lunedì 6 luglio 2026

Canada – IL NOSTRO VIAGGIO

Canada, one love © Luca Ferrari

Dieci anni fa, una semplice vacanza in Canada divenne il nostro viaggio. Fu allora che trovai la mia casa più autentica, tra paesaggi sconfinati ed emozioni indimenticabili.

di Luca Ferrari

Il Canada era sempre stato nei miei sogni ma nulla di più. Quello era il suo posto e lì sarebbe rimasto per molto tempo ancora, forse addirittura per tutta la mia vita se qualcosa non fosse amorevolmente cambiato in una delle tante sliding doors. Forse lo dovevo a me stesso. Forse era destino. Forse era (è) la volta buona. Ogni tanto pensavo a quella nazione ma qualcosa mi bloccava. Un giorno però, un po' per caso, ci arrivai. Una fugace apparizione di una notte a Vancouver partendo dalla vicina e amichevole Seattle ma nulla di più. Troppo poco per poter capire davvero il Canada. Troppo poco per poter dire davvero: sono stato in Canada! Poi la decisione, il 25 giugno 2016 sono partito per il Canada. Un viaggio vero. Un viaggio lungo. Un viaggio inaspettato. Un reportage intenso. In tutta onestà però, posso dire che mi ero curato davvero poco della meta. A parte la prima notte a Montreal, il resto lo avremmo vissuto on the road, prenotando di volta in volta. Non sapevo dove sarei andato. Non avevo idea di cosa avrei vissuto. Non avevo idea di come e perché un’innocua, anche se desiderata, vacanza oltreoceano sarebbe potuta diventare IL NOSTRO VIAGGIO.

Quel primo vero Canada fu il viaggio dell’inimmaginabile. Quello fu il Canada del - ciao, ci siamo sposati -. Quello fu il viaggio che mi regalò una patria e quando otto anni dopo ci tornammo insieme a nostro figlio, arrivando nuovamente fino all’isola del Principe Edoardo, sentii una potenza e un’energia mai provate prima. Camminando sull'erba dell'Argyle Shore Provincial Park davanti all'oceano, ho sentito il cuore battere fortissimo prima ancora che le onde mi penetrassero dentro, nuotando tra la terra argillosa e il saliscendi delle maree. 10 anni fa iniziava tutto questo e me lo ricordo bene. Me lo ricordo con un’intensità che non ha eguali. Basta una nota, una foto o anche la bandiera stessa del Canada per sentire il richiamo più autentico del cuore. Tutto quello che pensavo sul viaggio successivo è andato anche oltre. Ogni giorno immagino il prossimo futuro. Nell’estate 2028 ho in mente un nuovo inizio, volando fino in Nuova Scozia con tappa ad Halifax. Un bel giro senza fretta lungo la Cape Breton Island, per poi vivere in maniera totale l’isola del Principe Edoardo, spingendoci fino alla provincia del Terranova e Labrador alla ricerca delle balene e... qualcosa di più.

L’attesa si sa, è uno dei motori dell’amore. Oggi è un giorno molto speciale e per viverlo a dovere ho voluto qualcosa di quel posto. Qualcosa da toccare e anche da assaggiare. Qualcosa con cui rivedere in un istante tutto quello che ho vissuto, dallo sbarco nella città di Montreal e la prima esplorazione lungo le strade infinite percorse, passando per la fiabesca Parrsboro e arrivando fino a uno dei punti più scenografici, il faro di Peggy’s Cove, e così addentrandomi sempre di più in questo sconfinato territorio, baia di Fundy e relativo (incredibile) parco inclusi. E poi ancora, le incredibili colazioni a base di pancake giganti, quindi l’apoteosi sulla Prince Edward Island, fino a quel momento un corpo estraneo nella mia vita (e nella mia geografia, ndr), scoprendola in tutta la sua naturale bellezza. La casa di Lucy Maud Montgomery, autrice dei libri Anne of Green Gables (Anna dai capelli rossi) di cui, oltre al celebre anime italiano, di recente è anche uscita su Netflix la serie tv Anne with an E con protagonista la giovane Amybeth McNulty, e ambientata proprio sulla PEI.

Al momento di pubblicare questo articolo non mi trovo in Canada, ma in Croazia. Curiosamente i nomi di queste due nazioni iniziano entrambe con la C e finiscono con la A. Ancor più particolare è il fatto che 10 anni or sono mi trovassi su un’isola collegata da un ponte, esattamente come ora. All’epoca ero sulla Prince Edward Island, collegata alla provincia del New Brunswick grazie al Confederation Bridge, il ponte più lungo del Canada, lungo quasi 13 km. Oggi mi trovo sull’isola di Krk, collegata alla Contea litoraneo-montana Primorsko-goranska županija per mezzo dell’omonimo ponte Krčki most, lungo appena 1,5 km e poco distante da Rjeka. Oggi mi metterò al volante e sarò on the road esattamente come allora. Forse non farò tutte quelle miglia. In macchina avrò quegli stessi biscotti allo sciroppo d’acero a forma dell’omonima foglia che mi hanno accompagnato in quegli epici viaggi canadesi. Oggi, quando mi metterò alla guida e sarò sul ponte di Krk, immaginerò di entrare in un wormhole interstellare e così ritrovarmi subito dopo sulle coste canadesi dell’isola del Principe Edoardo. Sarebbe un sogno. Sarebbe meraviglioso. Ma se così non fosse, è solo questione di tempo prima che mi rimetta in viaggio verso il mio amato Canada.

