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venerdì 27 febbraio 2026

L'assedio di Sarajevo è finito...

Sarajevo (Bosnia Erzegovina), funerale di civili - Ph. Mikhail Evstafiev

Ci avevate chiesto di non lasciarvi morire ma ci siamo girati tutti dall'altra parte e ovviamente vi hanno ammazzati. Il 29 febbraio 1996 intanto, finiva l'assedio di Sarajevo...

di Luca Ferrari

Sarajevo, la nostra "sorella" Sarajevo è sotto attacco. È stata assediata per più di tre anni. Sotto gli spari dei cecchini serbo-bosniaci, la gente comune è stata ammazzata. Uomini, donne, bambini. Gente uccisa lungo le strade. Il sangue rossastro finito nei tombini. Ambulanze improvvisate. Sarajevo ha provato a difendersi. Sarajevo ha provato a urlare il suo dolore. Sarajevo ha provato a dire al mondo che non sarebbe stata divisa. Prima che la guerra di Balcani imboccasse la strada del non ritorno, un cordone di pace attraversò i luoghi simbolo delle quattro principali comunità religiose: la moschea di Gazi Husrev-beg (Islam bosgnacco), la Vecchia Chiesa Ortodossa (Sveti Arhanđeli Mihailo i Gavrilo), la Cattedrale del Sacro Cuore, sede dell'arcidiocesi di Vrhbosna e la sinagoga ebraica. L'appello di Sarajevo rimase inascoltato. L'appello di Sarajevo venne soffocato nella pozza del suo sangue per più di tre anni e mezzo. L'assedio di Sarajevo è il più lungo di una capitale della storia bellica moderna del XX secolo. Cosa è rimasto di quel mondo? Una data, la ricorrenza di una tragedia. Poi un giorno, il 29 febbraio 1996 gli spari s'interruppero...

Il 14 dicembre 1995 a Parigi vennero siglati gli accordi di Dayton, firmati dagli allora presidenti della Bosnia Erzegovina, Alija Izetbegović, della Croazia, Franjo Tuđman e della Serbia, Slobodan Milošević. Il documento fu ratificato alla presenza dell'inquilino della Casa Bianca, Bill Clinton, e di altri 50 leader mondiali, sancendo così l’inizio della fine del conflitto nell'ex-repubblica jugoslava durato tre anni e mezzo. Una catastrofe umanitaria che lasciò un'eredità di 100mila morti e 2 milioni di profughi. L'inizio, sì, perché a Sarajevo, e non solo, la scia di morte continuò implacabile. Ci sarebbero voluti ancora due mesi e più perché la polvere da sparo smettesse definitivamente di echeggiare tra gli edifici sventrati della capitale bosniaca. Una città, Sarajevo, che durante l'assedio divenne meta turistica di squallidi mercenari, italiani inclusi, che pagavano per uccidere i civili assediati. Un fatto su cui sta attualmente indagando la procura di Milano grazie (anche) al contributo del documentario Sarajevo Safari, 2025, del regista sloveno Miran Zupanič, disponibile in streaming sulla piattaforma OpenDDB.

Ciao Sarajevo, ti immagino come un'amica di penna che non ho mai potuto incontrare di persona. Ci sono tante che vorrei sapere di te. Fino a oggi ne ho solo lette, molte delle quali superficiali e senza anima. Ciao Sarajevo, trent'anni or sono finalmente qualcuno poteva scrivere nei libri di storia che l'assedio era finito l'assedio. Adesso i burocrati e la comunità internazionale si potevano rilassare e congratularsi l'un l'altro. Tu invece, come ti sei sentita? Come stai oggi? Quanti ci hai messo a "ricominciare" a prendere confidenza con la quotidianità? A cosa pensavi nel rivedere i tuoi impianti sciistici delle Olimpiadi invernali (1984), utilizzate dagli aguzzini per addestrarsi a uccidere? Ciao amica Sarajevo, la tua gente chiese all'Europa di non lasciarvi morire e a nessuno è importato, tanto voi eravate quelli là, gli zingari, gli slavi, i comunisti di Tito, ecc. A trent'anni dalla fine dell'assedio di Sarajevo sei ancora il paese più ignorato d'Europa.

