giovedì 18 giugno 2026

Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo

IIC Zagabria - Scatti della mostra "Sarajevo: l'assedio più lungo" © Luca Ferrari
La vita in mezzo alla morte. È approdata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo, di Mario Boccia.

di Luca Ferrari

Gli edifici sventrati. I feriti in barella. Un macabro cartello con teschio indicante la presenza di mine. Una ragazza corre, cercando di evitare i colpi dei cecchini serbo-bosniaci. Un'anziana cammina rassegnata con una tanica per l'acqua insieme al suo cagnolino. Le postazioni cetniche sul monte Trebević. Un uomo e una donna mano nella mano; sull'edificio alle loro spalle, uno striscione con la scritta in stampatello PAZI SNAJPE - Attenzione Cecchino! E poi loro, i bambini. Ci sono quelli che ridono, incuranti di quale orrore si potrebbe scatenare da un momento all'altro, quelli che fanno i compiti alla ricerca di un po' di normalità e dei ragazzini che si riparano dai colpi mentre stanno cercando di tornare a casa vivi. Storie di vita nella Sarajevo occupata durante la guerra dei Balcani. Dopo l'inaugurazione a Belgrado (Serbia), la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo di Mario Boccia è sbarcata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria (5 maggio - 30 giugno 2026). Ingresso libero.

Zagabria è una metropoli moderna, contesa tra storia antica e turismo. Poche tracce di ciò che è accaduto nei primi anni '90. Il dicembre scorso a Belgrado, nelle sale del Muzej Devedesetih, è stata inaugurata la mostra L’assedio più lungo di Mario Boccia. Un racconto autentico. Le immagini sono state scattate a Sarajevo, tra il 1992 e il 1996. A dispetto della brutalità militare serbo-bosniaca, il fotografo ci mostra i volti della gente comune presi sul campo di battaglia, o meglio, il campo di uccisione, e cioè la strada. Tra le fotografie più emblematiche, bambine e bambini mentre giocano dopo un'abbondante nevicata. A loro andò bene, per altri fu la fine. Il 22 gennaio 1994 sei bambini tra gli 8 e i 12 anni furono uccisi da una granata di mortaio. Mario Boccia, esperto fotogiornalista freelance con alle spalle reportage realizzati in scenari di guerra e povertà in Europa, Africa, America Latina e Medio Oriente, ci riporta in una dimensione umana, senza ingrandire l'obiettivo sulla morte, ma avvicinandosi al quotidiano e alla paura che il prossimo passo possa essere l'ultimo.

Arrivo a Zagabria in una giornata feriale. La città è in fermento. Ci sono cantieri un po' ovunque. Il caldo umido inizia già a farsi sentire. Non è facile trovare parcheggio. A dispetto di Google Maps, ci metto un po' a trovare la via dove ha sede l'Istituto Italiano di Cultura (Ulica sv Preobraženska, 4). Le foto sono tutte esposte al piano terra. Nessuna presentazione eclatante, solo l'essenziale. Due pannelli in italiano e croato illustrano Le Guerre Jugoslave (1991-2001) e L'assedio di Sarajevo, così come tutte le didascalie sono bilingue. La locandina vede il titolo della mostra impresso sopra la città sotto attacco, poi iniziano le immagini. Boccia immortala una bambina che fa i compiti. Ha più strati di vestiti e indossa pesanti calzettoni. In città mancava tutto: elettricità e riscaldamento. Lei è lì, vicino alla finestra per avere la luce del sole. I vetri sono stati distrutti, sostituiti da fogli di plastica forniti dall'Ufficio Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Vedo i banchi vuoti nel mercato di Markale; è il dicembre del 1992. Poco tempo dopo, nel 1994 e nel 1995, furono sparati colpi di mortaio in due differenti momenti, uccidendo complessivamente più di 100 civili e ferendone oltre 200.

Guardo le foto più e più volte. Mario Boccia ha fotografato la vita oltre alla guerra. Forse proprio per questo gli scatti sono ancora più disturbanti: vedi la vita e sai che molta di essa non supererà quel tragico quadriennio. Mentre visito la mostra, vedo entrare una famiglia. Dopo qualche giro, il piccolino si siede al tavolo. Davanti a lui c'è il titolo della mostra. La parola SARAJEVO è scritta in stampatello e in rosso (sangue?, ndr). Migliaia di suoi coetanei furono uccisi nel corso del conflitto balcanico e durante l'assedio della capitale bosniaca; le stime ufficiali parlano di almeno 1.400 vittime e oltre 10.000 feriti. Guardo quel bambino e lo immagino tornare a scuola tranquillo, senza doversi preoccupare se dalla finestra qualcuno possa imbracciare un fucile per sparargli. Lui è lì, sereno che disegna. Vicino ci sono la sua mamma e il suo papà. Fuori dalla porta dell'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria non ci sono assassini pronti a ucciderli. Lui è lì, spensierato in vacanza. L'augurio è che né lui né i suoi cari possano mai vivere l'inferno che la popolazione di Sarajevo si trovò ad affrontare mentre il resto del mondo pensava ad altro.

Dopo Belgrado e Zagabria, la mostra fotografica L’assedio più lungo di Mario Boccia terminerà il suo tour balcanico proprio a Sarajevo.

Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo
foto di Mario Boccia © Luca Ferrari
Un giovanissimo in visita all'Istituto Italiano di Cultura (Zagabria). Davanti a lui,
la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari

domenica 7 giugno 2026

The Legacy of Dražen Petrović

La statua "Air Drazen" © Luca Ferrari

A Zagabria, davanti al palazzetto del Cibona, il Memorial Center racconta la storia e l'eredità cestistica di uno dei più grandi giocatori della storia: Dražen Petrović (1964-1993).

di Luca Ferrari

Un caparbio ragazzino di Šibenik ha riscritto le regole della pallacanestro. Drazen Petrovic è stato uno dei più grandi cestisti della storia. All'apice della sua carriera, quando aveva vinto tutto quello che poteva vincere in Europa e con la nazionale della Jugoslavia, fece il grande salto oltreoceano. Poco valorizzato dai Portland Blazers, nel 1991 si era accasato ai New Jersey Nets sotto la guida dell'esperto Chuck Daly. In neanche due anni fece capire a tutta l'NBA, all'epoca molto diffidente sulle qualità dei giocatori europei, il proprio valore. Poi la sua vita ebbe tragicamente fine. Di ritorno da una trasferta in terra polacca con la sua amata Croazia, morì sul colpo in un tragico incidente stradale intorno alle 17:20 del 7 giugno 1993 sull'Autobahn 9, a Denkendorf, in Germania, vicino a Ingolstadt, nello stato tedesco della Baviera. Il 7 giugno 2006 è stato inaugurato a Zagabria il Museo e Centro Commemorativo Dražen Petrović, proprio davanti all'arena del Cibona Zagreb, oggi chiamata Dražen Petrović Basketball Hall, squadra in cui militò dal 1984 al 1988, vincendo anche 2 Coppe dei Campioni consecutive. 

Croazia, terra di basketZagabria è una città che sa essere molto trafficata, anche se molto ordinata. Il mio viaggio verso il Museo Drazen Petrovic si rivela più ostico del previsto. Sebbene le tante informazioni raccolte concordino sulla presenza di un ampio parcheggio proprio davanti alla struttura museale, devo fare almeno 2-3 giri prima di capire dove si trovi: dall'altra parte della strada, il cui ingresso è quasi nascosto, dovendo attraversare una sorta di marciapiede. Il tempo di arrivare davanti all'arena ed ecco la statua a lui dedicata, chiamata Air Petrovic, realizzata da Danko Friščić, che lo immortalò nel suo caratteristico tiro in sospensione. Basta un attimo di quella scultura per rivedere nella memoria le azioni del Mozart dei canestri, così come venne ribattezzato dal giornalista della Gazzetta dello Sport, Enrico Campana. Drazen era letale in campo e non temeva nessuno (per informazioni chiedere al fratello Aleksandar, ndr). Fuori invece era una persona molto poco schiva. Sarà un caso, ma il museo sembra rispecchiare la sua natura più intima. Una struttura progettata e curata da Andrija Rusan e Ante Nikša Bilić.

Prima ancora di entrare, ecco i primi cimeli anche se non direttamente riguardanti l'indiscusso protagonista. Esposte per essere viste dall'esterno infatti, ci sono alcune magliette ufficiali firmate dai loro rispettivi proprietari: Michael Jordan (che grosso doveva essere! ndr), con cui Drazen ingaggiò più di un memorabile duello, il tedesco Dirk Nowitzki, campione NBA con i Dallas Mavericks nel 2011, Steph Curry (Golden State Warriors) e il "suo vicino di casa", lo sloveno Luka Doncic di Lubiana, oggi in forza ai Los Angeles Lakers. E a proposito di "canotte", ci sono ovviamente tutte quelle che Drazen ha indossato nel corso della sua carriera in ordine temporale, a cominciare da quella arancione del Sibenka (n. 4), quindi la blu della Jugoslavia (4), il Cibona Zagabria ovviamente (10), il Real Madrid (5), ancora il 4 con la neonata Croazia, il 44 con i Portland Blazers e la 3, l'ultima, con i New Jersey Nets, di cui ce ne sono due: una bianca e una blu. 

Alcune storiche divise di Dražen Petrović © Luca Ferrari

Prima di arrivare alle sue "armature", subito dinanzi alla porta d'ingresso, ecco una delle due coppe dei campioni vinte col Cibona, di cui è stato anche realizzato un murale sul palazzetto dove Drazen solleva il trofeo. A fianco, la scritta 1985 1986.

Il percorso museale inizia con delle grosse teche traboccanti di foto, medaglie e cimeli, suddivise per fasi della vita del cestista croato, a cominciare da quella dell'infanzia, dove si vede anche un ingrandimento di Drazen piccino e una in cui è più grandicello insieme alla sua mamma e al suo papà. Già nella teca successiva la mole aumenta, iniziando a comparire anche i trofei e un'immagine che tutti gli appassionati conoscono bene: Petrovic si fa passare la palla sotto le gambe in volo. Cibona, Real Madrid e infine la fase americana. Anche qui, celebre la foto di Drazen con le braccia alzate con la casacca dei Nets. Dalla parte opposta di quest'ultima c'è un'altra immagine emblematica, Drazen ostacolato dai "Bad Boys" Bill Laimbeer e Vinnie Johnson durante la finale NBA 1990. Eh sì, c'era anche lui, ma non godè mai di troppa considerazione da parte del coach Rick Adelman (1946-2026), e infatti la sua presenza nelle Finals si concentrò in neanche 30 minuti complessivi nelle prime quattro sfide, non giocando proprio gara 5, partita quest'ultima con la quale i Pistons centrarono lo storico Back to Back.

