giovedì 17 settembre 2026

Brioni, le isole dei Non Allineati

Isole Brioni, museo di Tito: nasce il Movimento dei Non Allineati © Luca Ferrari

Né con gli USA né con l'URSS. Durante la Guerra Fredda, nel 1956 sulle isole Brioni, i leader di Jugoslavia, Egitto e India fondarono il Movimento dei Paesi Non Allineati.

di Luca Ferrari

Un arcipelago paradisiaco di pochi km tra storia, architettura e qualche animale esotico. Un breve tragitto in battello da Fažana (Fasana), sulla quasi estremità meridionale dell'Istria, in Croazia, e si può già sbarcare nel Parco Nazionale Brijuni, cuore delle omonime isole (Brioni). Questo angolo di natura e mare cristallino vide una delle più importanti pagine di storia della seconda metà del '900. Settant'anni fa, il 19 luglio 1956, i capi di stato di Jugoslavia, Egitto e India, rispettivamente Josip Broz Tito, Gamal Abdel Nasser e Jawaharlal Nehru, fondarono il Movimento dei Paesi Non Allineati con la Dichiarazione delle Brioni, le quali diventarono note come “le isole della pace”, spezzando la dittatura della Guerra Fredda che vedeva due unici poli contrapposti, Stati Uniti e Unione Sovietica. I Non Allineati erano una vera forza alternativa e attiva, basata sul dialogo e la cooperazione e i cui principi base erano la fine della corsa agli armamenti nucleari, la decolonizzazione, lo sviluppo del terzo mondo e la lotta contro le discriminazioni. Ed è proprio alle Brioni che delle semplici parole divennero il seme fondante di una terza via mondiale.

Croazia, agosto 2026. Fasana è una località molto gettonata. Fin dalle prime ore del mattino i turisti si affollano sul molo per acquistare un biglietto e raggiungere le isole Brioni. Ci sono svariate tipologie di imbarcazioni, incluso un simpatico sommergibile rosso con pochi posti disponibili tutti "sopra coperta". Niente ferry. Sulle isole Brioni non c'è posto per le automobili. Una volta sbarcati si può solo camminare, noleggiare una bicicletta o approfittare di un trenino su gomma, quest'ultima opzione collegata all'acquisto (conveniente) del pacchetto con guida che consente di visitare tutte le mete dell'isola principale, a cominciare dalla lapide dedicata al premio Nobel per la medicina Robert Kock, che debellò la malaria nell'intero arcipelago. Fanno parte del tour completo anche una gita al Safari Park dove è possibile salutare anche un esemplare di elefante femmina, Laika, i resti della fortezza austro-ungarica Tegetthoff, la casetta delle barche con sopra il centro multimediale interpretativo-educativo, un giardino botanico nonché i resti di un'antica villa romana risalenti al I secolo a.C. dove pare vi soggiornò l'imperatore Ottaviano.

Non ci sono dubbi invece su un altro inquilino, il simbolo stesso della Jugoslavia unita: Josip Broz Tito, presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia che scelse quest'isola come sua residenza ufficiale, nella sede di Villa Bianca (Lovorka). Alle Brioni Tito svolse una parte importante della sua attività politica e statale. Incontrò presidenti, re e imperatori di numerosi Paesi di tutto il mondo. Ricevette oltre 250 delegazioni statali, parlamentari, politiche, sindacali, militari e scientifiche. Ebbe anche contatti con più di 300 rappresentanti diplomatici e ambasciatori. A Tito è dedicato un museo permanente, cuore della visita oltre alle bellezze di madre natura. L'esposizione inizia con una gigantografia del Maresciallo e la scritta in croato - Živjeti znači stvaralački se ugraditi u vrijeme i prostor u kojem živiš. O tebi govore tvoja djela i ostaneš - che dovrebbe significare: "Vivere significa integrarsi creativamente nel tempo e nello spazio in cui vivi".

Più che a Tito, il museo è dedicato al Movimento dei Paesi Non Allineati. La parte principale infatti sono le foto dei tanti capi di stato venuti in visita alle Brioni. Oltre ai già citati Nasser e Neru, si spinse fino alle coste istriane anche Fidel Castro, ma non solo. Tra i tanti: Ho Chi Min, presidente del Vietnam, Urho Kekkonen, presidente della Finlandia e Yasser Arafat, futuro Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese. A dispetto di rapporti complessi, vennero in visita anche capi di stato dei paesi dell'est Europa e della stessa Unione Sovietica del dopo-Stalin, come Nikita Chruščëv, Leonid Brežnev Nikolaj Podgornyj. Politici ma non solo, molti reali vennero in visita alle Brioni tra cui Giuliana, regina dei Paesi Bassi, Elisabetta, regina del Regno Unito e Margherita, regina di Danimarca. Illustri ospiti anche dal jet set cinematografico, su tutti Sophia Loren, la diva italiana venne più volte anche insieme al marito Carlo Ponti. Furono ospiti Orson Welles, Gina Lollobrigida e la coppia d'oro Elizabeth Taylor e Richard Burton, quest'ultimo interprete di Tito nel film La battaglia della Neretva/Sutjeska (1973).

Guardando la cartina politica del mondo, scopro con una certa sorpresa l'adesione di Cuba al Movimento dei Non Allineati. Quella era l'epoca della revolucion di Fidel e mi sarei immaginato una vicinanza all'area sovietica, sebbene i rapporti non fossero idilliaci. Salvo il governo razzista di Johannesburg, la quasi totalità del continente africano aderì al movimento. Altra sorpresa, l'adesione dell'Iraq e non dell'Iran. Non sono un esperto di culture mediorientali e molto probabilmente il mio errore è dipeso dalla più recente storia dei due regimi.

