alla fine dei conti il saldo economico era a dir poco sconfortante. Ero stufo ma allo stesso tempo bloccato dalla mia passione per la scrittura e la voglia di non buttare via tutto quel che avevo fatto nel campo dei media. Forse ci voleva una pausa. Un qualcosa per ricalibrare le idee, rifiatare e imparare anche qualcosa. Da sempre amante della lingua inglese, pensai fosse arrivato il momento per migliorarlo in situ. Iniziai a fare un po' di ricerche e m'imbattei in una scuola davvero particolare, la English in Chester. I corsi duravano per il tempo desiderato, iniziando quando si desiderasse. Un'opportunità che non mi feci sfuggire.

Fu così che l'8 gennaio 2011 salii a bordo dell'ultimo volo giornaliero della Easyjet da Venezia a Londra, dove sostai una notte, per poi proseguire l'indomani col treno dalla stazione di Central Euston fino a Chester. Nella City c'ero stato altre volte in gioventù e lo ammetto, non mi aveva mai conquistato. Alloggiato nei pressi di Walworth, quartiere dove nacque Charlie Chaplin, l'indomani fui felice di rimettermi in viaggio, attraversare una bella fetta d'Inghilterra rurale e arrivare finalmente a destinazione. L'impatto non fu alla luce del sole, per cui non capii subito dove mi trovassi. Ciò che sapevo era che la mattina seguente mi sarei dovuto presentare e calarmi subito in una nuova realtà insieme a compagni di corso provenienti da ogni dove.

Alla faccia di tutte le parole di facciata che si copiano su curriculum o Linkedin che sia, non mi ritengo (e non sono) una persona che si adatta in un baleno però allo stesso tempo mi basta anche molto poco per sentirmi a mio agio, soprattutto quando sento un clima amichevole attorno a me. Tra i banchi della "English in Chester" è ciò che accadde praticamente subito. Non fu solo la materia a interessarmi, era l'esperienza di questa nuova vita a galvanizzarmi, condivisa oltre tutto con tanti nuovi amici. Mattina dopo mattina, sfruttando anche la mia venezianità nel camminare sempre e comunque, non prendevo mai l'autobus, godendomi una lunga passeggiata prima di arrivare a scuola, e così passando sempre per il centro storico e costeggiando l'imponente Cattedrale della Vergine Maria Purificata

Vivere una città non è come toccarla per una settimana o meno. Vai a fare la spesa. Guardi a sinistra prima di attraversare la strada (se sei in Inghilterra, ndr). Ti immergi nei sapori locali, cosa che in terra d'Albione personalmente apprezzo molto. Entri nella cultura e anche quello che a casa tua non faresti mai, qui assume nuovi contorni, come andare al pub a vedersi una partita di calcio del Liverpool, a Chester tifatissimo, contro i nemici londinesi del Chelsea. Non è questione (banale) dell'erba migliore del vicino, ma per una persona che vuole migliorare la propria lingua, farsi due ore di immersione tra la gente del posto, è quanto di più istruttivo ci possa essere. E pazienza se non ti piace la birra, c'è sempre il sidro con cui gozzovigliare in compagnia, una sorta di succo di mela frizzante così dannatamente British.   

Chester è una realtà abbastanza benestante, e a dispetto di zone più complicate nel Regno Unito dove non sempre una parlata straniera è ben vista, qui al contrario, grazie anche al costante flusso di studenti di ogni età e provenienti da tutto il mondo, la multiculturalità è di casa alla stregua di una Londra con la differenza, fondamentale per il sottoscritto, che la vita è molto meno frenetica. Nei secoli addietro l'Impero Romano arrivò fin quassù, e sono molte le tracce ammirabili a cominciare dalle mura, e potendo anche incontrare un Centurione che ti accompagna nelle visite. La voga all'inglese è un must per la comunità di Chester, potendo "approfittare" del fiume Dee che vi scorre placido e impetuoso. Il tutto ulteriormente impreziosito dal verde tutt'intorno con tanto di scoiattoli negli ampi parchi dove si può passeggiare spensierati.