Prima di salire le scale ammirando le sopracitate casacche, c'è un'ultima teca. Drazen indossa orgoglioso la canotta della Croazia; all'altra estremità, un altro momento molto importante della sua vita, quando fu scelto per fare l'ultimo tedoforo, e quindi accendere il braciere, della XIV Universiade estiva di Zagabria del 1987 (i Giochi Mondiali Universitari) durante la cerimonia di apertura della competizione allo stadio Maksimir l'8 luglio: manco a dirlo, la Jugoslavia vinse la medaglia d'oro. Indiscussa stella del basket slavo e della città di Zagabria dove già allora brillava con i colori del Cibona, il fatto di essere stato scelto come portatore della fiaccola ebbe un forte valore simbolico, ricordato anche in occasione dei Giochi Universitari Europei del 2016. L'Universiade estiva di Zagabria del 1987 fu anche l'ultimo grande evento sportivo che venne ospitato dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia prima della dissoluzione nelle singole repubbliche di Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia.

Un museo è anche un'occasione per (ri)scoprire fatti non sempre così noti alla massa. A partire dal 1979 il noto quotidiano italiano La Gazzetta dello Sport istituì l'Euroscar European Player of the Year Award, assegnato al miglior cestista europeo dell'anno, indipendentemente dal fatto che giocasse in Europa o in NBA. Petrovic lo vinse 4 volte nel 1986, nel 1989 e nel biennio 1992-93, i cui trofei sono esposti davanti a un giovane Drazen sorridente.

I trofei della Gazzetta dello Sport assegnati a Dražen Petrović © Luca Ferrari

Foto e trofei, ma non solo. La Dražen Petrović Basketball Hall dedica ampio spazio anche alla sezione multimediale; ecco allora due postazioni per scoprire l'intera carriera di Drazen Petrovic con filmati dell'epoca. C'è di più. Nel sito internet (molto ben realizzato) si parla della possibilità di vedere un filmato di 10 minuti circa. Girando su e giù, non vedo stanzini a parte quand'ecco che uno dei responsabili si avvicina per chiedere se fossimo interessati, preparandoci subito le sedie al piano terra. Sbagliando, avvicino le suddette, venendo prontamente richiamato poiché il video viene proiettato sull'ampia parete del muro. Il filmato è in croato ma si capisce benissimo.

 Il filmato su Dražen Petrović © Luca Ferrari

Finito il tour cestistico-umano di Drazen Petrovic, si chiude in bellezza col negozio dei souvenir: adesivi, un magnete e il libretto commemorativo della storica finale olimpica della Croazia contro il Dream Team. L'ultima tappa è il libro delle firme, dove visitatori provenienti da ogni parte del mondo lasciano un ricordo del loro passaggio. La pallacanestro, come spesso ho raccontato su Viaggi del mondo - Mondo BASKET, ho iniziato a viverla intensamente insieme a mio figlio da quando è entrato nel mondo dei minibasket, eppure ho anche io i miei ricordi; tra questi c'è proprio Drazen Petrovic e le partite del Dream Team, per certi versi un momento spartiacque anche la mia vita. Sul libro delle firme, tra le ultime lasciate, c'è una scritta in italiano: Se la Jugoslavia non si fosse divisa, forse il Dream Team non avrebbe vinto le Olimpiadi. Un messaggio semplice e innocente. Sappiamo bene cosa accadde nei Balcani nei primi anni '90 ma chissà se le imprese di una squadra formata da giocatori di tutte le sei repubbliche, culminata con una medaglia olimpica (d'oro, perché no!), non avrebbero potuto alimentare il sogno di un'unità ormai compromessa nel modo più tragico. Non lo sapremo mai, ovviamente...

A spasso nel Memorial Center Dražen Petrović

Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, murales davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, la statua davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari

giovedì 28 maggio 2026

Dugi Otok, intima Croazia selvaggia

L'isola di Dugi Otok (Croazia© Luca Ferrari

Nella Croazia insulare, sull'isola di Dugi Otok, la natura domina incontrastata. Luoghi esotici e mare cristallino dove ogni angolo si trasforma in un bagno di cultura e vegetazione incontaminata.

di Luca Ferrari

Dalmazia settentrionale, Croazia. Il sole picchia forte ma l’afa italiana è solo un ricordo. Si salpa da Zara (da cui partono anche i battelli per Ancona). La coda è lunga ma il ferry boat ha un ventre ampio e si riesce a salire. A quel punto non resta che salire in cima e godersi l’immenso panorama acqueo, corredato da una fresca brezza marina. Rispetto al lungo viaggio per le isole Kornak (più di tre ore), il tragitto dura un’ora e mezza precisa. Arrivato a Brbinj, sono a Dugi Otok, l’antica Tilagus (isola de tre laghi), dove spiagge ciottolose si alternano a quelle sabbiose, quasi cristalline che rimandano a lontani panorami esotici. Attracco e via. Le macchine schizzano come saette alla ricerca di rilassanti angoli di mare.  