Sarajevo, l'assedio è finito. In questi trent'anni un muro di silenzio ha circondato il cuore dei Balcani. Giusto qualche news bosniaca per rievocare il neo-ponte di Mostar e poco altro. Per il resto, una morsa politico-burocratica ha indebolito sempre di più una Nazione allo stremo e abbandonata a se stessa. A differenza di Slovenia e Croazia che fecero il loro ingresso nell'Unione Europea, rispettivamente nel 2004 e nel 2013, "quella lì" è rimasta alla periferia del vecchio continente, sfiancata da un recente e dolorosissimo passato, per di più alle prese con sferzanti venti secessionisti della Repubblica Srpska, una delle due entità amministrative in cui è stata divisa la Bosnia Erzegovina in virtù degli accordi di pace (...), il tutto con un appoggio dell'ingombrante vicino serbo. Una divisione, per assurdo, non così lontana dall'idea di un certo Radovan Karadžić, criminale di guerra condannato all'ergastolo per crimini contro l'umanità. Ma tutto questo non ha importanza.

Nei libri di storia si legge che il 29 febbraio 1996 finiva l'assedio di Sarajevo. Rallegramenti! Potete studiarlo. Tutto quello che è successo nei trent'anni successivi non conta. Oggi, 27 febbraio 2026, la Bosnia-Erzegovina e Sarajevo sono ancora sotto assedio... Un assedio fatto di indifferenza e silenzio.

Passengers Miss Sarajevo

Sarajevo sotto assedio (1992-1996)

martedì 26 marzo 2024

Croazia ergo basket

Campo da basket a Seline (Croazia© Luca Ferrari
A canestro dall'isola di Ugljan fino a Cres, passando per la Riviera Paklenica e il lungomare delle stelle di Opatja. Viaggio in Croazia tra mare e (tanti) campi da basket

di Luca Ferrari

Mare (spesso) cristallino, fondali profondi e spiagge variegate tra costa rocciosa e distese sabbiose. La Croazia marina è un autentica perla di Madre Natura. A dispetto del recente passaggio dalla kuna all'euro, è ancora una meta economica e più vantaggiosa rispetto al Bel paese. Ma non è solo la voglia di mare, di natura selvaggia e dei servizi gratuiti che si trovano davanti all'acqua, a spronare a varcare gli ex-confini slavi. A dispetto di una viscerale passione per il calcio come per tanti altri Paesi europei, in Croazia così come in gran parte delle Repubbliche slave, Slovenia e Serbia su tutte, a dettare legge è la pallacanestro. Ovunque ci sono campetti, molti dei quali proprio davanti al mare. Una vera manna per gli appassionati di questa disciplina a cui suggerisco, nel momento di fare le valigie per la Repubblica balcanica, di portarsi dietro anche un pallone da basket. Trovare di che allenarsi non sarà per nulla un problema, anzi. E sarà anche l'occasione per giocare in compagnia in qualche rilassante match internazionale.  

Quasi come se fosse un presagio ciò che mi aspetta, nel mio viaggio verso all'isola di Ugljan, faccio una breve tappa in Istria, giusto per un tuffo in acqua e uno spuntino. Parcheggiata la macchina a Opatija, senza saperlo mi ritrovo a passeggiare sul lungomare delle stelle croate, dedicato ad alcuni dei più celebri personaggi sportivi. Tra i presenti, due monumenti della pallacanestro: Kremisir Cosic (1948-1995) e Drazen Petrovic, quest'ultimo capace di tenere testa al leggendario Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona '92, e in forza ai New Jersey Nets nel campionato NBA statunitense, prima del tragico incidente che gli costò la vita in Baviera nel 1993. Raggiunta la mia meta insulare, dopo una bucolica passeggiatina tra alberi, fragole/more selvatiche da cogliere e fiori, faccio una prima tappa nel centro abitato di Kukljica. Il tempo di prendere confidenza con il piccolo Studena Market e il pekarna per fare acquisti per la successiva colazione, ed ecco che a ridosso della chiesetta parrocchiale di San Paolo (XVII sec.), un piccolo campo da basket.

