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| C'era una volta l'NBA di Sergio Tavčar - Lebron James © Tim Shelby |
"Il basket è diventato un tiro a segno da circo che dobbiamo continuare a sorbirci giorno dopo giorno" Sergio Tavčar, da C'era una volta l'NBA (2026, Bottega Errante Edizioni).
di Luca Ferrari
Il basket americano è profondamente e inesorabilmente cambiato. Il suo apice è coinciso con l'inizio della fine. Dalla supremazia "estatica" del Dream Team ai one-man show del terzo millennio e l'esasperazione del tiro da 3 punti. La tanto idolatrata NBA è ormai diventata uno spettacolo da highlights dove la tecnica e la conoscenza del gioco sono le ultime delle lezioni che vengono insegnate (...), e ciò che più desolatamente conta è solo fare una miriade di punti nel modo più spettacolare possibile. Il guru dei giornalisti di pallacanestro, Sergio Tavčar, ha pubblicato il volume C'era una volta l'NBA (Bottega Errante Edizioni, febbraio 2026). Una narrazione tanto spietata quanto veritiera del basket d’oltreoceano, ancora mitizzato nel mondo ma sempre più ridotto a un'accecante entità d'intrattenimento con il vero gioco di squadra — l’anima più autentica della pallacanestro — sacrificato sull’altare dei tanti ed esagitati yeah!
"La vittoria non è importante, è tutto", ripete laggiù all'unisono. Umirati u lepoti, riporta Tavčar dal cuore dei Balcani. Dice così un proverbio serbo che specifica che sia meglio morire nella gloria che non vincere giocando male. Da un lato, l'ossessione del successo costi quel che costi; dall'altro, la passione per un gioco dove è più importante mostrare la propria forza e regalare qualcosa di unico, a se stessi e al pubblico. Se in principio il mondo europeo idolatrava il basket USA, con l'avvento delle prime partite trasmesse sui nostri canali, l'occhio del vecchio continente ha iniziato a farsi sempre più critico.
A trasformare un gioco interessante in una passione mondiale, il leggendario Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona 1992 che incantò il pianeta, mettendo insieme una super squadra con il meglio del meglio del meglio. Da allora nessun Team America è mai stato più capace di raggiungere una simile supremazia, Redeem Team incluso (Olimpiadi Pechino, 2004) con Kobe Bryant in versione Black Mamba, capace sì, di riprendersi l'oro olimpico dopo il 4° posto ad Atene, ma vincendo di appena 11 sulla Spagna di Paul Gasol, nonostante in squadra ci fosse gente del calibro di Wade, Bosh, Lebron, Anthony e altri personaggi come Jason Kidd e Chris Paul.
Il Dream Team ha portato il basket ovunque (Dirk Nowitzki conferma) ma da quel momento qualcosa è cambiato: nel gioco e nella testa. A farlo emergere, più che un'analisi critica, l'esperienza di due autentiche leggende dei Boston Celtics, come ci ha riportato lo stesso Tavčar. Diventato general manager dei Minnesota Timberwolves, Kevin McHale fu pressato dalla dirigenza per prendere "corridori di parquet" senza indagare sulle effettive qualità cestistiche (sia mai che le dovessero usare, ndr).
Ancor più emblematico è il caso di Larry Bird, di cui viene spiegato il motivo dell’addio alla panchina degli Indiana Pacers e del suo ritiro a vita privata. Durante una trasferta il 3 volte campione NBA raccontò ai suoi giocatori di quando aveva rinunciato al record assoluto di una quadrupla doppia, scegliendo di non disputare volontariamente l’ultimo quarto per preservarsi in vista dell’imminente sfida contro gli storici rivali dei Los Angeles Lakers. Per le nuove leve del basket a stelle e strisce era inconcepibile aver anteposto l’interesse della squadra alla gloria personale. "Lì ho compreso che allenare in un ambiente che non capiva cosa fosse una squadra non faceva per me, e ho preferito rinunciare".
Come può un gioco di squadra diventare un monologo di una superstar? Sergio Tavcar non ha dubbi. Tra i giocatori che hanno trasformato la pallacanestro in una passerella per superman & gregari, alcuni sono stati molto più decisivi di altri. Su tutti, il gigante Shaquile O' Neal, il piccoletto Allen Iverson e per finire il "prescelto" poi King, Lebron James. Il perché si spiega facilmente. Non solo i primi diedero il colpo di grazia alla fondamentale palestra dei college, passando direttamente dalle high school al basket professionistico, ma il gioco praticamente si concentrava esclusivamente su di loro.
Lebron James fu ancora più emblematico. Il caso mediatico che ha dato via alla moda del "cambio squadra per vincere", passando dai Cleveland Cavaliers ai Miami Heat dove ad attenderlo c'erano già i campioni Chris Bosh e Dwyane Wade. Non solo King James non riuscì dove al contrario Michael Jordan ebbe successo, trascinando e cambiando una squadretta in una corazzata capace alla fine anche di piegare gli acerrimi e fortissimi rivali Detroit Pistons e vincere 6 titoli, ma nelle vittorie non fu mai così determinante come al contrario altre stelle lo furono, a cominciare dai vari Bird, Magic, MJ e in tempi più recenti, anche Steph Curry.
In C'era una volta l'NBA Sergio Tavčar identifica due momenti cruciali nell'involuzione del basket americano, primo dei quali il college, la cui assenza nella vita degli atleti non solo ha modificato il gioco ma anche la sua percezione stessa. Non a caso, nel corso del volume, sottolinea più volte come la pallacanestro sia un gioco soprattutto per persone intelligenza e l'intelligenza è qualcosa che va coltivata, non gettata alle ortiche per i primi facili assegni. Il college, oltre a dare un'istruzione e offrire un piano B nel caso l'NBA non si trasformasse nell'El Dorado auspicata, porta molta più disciplina e insegna a comprendere davvero il gioco della pallacanestro grazie in primis ai tanti coach preparati.