Ci sarebbero molte cose da vedere ma il tempo è sempre avaro. La prima meta del viaggio è la celebre spiaggia di Sakarun, sulla strada per Veli Rat, all’estremità dell’isola. Dalla parte opposta domina la scena il Parco Naturale di Telascica, autonomo dal 1988, con il suo caratteristico Lago salato (Jesero Mir), situato in cima a una scogliera. Presa una piccola strada sterrata e fatto qualche metro a piedi in mezzo alla boscaglia, vengo letteralmente avvolto da una luce abbagliante che mi spalanca le porte di una spiaggia tinta da un mare verde chiaro/ bluastro, sabbia bianca al centro e sassi ai lati della baia. Lì davanti, ormeggiati a debita distanza dai natanti, e separati da una barriera di boe, canotti, barche a motore e qualche yacht. 

Nonostante siano le ore più intense, basta mettersi all’ombra di uno dei tanti alberi e si può godere dell’estate senza rischiare di subire il caldo più intenso. Intingo i piedi nell'acqua. Provo come l’ebbrezza di sbriciolare soffici granuli che, come per magia, dopo ogni mio passo, subito, si ricompongono. Qualche ampia bracciata e nella mia strada subacquea c’è anche qualche ahia nel calpestare (senza le scarpine da mare) i pezzi ciottolosi.  Esco dall’acqua e mi rimetto al volante. Pochi minuti e sono a ridosso di Veli Rat, dove svetta maestoso il faro di oltre 40 metri, costruito dagli austriaci. Lì a fianco una piccola cappella e un paio di altalene per far divertire grandi e piccini. L’attore principale però è sempre lui, il mare.

Le lancette corrono e purtroppo l’ultimo battello per Zara (Zadar) è alle 18.45. Pur arrivando con quasi un’ora di anticipo, la coda è lunga. Non salgo. Dovrò restare lì la notte. Prima di reclinare il sedile e dire buona notte al cielo stellato, riprendo la strada maestra. Terminata una sosta panoramica con vista puntato sulle Isole Incoronate, mi dirigo a Savar. Il cielo comincia a tinteggiarsi di riflessi rossastri. Il paese è piccolo ma non meno incantevole. Alla sua estremità, su un isolotto collegato alla terraferma da una diga, ha trovato un’antichissima cappella pre-romanica del IX secolo, S. Pelegrina. Lì intorno, ancora la selvaggia bellezza croata e un piccolo cimitero.

L’acqua del mare è incredibile. Profondissima da un lato subito, ciottolosa e graduale dall’altra. Non c’è ormai più nessuno. Aspetto che quel superbo pittore del tramonto faccia il suo lavoro, poi mi confondo nell’oscurità. Passo la notte in macchina, in attesa del primo ferry del giorno. Non sono neanche le 6 del mattino e sono di nuovo a bordo insieme ai primi colori del mondo. Dietro di me, il paradiso selvaggio di Dugi Otok. Davanti a me, una nuova fetta d’orizzonte di Croazia da conquistare e da cui farmi ammaliare per sempre. Lascio Dugi Otok con un'avventura da tramandare. Un imprevisto si è trasformato in intima emozione una danza notturna nel silenzio più verde. 

L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
Le isole Kornat viste da Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
Il mare attorno l'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
Il mare attorno l'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari

mercoledì 20 maggio 2026

Sto con i bambini della Diedo di Venezia

La comunità della Diedo è in fermento. Dopo le proteste, la mostra fotografica. "Continueremo a lottare e a far crescere questa scuola per il futuro dei nostri figli".

di Luca Ferrari

Scuola, una parola semplice ma che per tutti noi significa molto di più: crescita, amicizia, futuro, comunità. E proprio per questo non possiamo restare in silenzio davanti all’idea che tutto questo possa scomparire. Non possiamo lasciare che una realtà costruita negli anni venga cancellata senza far sentire la nostra voce. Oggi siamo qui, uniti dal desiderio comune di difendere un luogo che appartiene ai nostri figli, alle famiglie, al quartiere, ai ricordi di intere generazioni. Questi giorni non saranno ricordati come quelli in cui abbiamo passivamente assistito alla chiusura della Scuola Elementare Diedo, ma come un tempo in cui genitori, insegnanti e bambini hanno deciso di reagire, lottando, perché questa non è solo una scuola. È un punto di riferimento. È vita quotidiana. È il posto in cui s'impara a studiare ma anche a diventare gli adulti del domani". La voce unanime della Diedo si è levata.

La Diedo è l'unica scuola a modulo di Cannaregio, una realtà cioè che prevede 2 o al massimo 3 giorni a tempo pieno. Una delle pochissime realtà di tutta l'area lagunare con questa struttura didattica. A pochi giorni dalla fine dell'anno scolastico, il destino del plesso è ancora incerto. Tutto può accadere. Le proprietarie dell’immobile, le Suore della Riparazione di Milano, rivogliono l'edificio per venderlo, e a tal proposito hanno già provveduto a notificare lo sfratto. Di diverso avviso il Comune di Venezia che starebbe valutando anche l’ipotesi dell’esproprio per pubblica utilità, lo strumento cioè con cui un ente pubblico può acquisire un immobile privato ritenuto di interesse collettivo (e riconoscendo un indennizzo ai proprietari, ndr). Al fianco delle famiglie è sceso pubblicamente anche il Patriarcato di Venezia, che ha giudicato la vendita incompatibile con il lascito testamentario ottocentesco.