In viaggio in Canada © Luca Ferrari
 Confederation Bridge (PEI, Canada) © Luca Ferrari
 Confederation Bridge (PEI, Canada) © Luca Ferrari
Canada, attraversando il fiume Ashuapmushuan (Quebec) © Luca Ferrari
Perque (Quebec, Canada) Luca Ferrari
Faro di Panmure Island (PEI, Canada) © Luca Ferrari
On the road lungo la Prince Edward Island (Canada) © Luca Ferrari
Argyle Shore Provincial Park (PEI, Canada) © Luca Ferrari
Due innamorati in terra canadese © Luca Ferrari
Un succulento lobster roll gustato in Canada © Luca Ferrari
Le luci tardo pomeridiane sull'isola del Principe Edoardo (Canada) © Luca Ferrari

giovedì 2 luglio 2026

Venezia – Sestieri a canestro

La fiabesca cornice del Torneo dei Sestieri al Lido di Venezia © TdS

6 sestieri, 1 sola grande passione: la pallacanestro. Al Pattinodromo delle Quattro Fontane del Lido, si svolge la XX edizione del Torneo dei Sestieri di Venezia (5-11 luglio 2026).

di Luca Ferrari

6 sestieri, 1 solo vincitore. Il torneo di pallacanestro più famoso della città di Venezia è pronto a infiammare l’estate. Da domenica 5 luglio a sabato 11 luglio 2026, il Pattinodromo delle Quattro Fontane del Lido di Venezia ospita la 20ª edizione del Torneo dei Sestieri. Sette giorni di puro impeto cestistico, sfide adrenaliniche, passione e tante novità tutte da vivere e scoprire in campo e sugli spalti. Una lunga settimana di fervente attività "a spicchi" davanti alla laguna, tra il verde della vegetazione insulare e la luce delle stelle (e dei riflettori, ndr). Uno spettacolo umano in mezzo allo show di Madre Natura. Il Torneo dei Sestieri non è solo una "sentita" sfida sportiva. È un legame. Un patto glorioso con il cuore più empatico. 

Le radici del Torneo dei Sestieri affondano nell'estate 2005, quando un gruppo di sportivi veneziani, spinti dall'entusiasmo per le simultanee promozioni in serie D e in serie C2 delle compagini del centro storico, Virtus Venezia e US Alvisiana, decisero di riproporre una vecchio torneo cittadino. Il tutto fu "alimentato" dal contagioso fervore dei supporter e dalla consapevolezza che in città ci fosse una gran voglia di pallacanestro. La manifestazione era nata negli anni Settanta, ma col tempo si era gradualmente affievolita. Oggi, però, siamo difronte a una nuova e trionfale epoca, dove il mondo veneziano non sembra mai averne abbastanza di basket.

Lido di Venezia, luglio 2026. Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Lido, Santa Croce e San Polo, San Marco e Murano sono pronti a darsi battaglia senza esclusione di canestri e... di sudore! Sarà la volta buona di Dorsoduro, unico dei sestieri ancora a secco di successi? San Marco & Murano riusciranno a centrare il sempre difficile back to back, oppure il Lido tornerà a imporre la sua legge dopo aver dominato incontrastato il triennio 2022-24, conquistando il 12° titolo? Tra le squadre che ambiscono al trono, in prima fila c’è anche Cannaregio, finalista l’anno passato e vincitrice della prima edizione nel 2005. 

A inaugurare il Torneo dei Sestieri 2026, l’VIII edizione del Venice Masters Basketball (3-5 luglio), che vedrà scendere in campo le donne over 45 e gli uomini over 50 e 60. Per celebrare il ventennale della manifestazione poi, quest'anno si disputerà per la prima volta il Torneo Femminile TDSfie, aperto alle cestiste classe 2012 e successive. Una scelta forse non del tutto casuale considerando la costante crescita del basket femminile, senza dimenticare che il prossimo settembre le Azzurre saranno impegnate nei Mondiali di Berlino, partecipando così all'appuntamento iridato dopo un'attesa di oltre trent'anni. C'è grande fermento anche sul fronte giovanile con il TDS Junior, giunto alla IV edizione, e riservato alle annate 2010, 2011 e 2012.