Giorno dopo giorno, Ugljan si rivela davvero una piacevolissima scoperta. Spiagge di ogni tipologia e natura selvaggia. Guidando la statale 110, girando verso Dobropoljana, mi appare un gigantesco murale dedicato al già citato Cosic. Una presenza non esattamente casuale. Originario di Zagabria, legò la prima parte della sua carriera al K.K. Zadar (Zara), squadra dell'omonima città, situata proprio davanti all'isola di Ugljan. Con i colori bianco-blu, vinse la YUBA Liga (il campionato di pallacanestro jugoslavo) cinque volte, tre dei quali juniores. Prima di chiudere la carriera a casa, con la Cibona Zagabria, vincendo un campionato, tre coppe di Jugoslavia e la Coppa delle Coppe, il gigante croato (2,09 m.) disputò anche due campionati italiani con la casacca della Virtus Bologna, conquistando in entrambe le annate il campionato nazionale.

Fermatomi a Tkon per una pausa mangereccia a un pekarna locale, trovo delle succulente pite agli spinaci e formaggio, appena sfornate. Senza neanche uno sforzo, il tempo di fare due passi ed ecco un immenso campo da pallacanestro. Complice forse l'orario mattutino da spiaggia e/o lavorativo, non c'è nessuno. Una tentazione davvero irresistibile che si merita il giusto riconoscimento sul campo. E dopo innumerevoli nuotate, non c'è nulla come una buona lettura per concludere una giornata al mare. Trovo il mio piccolo angolo di paradiso in una baia riparata, a Mrljane, con fichi tutt'intorno da cogliere per una merenda open air. Pochissimi turisti, tutti al contrario concentrati dalla parte opposta dove sono presenti bar davanti al mare e l'ennesimo campo da basket. Questa volta però, la pallacanestro non la vivo col sudore, ma tra le placide pagine di uno dei più bei volumi letti fino a ora, L'uomo che raccontava il basket, del giornalista Sergio Tavcar.

Un volume che racconta la Jugoslavia in parallelo all'evoluzione della Nazionale di basket, arrivando alla epica conquista di Europei, Mondiali e Olimpiadi, per poi assistere al disfacimento e alla nascita delle singole Nazioni. Pagina dopo pagina, è difficile non immaginare/fantasticare su cosa sarebbe potuta essere oggi la squadra con tutti questi formidabili giocatori sotto la stessa bandiera: Jokic (serbo, Denver Nuggets), Bogdanovic (croato, New York Knicks), Vucevic (Montenegro, Chicago Bulls), Doncic (sloveno, Dallas Mavericks), giusto per citarne alcuni. Abbandono l'isola di Ugljan con non poca nostalgia, non solo per i luoghi ma anche per la piacevolissima compagnia incontrata. Prima di prendere il traghetto e tornare in terraferma, trovo il tempo di fare un bagno in mezzo alla natura più fresca e incontaminata dalle parti di Jadransko, regalando un omaggio a una delle più mitiche squadre di tutti i tempi: i Detroit Piston all'epoca dei Bad Boys (di cui vi siggerisco vedere l'omonimo documentario disponibile su Disney+).

Premesso che una volta indentificata la mia destinazione, non mi perdo mai in troppe annotazioni pre-partenza, al contrario lasciando il piacere della scoperta direttamente in situ, sulla strada che mi porta sulla riviera di Paklenjca, passo anche per Rovanjska, meta del mio primo viaggio in terra croata. Il tempo di mettere giù le valigie in un appartamento a Seline e attraversare la strada (letteralmente), sono già davanti al mare. Costeggiando il Kamp Jaz e superato l'acquapark Starigrad Paklenica, ho solo l'imbarazzo della scelta di dove piazzarmi. Nell'ampia area di Beach Seline, oltre a tanti attrezzi esercizi ginnici, c'è un ampio campo da basket proprio davanti al mare. E come tirarsi indietro? Raramente l'ho visto libero, divertendomi anche ad assistere ad accese partite con generazioni miste a sfidarsi con non poca destrezza sotto canestro.