Museo di Tito - la piantina dei Paesi Non Allineati (in rosa scuro) © Luca Ferrari

In Italia, specialmente nel nord-est, la figura di Tito è quasi esclusivamente legata alla tragedia delle foibe. Ciò che agli italiani, invece, non piace né conviene mai ricordare della Jugoslavia di Tito, sono i massacri che la "brava gente" compì sotto l'egida fascio-nazista con la collaborazione degli ustascia croati, come se un simile fatto non avesse in alcun modo contribuito a scatenare ciò che accadde in seguito. Facciamo allora un po' di chiarezza storica. L'Italia era una potenza occupante e non un placido gruppetto di soldati hippy-intellettuali, come si racconta nel film Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. I nostri connazionali si macchiarono di crimini orrendi oltreconfine, e non solo in Jugoslavia. Tra le loro "nobili" imprese, anche i campi di concentramento, il peggiore dei quali fu quello costruito ad Arbe, sull'isola di Rab, nell'attuale Croazia; alcune lettere dei prigionieri lì internati, narrano di come gli italiani fossero diventati peggiori dei nazisti. Un luogo questo dove nessun politico italiano in più di 80 anni dalla fine della II Guerra Mondiale è mai venuto in visita ufficiale.

La tragedia delle foibe si consumò dopo l'invasione italiana della Jugoslavia, quando le sorti del conflitto si erano ormai capovolte e i partigiani slavi di Tito avevano riconquistato il proprio paese anche grazie al supporto degli Alleati. Nei Balcani gli eserciti tedeschi, ungheresi e italiani portarono avanti una guerra di occupazione e di annientamento, incentrata sull'ideologia razziale che considerava gli Slavi una popolazione inferiore e ne prevedeva la sottomissione, lo sfruttamento, la deportazione e l'eliminazione fisica. Com'è tipico di ogni conflitto che interessa paesi vicini in cui civili di nazionalità e/o di etnia differenti vivono senza troppe complicazioni da una parte e dall'altra, le spregevoli azioni degli occupanti si ritorsero contro i loro stessi connazionali che ne pagarono ingiustamente le conseguenze. Le foibe non furono un'eccezione nella logica drammatica di una guerra ma di certo considerarle un attacco jugoslavo all'Italia o far passare il nostro paese per mera vittima, è una mistificazione storica, come per altro ha saputo abilmente fare la destra nostrana a partire dalla fine degli anni '90.

Ancora oggi tutte le ex-repubbliche slave festeggiano delle specifiche giornate in ricordo della fine dell'invasione dell'Asse o simili. In Croazia, ad esempio, il 22 giugno si celebra la Dan antifašističke borbe, cioè la Giornata della lotta antifascista, per ricordare quando nella foresta di Brezovica, presso Sisak, venne costituito il primo distaccamento partigiano. Il 27 aprile invece, in tutta la Slovenia, si festeggia la Giornata dell'Insurrezione contro l'occupatore.

Il traghetto per tornare sulla costa istriana intanto attende. Terminata la visita, la guida mi racconta un divertente aneddoto sul "padrone di casa" ma su cui è necessario fare una doverosa premessa storica. In principio le posizioni di Tito erano molto vicine a quelle di Stalin. Dopo la II Guerra Mondiale però, il vento cambiò e il partigiano slavo non aveva nessuna intenzione di diventare l'ennesima pedina di Mosca. Stalin minacciò di invadere la Jugoslavia, impresa non particolarmente complessa visto che il confine serbo-croato si "affacciava" sull'Ungheria, Romania e Bulgaria, tutti stati vassalli dell'URSS. Tito allora mobilitò l'intera nazione, per una resistenza nazional-popolare. L'azione militare fu scongiurata ma i rapporti continuarono a essere pessimi, così il dittatore sovietico pensò di risolvere la questione nel modo in cui trattava ogni suo oppositore. Che Stalin abbia provato a uccidere Tito, è cosa nota e documentata. I tentativi, pare, fossero arrivati in doppia cifra (oltre 20) ma senza esito. Un giorno il Maresciallo, stufo, scrisse una lettera al - caro - Iosif, dicendogli: "So che stai provando a uccidermi. Sappi che se io volessi farlo, mi basterebbe una sola volta. Tre giorni dopo Stalin ebbe un ictus e morì...".

Isole Brioni, museo di Tito: nasce il Movimento dei Non Allineati © Luca Ferrari
Isole Brioni, museo di Tito: nasce il Movimento dei Non Allineati -
la storica firma di Nasser, Tito e Neru © Luca Ferrari
Isole Brioni, museo di Tito: il Maresciallo insieme a Fidel Castro, Arafat, ecc. © Luca Ferrari
L'utilitaria di Tito, davanti al museo sull'isola delle Brioni © Luca Ferrari
Il mare delle isole Brioni (Croazia) © Luca Ferrari
L'elefante Laika sulle isole Brioni (Istria, Croazia) © Luca Ferrari
Rovine romane sulle isole Brioni (Croazia) © Luca Ferrari

venerdì 11 settembre 2026

2026, Odissea «Azzurre» a Berlino

Azzurre a Berlino © Italbasket

Cuore. Grinta. Emozioni. I Mondiali FIBA 2026 di Berlino dicono “ottavi di finale”, la storia delle Azzurre racconta molto di più.

di Luca Ferrari

"Quando la nostra anima trascina il nostro talento, diventiamo la squadra che recupera 26 punti a una delle Nazionali più forti del mondo". Andrea Capobianco, coach delle Azzurre, non si nasconde. L'Italia è stata appena eliminata agli ottavi di finale della FIBA Women’s Basketball World Cup 2026 (Berlino, 4-13 settembre). L'Italia ha subito per gran parte della partita, poi si è lanciata in un'appassionante rimonta, innescata in particolare dalla verve di Verona e le triple di Blasigh, di cui una incredibile da 9 metri circa. Non è bastato. Alla fine l'Australia ha vinto e le Azzurre sono uscite di scena con il magro bottino di una sola vittoria, all'esordio con la Cechia, e tre sconfitte, tutte patite contro le super corazzate Stati Uniti, Cina e appunto le Opals. Aldilà di quanto hanno fatto vedere in campo, mai come oggi l'Italia femminile appare solida e pronta per nuove imprese, capace di coinvolgere il pubblico emotivamente e accendere un entusiasmo più unico che raro. 