Altra novità di questa XX edizione, un vero e proprio All-Star Game: una partita che vedrà sfidarsi i migliori giocatori della fase a gironi scelti dal pubblico via app. Spazio infine al baskin, perché lo sport deve essere prima di tutto inclusione e divertimento. Dopo il debutto nel 2023 con un’amichevole, quest’anno sarà sfida vera tra le franchigie di Honos Mestre e Petrarca Padova.

Torneo dei Sestieri non è solo una “battaglia di quartiere” ma anche un democratico “tutti contro tutti” con la gara dei tiri da 3 aperta a chiunque voglia mettere alla prova le proprie doti cestistiche: non conta l’età, se si è o un giocatore di basket o un mero appassionato/a, se preferisci le “bombe” di Francesca Pan o quelle dello sloveno Luka Doncic, conta solo mettere la palla dentro il canestro tirando da dietro la linea da tre punti. Un torneo nel torneo con gare di qualificazione nei primi giorni della settimana, ottavi e quarti di finale il venerdì, semifinali e finale il sabato.

Non avrà una squadra nella massima serie del campionato italiano ma la palla a spicchi è una delle discipline più amate dagli isolani. E qui, ogni estate, si ripresenta il Torneo dei Sestieri, sempre più simbolo autentico di appartenenza e legame con il territorio. I protagonisti sono sul campo, sì, ma anche sugli spalti. A dispetto di zanzare voraci almeno quanto gli atleti sotto canestro, il pubblico risponde sempre numeroso, sfoggiando le proprie canotte: dalle classiche di MJ, Lebron James, Steph Curry, Nikola Jokic & vari, scoprendo anche qualche chicca come il viola Raptors di Vincenzo Esposito, primo italiano di sempre a segnare un punto nel campionato americano NBA, o il 4 arancione del compianto Drazen Petrovic, ai "primi tempi" del Sibenka.

I tornei all’aperto sono autentiche palestre per testare grinta e carattere. Per informazioni, chiedere a Mariella Santucci, stella della Reyer Venezia e della Nazionale italiana, più volte protagonista al Gardens, il celebre Torneo dei Giardini Margherita ‘Walter Bussolari’ di Bologna. Analogo discorso oltreoceano per un “certo” Allen Iverson, le cui mosse sopraffine iniziarono a prendere forma sui playground di Hampton (Virginia). E chissà che tra le atlete e gli atleti che scenderanno in campo al Torneo dei Sestieri del Lido di Venezia non ci sia anche qualche ragazza e qualche ragazzo che un giorno vedremo fare faville sui parquet di tutto il mondo.

“Dobbiamo stare insieme nello stesso posto. Dobbiamo avere a che fare l’uno con l’altro: è così che creiamo una connessione più profonda [...]. Condividere uno spazio fisico permette di costruire rapporti empatici e socialmente intelligenti, efficaci e in definitiva piacevoli” David Hollander, Come il basket può salvare il mondo.

Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Spettatori "a tema" al Torneo dei Sestieri © TdS
Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Il programma del Torneo dei Sestieri 2026 © TdS

giovedì 18 giugno 2026

Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo

IIC Zagabria - Scatti della mostra "Sarajevo: l'assedio più lungo" © Luca Ferrari
La vita in mezzo alla morte. È approdata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo, di Mario Boccia.

di Luca Ferrari

Gli edifici sventrati. I feriti in barella. Un macabro cartello con teschio indicante la presenza di mine. Una ragazza corre, cercando di evitare i colpi dei cecchini serbo-bosniaci. Un'anziana cammina rassegnata con una tanica per l'acqua insieme al suo cagnolino. Le postazioni cetniche sul monte Trebević. Un uomo e una donna mano nella mano; sull'edificio alle loro spalle, uno striscione con la scritta in stampatello PAZI SNAJPE - Attenzione Cecchino! E poi loro, i bambini. Ci sono quelli che ridono, incuranti di quale orrore si potrebbe scatenare da un momento all'altro, quelli che fanno i compiti alla ricerca di un po' di normalità e dei ragazzini che si riparano dai colpi mentre stanno cercando di tornare a casa vivi. Storie di vita nella Sarajevo occupata durante la guerra dei Balcani. Dopo l'inaugurazione a Belgrado (Serbia), la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo di Mario Boccia è sbarcata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria (5 maggio - 30 giugno 2026). Ingresso libero.

Zagabria è una metropoli moderna, contesa tra storia antica e turismo. Poche tracce di ciò che è accaduto nei primi anni '90. Il dicembre scorso a Belgrado, nelle sale del Muzej Devedesetih, è stata inaugurata la mostra L’assedio più lungo di Mario Boccia. Un racconto autentico. Le immagini sono state scattate a Sarajevo, tra il 1992 e il 1996. A dispetto della brutalità militare serbo-bosniaca, il fotografo ci mostra i volti della gente comune presi sul campo di battaglia, o meglio, il campo di uccisione, e cioè la strada. Tra le fotografie più emblematiche, bambine e bambini mentre giocano dopo un'abbondante nevicata. A loro andò bene, per altri fu la fine. Il 22 gennaio 1994 sei bambini tra gli 8 e i 12 anni furono uccisi da una granata di mortaio. Mario Boccia, esperto fotogiornalista freelance con alle spalle reportage realizzati in scenari di guerra e povertà in Europa, Africa, America Latina e Medio Oriente, ci riporta in una dimensione umana, senza ingrandire l'obiettivo sulla morte, ma avvicinandosi al quotidiano e alla paura che il prossimo passo possa essere l'ultimo.