I giorni scorrono lungo la costa nella contea di Zara, ma prima di tornare a "calciolandia" (consentitemi questa steccata all'Italia, ndr), mi attende un'ultima meravigliosa esperienza croata, sull'isola di Cres (Cherso), la più grande realtà insulare dell'Adriatico. Mare stupendo, poco affollata e una perla arroccata, il borgo di Lubenjce, che tutti dovrebbero visitare almeno una volta nella vita. Alloggiato nel centro abitato di Cherso, non faccio neanche tempo ad arrivare davanti all'acqua ed ecco sulla destra, l'ennesimo campo da pallacanestro. Così, prima di iniziare una giornata (e finirla), ci scappano sempre due tiri. Passano gli ultimi giorni così, tra gite in barca a vela in un mare degno dei Caraibi, facendo tappe nell'appartata Raka Beach e successivamente un'interessantissima visita al Beli Visitor Centre and Rescue Centre for Griffon Vultures, dove si curano la specie autoctona dei grifoni. Arrivata l'ora del saluto, guardo il tramonto sul mare di Cres. Vedo un bambino spensierato lanciare la palla a canestro. What a wonderful world...

Campo da basket nel centro abitato di Chersoisola di Cres (Croazia) © Luca Ferrari
Lungomare di Opatija (Croazia© Luca Ferrari
Isola di Ugljan (Croazia), centro di Kukljica - campo da basket © Luca Ferrari
Isola di Ugljan (Croazia), il mare cristallino della spiaggia Plaza Luka © Luca Ferrari
Isola di Ugljan (Croazia), si gioca a basket nelle acque di Plaza Luka © Luca Ferrari
Croazia, isola di Ugljan - murales in memoria di Kresimir Cosic © Luca Ferrari
Croazia, isola di Ugljan - murales in memoria di Kresimir Cosic © Luca Ferrari
Isola di Ugljan (Croazia), Tkon - campo da basket © Luca Ferrari
Isola di Ugljan (Croazia), relax sulla baia di Mrljane © Luca Ferrari
Jadransko (Croazia) © Luca Ferrari
Appassionati di basket a Jadransko (Croazia) © Luca Ferrari
Riviera di Paklenjca (Croazia) - campo da basket a Beach Seline © Luca Ferrari
Il mare sull'isola di Cres (Croazia) © Luca Ferrari
Veleggiando sulle acque di Cres (Croazia) © Luca Ferrari
Panoramica sull'isola di Cres (Croazia) © Luca Ferrari
Tramonto sull'isola di Cres (Croazia) © Luca Ferrari

venerdì 9 febbraio 2024

Kranjska Gora, dolce Slovenia alpina

Kranjska Gora, il lago Jasna © Luca Ferrari

Il cuore alpino della Slovenia più autentica è a Kranjska Gora. Neve, natura e tanta dolcezza. E pensare che tutto iniziò con un rocambolesco incontro con la polizia slovena...

di Luca Ferrari

Kranjska Gora, una meta che immaginavo come la classica cittadina di montagna votata al turismo di massa. Kranjska Gora, un nome sentito più e più volte e per certi versi ritenuto, a torto, quasi irraggiungibile. Tutto l'esatto contrario! Da qualche anno i miei spostamenti invernali gravitano attorno a Kranjska Gora (Alta Carniola), in Slovenia, tappa fissa della Coppa del Mondo di sci alpino maschile e femminile. Un piccolo centro abitato a ridosso di incredibili piste adatte a tutte le età e livelli. Poco distante, il placido insediamento di Podkoren e la vicina Mojstrana, dove se le temperature lo consentono, si può visitare l'incredibile "Regno di Ghiaccio", e dotata anch'essa di comprensorio sciistico. Quando penso al natale e alla neve, i miei pensieri e ricordi più dolci scivolano subito verso la Slovenia, a Kranjska Gora (806 m s.l.m.), nell'alta valle della Sava, alla quasi estremità nord-occidentale della Repubblica slava, a ridosso del Parco Nazionale del Tricorno (Triglav).