Il basket italiano femminile sta attraversando un periodo di grande popolarità come forse non ha mai avuto prima. Il merito, in primis, è delle stesse protagoniste, capaci in poco più di un anno di conquistare una medaglia di bronzo europea e poi qualificarsi ai Mondiali dopo un'assenza di 32 anni, vincendo 4 partite su 5 durante il torneo di Porto Rico, e perdendo unicamente contro le fortissime statunitensi. Già, proprio quei fatidici USA. La stagione cestistica 2025-26 italiana è stata molto positiva. Il Famila Schio si è confermata una delle squadre meglio attrezzate mentre la sua antagonista per eccellenza, la Reyer Venezia, ha centrato per la prima volta le Final Six di Euroleague, senza dimenticare l'incredibile derby giocato proprio dalle due squadre venete per decidere chi sarebbe entrata nelle 6 migliori d'Europa.

Prima della partenza per la Germania, le Azzurre hanno disputato varie amichevoli contro alcune delle compagini più temibili: Cina, Belgio e Francia. La squadra è apparsa in ottima salute anche se durante il percorso di avvicinamento alla competizione iridata ha perso per infortunio alcune importanti giocatrici. Oltre a Martina Kacerik, ha dovuto dare forfait la capitana delle Azzurre, Laura Spreafico, al suo ultimo impegno prima del ritiro dall'attività agonistica; Laura si è comunque aggregata al gruppo, rimanendo in prima fila insieme allo staff tecnico e alle sue compagne durante tutte le sfide della Nazionale. Stella indiscussa della squadra, Cecilia Zandalasini, presenza fissa nel quintetto base di Schio e delle Golden State Valkyries. Il basket femminile sta crescendo ormai in tutto il mondo. La WNBA ha un pubblico alla stregua del corrispettivo maschile americano mentre nel vecchio continente i campionati nazionali in Spagna, Francia e Turchia in particolare, sono sempre più competitivi.

Berlino, Mondiali FIBA 2026. L'Italia è sbarcata in terra tedesca con legittime ambizioni di medaglia. Non è stata fortunata nel sorteggio, "pescando" USA e Cina, rispettivamente campionesse e vice-campionesse in carica ma a questi livelli ogni squadra è una minaccia. La prima partita del girone contro la Cechia era fondamentale per il passaggio del turno. L'Italia è uscita dai blocchi un po' contratta, ma ha saputo fare la sua parte, giocando nel solo modo in cui sa ergersi sopra quasi tutte le avversarie: il collettivo. Dalla capitana Olbis André alle veterane Pan, ZandalasiniKeys, Cubaj e Verona, passando per la grinta di Santucci e di Madera, le scalpitanti Fassina, Pasa, l'ultimo innesto azzurro, Vittoria Blasigh e la giovane stellina Matilde Villa. Il risultato finale certifica la netta superiorità azzurra: 63-54.

Alloggiate nel centro della bellissima capitale tedesca, vista la presenza di tantissimi supporter giunti da tutta Italia, le Azzurre hanno voluto fare loro un regalo: una sessione di autografi, foto e saluti vari davanti al proprio hotel. La risposta dei tifosi è stata incredibile, presenti a centinaia e di tutte le età; giovani cestiste, adulti e anche piccoli atleti del minibasket. Tutte le giocatrici sono uscite per salutare, regalando (lanciando) gadget. Alla domanda degli invitati di Sky Basket se si fossero immaginate una simile risposta di pubblico, Mariella Santucci non ha saputo rispondere tale era l'emozione per così i tanti presenti. Chi era lì, non ha visto solo un nugolo di tifosi entusiasti ma persone che condividono una passione e la nazione femminile incarna al meglio quei valori umano-sportivi così importanti per i giovani e non solo. Durante la manifestazione poi, è capitato anche di incrociarle e loro erano sempre  sorridenti, gentili e disponibili. 

Azzurre a Berlino © Luca Ferrari

Arriva il momento della fatidica gara 2, la sfida tra Italia e Stati Uniti, nel frattempo vincitrice nettamente sulla Cina nonostante avesse dovuto rinunciare in extremis a due delle sue migliori fuoriclasse, A'ja Wilson e Kelsey Plum, entrambe a causa di problemi muscolari. È la partita che cambia tutto. In palio non c'è solo il primato del girone e la qualificazione diretta ai quarti di finale. L'Italia si è preparata per questa partita e ciò che mostrerà in campo, non lo farà nessuno. Le Azzurre giocano alla pari contro le fortissime rivali. Solo nel primo quarto gli States scappano in doppia cifra, poi è il collettivo azzurro a salire in cattedra, recuperando canestro su canestro. Le singole stelle americane restano in ombra, su tutte la famosa Caitlin Clark, semplicemente annullata dalla difesa azzurra. L'Italia è ancora quella dell'Europeo 2026. Una fuoriserie dove ogni pistone collabora. Zandalasini e Villa fanno la differenza sul referto, ma è tutta la squadra a brillare. Le Azzurre in campo si conoscono. Si fidano l'una dell'altra. Sono un vero team. Il verdetto alla fine è amaro e fa male: 55-52 per le avversarie ma quasi tutti promuovono l'Italia, vincitrice "morale" della sfida.