Arrivo a Zagabria in una giornata feriale. La città è in fermento. Ci sono cantieri un po' ovunque. Il caldo umido inizia già a farsi sentire. Non è facile trovare parcheggio. A dispetto di Google Maps, ci metto un po' a trovare la via dove ha sede l'Istituto Italiano di Cultura (Ulica sv Preobraženska, 4). Le foto sono tutte esposte al piano terra. Nessuna presentazione eclatante, solo l'essenziale. Due pannelli in italiano e croato illustrano Le Guerre Jugoslave (1991-2001) e L'assedio di Sarajevo, così come tutte le didascalie sono bilingue. La locandina vede il titolo della mostra impresso sopra la città sotto attacco, poi iniziano le immagini. Boccia immortala una bambina che fa i compiti. Ha più strati di vestiti e indossa pesanti calzettoni. In città mancava tutto: elettricità e riscaldamento. Lei è lì, vicino alla finestra per avere la luce del sole. I vetri sono stati distrutti, sostituiti da fogli di plastica forniti dall'Ufficio Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Vedo i banchi vuoti nel mercato di Markale; è il dicembre del 1992. Poco tempo dopo, nel 1994 e nel 1995, furono sparati colpi di mortaio in due differenti momenti, uccidendo complessivamente più di 100 civili e ferendone oltre 200.

Guardo le foto più e più volte. Mario Boccia ha fotografato la vita oltre alla guerra. Forse proprio per questo gli scatti sono ancora più disturbanti: vedi la vita e sai che molta di essa non supererà quel tragico quadriennio. Mentre visito la mostra, vedo entrare una famiglia. Dopo qualche giro, il piccolino si siede al tavolo. Davanti a lui c'è il titolo della mostra. La parola SARAJEVO è scritta in stampatello e in rosso (sangue?, ndr). Migliaia di suoi coetanei furono uccisi nel corso del conflitto balcanico e durante l'assedio della capitale bosniaca; le stime ufficiali parlano di almeno 1.400 vittime e oltre 10.000 feriti. Guardo quel bambino e lo immagino tornare a scuola tranquillo, senza doversi preoccupare se dalla finestra qualcuno possa imbracciare un fucile per sparargli. Lui è lì, sereno che disegna. Vicino ci sono la sua mamma e il suo papà. Fuori dalla porta dell'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria non ci sono assassini pronti a ucciderli. Lui è lì, spensierato in vacanza. L'augurio è che né lui né i suoi cari possano mai vivere l'inferno che la popolazione di Sarajevo si trovò ad affrontare mentre il resto del mondo pensava ad altro.

Dopo Belgrado e Zagabria, la mostra fotografica L’assedio più lungo di Mario Boccia terminerà il suo tour balcanico proprio a Sarajevo.

Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo
foto di Mario Boccia © Luca Ferrari
Un giovanissimo in visita all'Istituto Italiano di Cultura (Zagabria). Davanti a lui,
la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari

domenica 7 giugno 2026

The Legacy of Dražen Petrović

La statua "Air Drazen" © Luca Ferrari

A Zagabria, davanti al palazzetto del Cibona, il Memorial Center racconta la storia e l'eredità cestistica di uno dei più grandi giocatori della storia: Dražen Petrović (1964-1993).

di Luca Ferrari

Un caparbio ragazzino di Šibenik ha riscritto le regole della pallacanestro. Drazen Petrovic è stato uno dei più grandi cestisti della storia. All'apice della sua carriera, quando aveva vinto tutto quello che poteva vincere in Europa e con la nazionale della Jugoslavia, fece il grande salto oltreoceano. Poco valorizzato dai Portland Blazers, nel 1991 si era accasato ai New Jersey Nets sotto la guida dell'esperto Chuck Daly. In neanche due anni fece capire a tutta l'NBA, all'epoca molto diffidente sulle qualità dei giocatori europei, il proprio valore. Poi la sua vita ebbe tragicamente fine. Di ritorno da una trasferta in terra polacca con la sua amata Croazia, morì sul colpo in un tragico incidente stradale intorno alle 17:20 del 7 giugno 1993 sull'Autobahn 9, a Denkendorf, in Germania, vicino a Ingolstadt, nello stato tedesco della Baviera. Il 7 giugno 2006 è stato inaugurato a Zagabria il Museo e Centro Commemorativo Dražen Petrović, proprio davanti all'arena del Cibona Zagreb, oggi chiamata Dražen Petrović Basketball Hall, squadra in cui militò dal 1984 al 1988, vincendo anche 2 Coppe dei Campioni consecutive. 