L'autostrada (finalmente) abbandonata al Tarvisio. I pochi tornanti superati. Il rettilineo "aperto" prima del confine italo-sloveno ed eccoci, manca davvero poco. Giusto il tempo di superare Rateče, passare davanti al trampolino di Planica, nell'omonima vallata, salutare il placido caseggiato di Podkoren (dove si possono trovare sistemazioni davvero incantevoli) ed eccoci a Kranjska Gora, rinomata meta sciistica che ha conservato tutta la sua naturale dolcezza, senza snaturarsi per il turismo, anzi obbligando il turismo ad adattarsi ai propri ritmi. Una meta che ho scoperto di recente, per curiosità. Assiduo frequentatore delle terme di Bled e i suoi placidi dintorni, su tutti il lago montano di Bohinj e il Dino Park per bambini a Lesce, un inverno decisi di abbandonare la classica via del ritorno per Lubiana (imperdibili i suoi mercatini natalizi, ndr) e farmi un giretto nella celebre Kranjska Gora, poco distante e raggiungibile sia in autostrada, sia sulla statale. Indimenticabile la prima volta che la visitai, quando ebbi un epico contatto con la polizia slovena lungo il cammino.

Solitamente poco avvezzo a guidare in autostrada, per un malaugurato intoppo fui io ad entrarci all'altezza di Lesce. Complice il battistrada un po' ghiacciato e l'ora non così calda (10 del mattino circa), tenevo la macchina attorno ai 70-80 km/h. Affiancato da una pattuglia per intimarmi di accelerare, questa è poi dovuta ricorrere "a un piccolo inseguimento" visto che oltre a non aver fatto ciò che mi dicevano, ho dedotto che i lampeggianti non fossero per il sottoscritto. Fermato e fatto registrare un valore di tasso alcolemico pari a 0.00 (alla faccia dei luoghi comuni sui veneti, ndr), ho spiegato con la massima e ingenua trasparenza il perché di quell'andatura, con l'ufficiale sempre molto gentile e paziente. Infine, dopo il suggerimento di lasciar guidare mia moglie in autostrada come io stesso avevo detto che solitamente facciamo, una volta rientrato verso la macchina, per la tensione mi sono tirato lo sportello sul naso e giù sangue, con le forze dell'ordine a sincerarsi che stessi bene. Le comiche! 

Quale che sia il periodo, a Kranjska Gora la domenica e nei festivi i supermercati sono chiusi, incluso il buonissimo panificio nella via principale. Riposarsi è un diritto di tutti. Turisti e locali dunque, devono organizzarsi come si faceva una volta anche in Italia. A disposizione, un supermercato della catena Mercator centrale e un altro poco distante. A pochi minuti di macchina, ma raggiungibile anche a piedi, c'è l'imponente lago Jasna (Jezero Jasna), formato da due laghi artificiali collegati tra loro alla confluenza dei torrenti Velika e Mala Pišnica. Se in estate è una rinomata meta pescosa, d'inverno richiama placide passeggiate, sorseggiando una cioccolata calda proprio davanti alle sponde lacustri e godendosi l'antico percolare di un piccolo mulino. Le montagne (Alpi Giulie) sono un'autentica meraviglia, riflettendosi sulle acque. Uno stambecco in bronzo guarda fiero il panorama. Opera dello scultore Stojan Batič, fu realizzato tra il 1986 e il 1988, collocato su di una roccia naturale.

Dalla parte opposta rispetto al lago Jasna, tra Podkoren e Ratece, non può mancare una visita alla Riserva Naturale di Zelenci, diventata area protetta dal 1992. Situata sul bordo settentrionale del Parco nazionale del Triglav, è circondata dai boschi del monte Vitranc e da quelli della catena montuosa delle Caravanche. Si può raggiungere il lago dopo una breve passeggiata a piedi, anche d'inverno. Occhio però, che non vi salti in mente di andarci in scarpe da ginnastica o simili. Il sentiero nasconde ghiaccio e la neve può essere molto soffice. Come potete notare direttamente nella gallery, a dispetto del panorama tutt'intorno, le acque del lago non sono gelate, e questo grazie a una temperatura costante attorno ai 6° (per dire, il lago Jasna nel medesimo periodo è tutto ghiacciato). Le acque del lago sono di colore verde, in sloveno: zelena. Da qui il nome Zelenci.