E nel frattempo, come si stanno muovendo le famiglie degli alunni della Diedo? Da quando hanno cominciato a serpeggiare notizie poco rassicuranti sul destino della scuola, è iniziata una grossa mobilitazione, ricollegandosi idealmente alle proteste del 1989, quando anche allora la scuola rischiò di chiudere. Ultima azione in ordine temporale, la mostra fotografica - Sto con i bambini della Diedo di Venezia (18-19 maggio 2026) -, allestita nel Circolo virtuoso Ca' Rapace, uno spazio non casuale, nato proprio dall'impegno di quella cittadinanza attiva che non si rassegna a una "Venezia mordi-e-fuggi turistica". In poco tempo Ca' Rapace, adiacente l'ampio parco Groggia, è diventato un luogo fondamentale per le famiglie del sestiere di Cannaregio per organizzare feste di compleanno, attività di doposcuola e anche eventi pubblici, come appunto la suddetta mostra alla cui inaugurazione zione hanno partecipato numerosi cittadini, associazioni e anche esponenti politici.

L’esposizione racconta visivamente una scuola che è molto più di un edificio: è un luogo di crescita, identità e comunità. Il percorso prende avvio dal giorno dell’inaugurazione della Diedo a Palazzo Marovich, un momento carico di entusiasmo e aspettative, in cui tutto sembrava possibile e il futuro prendeva forma tra nuove aule, corridoi pieni di vita e un grande giardino, spazio aperto di incontro, gioco e scoperta. Le fotografie raccolte restituiscono frammenti della vita della scuola nel corso degli anni, segnati dal passaggio di generazioni di studenti, ciascuna con le proprie storie, sogni e trasformazioni. Tra sorrisi, attività quotidiane e momenti di vita scolastica - dentro le aule come all'aperto, tra alberi, stagioni e ricreazioni condivise - emerge il legame profondo tra le persone e questo luogo, che negli anni è diventato punto di riferimento per intere generazioni.

Tra le foto più recenti e significative, il gigantesco striscione fuori dall'edificio scolastico appeso (ormai) da mesi e un pannello realizzato sul momento dai piccoli inquilini della scuola Diedo, che con matite e pennarelli hanno voluto lanciare il proprio messaggio-appello perché nessuno gli porti via la loro amata scuola, scrivendo con la semplicità della loro infanzia. "Forza, la Diedo è dei bambini di Cannaregio. Non molliamo" hanno anche scritto.

La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"

A sostegno della scuola sono scesi anche numerosi personaggi della cultura e del mondo sportivo che hanno messo la loro fama e la loro faccia, a cominciare dal duo comico Carlo & Giorgio. Insieme a loro anche il cantante Sir Oliver Skardy, il giornalista Luca Serafini, gli attori Francesco Arca e Mattia Berto, l'ex-calciatore Fabio Galante, gli scrittori Alberto Toso Fei, Luigi Garlando, Alberto Fiorin, Carlo Montanaro, la storica Tiziana Plebani, il dj veneziano Spiller e la campionessa mondiale di karate Sara Cardin.

La scuola primaria Antonio Diedo si trova al n. 2385 di Fondamenta Grimani. Venendo dalla stazione/piazzale Roma, la strada più "romantica" per raggiungerla è camminare lungo Fondamenta della Misericordia, costeggiando l'omonimo canale. Superato il ponte dell'Aseo, la "via veneziana" si fa più larga. Dopo pochi metri, ecco un non ben definito edificio lasciare spazio a un'imponente muratura, come se fosse un piccolo castello. La cinta muraria prosegue fino a "girare a destra", arrivando in Fondamenta Grimani. Nessuno potrebbe immaginare che oltre quel muro si trovi una scuola e un immenso giardino. Lì dentro c'è la Diedo.

Venezia, fondamenta Grimani.. lì dietro c'è la scuola elementare Diedo!

Se vi troverete a passeggiare lì, nei paraggi, a ridosso dell'orario di ricreazione e/o di fine lezioni, provate a tendere l'orecchio: sentirete un inequivocabile e intenso vociare fanciullesco. Una vera pioggia di contagiosa allegria. Quanto sarebbe triste se passando non si udisse più nulla...

Il futuro della scuola elementare Diedo è incerto ma la speranza è ben lungi dal cedere il passo alla rassegnazione. E allora oggi, con una sola voce, la comunità della Diedo ha un messaggio forte e chiaro: "Non ce ne andremo in silenzio.
Non accetteremo tutto questo senza lottare.
Noi continueremo a difendere questa scuola, il suo valore e il futuro dei nostri figli."