Croazia, terra di basketZagabria è una città che sa essere molto trafficata, anche se molto ordinata. Il mio viaggio verso il Museo Drazen Petrovic si rivela più ostico del previsto. Sebbene le tante informazioni raccolte concordino sulla presenza di un ampio parcheggio proprio davanti alla struttura museale, devo fare almeno 2-3 giri prima di capire dove si trovi: dall'altra parte della strada, il cui ingresso è quasi nascosto, dovendo attraversare una sorta di marciapiede. Il tempo di arrivare davanti all'arena ed ecco la statua a lui dedicata, chiamata Air Petrovic, realizzata da Danko Friščić, che lo immortalò nel suo caratteristico tiro in sospensione. Basta un attimo di quella scultura per rivedere nella memoria le azioni del Mozart dei canestri, così come venne ribattezzato dal giornalista della Gazzetta dello Sport, Enrico Campana. Drazen era letale in campo e non temeva nessuno (per informazioni chiedere al fratello Aleksandar, ndr). Fuori invece era una persona molto poco schiva. Sarà un caso, ma il museo sembra rispecchiare la sua natura più intima. Una struttura progettata e curata da Andrija Rusan e Ante Nikša Bilić.

Prima ancora di entrare, ecco i primi cimeli anche se non direttamente riguardanti l'indiscusso protagonista. Esposte per essere viste dall'esterno infatti, ci sono alcune magliette ufficiali firmate dai loro rispettivi proprietari: Michael Jordan (che grosso doveva essere! ndr), con cui Drazen ingaggiò più di un memorabile duello, il tedesco Dirk Nowitzki, campione NBA con i Dallas Mavericks nel 2011, Steph Curry (Golden State Warriors) e il "suo vicino di casa", lo sloveno Luka Doncic di Lubiana, oggi in forza ai Los Angeles Lakers. E a proposito di "canotte", ci sono ovviamente tutte quelle che Drazen ha indossato nel corso della sua carriera in ordine temporale, a cominciare da quella arancione del Sibenka (n. 4), quindi la blu della Jugoslavia (4), il Cibona Zagabria ovviamente (10), il Real Madrid (5), ancora il 4 con la neonata Croazia, il 44 con i Portland Blazers e la 3, l'ultima, con i New Jersey Nets, di cui ce ne sono due: una bianca e una blu. 

Alcune storiche divise di Dražen Petrović © Luca Ferrari

Prima di arrivare alle sue "armature", subito dinanzi alla porta d'ingresso, ecco una delle due coppe dei campioni vinte col Cibona, di cui è stato anche realizzato un murale sul palazzetto dove Drazen solleva il trofeo. A fianco, la scritta 1985 1986.

Il percorso museale inizia con delle grosse teche traboccanti di foto, medaglie e cimeli, suddivise per fasi della vita del cestista croato, a cominciare da quella dell'infanzia, dove si vede anche un ingrandimento di Drazen piccino e una in cui è più grandicello insieme alla sua mamma e al suo papà. Già nella teca successiva la mole aumenta, iniziando a comparire anche i trofei e un'immagine che tutti gli appassionati conoscono bene: Petrovic si fa passare la palla sotto le gambe in volo. Cibona, Real Madrid e infine la fase americana. Anche qui, celebre la foto di Drazen con le braccia alzate con la casacca dei Nets. Dalla parte opposta di quest'ultima c'è un'altra immagine emblematica, Drazen ostacolato dai "Bad Boys" Bill Laimbeer e Vinnie Johnson durante la finale NBA 1990. Eh sì, c'era anche lui, ma non godè mai di troppa considerazione da parte del coach Rick Adelman (1946-2026), e infatti la sua presenza nelle Finals si concentrò in neanche 30 minuti complessivi nelle prime quattro sfide, non giocando proprio gara 5, partita quest'ultima con la quale i Pistons centrarono lo storico Back to Back.

Prima di salire le scale ammirando le sopracitate casacche, c'è un'ultima teca. Drazen indossa orgoglioso la canotta della Croazia; all'altra estremità, un altro momento molto importante della sua vita, quando fu scelto per fare l'ultimo tedoforo, e quindi accendere il braciere, della XIV Universiade estiva di Zagabria del 1987 (i Giochi Mondiali Universitari) durante la cerimonia di apertura della competizione allo stadio Maksimir l'8 luglio: manco a dirlo, la Jugoslavia vinse la medaglia d'oro. Indiscussa stella del basket slavo e della città di Zagabria dove già allora brillava con i colori del Cibona, il fatto di essere stato scelto come portatore della fiaccola ebbe un forte valore simbolico, ricordato anche in occasione dei Giochi Universitari Europei del 2016. L'Universiade estiva di Zagabria del 1987 fu anche l'ultimo grande evento sportivo che venne ospitato dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia prima della dissoluzione nelle singole repubbliche di Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia.