Per gli amanti del relax termale poi, a Kranjska Gora è possibile beneficiare di piscine nelle strutture di alcuni hotel, anche senza esserne clienti. Anche la cucina vuole la sua parte. Sul sito di promozione turistica di Kranjska gora c'è un'ampia sezione dedicata alla Gastronomia, a sua volta suddivisa per tipologia. Prediligendo la cucina tradizionale, vi consiglio di provare il ristorante Pri Martinu, al centro del paese. Non fatevi ingannare dall'esterno. I coperti sono tantissimi (ma veramente tanti). La cucina è ottima e i prezzi più che onesti. Proprio alla luce dell'ampia disponibilità, non è necessaria la prenotazione e ve lo dice uno che ci ha pranzato il giorno di natale! Qui, dopo le specialità locali, ho potuto chiudere tuffandomi nella sconfinata bontà del dolce tipico della Slovenia, la kremna rezina. A Mojstrana invece, merita una visita il Gostilna Psnak, più appartato. 

Al di là dell'indubbia bellezza naturale, urbana e culinaria, la gente viene a Kranjska Gora soprattutto per sciare. Un sistema di 18 piste, di cui 6 seggiovie e 13 ski-lift. Per i bambini alle prime armi, ampie possibilità anche di noleggiare slittini e utilizzare porzioni di piste (non esposte agli sciatori). Personalmente ho trovato ideale dedicarmi a questa pratica poco lontano da Podkoren. A fianco della pista da sci-slittino c'è un ampio parcheggio da cui si può comodamente raggiungere il centro abitato principale, camminando. Kranjska Gora è uno di quei luoghi che ho scoperto quasi per caso. Durante un natale un po' particolare, ha accolto mia moglie, nostro figlio e il sottoscritto, regalandoci dolcezza e relax. Oggi, quando vediamo i nomi di Kranjska Gora e Podkoren su di un cartello stradale, ci sentiamo a casa. Sereni, in discesa sparata verso i ricordi più dolci e pronti per un nuovo domani nel cammino più "familiarmente" nostro.

L'ingresso in Slovenia vicino a Ratece, a poca distanza da Kranjska Gora © Luca Ferrari
Kranjska Gora by night © Luca Ferrari
Kranjska Gora by night © Luca Ferrari
Kranjska Gora by night - i mercatini di Natale © Luca Ferrari
Kranjska Gora by night - i mercatini di Natale © Luca Ferrari
Kranjska Gora, pista da sci/slittino © Luca Ferrari
Kranjska Gora, comprensorio sciistico © Luca Ferrari
Kranjska Gora, comprensorio sciistico © Luca Ferrari
Kranjska Gora, comprensorio sciistico © Luca Ferrari
Kranjska Gora, una deliziosa porzione di kremna rezina © Luca Ferrari
Kranjska Gora, riserva naturale di Zelenci © Luca Ferrari
Kranjska Gora, i colori lacustri nella riserva naturale di Zelenci © Luca Ferrari
Kranjska Gora, l'ingresso a ridosso del lago Jasna © Luca Ferrari
Kranjska Gora, lago Jasna © Luca Ferrari
Kranjska Gora, lago Jasna © Luca Ferrari
Kranjska Gora, lago Jasna © Luca Ferrari
Kranjska Gora, lago Jasna © Luca Ferrari
Le luci serali a Podkoren© Luca Ferrari

giovedì 31 agosto 2023

Cres, il fiabesco borgo di Lubenice

L'antico borgo di Lubenice © Luca Ferrari

Alla scoperta dell'incredibile borgo di Lubenice, sull'isola di Cres (Croazia). Passeggiando tra pecore e folletti verso la spiaggia di San Giovanni.