Lo sforzo è notevole, fisico sì, ma soprattutto psicologico. L'indomani la Nazionale cede piuttosto malamente e nettamente alla Cina, poi è sfida dentro e fuori contro l'Australia e la storia, purtroppo, la conosciamo. Un passivo inimmaginabile da colmare, sotto ancora di 20 punti a inizio ultimo quarto e poi una frazione di gioco al fulmicotone che ha fatto (quasi) la storia. L'Italia saluta i Mondiali con l'amaro in bocca. Legittimo essere un po' deluse, ma questo non deve togliere importanza a un gruppo di valore e spessore, umano e sportivo. Ogni partita ha avuto la sua genesi, i suoi alti e i suoi bassi. "In poco più di un anno abbiamo affrontato Belgio, Stati Uniti e Australia, perdendo per un totale di 7 punti" ha ribadito Capobianco, "Vuol dire che dobbiamo lavorare sui dettagli se vogliamo competere al livello più alto della pallacanestro mondiale. Sognare di lottare per il vertice non è impossibile". A novembre intanto si riparte per conquistare un posto ai prossimi FIBA Women’s EuroBasket in Lituania (16-27 giugno 2027), la cui prima sfida del girone di qualificazione si disputerà a Terni contro la Slovenia; le altre partite invece saranno con Austria e Lettonia. 

Un campionato mondiale non è solo una mera competizione sportiva. È un evento che permette a tutti, atleti e pubblico, di scoprire luoghi nuovi e immergersi nella loro cultura. Berlino non è una città come le altre per noi europei. Nel giro di pochi decenni è stata l'epicentro del potere nazista e l'emblema della Guerra Fredda. Subito dopo la fine del II conflitto mondiale infatti, la città venne divisa in due da un tragico muro, l'ovest da una parte e l'est della DDR dall'altra. Un muro alto quasi 4 m e lungo 155 km, durato complessivamente 28 anni dall'agosto 1961 fino al suo storico abbattimento pacifico, avvenuto la notte del 9 novembre 1989. Oggi, a Berlino, si trovano ancora porzioni originali di muro, alcune piccole e altre molto più grandi e lunghe. Alcune sono state ricoperte da graffiti colorati, altre sono rimaste spoglie e tetre con piccole feritoie che permettono di vedere dall'altra parte. Il muro fu una pagina nera che ha molto da insegnare e quando mi sono ritrovato anche io, lì, davanti, potendo scegliere liberamente da che parte andare, ho imparato una grande lezione.

Il muro di Berlino © Luca Ferrari
Un sottile diametro di cemento e acciaio si staglia davanti a me. Quello che è successo, è accaduto e non può cambiare. Quale che sarà la mia decisione, andrò avanti e darò il meglio. Nelle prossime settimane le Azzurre riprenderanno contatto con i campionati e le varie competizioni europee. Nei loro occhi e nei loro cuori il ricordo di quell'ultima palla dondolante per il possibile overtime australiano resterà impresso, così come la storica rimonta fino al 77 pari, ma non bisognerà mai dimenticare anche le sconfitte. Le grandi imprese non si costruiscono in un giorno e i Mondiali di Berlino 2026 sono già parte della grande storia delle Azzurre. Una storia pronta per ripartire con l’obiettivo di confermare e/o migliorare il terzo gradino del podio continentale, iniziando anche a immaginare di essere protagoniste a Los Angeles 2028, per un traguardo olimpico che non è e non potrà mai essere solo un sogno per questa squadra. Una squadra che non deve porsi limiti. Il viaggio è iniziato. Ambizione, forza, unità. La prossima meta è già all’orizzonte.

FIBA World Cup - le Azzurre festeggiano un canestro © Italbasket
FIBA World Cup - Olbis Andrè (Italia) nella sfida contro la Cina © Italbasket
FIBA World Cup - Sara Madera (Italia) nella sfida contro gli USA © Italbasket
Berlino, Uber Arena  © Luca Ferrari

lunedì 3 agosto 2026

Östermalms Saluhall, il mercato coperto di Stoccolma

Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari

Svezia da scoprire e... gustare. Nell’ampia piazza Östermalmshalle di Stoccolma, dal 1888, l’omonimo mercato coperto è un luogo frequentato dai turisti e cittadini.

di Luca Ferrari

Dalle carni d’alce alle verdure, ma soprattutto piatti di pesce, da gustare nei ristorantini interni o da comprare per goderseli nella quiete del proprio focolare domestico. E lì fuori, nella piazza, un trionfo di bancarelle floreali. Viaggio fra sapori e vita quotidiana con Il Reporter - raccontare oltre confine. Odori di salmoni misto a quell’impareggiabile respiro marino che si riversa dai banchi del pesce in tutto lo spazio circostante. Fragranze fruttate. Il caldo aroma della carne grigliata. E perché no, anche la dolcezza di una soffice torta accompagnata al caffè appena macinato. Nei tanti volti della città di Stoccolma ci sono anche loro, i sempre vivaci colori del mercato di Ostermalms Saluhallen (Östermalmshalle).

Munitomi di Stockholmskorter, la card con cui girare per la città con tram, bus e metropolitana, salto da un posto a un altro senza disdegnare la possibilità di scoprire i luoghi contando solo sulle mie gambe. Ad Östermalmshalle, non troppo distante dal Royal Palace, decido di arrivarci in passeggiata, entrando direttamente nella prospettiva architettonica. Avvicinandomi sempre di più dentro la piazza, dove sulle varie panchine la gente prende il sole mangiando un boccone. 

Quando la grande insegna Saluhall campeggia sopra di me, la storia mi viene incontro per raccontarmi cosa accadde. Nella primavera del 1888 tre banchieri fondarono la compagnia Östermalms Saluhallar Aktiebolag. La loro idea era quella di costruire e affittare chioschi alimentari e altri negozi. Venne così stanziata la somma di 1 milione di corone per la costruzione di un edificio nella parte occidentale di Östermalmstorg, e subito dopo fu pubblicato un bando per il miglior piano architettonico dell’edificio. Nonostante ne furono consegnati dieci, nessuno suscitò l’interesse dei tre uomini d’affari.

Il progetto venne così affidato a due giovani architetti, Isak Gustaf Clason e Kasper Salin che già avevano realizzato con successo la sala da pranzo del sindaco di Stoccolma in stile continentale. Ad avere un ruolo fondamentale nel loro lavoro, fu un viaggio che i due compirono tra il 1883 e 1886, durante il quale studiarono molti e nuovi esempi dell’architettura nella Germania settentrionale, in Italia e in Francia. In particolare in quest’ultima mostrarono molto interesse per le sofisticate strutture in ferro che sarebbero poi state usate come ossatura per il futuro mercato.