Un museo è anche un'occasione per (ri)scoprire fatti non sempre così noti alla massa. A partire dal 1979 il noto quotidiano italiano La Gazzetta dello Sport istituì l'Euroscar European Player of the Year Award, assegnato al miglior cestista europeo dell'anno, indipendentemente dal fatto che giocasse in Europa o in NBA. Petrovic lo vinse 4 volte nel 1986, nel 1989 e nel biennio 1992-93, i cui trofei sono esposti davanti a un giovane Drazen sorridente.

I trofei della Gazzetta dello Sport assegnati a Dražen Petrović © Luca Ferrari

Foto e trofei, ma non solo. La Dražen Petrović Basketball Hall dedica ampio spazio anche alla sezione multimediale; ecco allora due postazioni per scoprire l'intera carriera di Drazen Petrovic con filmati dell'epoca. C'è di più. Nel sito internet (molto ben realizzato) si parla della possibilità di vedere un filmato di 10 minuti circa. Girando su e giù, non vedo stanzini a parte quand'ecco che uno dei responsabili si avvicina per chiedere se fossimo interessati, preparandoci subito le sedie al piano terra. Sbagliando, avvicino le suddette, venendo prontamente richiamato poiché il video viene proiettato sull'ampia parete del muro. Il filmato è in croato ma si capisce benissimo.

 Il filmato su Dražen Petrović © Luca Ferrari

Finito il tour cestistico-umano di Drazen Petrovic, si chiude in bellezza col negozio dei souvenir: adesivi, un magnete e il libretto commemorativo della storica finale olimpica della Croazia contro il Dream Team. L'ultima tappa è il libro delle firme, dove visitatori provenienti da ogni parte del mondo lasciano un ricordo del loro passaggio. La pallacanestro, come spesso ho raccontato su Viaggi del mondo - Mondo BASKET, ho iniziato a viverla intensamente insieme a mio figlio da quando è entrato nel mondo dei minibasket, eppure ho anche io i miei ricordi; tra questi c'è proprio Drazen Petrovic e le partite del Dream Team, per certi versi un momento spartiacque anche la mia vita. Sul libro delle firme, tra le ultime lasciate, c'è una scritta in italiano: Se la Jugoslavia non si fosse divisa, forse il Dream Team non avrebbe vinto le Olimpiadi. Un messaggio semplice e innocente. Sappiamo bene cosa accadde nei Balcani nei primi anni '90 ma chissà se le imprese di una squadra formata da giocatori di tutte le sei repubbliche, culminata con una medaglia olimpica (d'oro, perché no!), non avrebbero potuto alimentare il sogno di un'unità ormai compromessa nel modo più tragico. Non lo sapremo mai, ovviamente...

A spasso nel Memorial Center Dražen Petrović

Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, murales davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, la statua davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari

giovedì 28 maggio 2026

Dugi Otok, intima Croazia selvaggia

L'isola di Dugi Otok (Croazia© Luca Ferrari

Nella Croazia insulare, sull'isola di Dugi Otok, la natura domina incontrastata. Luoghi esotici e mare cristallino dove ogni angolo si trasforma in un bagno di cultura e vegetazione incontaminata.

di Luca Ferrari

Dalmazia settentrionale, Croazia. Il sole picchia forte ma l’afa italiana è solo un ricordo. Si salpa da Zara (da cui partono anche i battelli per Ancona). La coda è lunga ma il ferry boat ha un ventre ampio e si riesce a salire. A quel punto non resta che salire in cima e godersi l’immenso panorama acqueo, corredato da una fresca brezza marina. Rispetto al lungo viaggio per le isole Kornak (più di tre ore), il tragitto dura un’ora e mezza precisa. Arrivato a Brbinj, sono a Dugi Otok, l’antica Tilagus (isola de tre laghi), dove spiagge ciottolose si alternano a quelle sabbiose, quasi cristalline che rimandano a lontani panorami esotici. Attracco e via. Le macchine schizzano come saette alla ricerca di rilassanti angoli di mare.  

Ci sarebbero molte cose da vedere ma il tempo è sempre avaro. La prima meta del viaggio è la celebre spiaggia di Sakarun, sulla strada per Veli Rat, all’estremità dell’isola. Dalla parte opposta domina la scena il Parco Naturale di Telascica, autonomo dal 1988, con il suo caratteristico Lago salato (Jesero Mir), situato in cima a una scogliera. Presa una piccola strada sterrata e fatto qualche metro a piedi in mezzo alla boscaglia, vengo letteralmente avvolto da una luce abbagliante che mi spalanca le porte di una spiaggia tinta da un mare verde chiaro/ bluastro, sabbia bianca al centro e sassi ai lati della baia. Lì davanti, ormeggiati a debita distanza dai natanti, e separati da una barriera di boe, canotti, barche a motore e qualche yacht. 