A parte rarissimi casi (Kobe Bryant, Kevin Garnett), in quanti a 18-19 anni sono davvero in grado di affrontare fama e denaro senza rischiare di essere risucchiati nel vortice della popolarità? Passare dai banchi delle scuole superiori ai riflettori ipnotici della NBA, per di più condividendo il parquet con professionisti che lotteranno con le unghie pur di non farsi togliere il posto in squadra dal novellino di turno, non è esattamente una passeggiata.
Altro snodo cruciale del libro, i draft. Secondo l'autore è quando si devono scegliere i nuovi giocatori che emerge tutta l'impreparazione al riguardo o forse, la direzione distorta che ormai le società prediligono. Anno dopo anno, Sergio Tavčar esamina le prime scelte delle varie franchigie. Salvo rarissime eccezioni (l'ultimo grande giocatore a essere preso con la prima scelta assoluta fu Tim Duncan nel 1997), il resto sono giocatori scomparsi nel nulla, sempre e comunque americani, trascurando il resto del mondo. Gli USA continuano a sentirsi i migliori del mondo del basket ma siamo proprio sicuri che sia così? Alle Olimpiadi 2024 di Parigi sono stati costretti a mandare i massimi rinforzi dopo la figuraccia dei Mondiali 2023, vincendo la medaglia d'oro in extremis grazie alle triple di Curry, la precisione di Kevin Durant, e piegando a (parecchia) fatica sia la Serbia in semifinale sia i padroni di casa in finale.
Un dato su cui riflettere. Gli Stati Uniti possono attingere a un bacino di oltre 330 milioni di persone, la Serbia di neanche 7 e la Francia non arriva a 70. Se nazioni così piccole riescono a quasi battere gli indiscussi campioni nel mondo, sono davvero così insuperabili? Ha ancora senso parlare di campioni del mondo quando una squadra vince il titolo NBA, come a ragione faceva notare il velocista americano Noah Lyles. Sarà interessante vedere cosa succederà ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 quando i vari Doncic (Slovenia), Shai Gilgeous-Alexander (Canada) e Victor Wembanyama (Francia) saranno gli indiscussi trascinatori delle rispettive nazionali, senza dimenticarsi della Serbia di Jokic e Bogdanovic, o la Germania campione del mondo dei vari Schröder e i fratelli Wagner, mentre le nuove leve USAm sebbene forti (Edwards, Tatum, Mitchell), non sembrano proprio all'altezza dei grandi "vecchi".
Sergio Tavčar è un'istituzione. Triestino classe 1950, il suo nome è legato alle prime "epiche" telecronache trasmesse su TV Koper-Capodistria (Telecapodistria) e più tardi insieme al collega Dan Peterson, la coppia per eccellenza della pallacanestro. Profondo conoscitore della disciplina, tra i volumi editi, sempre per Bottega Errante, ha dato alle stampe anche L'uomo che raccontava il basket (2020), incentrato sui paesi dell'ex-Jugoslavia, terra verace di pallacanestro e creatrice di un'educazione cestistica senza eguali. Nel raccontare l'NBA in questo suo ultimo libro, appare tutto il suo amore disilluso per il basket americano. Un sentimento nato e cresciuto fin dai primi contatti con i militari USA in Friuli, "a quei tempi ancora anni luce avanti al nostro e stella polare da seguire devotamente", e poi via via arrivando a vedere i primi filmati, quando il senso di squadra era ancora il cuore pulsante della disciplina.
Pagina dopo pagina, Tavčar ti sprona a ragionare e guardare l'NBA con occhio sempre più obiettivo. Tra i più recenti fenomeni mediatici, lo sloveno di Lubiana, Luka Doncic. Un fuoriclasse senza dubbio, ma a ben guardarlo, si capisce come sia lui e solo lui l'epicentro della squadra. Dopo essere stato inspiegabilmente venduto dai Mavericks ai Lakers, nel giro di pochi mesi Dallas è passata da essere una finalista NBA e contendente al titolo per l'annata successivo a non impensierire minimamente le forti avversarie della Western Conference; analogo discorso anche per gli Indiana Pacers, passati nel giro di un anno da essere finalisti nel 2025 a collezionare appena 19 misere vittorie nella Regular Season 2025-26, finendo così la stagione al penultimo posto, e questo a causa dell'assenza per infortunio del loro miglior giocatore, Tyrese Halliburton.
Quando si guardano gli highlights delle partite NBA si vede sempre di più il giocatore principale, tralasciando strategia e quant'altro di tecnico e di squadra ci possa essere. Anche con partite in bilico, gli ultimi secondo vengono tagliati se non c'è la giocata esplosiva a chiudere la sfida. Sergio Tavčar ha ragione, questa non è pallacanestro. Non esiste difesa. Se vedi una squadra che ha la palla, sai già che farà canestro. Il basket non è un assolo di coriandoli, è lo sport di squadra per eccellenza. Un'opera armonica di movimenti, incastri e decisioni. Un dialogo corale di pensieri e azioni. Il basket è una forma che si reinventa ogni giorno, in ogni istante cinque o tre persone scendono in campo insieme. Un patto condiviso tra l'anima e il canestro.



































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