di Luca Ferrari 

Piccolo borgo appollaiato (378 m s.l.m.) a poche centinaia di metri sull'isola di Cres, nel golfo del Quarnero, Lubenice, è una delle tante perle insulari della Croazia. Pochi caseggiati, un museo, un ristorante e una panoramica mozzafiato sul mare cristallino. Ancora prima di partire per lo stato balcanico, il suo nome mi stava già inseguendo. Un'amica era stata categorica: se vai a Cres, devi visitare Lubenice. Com'è sempre un po' tipico della mia impostazione dei viaggi, non vado alla ricerca di troppe informazioni delle mete prescelte, lasciando l'eventuale stupore e il senso di scoperta una volta in loco. Così, dopo una mezza giornata trascorsa nel relax della vicina Beach Raca, a Valun, dove il noleggio orario dei pedalò è di gran lunga più economico (8€), inizio a muovermi verso Lubenice.

A metà strada, quasi in una radura a Mali Podol, il percorso si apre. Ci sono un paio di caseggiati e un cartello che invita i viandanti a gustare un casereccio gelato di fichi (sladoled od smokve), un sorbetto più che il classico dolce ghiacciato con pallina o simili. 

La titolare è una gentilissima signora austriaca, scrittrice, che ci presenta anche l'opzione di una soffice torta alla menta, quest'ultima talmente leggiadra nell'impasto da deliziare anche una persona come il sottoscritto che non la può soffrire. Per chi volesse, ci sono anche liquori locali. Sembra quasi di essere in una fiaba. Davanti alla casa c'è proprio un albero di fichi e una madonnina. A pochi metri, una piccola fontana dove veniamo invitati a bere e fare scorte di acqua, poiché sull'isola di Cres è potabile e buona ovunque. 

Riprendo la strada e la carreggiata inizia a stringersi. Sebbene ci siano sempre spazi a destra o a sinistra per passare da entrambi i sensi, bisogna comunque fare attenzione. Un perentorio cartello inoltre, avvisa che sarà possibile trovare pecore lungo il cammino. Così è! Poco prima di trovare l'insegna arancione che mi indica l'arrivo a Lubenice, due pecore brucano l'erba nel bosco tutt'attorno. Presto scoprirò che questi animali sono gl'indiscussi protagonisti dell'isola. Intanto però, è finalmente arrivato il momento di lasciare la macchina. Inizia la meraviglia. Prima ancora di entrare nel borgo, il panorama sale subito in cattedra. La vista è incredibile: cielo, vegetazione e giù, la spiaggia di San Giovanni, raggiungibile solo ed esclusivamente a piedi in 45 minuti circa. Se l'andata è ovviamente in discesa, il ritorno in salita potrebbe non essere molto facile per chi avesse bambini piccoli.

Affacciata sulla baia tra Punta Miracine e Punta Brkljac all'inizio della penisola di Pernat, Lubenice ti accoglie con la piazzetta quadrata e la Chiesa di Santa Domenica, costruita nel 1400, mentre più avanti si trova la cappella gotica di Sant’Antonio l’Eremita. Si possono ancora ammirare i resti delle mura di cinta, antico insediamento romano, così come l'impronta di un architettura medievale. Il borgo è davvero piccolo. Alcuni edifici sono abbandonati, altri sono affittabili con tanto di insegna e numero di telefono scritto. C'è un unico e rinomato ristorante, il Konoba Hibernicia, dove una delle indiscusse specialità è l'agnello cotto a campana per il quale però, bisogna prenotare il giorno prima.

Prima di soddisfare il palato, è la cultura a reclamare spazio e tempo con il Museo dell'Ovinicoltura (muzej ovcartsva), fondato dal Gruppo Insulare Rurale nel 2008, quando venne allestita la mostra "L'Ovinicoltura tradizionale", per documentare e presentare le numerose attività da svolgere per avere successo nell'allevamento delle pecore, indiscusse protagonista dell'intera isola di Cres. Come per molte altre piccole realtà, lo spopolamento ha duramente colpito questo villaggio. Ecco dunque l'impegno del Gruppo per far conoscere le tradizioni locali e la storia ai tanti turisti che sempre più vengono a scoprire la Croazia insulare, e non solo d'estate.