Nonostante siano le ore più intense, basta mettersi all’ombra di uno dei tanti alberi e si può godere dell’estate senza rischiare di subire il caldo più intenso. Intingo i piedi nell'acqua. Provo come l’ebbrezza di sbriciolare soffici granuli che, come per magia, dopo ogni mio passo, subito, si ricompongono. Qualche ampia bracciata e nella mia strada subacquea c’è anche qualche ahia nel calpestare (senza le scarpine da mare) i pezzi ciottolosi.  Esco dall’acqua e mi rimetto al volante. Pochi minuti e sono a ridosso di Veli Rat, dove svetta maestoso il faro di oltre 40 metri, costruito dagli austriaci. Lì a fianco una piccola cappella e un paio di altalene per far divertire grandi e piccini. L’attore principale però è sempre lui, il mare.

Le lancette corrono e purtroppo l’ultimo battello per Zara (Zadar) è alle 18.45. Pur arrivando con quasi un’ora di anticipo, la coda è lunga. Non salgo. Dovrò restare lì la notte. Prima di reclinare il sedile e dire buona notte al cielo stellato, riprendo la strada maestra. Terminata una sosta panoramica con vista puntato sulle Isole Incoronate, mi dirigo a Savar. Il cielo comincia a tinteggiarsi di riflessi rossastri. Il paese è piccolo ma non meno incantevole. Alla sua estremità, su un isolotto collegato alla terraferma da una diga, ha trovato un’antichissima cappella pre-romanica del IX secolo, S. Pelegrina. Lì intorno, ancora la selvaggia bellezza croata e un piccolo cimitero.

L’acqua del mare è incredibile. Profondissima da un lato subito, ciottolosa e graduale dall’altra. Non c’è ormai più nessuno. Aspetto che quel superbo pittore del tramonto faccia il suo lavoro, poi mi confondo nell’oscurità. Passo la notte in macchina, in attesa del primo ferry del giorno. Non sono neanche le 6 del mattino e sono di nuovo a bordo insieme ai primi colori del mondo. Dietro di me, il paradiso selvaggio di Dugi Otok. Davanti a me, una nuova fetta d’orizzonte di Croazia da conquistare e da cui farmi ammaliare per sempre. Lascio Dugi Otok con un'avventura da tramandare. Un imprevisto si è trasformato in intima emozione una danza notturna nel silenzio più verde. 

L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
Le isole Kornat viste da Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
L'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
Il mare attorno l'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari
Il mare attorno l'isola di Dugi Otok (Croazia) © Luca Ferrari

mercoledì 20 maggio 2026

Sto con i bambini della Diedo di Venezia

La comunità della Diedo è in fermento. Dopo le proteste, la mostra fotografica. "Continueremo a lottare e a far crescere questa scuola per il futuro dei nostri figli".

di Luca Ferrari

Scuola, una parola semplice ma che per tutti noi significa molto di più: crescita, amicizia, futuro, comunità. E proprio per questo non possiamo restare in silenzio davanti all’idea che tutto questo possa scomparire. Non possiamo lasciare che una realtà costruita negli anni venga cancellata senza far sentire la nostra voce. Oggi siamo qui, uniti dal desiderio comune di difendere un luogo che appartiene ai nostri figli, alle famiglie, al quartiere, ai ricordi di intere generazioni. Questi giorni non saranno ricordati come quelli in cui abbiamo passivamente assistito alla chiusura della Scuola Elementare Diedo, ma come un tempo in cui genitori, insegnanti e bambini hanno deciso di reagire, lottando, perché questa non è solo una scuola. È un punto di riferimento. È vita quotidiana. È il posto in cui s'impara a studiare ma anche a diventare gli adulti del domani". La voce unanime della Diedo si è levata.

La Diedo è l'unica scuola a modulo di Cannaregio, una realtà cioè che prevede 2 o al massimo 3 giorni a tempo pieno. Una delle pochissime realtà di tutta l'area lagunare con questa struttura didattica. A pochi giorni dalla fine dell'anno scolastico, il destino del plesso è ancora incerto. Tutto può accadere. Le proprietarie dell’immobile, le Suore della Riparazione di Milano, rivogliono l'edificio per venderlo, e a tal proposito hanno già provveduto a notificare lo sfratto. Di diverso avviso il Comune di Venezia che starebbe valutando anche l’ipotesi dell’esproprio per pubblica utilità, lo strumento cioè con cui un ente pubblico può acquisire un immobile privato ritenuto di interesse collettivo (e riconoscendo un indennizzo ai proprietari, ndr). Al fianco delle famiglie è sceso pubblicamente anche il Patriarcato di Venezia, che ha giudicato la vendita incompatibile con il lascito testamentario ottocentesco.