La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
Ca' Rapace, l'inaugurazione della mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
Ca' Rapace, l'inaugurazione della mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"/ scorci della scuola Diedo (giardino e giochi)
Ca' Rapace, l'inaugurazione della mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"

mercoledì 6 maggio 2026

Monteriggioni, fascino di Toscana

Panoramica d Monteriggioni ph. WikiRomaWiki 
Viaggio in Toscana, a Monteriggioni (Si), dentro l’antico borgo fortificato senese che domina la via Franchigena e le valli dell'Elsa e dello Staggia.

di Luca Ferrari

Rumore di sandali sulla pietra. Il cielo confinato in uno spazio preciso. Toscana rurale fra le mura di un set cinematografico naturale. Sono dentro il borgo di Monteriggioni fra arte, giardini e orti. antico bastione difensivo. Dal monte Ala, nel senese, oltre ogni punto cardinale. Lì dentro, nel borgo di Monteriggioni, 

Vado a piano sulla Chiantigiana. Il verde sovrasta. Creo un po’ di coda. Tutte le autovetture mi superano senza problemi. Ho volutamente allungato il mio tragitto. Una sosta al mercato di Greve in Chianti, quindi a Panzano e infine giù, fino a Castellina, nel cuore della fertile campagna senese. Seguo le indicazioni un po' a casaccio fino a raggiungere il Castello di Monteriggioni. Avevo letto qualcosa. Non abbastanza per essere preparato a ciò che mi si staglia davanti. Una cinta muraria in cima al Monte Ala. Abbandono il veicolo e finalmente procedo.

La mezza salita è impegnativa. Sarà il sole che batte o l’emozione di entrare in un simile luogo. Molto turistico, sia chiaro (l’ampiezza del parcheggio lo dimostra), ma non per questo meno incantato. Entro nella città per una delle due porte e subito la piazza mi dà il benvenuto. Qualche goccia di sangue guerriero si risveglia dentro di me. Invece che dall’architettura della chiesa di Santa Maria Assunta, vengo attirato da un’armatura-souvenir.

Sembra di stare in un’isoletta dove tutti si conoscono e gli anziani passano le giornate con la porta sempre aperta, scrutandoti in un mix di curiosità e diffidenza. Qualcuno ti saluta. A pagamento si può fare il giro sulla cinta muraria.

Passeggio per le stradine di questo antico borgo fortificato fino a quando una di esse mi conduce fuori dalla cinta muraria. Guardo la valle dall’alto. È una strana sensazione di atmosfere passate. Nell’infinita guerra fra Fiorentini e Senesi, questi ultimi costruirono il Castello di Monteriggioni tra il 1214 e il 1219 per ordinanza del podestà Guelfo da Porcari, proprio per scopi difensivi. La posizione privilegiata infatti, consentiva di sorvegliare la via Francigena e le valli dell'Elsa e dello Staggia.

Visito altri luoghi, poi riprendo la strada che mi conduce all’uscita.

Rivedo stemmi, gonfaloni. Sbandieratori e trombe che annunciano l’arrivo di una personalità dopo un lungo viaggio. Il miagolio di un gatto in cerca di coccole mi riporta al presente. Esco dalle mura, inghiottito dalla campagna senese.

martedì 28 aprile 2026

LBF – Cuore e parquet d’Italia

Il tributo dei supporter della Reyer a Giorgia Sottana © Elio Castoria

È finito il campionato femminile di basket LBF 2025-26. Tra addii e grandi ritorni, è stata un'annata indimenticabile con una finale al cardiopalma... e il bello deve ancora venire!
 
di Luca Ferrari

L'addio al mondo del basket di Giorgia Sottana. Il ritorno nel campionato italiano di Cecilia Zandalasini e di Francesca Pasa. La prima storica qualificazione della Reyer Venezia alle Final Six di EuroLeague maturata al termine di un combattutissimo derby tutto veneto contro il Famila Schio. La fiaba delle Panthers Roseto, passate dalla serie B alla semifinale scudetto. Matilde Villa nuovamente in campo dopo il grave infortunio. La conferma ad altissimi livelli della Nazionale Italiana e a l'accesso al Mondiale 2026 di Berlino grazie a uno strepitoso torneo pre-mondiale. E a proposito di Azzurre e di sfide internazionali, la stagione 2025-26 si è aperta con "l'espatrio" in Spagna della capitana azzurra, Laura Spreafico, all'Avenida, e si è chiusa con la conferma di "Zanda" alle Golden State Valkyries e la chiamata di Costanza Verona con un training camp contract delle Dallas Wings. Il basket femminile italiano ha vissuto momenti grandiosi in questa stagione ma non è ancora terminata, anzi. Nel corso della prossima estate si svolgeranno gli Europei U16, R18 e U20, per poi chiudere in Germania con la Nazionale impegnata nell'atteso torneo iridato (4-13 settembre).

È calato il sipario sulla stagione 2025-26 del campionato LBF. Il Famila Schio ha centrato il triplete, vincendo la Supercoppa, la Coppa Italia e lo scudetto, il 14° della sua storia. A dispetto dei successi, non è stata una stagione facile. Il neo-coach Víctor Lapeña e gl'innesti delle fortissime Zandalasini e Shepard non hanno prodotto l'auspicato salto di qualità in campo internazionale. La squadra è così tornata sotto la guida del greco Georgios Dikaioulakos, già con Schio nel quadriennio 2021-25. Mastica amaro la Reyer Venezia. Ha avuto il match point per vincere il titolo al Taliercio. Veniva da tre vittorie consecutive contro le storiche rivali di Schio tra Eurolega e Campionato, due delle quali fuori casa. Le leonesse hanno disputato una gara 1 superlativa. Se in gara erano apparse più stanche e meno lucide sotto canestro, nell'ultima gara hanno tirato fuori tutto quello che avevano ma non è bastato.