Riaccompagnato al presente, il gigantesco muso “cornuto” di un alce impagliato affiancato da due bandiere giallo blu battezza il mio ingresso nei mercati coperti di Stoccolma. I colori della verdura fresca accendono reminiscenze ortolane. Ma sono i banchi ittici a catalizzare l’attenzione. Nell’assaporare uno spiedino di pesce ritrovo l’analoga dolcezza di sapore del mercato ittico di Bergen (Norvegia).

Il mercato coperto di Östermalms Saluhall si presenta come una casa del cibo. Non c’è solo compravendita. A fianco dei banconi, piccoli ristoranti e bar, offrono specialità e uno sgabello/tavolino per fare due chiacchiere gustando le specialità svedesi e non, all’insegna della qualità. Un viaggio completo: dai prelibati salumi, passando per i prodotti caseari, fino ad arrivare ai chicchi di caffè colombiani. Qui la conoscenza gastronomica ha sempre rivestito un ruolo importante nella cultura culinaria di Stoccolma. Con ancora le narici impregnate di un infinito culinario, l’aria estiva della città mi accompagna ai banchetti floreali lì fuori, il giusto connubio tra l'anima e i sapori.

Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari
Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari
Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari
Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari
Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari
Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari
Stoccolma, il mercato coperto di Östermalms Saluhall © Luca Ferrari

lunedì 6 luglio 2026

Canada – IL NOSTRO VIAGGIO

Canada, one love © Luca Ferrari

Dieci anni fa, una semplice vacanza in Canada divenne il nostro viaggio. Fu allora che trovai la mia casa più autentica, tra paesaggi sconfinati ed emozioni indimenticabili.

di Luca Ferrari

Il Canada era sempre stato nei miei sogni ma nulla di più. Quello era il suo posto e lì sarebbe rimasto per molto tempo ancora, forse addirittura per tutta la mia vita se qualcosa non fosse amorevolmente cambiato in una delle tante sliding doors. Forse lo dovevo a me stesso. Forse era destino. Forse era (è) la volta buona. Ogni tanto pensavo a quella nazione ma qualcosa mi bloccava. Un giorno però, un po' per caso, ci arrivai. Una fugace apparizione di una notte a Vancouver partendo dalla vicina e amichevole Seattle ma nulla di più. Troppo poco per poter capire davvero il Canada. Troppo poco per poter dire davvero: sono stato in Canada! Poi la decisione, il 25 giugno 2016 sono partito per il Canada. Un viaggio vero. Un viaggio lungo. Un viaggio inaspettato. Un reportage intenso. In tutta onestà però, posso dire che mi ero curato davvero poco della meta. A parte la prima notte a Montreal, il resto lo avremmo vissuto on the road, prenotando di volta in volta. Non sapevo dove sarei andato. Non avevo idea di cosa avrei vissuto. Non avevo idea di come e perché un’innocua, anche se desiderata, vacanza oltreoceano sarebbe potuta diventare IL NOSTRO VIAGGIO.

Quel primo vero Canada fu il viaggio dell’inimmaginabile. Quello fu il Canada del - ciao, ci siamo sposati -. Quello fu il viaggio che mi regalò una patria e quando otto anni dopo ci tornammo insieme a nostro figlio, arrivando nuovamente fino all’isola del Principe Edoardo, sentii una potenza e un’energia mai provate prima. Camminando sull'erba dell'Argyle Shore Provincial Park davanti all'oceano, ho sentito il cuore battere fortissimo prima ancora che le onde mi penetrassero dentro, nuotando tra la terra argillosa e il saliscendi delle maree. 10 anni fa iniziava tutto questo e me lo ricordo bene. Me lo ricordo con un’intensità che non ha eguali. Basta una nota, una foto o anche la bandiera stessa del Canada per sentire il richiamo più autentico del cuore. Tutto quello che pensavo sul viaggio successivo è andato anche oltre. Ogni giorno immagino il prossimo futuro. Nell’estate 2028 ho in mente un nuovo inizio, volando fino in Nuova Scozia con tappa ad Halifax. Un bel giro senza fretta lungo la Cape Breton Island, per poi vivere in maniera totale l’isola del Principe Edoardo, spingendoci fino alla provincia del Terranova e Labrador alla ricerca delle balene e... qualcosa di più.

L’attesa si sa, è uno dei motori dell’amore. Oggi è un giorno molto speciale e per viverlo a dovere ho voluto qualcosa di quel posto. Qualcosa da toccare e anche da assaggiare. Qualcosa con cui rivedere in un istante tutto quello che ho vissuto, dallo sbarco nella città di Montreal e la prima esplorazione lungo le strade infinite percorse, passando per la fiabesca Parrsboro e arrivando fino a uno dei punti più scenografici, il faro di Peggy’s Cove, e così addentrandomi sempre di più in questo sconfinato territorio, baia di Fundy e relativo (incredibile) parco inclusi. E poi ancora, le incredibili colazioni a base di pancake giganti, quindi l’apoteosi sulla Prince Edward Island, fino a quel momento un corpo estraneo nella mia vita (e nella mia geografia, ndr), scoprendola in tutta la sua naturale bellezza. La casa di Lucy Maud Montgomery, autrice dei libri Anne of Green Gables (Anna dai capelli rossi) di cui, oltre al celebre anime italiano, di recente è anche uscita su Netflix la serie tv Anne with an E con protagonista la giovane Amybeth McNulty, e ambientata proprio sulla PEI.