Il museo è un edificio che potrebbe ricordare un po' le case di montagna del Bellunese. L'allestimento dell'esposizione è realizzato come un cammino che dura tutto l'anno, ma attenzione, non seguendo le nostre classiche quattro stagioni, bensì attraverso le attività stagionali inserite (armoniosamente) fra le peculiarità biologiche e climatologiche del loro micro-ambiente. Il visitatore potrà così scoprire le attività della primavera/inizio estate: agnellatura e mungitura, preparazione del formaggio, costruzione del meh, la tradizionale zampogna, e la tosatura. E prima di entrare, appoggiata su un antico pozzo, c'è proprio un esempio di codesta attività: un po' di lana da accarezza, immaginando qualche soffice indumento con cui scaldarsi durante i mesi più freddi.
 
Si prosegue con l'estate inoltrata/inizio autunno: lavaggio e scardassatura della lana, quindi tardo autunno/inverno per ulteriori mansioni: filatura della lana, lavoro a maglia, preparazione del gudic (prosciutto pecorino) e dell'olito, un dolce locale. A chiudere il tour del museo, una proiezione di un documentario suddiviso in tre parti tra conciatura della pelle pecorina, tosatura e preparazione del formaggio. La mostra, realizzata da Marijana Dlacicm, vede l'impostazione artistica a cura di Branko Lencic mentre la realizzazione dell'allestimento è di Mario Slosar.

Finito il tour, c'è anche un piccolo store. Oltra a qualche chicca di lana con una signora impegnata nel realizzare indumenti, vengo attratto da libri, in particolare dalla fiaba Il segreto dei Masmalici (Tanja Masmalica), realizzato dalla pedagogista sociale Mirjana Mauhar, illustrato dalla pittrice Koraljca Placek e tradotto in italiano da Sanja Versic. Il volume infatti prevede entrambe le lingue, e racconta la storia dello gnomo Masmalico dei boschi, attraverso il cui progetto l'Associazione Ruta di Cres vuole educare ecologicamente giovani e bambini in particolare, al rispetto della natura e tramandando le tradizioni della parte settentrionale dell'isola di Cres, l'altopiano della Tramuntana. Pur non essendo grandissimo, il volume è fatto con estrema cura e si merita tutto il prezzo (15€). Così agendo, si contribuirà a preservare la cultura locale. Il segnalibro attaccato inoltre, è il folletto stesso.

Continuo a camminare, su e giù, godendomi il panorama da ogni possibile angolazione. A furia di scattare fotografie, lo smartphone si scarica del tutto. Sembra quasi un segno. Nel tempo che trascorro ancora a Lubenice mi affido unicamente ai sensi. Ogni tanto sento qualche belato lontano, ogni tanto qualche idioma un po' troppo colorito ma nel complesso, si respira pace e serenità. Forse dovrei sedermi qua e aspettare il calar delle luci fino all'ultimo frammento diurno. Così faccio. E quando sono pronto per far ritorno al centro abitato di Cres, ho come l'impressione di vedere qualcosa. No, non una stella cadente. Una piccola creaturina che si muove fugace tra la folta vegetazione circostante. Sarà mica il folletto masmalico che è venuto a salutarmi? Immaginazione o meno, lo prendo come un segno del destino... e una promessa. Va bene Lubenice, un giorno tornerò a trovarti. 

On the road verso Lubenice © Luca Ferrari
Incontri ovini lungo la strada verso Lubenice © Luca Ferrari
L'anrrivo a Lubenice © Luca Ferrari
L'antico borgo di Lubenice © Luca Ferrari
L'antico borgo di Lubenice © Luca Ferrari
Lubenice - Il museo dell'Ovinicoltura © Luca Ferrari
Lubenice - Il museo dell'Ovinicoltura © Luca Ferrari
Lubenice - Il museo dell'Ovinicoltura © Luca Ferrari
Lubenice - Il museo dell'Ovinicoltura © Luca Ferrari
Lubenice © Luca Ferrari
Lubenice © Luca Ferrari
Il panorama mozzafiato da Lubenice © Luca Ferrari
Il panorama mozzafiato da Lubenice © Luca Ferrari