Non poteva chiedere un finale migliore la leggenda del basket italiano, Giorgia Sottana. A 37 anni e dopo l'ennesimo scudetto della sua carriera, il 9°, ha detto basta. Prima della passerella finale a Schio, la campionessa è stata omaggiata dai supporter oro-granata Canestrei Reyer Fans con un toccante striscione nella gara 2 delle Finals, a Venezia.

Giorgia Sottana © Elio Castoria

La Reyer Venezia ha disputato una stagione incredibile. Si è confrontata con alcune delle compagini più forti, a cominciare proprio dalla vincitrice dell'EuroLeague 2025-26, il Fenerbache. Le manca ancora qualcosina per fare il definitivo salto di qualità e imporsi a livello europeo. L'ossatura della squadra italiana è formidabile: CubajSantucci, Pasa e la capitana Francesca Pan. Matilde Villa sta tornando ai suoi livelli ma ci vorrà ancora tempo. Un'altra stellina in rampa di lancio nel vivaio reyerino è Isabel Hassan. Dei nuovi arrivi in casa Reyer, la miglior giocatrice è stata la croata Ivana Dojkic. Resta inspiegabile il poco utilizzo di Martina Fassina. La classe '99 di Castelfranco Veneto è un'atleta di altissimo livello. Presenza fissa nella Nazionale di Andrea Capobianco, le sue triple nella semifinale europea contro il Belgio popolano ancora gl'incubi delle fortissime Cats. A dispetto del minutaggio concessole, è sempre pronta, richiamando alla memoria il leggendario Vinnie Johnson (Detroit Pistons) detto Microwave, proprio perché sapeva entrare subito in partita. Poco impegnata nelle prime due gare delle Finals scudetto, in gara 3 ha risposto (più che) presente, mettendo anche punti a referto.

Il campionato LBF 2025-26 si è concluso. Il bello della pallacanestro femminile italiana però, deve ancora venire. Due eventi in particolare attendono gli appassionati della palla a spicchi, a cominciare dagli Europei U20 (Lituania, 4-12 luglio). Nelle ultime due edizioni le Azzurrine si sono accomodate sul gradino più basso del podio. Quest'anno la squadra è ancora più forte e può vantare la presenza di Emma Giacchetti, Francesca Baldassarre, Olivia Ostoni, Emma D’Este, e altre forti cestiste. Chissà, forse potrebbe anche bissare il fin'ora unico successo del 2019, in Repubblica Ceca; una squadra quella dove militavano anche Costanza Verona, Martina Fassina e Sara Madera, tutte capisaldi dell'attuale Nazionale Italiana. A fine estate come detto, le Azzurre disputeranno i Mondiali: il 4 settembre faranno il loro esordio alla Max-Schmeling-Halle contro la Repubblica Ceca; il 6 e il 7 settembre se la vedranno rispettivamente contro le campionesse e le vice-campionesse del mondo in carica, Stati Uniti (Berlin Arena) e Cina.

Il basket femminile scoppia di salute eppure, a giudicare da ciò che è avvenuto negli ultimi anni sui fronti societari, parrebbe proprio il contrario. Sempre più squadre infatti, si stanno ritirando dalla serie A1: Virtus Bologna, Virtus Eirene Ragusa, OBG Roma, Faenza B. Project. Ultima in ordine temporale, la Dinamo Sassari. Le ragioni sono differenti ma è indubbio che le società guadagnino (molto) meno rispetto a quelle maschili, e questo alla lunga può portare ad alzare bandiera bianca dati costi per restare nella massima serie. Perché le squadre italiane crescano e inizino ad affermarsi anche in Europa, è fondamentale che il campionato sia sempre più competitivo o il rischio è che anche le giocatrici più forti prendano in considerazione l'idea di accasarsi altrove. Già molte giovani lo stanno facendo, tentate dalle sirene delle borse di studio NCAA, per vivere un'esperienza globale che va ben oltre il campo da gioco. Il basket femminile italiano sta entusiasmando. La qualità non è minimamente in discussione e nei prossimi anni potrebbe esserci quella tanto auspicata svolta di popolarità.

Viaggio a bordo campo nella stagione LBF 2025-26. Che si tratti di una partita europea infrasettimanale o di una sfida domenicale di campionato, si comincia sempre allo stesso modo, la meticolosa preparazione dello zainetto, qualche t-shirt a tema da indossare nel Palazzetto, una piccola agendina per gli appunti e la sensazione (certezza) di vivere un momento speciale, alle volte in famiglia, altre volte in compagnia di amici. Abitando a Venezia, le partite casalinghe della Reyer femminile sono diventate un appuntamento irrinunciabile anche se il nostro trasporto e sostegno va ben oltre il mero tifo, applaudendo generosamente tutte le protagoniste in campo. Nel caso specifico, le giocatrici della Reyer sono un modello di fair play, sempre pronte a dare il massimo e allo stesso tempo sorridenti a fine match, anche quando il punteggio non sia troppo favorevole. Non è un dettaglio da poco ed è una lezione che sono felice (anche) mio figlio stia assimilando nel modo più sano e coinvolgente. Tra gl'indiscussi emblemi di questo spirito, Mariella Santucci, un esempio di grinta, gentilezza e serietà sportiva.