E nel frattempo, come si stanno muovendo le famiglie degli alunni della Diedo? Da quando hanno cominciato a serpeggiare notizie poco rassicuranti sul destino della scuola, è iniziata una grossa mobilitazione, ricollegandosi idealmente alle proteste del 1989, quando anche allora la scuola rischiò di chiudere. Ultima azione in ordine temporale, la mostra fotografica - Sto con i bambini della Diedo di Venezia (18-19 maggio 2026) -, allestita nel Circolo virtuoso Ca' Rapace, uno spazio non casuale, nato proprio dall'impegno di quella cittadinanza attiva che non si rassegna a una "Venezia mordi-e-fuggi turistica". In poco tempo Ca' Rapace, adiacente l'ampio parco Groggia, è diventato un luogo fondamentale per le famiglie del sestiere di Cannaregio per organizzare feste di compleanno, attività di doposcuola e anche eventi pubblici, come appunto la suddetta mostra alla cui inaugurazione zione hanno partecipato numerosi cittadini, associazioni e anche esponenti politici.

L’esposizione racconta visivamente una scuola che è molto più di un edificio: è un luogo di crescita, identità e comunità. Il percorso prende avvio dal giorno dell’inaugurazione della Diedo a Palazzo Marovich, un momento carico di entusiasmo e aspettative, in cui tutto sembrava possibile e il futuro prendeva forma tra nuove aule, corridoi pieni di vita e un grande giardino, spazio aperto di incontro, gioco e scoperta. Le fotografie raccolte restituiscono frammenti della vita della scuola nel corso degli anni, segnati dal passaggio di generazioni di studenti, ciascuna con le proprie storie, sogni e trasformazioni. Tra sorrisi, attività quotidiane e momenti di vita scolastica - dentro le aule come all'aperto, tra alberi, stagioni e ricreazioni condivise - emerge il legame profondo tra le persone e questo luogo, che negli anni è diventato punto di riferimento per intere generazioni.

Tra le foto più recenti e significative, il gigantesco striscione fuori dall'edificio scolastico appeso (ormai) da mesi e un pannello realizzato sul momento dai piccoli inquilini della scuola Diedo, che con matite e pennarelli hanno voluto lanciare il proprio messaggio-appello perché nessuno gli porti via la loro amata scuola, scrivendo con la semplicità della loro infanzia. "Forza, la Diedo è dei bambini di Cannaregio. Non molliamo" hanno anche scritto.

La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"

A sostegno della scuola sono scesi anche numerosi personaggi della cultura e del mondo sportivo che hanno messo la loro fama e la loro faccia, a cominciare dal duo comico Carlo & Giorgio. Insieme a loro anche il cantante Sir Oliver Skardy, il giornalista Luca Serafini, gli attori Francesco Arca e Mattia Berto, l'ex-calciatore Fabio Galante, gli scrittori Alberto Toso Fei, Luigi Garlando, Alberto Fiorin, Carlo Montanaro, la storica Tiziana Plebani, il dj veneziano Spiller e la campionessa mondiale di karate Sara Cardin.

La scuola primaria Antonio Diedo si trova al n. 2385 di Fondamenta Grimani. Venendo dalla stazione/piazzale Roma, la strada più "romantica" per raggiungerla è camminare lungo Fondamenta della Misericordia, costeggiando l'omonimo canale. Superato il ponte dell'Aseo, la "via veneziana" si fa più larga. Dopo pochi metri, ecco un non ben definito edificio lasciare spazio a un'imponente muratura, come se fosse un piccolo castello. La cinta muraria prosegue fino a "girare a destra", arrivando in Fondamenta Grimani. Nessuno potrebbe immaginare che oltre quel muro si trovi una scuola e un immenso giardino. Lì dentro c'è la Diedo.

Venezia, fondamenta Grimani.. lì dietro c'è la scuola elementare Diedo!

Se vi troverete a passeggiare lì, nei paraggi, a ridosso dell'orario di ricreazione e/o di fine lezioni, provate a tendere l'orecchio: sentirete un inequivocabile e intenso vociare fanciullesco. Una vera pioggia di contagiosa allegria. Quanto sarebbe triste se passando non si udisse più nulla...

Il futuro della scuola elementare Diedo è incerto ma la speranza è ben lungi dal cedere il passo alla rassegnazione. E allora oggi, con una sola voce, la comunità della Diedo ha un messaggio forte e chiaro: "Non ce ne andremo in silenzio.
Non accetteremo tutto questo senza lottare.
Noi continueremo a difendere questa scuola, il suo valore e il futuro dei nostri figli."

La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
La mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
Ca' Rapace, l'inaugurazione della mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"
Ca' Rapace, l'inaugurazione della mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"/ scorci della scuola Diedo (giardino e giochi)
Ca' Rapace, l'inaugurazione della mostra fotografica "Sto con i bambini della Diedo di Venezia"