Al momento di pubblicare questo articolo non mi trovo in Canada, ma in Croazia. Curiosamente i nomi di queste due nazioni iniziano entrambe con la C e finiscono con la A. Ancor più particolare è il fatto che 10 anni or sono mi trovassi su un’isola collegata da un ponte, esattamente come ora. All’epoca ero sulla Prince Edward Island, collegata alla provincia del New Brunswick grazie al Confederation Bridge, il ponte più lungo del Canada, lungo quasi 13 km. Oggi mi trovo sull’isola di Krk, collegata alla Contea litoraneo-montana Primorsko-goranska županija per mezzo dell’omonimo ponte Krčki most, lungo appena 1,5 km e poco distante da Rjeka. Oggi mi metterò al volante e sarò on the road esattamente come allora. Forse non farò tutte quelle miglia. In macchina avrò quegli stessi biscotti allo sciroppo d’acero a forma dell’omonima foglia che mi hanno accompagnato in quegli epici viaggi canadesi. Oggi, quando mi metterò alla guida e sarò sul ponte di Krk, immaginerò di entrare in un wormhole interstellare e così ritrovarmi subito dopo sulle coste canadesi dell’isola del Principe Edoardo. Sarebbe un sogno. Sarebbe meraviglioso. Ma se così non fosse, è solo questione di tempo prima che mi rimetta in viaggio verso il mio amato Canada.

In viaggio in Canada © Luca Ferrari
 Confederation Bridge (PEI, Canada) © Luca Ferrari
 Confederation Bridge (PEI, Canada) © Luca Ferrari
Canada, attraversando il fiume Ashuapmushuan (Quebec) © Luca Ferrari
Perque (Quebec, Canada) Luca Ferrari
Faro di Panmure Island (PEI, Canada) © Luca Ferrari
On the road lungo la Prince Edward Island (Canada) © Luca Ferrari
Argyle Shore Provincial Park (PEI, Canada) © Luca Ferrari
Due innamorati in terra canadese © Luca Ferrari
Un succulento lobster roll gustato in Canada © Luca Ferrari
Le luci tardo pomeridiane sull'isola del Principe Edoardo (Canada) © Luca Ferrari


Read the English version (generated with ChatGPT)

Canada – Finding Home

Ten years ago, what began as a simple vacation in Canada became our journey. It was there that I found my truest home, among endless landscapes and unforgettable emotions.

By Luca Ferrari

Canada had always been a dream of mine, nothing more. That was where it belonged, and I thought it would remain there for a long time—perhaps even for the rest of my life—if something hadn't gently changed in one of life's many sliding doors. Maybe I owed it to myself. Maybe it was destiny. Maybe it was finally the right time.

Every now and then I would think about that country, but something always held me back. Then one day, almost by chance, I found myself there. It was just a fleeting overnight stop in Vancouver while traveling from nearby, welcoming Seattle—nothing more. Far too little to truly understand Canada. Far too little to honestly say, "I've been to Canada."

Then came the decision. On June 25, 2016, I set off for Canada. A real journey. A long journey. An unexpected journey. An intense travel reportage.

To be completely honest, though, I had given very little thought to the destination itself. Apart from our first night in Montreal, everything else would unfold on the road, booking accommodations as we went. I had no idea where we would end up. I had no idea what we would experience. I had no idea how or why what seemed like a harmless—albeit long-awaited—vacation overseas would become OUR JOURNEY.

That first real encounter with Canada was a journey into the unimaginable. It was the Canada of, "Hi, we got married." It was the trip that gave me a homeland.

When we returned eight years later with our son, making our way once again to Prince Edward Island, I felt a strength and an energy unlike anything I had ever experienced before. Walking across the grass at Argyle Shore Provincial Park, facing the ocean, I felt my heart pounding long before the waves reached me, flowing through the red clay shoreline and the ever-changing tides.

Ten years ago, all of this began, and I remember it vividly. I remember it with an intensity unlike anything else. All it takes is a single note, a photograph, or even the Canadian flag itself to awaken the deepest call of my heart.

Everything I had imagined about returning there has surpassed even my highest expectations. Every day I picture the next chapter. In the summer of 2028, I dream of a new beginning: flying to Nova Scotia, with Halifax as the first stop. A leisurely road trip around Cape Breton Island, followed by a full immersion in Prince Edward Island, before continuing to Newfoundland and Labrador in search of whales... and something more.

As they say, anticipation is one of love's greatest driving forces.

Today is a very special day, and to celebrate it properly I wanted to surround myself with something from that place. Something I could touch—and even taste. Something capable of bringing everything back in an instant: from landing in Montreal and taking my first steps through its streets, to driving those endless roads; from the fairy-tale town of Parrsboro to one of the country's most spectacular landmarks, the lighthouse at Peggy's Cove; venturing ever deeper into this boundless land, with the Bay of Fundy and its extraordinary national park along the way.

Then there were the unforgettable breakfasts of giant pancakes, followed by the pinnacle of the journey: Prince Edward Island. Until then, it had been a complete stranger to both my life—and even my geography. There I discovered its breathtaking natural beauty.

I visited the home of Lucy Maud Montgomery, author of Anne of Green Gables, the beloved novel that inspired not only the famous animated series but, more recently, Netflix's acclaimed adaptation Anne with an E, starring Amybeth McNulty and filmed right there on Prince Edward Island.

At the time of publishing this article, I am not in Canada but in Croatia. Curiously, the names of both countries begin with the letter C and end with A. Even more remarkable is the fact that, ten years ago, I was on an island connected to the mainland by a bridge—just as I am today.

Back then, I was on Prince Edward Island, linked to the province of New Brunswick by the Confederation Bridge, Canada's longest bridge at nearly 13 kilometers (8 miles) in length. Today, I am on the island of Krk, connected to Croatia's Primorje-Gorski Kotar County by the Krk Bridge, which spans just 1.5 kilometers (0.9 miles), not far from Rijeka.

Today I will get behind the wheel and hit the road, just as I did back then. Perhaps I won't cover quite as many miles. In the car, I'll have the same maple syrup leaf-shaped cookies that accompanied me on those unforgettable Canadian road trips.

Today, as I drive across the Krk Bridge, I'll imagine entering an interstellar wormhole and emerging moments later on the shores of Prince Edward Island.

It would be a dream.