La cestista italiana Mariella Santucci © Elio Castoria

Rewind. A due settimane dall'inizio del campionato 2025-26 faccio il mio ingresso "serale" al Palasport Taliercio di Mestre (Ve). È il 24 settembre 2025 e la Reyer Venezia affronta la Stella Rossa di Belgrado (KKZ Crvena Zvezda) nel turno preliminare di EuroLeague. Non posso ancora saperlo ma quella sarà la prima di una lunghissima serie di partite a cui assisterò, in particolare in compagnia del mio figlioletto, "scoiattolo" dell'Alvisiana Basket Venezia. A differenza della stragrande maggioranza dei suoi coetanei (e di quelli del sottoscritto), noi preferiamo vedere il basket femminiledal vivo e online grazie in particolare al sito Flima.tv e al canale YouTube della FIBA dove sono trasmesse in chiaro le partite di Eurolega ed EuroCup (vale anche per altri campionati come quello spagnolo). Per la cronaca, la Reyer alla fine ha vinto questa partita ma il risultato è l'ultima delle ragioni per cui veniamo. Nel basket femminile si gioca molto più di squadra. A prescindere dalle singole qualità, non ci sono prime donne. Niente atteggiamenti da superstar. Salvo qualche rarissima eccezione poi, l'atmosfera sugli spalti è molto serena. Ogni partita è un'occasione per studiare da vicino la pallacanestro femminile e appassionarsi sempre di più. 

Basket femminile, noi siamo con te!

Taliercio (Ve), un giovanissimo spettatore ammira la Reyer Venezia © Luca Ferrari
Reyer in campo contro Magnolia Basket © Luca Ferrari
Francesca Pasa (Reyer Venezia) e Cecilia Zandalasini (Famila Schio),
amiche-rivali prima della decisiva gara 3 delle Finals © Lega Basket Femminile
Costanza Verona e Cecilia Zandalasini sbarcano nel WNBA
Sara Madera ed Emma Giacchetti (Magnolia Basket) © Maurizio Silla
Laura Spreafico in casacca Avendia © Club Baloncesto Perfumerías Avenida

Azzurre in trionfo al torneo pre-Mondiale - (da sx) Francesca Pan,
Francesca Pasa, Laura Spreafico e Martina Fassina © Italbasket

Teotihuacan, le origini del mondo

Messico, Teotihuacan © Riccardo Zipoli

Viaggio in Messico nella città messicana di Teotihuacán, costruita nel 300 a.C.), il luogo, secondo la leggenda, in cui gli dei si riunirono per progettare la creazione dell'uomo.

di Luca Ferrari

È un cammino che ha un sapore particolare. Le colline. Il verde. Le costruzioni. Svezzato a suon di Repubbliche Marinare, Impero Romano e Rinascimento, il sito archeologico di Teotihuacan, in Messico, mi appare come una nuova storia d’amore con l’arte di cui posso dire di conoscere solamente qualche lembo di forme. 

Più di 80 chilometri quadrati di rovine. La città di Teotihuacan si trova nel comune di San Juan Teotihuac. Una città che ebbe un’influenza notevole sul resto dell’area centro-americana. Ad oggi, un’origine precisa non c’è. I popoli dei Totonac, Zapotec, Mixtec e Maya sembra che abbiano tutti avuto un ruolo cruciale nella sua evoluzione.

Era un impero che poteva contare svariate decine di migliaia di persone. La città venne costruita nel 300 a.C. ed era il luogo, secondo la leggenda, in cui gli dei si riunirono per progettare la creazione dell'uomo. Il Viale dei Morti è circondato da edifici di notevole valore storico: in particolare le piramidi (del Sole e della Luna) e la Cittadella, capace di ospitare fino a sessantamila persone, e al cui interno si trova il Tempio del Serpente Piumato.

Mentre passeggio, neanche fosse la sceneggiatura di un film ancora da girare, sopraggiunge alle mie spalle una colorata mongolfiera. Per scherzo faccio segno di autostop e dopo qualche istante vedo una corda calare dal cielo. Ma la pertica non è il mio forte. Vorrà dire che il giro del mondo lo farò un’altra volta.

Corro su in cima. Vado giù e risalgo. Non c’è una vera ragione. Giunto in cima alla Piramide della Luna prima, e poi a quella del Sole, sono pervaso da una precisa sensazione di sacralità. Seppur diano l’idea di antichi templi, col tempo si capì che erano altari cerimoniali.

Monumenti. Geometria. C’è ancora molto mistero attorno a questo polo dell’antichità, il miglior esempio dell’arte pre-colombiana. Apoteosi e crollo. Dov’è l’inizio e la fine di questa civiltà? Oggi c’è il deserto, un tempo la zona era fertile. Fine delle risorse naturali o l’arrivo di altri popoli? Forse un destino analogo a quello di Rima. Chissà.

Trovo un albero distante quanto basta per custodire un segreto. Mi sembra di vederci un po’ di quello del film “Le ali della libertà”. Qui non ho nulla da lasciare. Allora scavo un buco per terra e confido qualcosa la terra, coprendo velocemente in modo che non scappi via. Saluto il Messico. Arrivederci mondo.