sabato 11 aprile 2026

Venezia ricorda l'assedio di Sarajevo

Storia, dolore e memoria. A trent'anni dal suo epilogo, domenica 19 aprile 2026 l'associazione veneziana Zero Quattro Uno APS ricorda l'assedio di Sarajevo, in Bosnia.

di Luca Ferrari

Sono passati 30 anni. Sono già passati 30 anni ed è davvero tragicamente incredibile ciò che è accaduto laggiù, in Bosnia ed Erzegovina. Allora, nel cuore dei Balcani, la città di Sarajevo venne cinta d'assedio dalle forze serbo-bosniache agli ordini (folli) del presidente della Repubblica Srpska, Radovan Karadžić. Letali cecchini colpivano a morte senza pietà e nel modo più subdolo i civili: donne, uomini e bambini. In questi ultimi mesi poi, è emersa una realtà ancor più tragica: la gente pagava per uccidere i cittadini di Sarajevo. Tra questi "assassini in gita", anche numerosi italiani. Sono passati trent'anni dalla fine dell'assedio di Sarajevo e ancora molte domande affollano vorticose nella mente. La più banale: come si è potuti arrivare a una simile pagina di storia senza che nessuno facesse nulla prima del tracollo più efferato, Nazioni Unite incluse? Cosa provò a fare la società civile per cercare di aiutare i suoi fratelli bosniaci? Se ne parlerà in modo approfondito domenica 19 aprile a Venezia nell'incontro pubblico organizzato dall'associazione Zero Quattro Uno APS, "Bosnia: 30 anni dall'assedio di Sarajevo".

Teatro dell'evento, la Scuola dei Laneri (Salizada San Pantalon, 131/A), a cinque minuti da Piazzale Roma. A partire dalle ore 15:00 si alterneranno vari ospiti, a cominciare dall'ex-deputato Gianfranco Bettin, promotore del gemellaggio della città di Venezia con Sarajevo, realizzato proprio mentre la città bosniaca era dilaniata dall'aggressione serba. Seguiranno l'associazione Buongiorno Bosnia, l'associazione Lungo la rotta balcanica, il giornalista RAI Tgr EstOvest, Andrea Oskari Rossini, la giornalista e scrittrice Azra Nuhefendić. A proposito degli incresciosi fatti già menzionati nel primo paragrafo, sarà presente Ezio Gavazzeni che presenterà il suo libro "I cecchini del weekend" (2026, PaperFIRST edizioni). A chiudere la giornata, la proiezione del lungometraggio No Man’s Land (2001, di Danis Tanović), vincitore del Golden Globe e del Premio Oscar come Miglior film straniero 2002, e la musica balcanica della band Ajde Zora.

L’assedio di Sarajevo fu uno dei più lunghi della storia moderna, durato ufficialmente dal 5 aprile 1992 al 29 aprile 1996. In questo periodo la popolazione civile fu sottoposta a costanti bombardamenti e al fuoco assassino dei cecchini delle forze serbo-bosniache agli ordini dei comandanti Stanislav Galić prima e di Dragomir Milošević, entrambi poi condannati per crimini contro l'umanità dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia. In quattro anni di assedio morirono complessivamente 10.000 persone, molte delle quali bambini. Uno degli episodi più gravi dell'assedio di Sarajevo avvenne il 5 febbraio 1994 quando un colpo di mortaio sparato al mercato di Markale uccise 68 persone, ferendone oltre 140. Un analogo vigliacco attacco si ripeterà nello stesso luogo il 28 agosto 1995 causando altre decine di vittime. Nella memoria collettiva, uno dei luoghi che più evocano terrore durante l'assedio di Sarajevo è il Monte Igman. Da simbolo di gioia sportiva e teatro delle gare di sci e bob alle Olimpiadi di Sarajevo nel 1984 a postazione strategica per ammazzare la popolazione inerme.

Ogni guerra lascia il suo strascico di retorica istituzionale-paternalistica in stile "abbiamo imparato, mai più, ecc." In questo momento l'asse americano-sionista ha bombardato/ sta bombardando senza pietà Iran e Libano, non si sa bene in nome di quale spirito democratico. Pochi giorni or sono, il presidente Donald Trump ha pronunciato atroci parole di terrore: "questa notte cancellerò un'intera civiltà". Al momento non è stata ancora presa alcuna decisione senza ritorno ma la situazione in Medio Oriente non è sicuramente delle migliori. Chi può, non agisce, esattamente come accadeva in Bosnia nei primi anni Novanta. Ci sono voluti gli epiloghi più tragici perché le Nazioni Unite intervenissero e portassero i politici a sedersi a un tavolo per mettere fine alle ostilità, firmando i discutibili accordi di Dayton (1996). Allora come oggi, chi potrebbe fare davvero la differenza, non agisce se non per il proprio tornaconto politico-economico. Chi potrebbe mettersi in mezzo alla morte più dissennata, non fa nulla.

Ai tempi della Guerra dei Balcani (1991-1996) la comunità internazionale preferì voltarsi dall'altra parte, auspicando che il conflitto si attenuasse spontaneamente”. Al contrario la società civile provò a creare autentici ponti umanitari, a costo anche della propria vita. Poi arrivarono l'assedio di Sarajevo, gli stupri etnici, i campi di concentramento e il genocidio di Srebrenica, così qualcuno si rese conto che fosse necessario agire e in fretta. Qualcosa di simile è già accaduto in Palestina, sta continuando in Libano e l'Iran è sotto costante minaccia di ulteriori attacchi. La storia si ripete perché gli interessi sono più importanti della vita umana. Finché non capiremo e non accetteremo che all'orrore di una guerra non si può rispondere con slogan e insignificanti marcette, non sapremo mai difenderci davvero, i malvagi sopravvivranno e gli innocenti moriranno. Finché non impareremo a rispondere alle logiche di morte, nuove Sarajevo assediate continueranno a essere violentate dalla storia della disumanità.

L'Italo-Americano - articolo di Luca Ferrari sul gemellaggio tra Venezia e Sarajevo

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