It would be wonderful.

But if that doesn't happen, it's only a matter of time before I set off once again for my beloved Canada.

giovedì 2 luglio 2026

Venezia – Sestieri a canestro

La fiabesca cornice del Torneo dei Sestieri al Lido di Venezia © TdS

6 sestieri, 1 sola grande passione: la pallacanestro. Al Pattinodromo delle Quattro Fontane del Lido, si svolge la XX edizione del Torneo dei Sestieri di Venezia (5-11 luglio 2026).

di Luca Ferrari

6 sestieri, 1 solo vincitore. Il torneo di pallacanestro più famoso della città di Venezia è pronto a infiammare l’estate. Da domenica 5 luglio a sabato 11 luglio 2026, il Pattinodromo delle Quattro Fontane del Lido di Venezia ospita la 20ª edizione del Torneo dei Sestieri. Sette giorni di puro impeto cestistico, sfide adrenaliniche, passione e tante novità tutte da vivere e scoprire in campo e sugli spalti. Una lunga settimana di fervente attività "a spicchi" davanti alla laguna, tra il verde della vegetazione insulare e la luce delle stelle (e dei riflettori, ndr). Uno spettacolo umano in mezzo allo show di Madre Natura. Il Torneo dei Sestieri non è solo una "sentita" sfida sportiva. È un legame. Un patto glorioso con il cuore più empatico. 

Le radici del Torneo dei Sestieri affondano nell'estate 2005, quando un gruppo di sportivi veneziani, spinti dall'entusiasmo per le simultanee promozioni in serie D e in serie C2 delle compagini del centro storico, Virtus Venezia e US Alvisiana, decisero di riproporre una vecchio torneo cittadino. Il tutto fu "alimentato" dal contagioso fervore dei supporter e dalla consapevolezza che in città ci fosse una gran voglia di pallacanestro. La manifestazione era nata negli anni Settanta, ma col tempo si era gradualmente affievolita. Oggi, però, siamo difronte a una nuova e trionfale epoca, dove il mondo veneziano non sembra mai averne abbastanza di basket.

Lido di Venezia, luglio 2026. Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Lido, Santa Croce e San Polo, San Marco e Murano sono pronti a darsi battaglia senza esclusione di canestri e... di sudore! Sarà la volta buona di Dorsoduro, unico dei sestieri ancora a secco di successi? San Marco & Murano riusciranno a centrare il sempre difficile back to back, oppure il Lido tornerà a imporre la sua legge dopo aver dominato incontrastato il triennio 2022-24, conquistando il 12° titolo? Tra le squadre che ambiscono al trono, in prima fila c’è anche Cannaregio, finalista l’anno passato e vincitrice della prima edizione nel 2005. 

A inaugurare il Torneo dei Sestieri 2026, l’VIII edizione del Venice Masters Basketball (3-5 luglio), che vedrà scendere in campo le donne over 45 e gli uomini over 50 e 60. Per celebrare il ventennale della manifestazione poi, quest'anno si disputerà per la prima volta il Torneo Femminile TDSfie, aperto alle cestiste classe 2012 e successive. Una scelta forse non del tutto casuale considerando la costante crescita del basket femminile, senza dimenticare che il prossimo settembre le Azzurre saranno impegnate nei Mondiali di Berlino, partecipando così all'appuntamento iridato dopo un'attesa di oltre trent'anni. C'è grande fermento anche sul fronte giovanile con il TDS Junior, giunto alla IV edizione, e riservato alle annate 2010, 2011 e 2012.

Altra novità di questa XX edizione, un vero e proprio All-Star Game: una partita che vedrà sfidarsi i migliori giocatori della fase a gironi scelti dal pubblico via app. Spazio infine al baskin, perché lo sport deve essere prima di tutto inclusione e divertimento. Dopo il debutto nel 2023 con un’amichevole, quest’anno sarà sfida vera tra le franchigie di Honos Mestre e Petrarca Padova.

Torneo dei Sestieri non è solo una “battaglia di quartiere” ma anche un democratico “tutti contro tutti” con la gara dei tiri da 3 aperta a chiunque voglia mettere alla prova le proprie doti cestistiche: non conta l’età, se si è o un giocatore di basket o un mero appassionato/a, se preferisci le “bombe” di Francesca Pan o quelle dello sloveno Luka Doncic, conta solo mettere la palla dentro il canestro tirando da dietro la linea da tre punti. Un torneo nel torneo con gare di qualificazione nei primi giorni della settimana, ottavi e quarti di finale il venerdì, semifinali e finale il sabato.

Non avrà una squadra nella massima serie del campionato italiano ma la palla a spicchi è una delle discipline più amate dagli isolani. E qui, ogni estate, si ripresenta il Torneo dei Sestieri, sempre più simbolo autentico di appartenenza e legame con il territorio. I protagonisti sono sul campo, sì, ma anche sugli spalti. A dispetto di zanzare voraci almeno quanto gli atleti sotto canestro, il pubblico risponde sempre numeroso, sfoggiando le proprie canotte: dalle classiche di MJ, Lebron James, Steph Curry, Nikola Jokic & vari, scoprendo anche qualche chicca come il viola Raptors di Vincenzo Esposito, primo italiano di sempre a segnare un punto nel campionato americano NBA, o il 4 arancione del compianto Drazen Petrovic, ai "primi tempi" del Sibenka.

I tornei all’aperto sono autentiche palestre per testare grinta e carattere. Per informazioni, chiedere a Mariella Santucci, stella della Reyer Venezia e della Nazionale italiana, più volte protagonista al Gardens, il celebre Torneo dei Giardini Margherita ‘Walter Bussolari’ di Bologna. Analogo discorso oltreoceano per un “certo” Allen Iverson, le cui mosse sopraffine iniziarono a prendere forma sui playground di Hampton (Virginia). E chissà che tra le atlete e gli atleti che scenderanno in campo al Torneo dei Sestieri del Lido di Venezia non ci sia anche qualche ragazza e qualche ragazzo che un giorno vedremo fare faville sui parquet di tutto il mondo.