Chester è situata in un punto molto strategico dell'Inghilterra, a metà strada tra Manchester e Liverpool. Non a caso per arrivarci, ciascuno dei due aeroporti va bene uguale. Se nei primi anni in cui venni a Chester c'era il volo diretto Ryanair da Treviso alla città dei Fab Four che ha intitolato proprio a John Lennon la sua aerostazione, in seguito è stato soppresso, e per ritornare nel Cheshire ho ripiegato sulla tratta Venezia-Manchester, nel complesso più comoda poiché dalla capitale del Brit Pop anni Novanta, c'è il collegamento diretto su rotaia che porta direttamente a Chester. E proprio durante il mio lungo soggiorno di dieci anni fa, una domenica saltai in carrozza per andare alla scoperta della capitale del Merseyside

Le lezioni intano proseguono. Stringo legami in particolare con una simpatica ragazza sudcoreana, una canadese, alcuni ragazzi francesi e una coppia colombiana, che in seguito avrò anche il piacere di ospitare a Venezia. English in Chester non si limita a creare un percorso personalizzato per le proprie esigenze, ma organizza anche uscite collettive per cementare i vincoli tra i vari compagni di classe (che cambiano a seconda delle materie), facendo loro conoscere le città e i dintorni. E così, una domenica mattina, eccomi a bordo di un autobus con studenti da ogni dove, destinazione il Lake District, una delle zone più amate dai sudditi di Sua Maestà. Ancora oggi, quando rivedo il film Miss Potter, storia vera della scrittrice Beatrix Potter (Renèe Zellweger), e ambientato anche nel Lake District, rivedo quel viaggio e quei volti.

Da grande amante della scrittura e del camminare in solitaria, non ci metto molto a trovare qualche angolino dove ritagliarmi momenti di ispirata solitudine. Cresciuto nella cultura del Central Perk della sitcom Friends, una cui copia del locale newyorkese si trova anche a Chester, trovo nel Caffè Nero, lungo la centralissima Eastgate Street, un luogo ideale per scrivere appunti e poesie, pratica questache porto avanti ininterrotta dal lontanissimo 1994. Insieme a una grossa tazza di cappuccino, qualche dolcezza "cioccolatosa" e il mio inseparabile laptop, intingo parole direttamente dalla strada. Alcune di quelle poesie chiuderanno il libro edito Latitudini V - Parole in viaggio (2011, Granviale Editori). Nel calore della vita di Chester, riprendo anche l'antica pratica dello scrivere lettere a mano.

La vita prosegue. Chester mi entra sempre più dentro. Una città a misura d'uomo. Il supermercato Tesco in centro, sempre molto ospitale, mi introduce ai sapori inglesi: dalle apple pie e lo sciroppo d'acero per i pancake già pronti per colazione al burro Country Life grandiosamente pubblicizzato da Mr Johnny Rotten (Sex Pistols), passando per i dolci salati con mele e maiale. Quando posso, vado a mangiare fuori prediligendo sempre l'autoctono fish & chips o hamburger con contorni caserecci come la crema di piselli, come nel rustico Telford Warehouse, lungo il fiume Dee, o il The Brewery Tap, anch'esso molto caratteristico. Già passato durante un reportage all'Estate Farm nella vicina Hawarden in Galles, la permanenza a Chester mi ha ridato la possibilità di immergermi in un clima agreste degno delle fiabe di folletti.

I giorni passano felici, poi arriva l'ultima lezione. La data sul biglietto aereo del ritorno, da Londra, è ormai imminente. Complice l'orario del volo, opto per passare la mia ultima notte nella capitale inglese. Un errore madornale. La metropoli mi stordisce in un nanosecondo. Mi ritrovo così a camminare sul Tower Bridge triste e preoccupato. Non potevo saperlo, ma nel giro di qualche anno sarei tornato su quello stesso percorso in tutt'altro umore, in amichevole compagnia e finalmente sedotto dalla City. Il presente però è diverso e molto sofferto. Solita angoscia da decollo e rieccomi in Italia. Atterro quasi sbattendo a terra tale è la massa di nebbia che sta avvolgendo Venezia, scoprendo in seguito che il mio volo è stato l'ultimo ad aver avuto l'autorizzazione all'atterraggio. 

Sono di nuovo a Venezia, non mi sembra vero, ma qualcosa è cambiato e lo percepisco subito. L'insofferenza per la mia stantia situazione lavorativa monta ogni giorno di più. Nel frattempo il mondo della comunicazione sta cambiando, SEO e i social media si fanno sempre più strada e inizio a interessarmi. Inizio a buttarmi fuori. Sempre di più. Rispondo ad annunci su annunci ma di fronte a me c'è solo un muro appiccicoso di squalificante italianità. Collaboro, sbagliando, anche gratuitamente pur di aumentare l'esperienza. Vacillo, di brutto, ma non crollo. Poi qualcosa accade: ricevo una risposta vera. Professionale. Mi chiedono due articoli tecnici di prova, che mi sarebbero stati retribuiti a prescindere dall'assunzione. La mia interlocutrice era italiana ma l'azienda estera. Passai il test. Di lì a qualche giorno iniziai quella che sarebbe diventata un'esperienza di 22 mesi consecutivi di lavoro da remoto (smart working) full time, dal lunedì al venerdì, sempre in collegamento via Skype

Mi sveglio la mattina. Accendo il computer e alle 7.30 del mattino sono già operativo, alle volte con ancora il cappuccino sul tavolo e il pigiama indosso. Ogni giorno mi vengono dati gli argomenti e le mie dita, già svezzare dalla cronaca e in perfetta sincronia con velocità di analisi e creatività, iniziano a fare il proprio dovere, finalmente e degnamente retribuito. Ogni giorno interagisco con tre persone. C'è sempre rispetto e professionalità. Un giorno la mia capa mi riprende perché il 5 del mese non ho ancora ricevuto lo stipendio e avrei dovuto subito avvisarla. In un'altra occasione, in cui le chiesi di fare 9 ore invece di 8, mi risponde di no poiché non voleva che lavorassi stanco, visto che 8 erano più che sufficienti.

A parte qualche piccola pausa, da allora (10 anni) non ho più smesso di cimentarmi con lo smart working, diversificando non poco le attività e lavorando anche sul fronte della ricettività online, traduzioni dall'inglese all'italiano e in ultima con i social media, di cui mi sono appassionato, studiando e frequentando corsi professionali. Non so cosa mi riserveranno i prossimi dieci anni ed è probabile che molto cambierà ancora ma di sicuro qualcosa non muterà nella mia mente. La certezza che se non avessi deciso di andare in Inghilterra, a Chester, non mi sarei mai sbloccato. Dieci anni fa partii per la Gran Bretagna con poche idee e una forza incrollabile nella ricerca di un futuro migliore. La strada è stata lunga e lo sarà ancora ma qualcosa è accaduto, e dieci anni dopo sono ancora qui a ricordarlo con orgoglio e soprattutto, tanta felicità.

Chester (Inghilterra - UK), la vita quotidiana © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK) © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), un canale del fiume Dee © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), un canale collegato al fiume Dee © Luca Ferrari
Il biglietto del treno Chester-Liverpool © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), l'ingresso al supermercato Tesco © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), la pratica dello squash © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), un autobus locale © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), il Caffè Nero © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), campi da tennis gratuiti © Luca Ferrari

Chester (Inghilterra - UK), il pub The Brewey Tap © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), una grassa porzione di fish and chips © Luca Ferrari
L'ingresso all'Estate Farm di Hawarden (Galles) © Luca Ferrari
Il magnifico scenario del Lake District (Inghilterra - UK) © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), davanti allo store ufficiale del Liverpool FC © Luca Ferrari
Chester (Inghilterra - UK), davanti allo store ufficiale del Liverpool FC © Luca Ferrari

domenica 6 dicembre 2020

Finlandia, il Giorno dell'Indipendenza

La bandiera della Finlandia sventola indipendente © Luca Ferrari
Il 6 dicembre in Finlandia si festeggia il Giorno dell'Indipendenza dalla Russia, celebrando e commemorando i caduti per l’indipendenza della I e II Guerra Mondiale.

di Luca Ferrari

Da Helsinki alla Lapponia, e fino all'ultimo lembo di terra finnica, il 6 dicembre si celebra e si commemora la Dichiarazione di Indipendenza della Finlandia dalla Russia, avvenuta il 6 dicembre 1917. Una giornata speciale durante la quale si celebrano i caduti per l’indipendenza della nazione scandinava durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ma non solo. Anche aspetti più conviviali e ludici vengono vissuti dalla popolazione in questa giornata. Un evento narrato e immortalato anche nell'Arktikum Museum di Rovaniemi, dove la Storia si adagia tra cultura, geologia e lo spettacolo dell'aurora boreale.

Curioso come la nazione dove dimora il solo e unico Babbo Natale, abbia la sua festa dell'Indipendenza proprio il 6 dicembre, giorno di San Nicola da cui sembra avere origine l'omone con barba bianca, mantello rosso e il sacco di doni. Come riportato dal sito VisitFinland, il 6 dicembre è anche “... un comune ritrovarsi con amici o parenti al ristorante oppure a casa, guardando in televisione il tradizionale ricevimento del presidente della Repubblica, e ovviamente commentando in modo altamente critico lo stile e gli abiti degli invitati. Vengono inoltre organizzate processioni e visite ai cimiteri dei caduti in guerra, accendendo inoltre candele biancoazzurre alla finestra”.

Da Helsinki a Rovaniemi sono quasi dieci ore macchina. Ci sono arrivato con alcune tappe nel mezzo, tra cui Hanko, Molpe e Oulu. Un viaggio sincero. Immerso nella natura, incontrando numerosi esemplari di renna. Un viaggio che non avrei mai voluto che finisse. Un viaggio che mi ha portato a tu per tu con la cultura finnica e lappone. Le sofferenze della guerra. La questione sempre molto attuale del cambiamento climatico. I protagonisti della fauna locale, e un gigantesco orso polare con cui giocare insieme i tanti bambini. Ciliegina sulla torta, un video strepitoso per immergersi nello spettacolo dell'aurora boreale, creata secondo la leggenda da una volpe magica che con la sua coda spazzasse la neve spruzzandola nel cielo (Revontulet).

C'è poca gente oggi all'Arktikum Museum. Il biglietto mi consente di tornare anche il giorno dopo, opportunità di cui approfitto con estremo piacere. L'esposizione si snoda su due piani. Un ambiente molto confortevole. Quassù, sul Circolo Polare Artico, non ci sono chissà quali templi o acquedotti millenari, eppure la sensazione è che la cultura rappresenti un'appartenenza sincera e condivisibile. Una cultura che è cresciuta nel corso dei secoli, e che oggi ha moltissimo da insegnare anche sul fronte dei diritti della persona. Oggi, qui dall'Arktikum Science Centre Museum, invio i miei migliori auguri di buona giornata dell'Indipendenza alla Finlandia. Una terra piena di naturale poesia che spero presto di ritrovare lungo il mio cammino.

Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari
Rovaniemi (Finlandia), l'ingresso dell'Arktikum Museum © Luca Ferrari
La campana dell'Arktikum Museum, a Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari
Pannelli esplicativi all'Arktikum Museum, a Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari
La cultura lappone nell'Arktikum Museum, a Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari
La sezione dell'aurora boreale nell'Arktikum Museum, a Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari
L'aurora boreale all'Arktokum Museum, Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari
Un orso polare nell'Arktikum Museum, a Rovaniemi (Finlandia) © Luca Ferrari