“Dobbiamo stare insieme nello stesso posto. Dobbiamo avere a che fare l’uno con l’altro: è così che creiamo una connessione più profonda [...]. Condividere uno spazio fisico permette di costruire rapporti empatici e socialmente intelligenti, efficaci e in definitiva piacevoli” David Hollander, Come il basket può salvare il mondo.

Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Spettatori "a tema" al Torneo dei Sestieri © TdS
Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Il programma del Torneo dei Sestieri 2026 © TdS

giovedì 18 giugno 2026

Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo

IIC Zagabria - Scatti della mostra "Sarajevo: l'assedio più lungo" © Luca Ferrari
La vita in mezzo alla morte. È approdata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo, di Mario Boccia.

di Luca Ferrari

Gli edifici sventrati. I feriti in barella. Un macabro cartello con teschio indicante la presenza di mine. Una ragazza corre, cercando di evitare i colpi dei cecchini serbo-bosniaci. Un'anziana cammina rassegnata con una tanica per l'acqua insieme al suo cagnolino. Le postazioni cetniche sul monte Trebević. Un uomo e una donna mano nella mano; sull'edificio alle loro spalle, uno striscione con la scritta in stampatello PAZI SNAJPE - Attenzione Cecchino! E poi loro, i bambini. Ci sono quelli che ridono, incuranti di quale orrore si potrebbe scatenare da un momento all'altro, quelli che fanno i compiti alla ricerca di un po' di normalità e dei ragazzini che si riparano dai colpi mentre stanno cercando di tornare a casa vivi. Storie di vita nella Sarajevo occupata durante la guerra dei Balcani. Dopo l'inaugurazione a Belgrado (Serbia), la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo di Mario Boccia è sbarcata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria (5 maggio - 30 giugno 2026). Ingresso libero.

Zagabria è una metropoli moderna, contesa tra storia antica e turismo. Poche tracce di ciò che è accaduto nei primi anni '90. Il dicembre scorso a Belgrado, nelle sale del Muzej Devedesetih, è stata inaugurata la mostra L’assedio più lungo di Mario Boccia. Un racconto autentico. Le immagini sono state scattate a Sarajevo, tra il 1992 e il 1996. A dispetto della brutalità militare serbo-bosniaca, il fotografo ci mostra i volti della gente comune presi sul campo di battaglia, o meglio, il campo di uccisione, e cioè la strada. Tra le fotografie più emblematiche, bambine e bambini mentre giocano dopo un'abbondante nevicata. A loro andò bene, per altri fu la fine. Il 22 gennaio 1994 sei bambini tra gli 8 e i 12 anni furono uccisi da una granata di mortaio. Mario Boccia, esperto fotogiornalista freelance con alle spalle reportage realizzati in scenari di guerra e povertà in Europa, Africa, America Latina e Medio Oriente, ci riporta in una dimensione umana, senza ingrandire l'obiettivo sulla morte, ma avvicinandosi al quotidiano e alla paura che il prossimo passo possa essere l'ultimo.

Arrivo a Zagabria in una giornata feriale. La città è in fermento. Ci sono cantieri un po' ovunque. Il caldo umido inizia già a farsi sentire. Non è facile trovare parcheggio. A dispetto di Google Maps, ci metto un po' a trovare la via dove ha sede l'Istituto Italiano di Cultura (Ulica sv Preobraženska, 4). Le foto sono tutte esposte al piano terra. Nessuna presentazione eclatante, solo l'essenziale. Due pannelli in italiano e croato illustrano Le Guerre Jugoslave (1991-2001) e L'assedio di Sarajevo, così come tutte le didascalie sono bilingue. La locandina vede il titolo della mostra impresso sopra la città sotto attacco, poi iniziano le immagini. Boccia immortala una bambina che fa i compiti. Ha più strati di vestiti e indossa pesanti calzettoni. In città mancava tutto: elettricità e riscaldamento. Lei è lì, vicino alla finestra per avere la luce del sole. I vetri sono stati distrutti, sostituiti da fogli di plastica forniti dall'Ufficio Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Vedo i banchi vuoti nel mercato di Markale; è il dicembre del 1992. Poco tempo dopo, nel 1994 e nel 1995, furono sparati colpi di mortaio in due differenti momenti, uccidendo complessivamente più di 100 civili e ferendone oltre 200.

Guardo le foto più e più volte. Mario Boccia ha fotografato la vita oltre alla guerra. Forse proprio per questo gli scatti sono ancora più disturbanti: vedi la vita e sai che molta di essa non supererà quel tragico quadriennio. Mentre visito la mostra, vedo entrare una famiglia. Dopo qualche giro, il piccolino si siede al tavolo. Davanti a lui c'è il titolo della mostra. La parola SARAJEVO è scritta in stampatello e in rosso (sangue?, ndr). Migliaia di suoi coetanei furono uccisi nel corso del conflitto balcanico e durante l'assedio della capitale bosniaca; le stime ufficiali parlano di almeno 1.400 vittime e oltre 10.000 feriti. Guardo quel bambino e lo immagino tornare a scuola tranquillo, senza doversi preoccupare se dalla finestra qualcuno possa imbracciare un fucile per sparargli. Lui è lì, sereno che disegna. Vicino ci sono la sua mamma e il suo papà. Fuori dalla porta dell'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria non ci sono assassini pronti a ucciderli. Lui è lì, spensierato in vacanza. L'augurio è che né lui né i suoi cari possano mai vivere l'inferno che la popolazione di Sarajevo si trovò ad affrontare mentre il resto del mondo pensava ad altro.

Dopo Belgrado e Zagabria, la mostra fotografica L’assedio più lungo di Mario Boccia terminerà il suo tour balcanico proprio a Sarajevo.

Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo
foto di Mario Boccia © Luca Ferrari
Un giovanissimo in visita all'Istituto Italiano di Cultura (Zagabria). Davanti a lui,
la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari