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giovedì 2 luglio 2026

Venezia – Sestieri a canestro

La fiabesca cornice del Torneo dei Sestieri al Lido di Venezia © TdS

6 sestieri, 1 sola grande passione: la pallacanestro. Al Pattinodromo delle Quattro Fontane del Lido, si svolge la XX edizione del Torneo dei Sestieri di Venezia (5-11 luglio 2026).

di Luca Ferrari

6 sestieri, 1 solo vincitore. Il torneo di pallacanestro più famoso della città di Venezia è pronto a infiammare l’estate. Da domenica 5 luglio a sabato 11 luglio 2026, il Pattinodromo delle Quattro Fontane del Lido di Venezia ospita la 20ª edizione del Torneo dei Sestieri. Sette giorni di puro impeto cestistico, sfide adrenaliniche, passione e tante novità tutte da vivere e scoprire in campo e sugli spalti. Una lunga settimana di fervente attività "a spicchi" davanti alla laguna, tra il verde della vegetazione insulare e la luce delle stelle (e dei riflettori, ndr). Uno spettacolo umano in mezzo allo show di Madre Natura. Il Torneo dei Sestieri non è solo una "sentita" sfida sportiva. È un legame. Un patto glorioso con il cuore più empatico. 

Le radici del Torneo dei Sestieri affondano nell'estate 2005, quando un gruppo di sportivi veneziani, spinti dall'entusiasmo per le simultanee promozioni in serie D e in serie C2 delle compagini del centro storico, Virtus Venezia e US Alvisiana, decisero di riproporre una vecchio torneo cittadino. Il tutto fu "alimentato" dal contagioso fervore dei supporter e dalla consapevolezza che in città ci fosse una gran voglia di pallacanestro. La manifestazione era nata negli anni Settanta, ma col tempo si era gradualmente affievolita. Oggi, però, siamo difronte a una nuova e trionfale epoca, dove il mondo veneziano non sembra mai averne abbastanza di basket.

Lido di Venezia, luglio 2026. Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Lido, Santa Croce e San Polo, San Marco e Murano sono pronti a darsi battaglia senza esclusione di canestri e... di sudore! Sarà la volta buona di Dorsoduro, unico dei sestieri ancora a secco di successi? San Marco & Murano riusciranno a centrare il sempre difficile back to back, oppure il Lido tornerà a imporre la sua legge dopo aver dominato incontrastato il triennio 2022-24, conquistando il 12° titolo? Tra le squadre che ambiscono al trono, in prima fila c’è anche Cannaregio, finalista l’anno passato e vincitrice della prima edizione nel 2005. 

A inaugurare il Torneo dei Sestieri 2026, l’VIII edizione del Venice Masters Basketball (3-5 luglio), che vedrà scendere in campo le donne over 45 e gli uomini over 50 e 60. Per celebrare il ventennale della manifestazione poi, quest'anno si disputerà per la prima volta il Torneo Femminile TDSfie, aperto alle cestiste classe 2012 e successive. Una scelta forse non del tutto casuale considerando la costante crescita del basket femminile, senza dimenticare che il prossimo settembre le Azzurre saranno impegnate nei Mondiali di Berlino, partecipando così all'appuntamento iridato dopo un'attesa di oltre trent'anni. C'è grande fermento anche sul fronte giovanile con il TDS Junior, giunto alla IV edizione, e riservato alle annate 2010, 2011 e 2012.

Altra novità di questa XX edizione, un vero e proprio All-Star Game: una partita che vedrà sfidarsi i migliori giocatori della fase a gironi scelti dal pubblico via app. Spazio infine al baskin, perché lo sport deve essere prima di tutto inclusione e divertimento. Dopo il debutto nel 2023 con un’amichevole, quest’anno sarà sfida vera tra le franchigie di Honos Mestre e Petrarca Padova.

Torneo dei Sestieri non è solo una “battaglia di quartiere” ma anche un democratico “tutti contro tutti” con la gara dei tiri da 3 aperta a chiunque voglia mettere alla prova le proprie doti cestistiche: non conta l’età, se si è o un giocatore di basket o un mero appassionato/a, se preferisci le “bombe” di Francesca Pan o quelle dello sloveno Luka Doncic, conta solo mettere la palla dentro il canestro tirando da dietro la linea da tre punti. Un torneo nel torneo con gare di qualificazione nei primi giorni della settimana, ottavi e quarti di finale il venerdì, semifinali e finale il sabato.

Non avrà una squadra nella massima serie del campionato italiano ma la palla a spicchi è una delle discipline più amate dagli isolani. E qui, ogni estate, si ripresenta il Torneo dei Sestieri, sempre più simbolo autentico di appartenenza e legame con il territorio. I protagonisti sono sul campo, sì, ma anche sugli spalti. A dispetto di zanzare voraci almeno quanto gli atleti sotto canestro, il pubblico risponde sempre numeroso, sfoggiando le proprie canotte: dalle classiche di MJ, Lebron James, Steph Curry, Nikola Jokic & vari, scoprendo anche qualche chicca come il viola Raptors di Vincenzo Esposito, primo italiano di sempre a segnare un punto nel campionato americano NBA, o il 4 arancione del compianto Drazen Petrovic, ai "primi tempi" del Sibenka.

I tornei all’aperto sono autentiche palestre per testare grinta e carattere. Per informazioni, chiedere a Mariella Santucci, stella della Reyer Venezia e della Nazionale italiana, più volte protagonista al Gardens, il celebre Torneo dei Giardini Margherita ‘Walter Bussolari’ di Bologna. Analogo discorso oltreoceano per un “certo” Allen Iverson, le cui mosse sopraffine iniziarono a prendere forma sui playground di Hampton (Virginia). E chissà che tra le atlete e gli atleti che scenderanno in campo al Torneo dei Sestieri del Lido di Venezia non ci sia anche qualche ragazza e qualche ragazzo che un giorno vedremo fare faville sui parquet di tutto il mondo.

“Dobbiamo stare insieme nello stesso posto. Dobbiamo avere a che fare l’uno con l’altro: è così che creiamo una connessione più profonda [...]. Condividere uno spazio fisico permette di costruire rapporti empatici e socialmente intelligenti, efficaci e in definitiva piacevoli” David Hollander, Come il basket può salvare il mondo.

Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Spettatori "a tema" al Torneo dei Sestieri © TdS
Lido di Venezia (Ve) - il Torneo dei Sestieri © TdS
Il programma del Torneo dei Sestieri 2026 © TdS

domenica 7 giugno 2026

The Legacy of Dražen Petrović

La statua "Air Drazen" © Luca Ferrari

A Zagabria, davanti al palazzetto del Cibona, il Memorial Center racconta la storia e l'eredità cestistica di uno dei più grandi giocatori della storia: Dražen Petrović (1964-1993).

di Luca Ferrari

Un caparbio ragazzino di Šibenik ha riscritto le regole della pallacanestro. Drazen Petrovic è stato uno dei più grandi cestisti della storia. All'apice della sua carriera, quando aveva vinto tutto quello che poteva vincere in Europa e con la nazionale della Jugoslavia, fece il grande salto oltreoceano. Poco valorizzato dai Portland Blazers, nel 1991 si era accasato ai New Jersey Nets sotto la guida dell'esperto Chuck Daly. In neanche due anni fece capire a tutta l'NBA, all'epoca molto diffidente sulle qualità dei giocatori europei, il proprio valore. Poi la sua vita ebbe tragicamente fine. Di ritorno da una trasferta in terra polacca con la sua amata Croazia, morì sul colpo in un tragico incidente stradale intorno alle 17:20 del 7 giugno 1993 sull'Autobahn 9, a Denkendorf, in Germania, vicino a Ingolstadt, nello stato tedesco della Baviera. Il 7 giugno 2006 è stato inaugurato a Zagabria il Museo e Centro Commemorativo Dražen Petrović, proprio davanti all'arena del Cibona Zagreb, oggi chiamata Dražen Petrović Basketball Hall, squadra in cui militò dal 1984 al 1988, vincendo anche 2 Coppe dei Campioni consecutive. 

Croazia, terra di basketZagabria è una città che sa essere molto trafficata, anche se molto ordinata. Il mio viaggio verso il Museo Drazen Petrovic si rivela più ostico del previsto. Sebbene le tante informazioni raccolte concordino sulla presenza di un ampio parcheggio proprio davanti alla struttura museale, devo fare almeno 2-3 giri prima di capire dove si trovi: dall'altra parte della strada, il cui ingresso è quasi nascosto, dovendo attraversare una sorta di marciapiede. Il tempo di arrivare davanti all'arena ed ecco la statua a lui dedicata, chiamata Air Petrovic, realizzata da Danko Friščić, che lo immortalò nel suo caratteristico tiro in sospensione. Basta un attimo di quella scultura per rivedere nella memoria le azioni del Mozart dei canestri, così come venne ribattezzato dal giornalista della Gazzetta dello Sport, Enrico Campana. Drazen era letale in campo e non temeva nessuno (per informazioni chiedere al fratello Aleksandar, ndr). Fuori invece era una persona molto poco schiva. Sarà un caso, ma il museo sembra rispecchiare la sua natura più intima. Una struttura progettata e curata da Andrija Rusan e Ante Nikša Bilić.

Prima ancora di entrare, ecco i primi cimeli anche se non direttamente riguardanti l'indiscusso protagonista. Esposte per essere viste dall'esterno infatti, ci sono alcune magliette ufficiali firmate dai loro rispettivi proprietari: Michael Jordan (che grosso doveva essere! ndr), con cui Drazen ingaggiò più di un memorabile duello, il tedesco Dirk Nowitzki, campione NBA con i Dallas Mavericks nel 2011, Steph Curry (Golden State Warriors) e il "suo vicino di casa", lo sloveno Luka Doncic di Lubiana, oggi in forza ai Los Angeles Lakers. E a proposito di "canotte", ci sono ovviamente tutte quelle che Drazen ha indossato nel corso della sua carriera in ordine temporale, a cominciare da quella arancione del Sibenka (n. 4), quindi la blu della Jugoslavia (4), il Cibona Zagabria ovviamente (10), il Real Madrid (5), ancora il 4 con la neonata Croazia, il 44 con i Portland Blazers e la 3, l'ultima, con i New Jersey Nets, di cui ce ne sono due: una bianca e una blu. 

Alcune storiche divise di Dražen Petrović © Luca Ferrari

Prima di arrivare alle sue "armature", subito dinanzi alla porta d'ingresso, ecco una delle due coppe dei campioni vinte col Cibona, di cui è stato anche realizzato un murale sul palazzetto dove Drazen solleva il trofeo. A fianco, la scritta 1985 1986.

Il percorso museale inizia con delle grosse teche traboccanti di foto, medaglie e cimeli, suddivise per fasi della vita del cestista croato, a cominciare da quella dell'infanzia, dove si vede anche un ingrandimento di Drazen piccino e una in cui è più grandicello insieme alla sua mamma e al suo papà. Già nella teca successiva la mole aumenta, iniziando a comparire anche i trofei e un'immagine che tutti gli appassionati conoscono bene: Petrovic si fa passare la palla sotto le gambe in volo. Cibona, Real Madrid e infine la fase americana. Anche qui, celebre la foto di Drazen con le braccia alzate con la casacca dei Nets. Dalla parte opposta di quest'ultima c'è un'altra immagine emblematica, Drazen ostacolato dai "Bad Boys" Bill Laimbeer e Vinnie Johnson durante la finale NBA 1990. Eh sì, c'era anche lui, ma non godè mai di troppa considerazione da parte del coach Rick Adelman (1946-2026), e infatti la sua presenza nelle Finals si concentrò in neanche 30 minuti complessivi nelle prime quattro sfide, non giocando proprio gara 5, partita quest'ultima con la quale i Pistons centrarono lo storico Back to Back.

Prima di salire le scale ammirando le sopracitate casacche, c'è un'ultima teca. Drazen indossa orgoglioso la canotta della Croazia; all'altra estremità, un altro momento molto importante della sua vita, quando fu scelto per fare l'ultimo tedoforo, e quindi accendere il braciere, della XIV Universiade estiva di Zagabria del 1987 (i Giochi Mondiali Universitari) durante la cerimonia di apertura della competizione allo stadio Maksimir l'8 luglio: manco a dirlo, la Jugoslavia vinse la medaglia d'oro. Indiscussa stella del basket slavo e della città di Zagabria dove già allora brillava con i colori del Cibona, il fatto di essere stato scelto come portatore della fiaccola ebbe un forte valore simbolico, ricordato anche in occasione dei Giochi Universitari Europei del 2016. L'Universiade estiva di Zagabria del 1987 fu anche l'ultimo grande evento sportivo che venne ospitato dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia prima della dissoluzione nelle singole repubbliche di Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia.

Un museo è anche un'occasione per (ri)scoprire fatti non sempre così noti alla massa. A partire dal 1979 il noto quotidiano italiano La Gazzetta dello Sport istituì l'Euroscar European Player of the Year Award, assegnato al miglior cestista europeo dell'anno, indipendentemente dal fatto che giocasse in Europa o in NBA. Petrovic lo vinse 4 volte nel 1986, nel 1989 e nel biennio 1992-93, i cui trofei sono esposti davanti a un giovane Drazen sorridente.

I trofei della Gazzetta dello Sport assegnati a Dražen Petrović © Luca Ferrari

Foto e trofei, ma non solo. La Dražen Petrović Basketball Hall dedica ampio spazio anche alla sezione multimediale; ecco allora due postazioni per scoprire l'intera carriera di Drazen Petrovic con filmati dell'epoca. C'è di più. Nel sito internet (molto ben realizzato) si parla della possibilità di vedere un filmato di 10 minuti circa. Girando su e giù, non vedo stanzini a parte quand'ecco che uno dei responsabili si avvicina per chiedere se fossimo interessati, preparandoci subito le sedie al piano terra. Sbagliando, avvicino le suddette, venendo prontamente richiamato poiché il video viene proiettato sull'ampia parete del muro. Il filmato è in croato ma si capisce benissimo.

 Il filmato su Dražen Petrović © Luca Ferrari

Finito il tour cestistico-umano di Drazen Petrovic, si chiude in bellezza col negozio dei souvenir: adesivi, un magnete e il libretto commemorativo della storica finale olimpica della Croazia contro il Dream Team. L'ultima tappa è il libro delle firme, dove visitatori provenienti da ogni parte del mondo lasciano un ricordo del loro passaggio. La pallacanestro, come spesso ho raccontato su Viaggi del mondo - Mondo BASKET, ho iniziato a viverla intensamente insieme a mio figlio da quando è entrato nel mondo dei minibasket, eppure ho anche io i miei ricordi; tra questi c'è proprio Drazen Petrovic e le partite del Dream Team, per certi versi un momento spartiacque anche la mia vita. Sul libro delle firme, tra le ultime lasciate, c'è una scritta in italiano: Se la Jugoslavia non si fosse divisa, forse il Dream Team non avrebbe vinto le Olimpiadi. Un messaggio semplice e innocente. Sappiamo bene cosa accadde nei Balcani nei primi anni '90 ma chissà se le imprese di una squadra formata da giocatori di tutte le sei repubbliche, culminata con una medaglia olimpica (d'oro, perché no!), non avrebbero potuto alimentare il sogno di un'unità ormai compromessa nel modo più tragico. Non lo sapremo mai, ovviamente...

A spasso nel Memorial Center Dražen Petrović

Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, murales davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, la statua davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari

martedì 21 aprile 2026

Mubit, la casa del basket italiano

Mubit, medaglie vinte dalla Nazionale Italiana di basket © Luca Ferrari

Viaggio nella pallacanestro azzurra tra cimeli originali, sezioni interattive e vivide emozioni. Al Paladozza di Bologna è stato inaugurato il Museo del Basket Italiano (Mubit).

di Luca Ferrari

La pallacanestro italiana si racconta tra storia, trionfi e cimeli. Un percorso che unisce memoria e materia, restituendo al pubblico la dimensione più vivida del gioco. Il 18 aprile 2026 è stato inaugurato il Museo del Basket Italiano al Paladozza di Bologna, visitabile dal giovedì al lunedì (ore 11-18). Non poteva esserci "teatro migliore". Un tempo sede della Virtus e ancora oggi della Fortitudo, questo palazzetto si trova nel cuore della Città delle Due Torri. Un luogo della gente in mezzo alla gente, e da oggi sempre più sinonimo di legami generazionali con gli appassionati della palla a spicchi. A battezzare la struttura, la mostra - Italbasket, oltre 100 anni di un infinito azzurro - che ripercorre i grandi trionfi e le sfide della Nazionale maschile e femminile dal 1921, anno di fondazione della Federazione Italiana Pallacanestro, fino ai giorni nostri, il tutto corredato da una sezione Hall of Fame e un'ulteriore "sala aperta" (rooftop), "naturale estensione del percorso museale, dove il racconto del basket continua in una dimensione più libera e contemporanea".

Il Mubit si sviluppa su 400 metri quadrati in un percorso immersivo nella storia della pallacanestro italiana. Ci sono cimeli storici come maglie, palloni e oggetti appartenuti a grandi giocatori/giocatrici e squadre. Ci sono sale dedicate alle vittorie della Nazionale e ai protagonisti del basket, con racconti di atleti, allenatori e tifosi. Il museo include anche trofei, medaglie e una Hall of Fame che celebra i momenti più importanti. L’esperienza è arricchita da video, audio e installazioni multimediali che rendono la visita dinamica. Infine c’è uno spazio interattivo dove si possono provare movimenti e tecnica di gioco, rendendo il museo coinvolgente anche dal vivo. Un museo dunque che farà la gioia di chi conosce la storia del basket azzurro ma anche di chi la sta "studiando" o è appena agli inizi, diventando così il punto di partenza per scoprire le radici di uno degli sport più amati al mondo. Basta vedere un'azione o sentire una telecronaca per essere pervasi da una fame di conoscenza e immaginare di essere lì, a bordo campo, se non direttamente dentro.

“Il Sindaco Lepore deve essere orgoglioso" ha detto entusiasta il presidente federale Gianni Petrucci sull'operato del primo cittadino della città felsinea, "Anni fa abbiamo avviato una collaborazione straordinaria e oggi consegna a Bologna un Museo che ha poco da invidiare ai luoghi che celebrano le squadre più forti del mondo. Mi basta dare un’occhiata al parterre del PalaDozza oggi. Ci sono personaggi incredibili della nostra pallacanestro, del passato e del presente, e ritrovarli tutti qui mi rende particolarmente felice”.  All'inaugurazione del Mubit infatti, sono intervenute autentiche leggende del basket azzurro, a cominciare dal "grande vecchio" Achille Canna (1932). Presenti i cestisti Carlton Myers, Giacomo Galanda, il "Mago" Andrea Bargnani e ancora la storia contemporanea della Virtus incarnata da Alessandro Pajola e Francesco Ferrari. Tra le donne, Chicca Macchi e Raffaella Masciadri. Insieme a loro, fuori dal PalaDozza, sono stati allestiti campetti per far giocare (scatenare) i piccoli della palla a spicchi.

Nel museo sono esposte anche le lavagnette di alcuni dei più celebri allenatori, alcuni dei quali sono intervenuti all'inaugurazione: Ettore Messina, il neo-commissario della squadra maschile Luca Banchi e Andrea Cabobianco, quest'ultimo alla guida della Nazionale femminile fresca di qualificazione ai Mondiali di Berlino 2026. Le Azzurre stanno entusiasmando sempre di più e gran parte del merito è proprio di coach Capobianco che ha saputo valorizzare oltremodo un gruppo già coeso, dentro e fuori dal campo. Nel 2025, dopo un'attesa lunga più di 30 anni, l'Italia è tornata a conquistare una medaglia di bronzo agli Europei e la sua cavalcata iniziò proprio qui, al PalaDozza, vincendo tutte e tre le sfide del proprio girone contro Serbia, Slovenia e Lituania, tutti paesi con una consolidata tradizione cestistica. Il resto è storia. Una storia che d'ora in avanti sarà visitabile al Museo del Basket Italiano di Bologna.

Sala dopo sala, ogni cimelio ha la sua energia da sprigionare. Come tutti, anche io ne vengo risucchiato in modo profondo e per certi versi improvviso. Qualcosa di particolare mi attira. Non è una maglia né una foto. Non è un'azione in video. Non è qualcosa che conosco né che ho vissuto. È un borsone bianco della Sergio Tacchini. C'è il tricolore e i cinque cerchi olimpici, ma soprattutto c'è una scritta: montreal '76...

Mubit, cimelio © Luca Ferrari
A quel tempo (18-27 luglio 1976) l'Italia stava partecipando alla XXI edizione delle Olimpiadi. Fu una edizione molto avvincente con le migliori squadre l'una contro l'altra. A vincere, manco a dirlo, furono gli Stati Uniti, seguiti dalla fortissima Jugoslavia e sull'ultimo gradino del podio, l'Unione Sovietica che superò i padroni di casa nella sfida per il terzo posto. L'Italia disputò una grande torneo, perdendo solamente con le prime due classificate. Per il sottoscritto, nato nel 1976 e con un grandissimo legame con il Canada e la città di Montreal, un simile cimelio è molto più di un viaggio nelle imprese cestistiche degli Azzurri. Ho già iniziato a documentarmi, cercando filmati e quant'altro sulla manifestazione. Un museo è cultura. Un museo ti stimola. Un museo è una lezione da aggiornare continuamente insieme alla curiosità della propria anima.

Una partita non è solo una mera sfida sportiva. Ci sono match che raccontano storie dentro le storie. Il 29 giugno 1991 l'Italia vinceva a Roma la medaglia d'argento ai Campionati Europei. Quella Nazionale poteva annoverare gente del calibro di Antonello Riva, Walter Magnifico, Roberto Brunamonti, Ferdinando Gentile. L'Italia era arrivata in finale vincendo tutte le sue partite, superando Grecia (82-72), Francia (75-72), Cecoslovacchia (102-80) e in semifinale la Spagna (93-90). Ad attenderla nell'ultimo atto, la Jugoslavia in quella che sarebbe stata la sua ultima partita ufficiale...

Mubit, pannello © Luca Ferrari
Venti di guerra e di secessionismo stavano già soffiando sempre più minacciosi nei Balcani. Proprio durante il torneo, Slovenia e Croazia dichiararono l'indipendenza dalla morente Federazione jugoslava. Nonostante ciò, la squadra riuscì a rimanere unita e poté schierare un'ultima grande formazione "mista" con giocatori serbi e croati insieme: Toni Kukoč e Dino Rađa (Croazia), Vlade Divac, Aleksandar Đorđević, Predrag Danilović (Serbia). L'altra grandissima stella, il croato Drazen Petrovic, non prese parte alla competizione continentale proprio per l'aggravarsi del contesto politico, facendo poi faville tra le fila della neonata Croazia, nella celeberrima sfida olimpica contro il Dream Team americano a Barcellona '92.

Altro giro della mostra, ed ecco entrare nel mio radar le casacche di quattro delle più recenti leggende della nostra pallacanestro: Marco Belinelli, unico giocatore ad aver vinto un titolo NBA con i San Antonio Spurs, Danilo Gallinari, il già citato Bargnani e Gigi Datome, quest'ultimo ritiratosi nel 2023 e oggi Capo Delegazione della Nazionale Maschile. Sul fronte femminile invece, è una scarica di brividi e lacrimoni la gigantografia dell'abbraccio tra Jasmine Keys e Lorela Cubaj durante i recenti Europei ellenici. In quell'istantanea c'è forza, fragilità e la fatica che si trasforma in gioia dirompente. In quel gesto risolutivo c'è tutta la forza di due atlete che hanno appena scritto una nuova pagina da tramandare ai posteri e su cui le giovani e le giovanissime cestiste potranno trovare l'ispirazione per seguire le loro orme, superando ogni avversità e lottando l'una a fianco dell'altra. Potrà sembrare banale ma la pallacanestro è uno sport di squadra e il Museo del Basket Italiano non racconta storie personali, restituisce storie collettive.

Attraverso le sale del Mubit ancora una volta. Ci tornerò ancora, ne sono certo. Magari insieme al mio piccolo cestista e alla sua carovana del minibasket. Sapevo poco o nulla di questo sport, poi un giorno, una creatura di 5 anni ha iniziato a farmi appassionare e da allora è diventato parte di noi. Siamo cresciuti e stiamo crescendo insieme. Torno dentro l'ampio ventre del PalaDozza. Non c'è più nessuno. Mi sento un po' un personaggio Collodiano. Guardo le due maglie della Fortitudo Bologna appese in alto, ai due estremi del palazzetto: la 13 del "barone" Gary Schull e la 20 di Rubén Douglas. C'è silenzio. Per un attimo vedo/immagino i volti, le azioni. Sento il calore delle lacrime, della gioia e delle amarezze. Vedo la vita. Sento la vita. Un flusso costante che come un'entità SpaceJammiana mi penetra in circolo. La palla rimbalza da un angolo all'altro della mia mente. Una processione di giocatrici e giocatori. Il mondo si sta preparando a entrare. Dentro di me devo ancora mettere qualcosa a fuoco. Vedo un canestro lì fuori. Le dita toccano la retina. L'energia non chiede indicazioni. Tutto è pronto per tornare in gioco. 

Campetti allestiti fuori dal PalaDozza di Bologna all'inaugurazione Mubit © Agenzia Ciamillo-Castoria 
Mubit, inaugurazione © Agenzia Ciamillo-Castoria 
Mubit - il cestista azzurro Achille Canna © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il cestista azzurro Giacomo Galanda © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il cestista azzurro Carlton Myers © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il coach azzurro Ettore Messina © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il cestista azzurro Andrea Bargnani © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - gigantografia delle azzurre Lorela Cubaj e Jasmine Keys © Luca Ferrari
Mubit - Museo del Basket Italiano © Luca Ferrari
Mubit - Museo del Basket Italiano © Luca Ferrari

lunedì 13 aprile 2026

C'era una volta l'NBA - Sergio Tavčar

C'era una volta l'NBA di Sergio Tavčar - Lebron James © Tim Shelby

"Il basket è diventato un tiro a segno da circo che dobbiamo continuare a sorbirci giorno dopo giorno" Sergio Tavčar, da C'era una volta l'NBA (2026, Bottega Errante Edizioni).

di Luca Ferrari

Il basket americano è profondamente e inesorabilmente cambiato. Il suo apice è coinciso con l'inizio della fine. Dalla supremazia "estatica" del Dream Team ai one-man show del terzo millennio e l'esasperazione del tiro da 3 punti. La tanto idolatrata NBA è ormai diventata uno spettacolo da highlights dove la tecnica e la conoscenza del gioco sono le ultime delle lezioni che vengono insegnate (...), e ciò che più desolatamente conta è solo fare una miriade di punti nel modo più spettacolare possibile. Il guru dei giornalisti di pallacanestro, Sergio Tavčar, ha pubblicato il volume C'era una volta l'NBA (Bottega Errante Edizioni, febbraio 2026). Una narrazione tanto spietata quanto veritiera del basket d’oltreoceano, ancora mitizzato nel mondo ma sempre più ridotto a un'accecante entità d'intrattenimento con il vero gioco di squadra — l’anima più autentica della pallacanestro — sacrificato sull’altare dei tanti ed esagitati yeah!

"La vittoria non è importante, è tutto", ripete laggiù all'unisono. Umirati u lepoti, riporta Tavčar dal cuore dei Balcani. Dice così un proverbio serbo che specifica che sia meglio morire nella gloria che non vincere giocando male. Da un lato, l'ossessione del successo costi quel che costi; dall'altro, la passione per un gioco dove è più importante mostrare la propria forza e regalare qualcosa di unico, a se stessi e al pubblico. Se in principio il mondo europeo idolatrava il basket USA, con l'avvento delle prime partite trasmesse sui nostri canali, l'occhio del vecchio continente ha iniziato a farsi sempre più critico.

A trasformare un gioco interessante in una passione mondiale, il leggendario Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona 1992 che incantò il pianeta, mettendo insieme una super squadra con il meglio del meglio del meglio. Da allora nessun Team America è mai stato più capace di raggiungere una simile supremazia, Redeem Team incluso (Olimpiadi Pechino, 2004) con Kobe Bryant in versione Black Mamba, capace sì, di riprendersi l'oro olimpico dopo il 4° posto ad Atene, ma vincendo di appena 11 sulla Spagna di Paul Gasol, nonostante in squadra ci fosse gente del calibro di Wade, Bosh, Lebron, Anthony e altri personaggi come Jason Kidd e Chris Paul.

Il Dream Team ha portato il basket ovunque (Dirk Nowitzki conferma) ma da quel momento qualcosa è cambiato: nel gioco e nella testa. A farlo emergere, più che un'analisi critica, l'esperienza di due autentiche leggende dei Boston Celtics, come ci ha riportato lo stesso Tavčar. Diventato general manager dei Minnesota Timberwolves, Kevin McHale fu pressato dalla dirigenza per prendere "corridori di parquet" senza indagare sulle effettive qualità cestistiche (sia mai che le dovessero usare, ndr).

Ancor più emblematico è il caso di Larry Bird, di cui viene spiegato il motivo dell’addio alla panchina degli Indiana Pacers e del suo ritiro a vita privata. Durante una trasferta il 3 volte campione NBA raccontò ai suoi giocatori di quando aveva rinunciato al record assoluto di una quadrupla doppia, scegliendo di non disputare volontariamente l’ultimo quarto per preservarsi in vista dell’imminente sfida contro gli storici rivali dei Los Angeles Lakers. Per le nuove leve del basket a stelle e strisce era inconcepibile aver anteposto l’interesse della squadra alla gloria personale. "Lì ho compreso che allenare in un ambiente che non capiva cosa fosse una squadra non faceva per me, e ho preferito rinunciare".

Come può un gioco di squadra diventare un monologo di una superstar? Sergio Tavcar non ha dubbi. Tra i giocatori che hanno trasformato la pallacanestro in una passerella per superman & gregari, alcuni sono stati molto più decisivi di altri. Su tutti, il gigante Shaquile O' Neal, il piccoletto Allen Iverson e per finire il "prescelto" poi King, Lebron James. Il perché si spiega facilmente. Non solo i primi diedero il colpo di grazia alla fondamentale palestra dei college, passando direttamente dalle high school al basket professionistico, ma il gioco praticamente si concentrava esclusivamente su di loro.

Lebron James fu ancora più emblematico. Il caso mediatico che ha dato via alla moda del "cambio squadra per vincere", passando dai Cleveland Cavaliers ai Miami Heat dove ad attenderlo c'erano già i campioni Chris Bosh e Dwyane Wade. Non solo King James non riuscì dove al contrario Michael Jordan ebbe successo, trascinando e cambiando una squadretta in una corazzata capace alla fine anche di piegare gli acerrimi e fortissimi rivali Detroit Pistons e vincere 6 titoli, ma nelle vittorie non fu mai così determinante come al contrario altre stelle lo furono, a cominciare dai vari Bird, Magic, MJ e in tempi più recenti, anche Steph Curry.

In C'era una volta l'NBA Sergio Tavčar identifica due momenti cruciali nell'involuzione del basket americano, primo dei quali il college, la cui assenza nella vita degli atleti non solo ha modificato il gioco ma anche la sua percezione stessa. Non a caso, nel corso del volume, sottolinea più volte come la pallacanestro sia un gioco soprattutto per persone intelligenza e l'intelligenza è qualcosa che va coltivata, non gettata alle ortiche per i primi facili assegni. Il college, oltre a dare un'istruzione e offrire un piano B nel caso l'NBA non si trasformasse nell'El Dorado auspicata, porta molta più disciplina e insegna a comprendere davvero il gioco della pallacanestro grazie in primis ai tanti coach preparati.

A parte rarissimi casi (Kobe Bryant, Kevin Garnett), in quanti a 18-19 anni sono davvero in grado di affrontare fama e denaro senza rischiare di essere risucchiati nel vortice della popolarità? Passare dai banchi delle scuole superiori ai riflettori ipnotici della NBA, per di più condividendo il parquet con professionisti che lotteranno con le unghie pur di non farsi togliere il posto in squadra dal novellino di turno, non è esattamente una passeggiata.

Altro snodo cruciale del libro, i draft. Secondo l'autore è quando si devono scegliere i nuovi giocatori che emerge tutta l'impreparazione al riguardo o forse, la direzione distorta che ormai le società prediligono. Anno dopo anno, Sergio Tavčar esamina le prime scelte delle varie franchigie. Salvo rarissime eccezioni (l'ultimo grande giocatore a essere preso con la prima scelta assoluta fu Tim Duncan nel 1997), il resto sono giocatori scomparsi nel nulla, sempre e comunque americani, trascurando il resto del mondo. Gli USA continuano a sentirsi i migliori del mondo del basket ma siamo proprio sicuri che sia così? Alle Olimpiadi 2024 di Parigi sono stati costretti a mandare i massimi rinforzi dopo la figuraccia dei Mondiali 2023, vincendo la medaglia d'oro in extremis grazie alle triple di Curry, la precisione di Kevin Durant, e piegando a (parecchia) fatica sia la Serbia in semifinale sia i padroni di casa in finale.

Un dato su cui riflettere. Gli Stati Uniti possono attingere a un bacino di oltre 330 milioni di persone, la Serbia di neanche 7 e la Francia non arriva a 70. Se nazioni così piccole riescono a quasi battere gli indiscussi campioni nel mondo, sono davvero così insuperabili? Ha ancora senso parlare di campioni del mondo quando una squadra vince il titolo NBA, come a ragione faceva notare il velocista americano Noah Lyles. Sarà interessante vedere cosa succederà ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 quando i vari Doncic (Slovenia), Shai Gilgeous-Alexander (Canada) e Victor Wembanyama (Francia) saranno gli indiscussi trascinatori delle rispettive nazionali, senza dimenticarsi della Serbia di Jokic e Bogdanovic, o la Germania campione del mondo dei vari Schröder e i fratelli Wagner, mentre  le nuove leve USAm sebbene forti (Edwards, Tatum, Mitchell), non sembrano proprio all'altezza dei grandi "vecchi".

Sergio Tavčar è un'istituzione. Triestino classe 1950, il suo nome è legato alle prime "epiche" telecronache trasmesse su TV Koper-Capodistria (Telecapodistria) e più tardi insieme al collega Dan Peterson, la coppia per eccellenza della pallacanestro. Profondo conoscitore della disciplina, tra i volumi editi, sempre per Bottega Errante, ha dato alle stampe anche L'uomo che raccontava il basket (2020), incentrato sui paesi dell'ex-Jugoslavia, terra verace di pallacanestro e creatrice di un'educazione cestistica senza eguali. Nel raccontare l'NBA in questo suo ultimo libro, appare tutto il suo amore disilluso per il basket americano. Un sentimento nato e cresciuto fin dai primi contatti con i militari USA in Friuli, "a quei tempi ancora anni luce avanti al nostro e stella polare da seguire devotamente", e poi via via arrivando a vedere i primi filmati, quando il senso di squadra era ancora il cuore pulsante della disciplina.

Pagina dopo pagina, Tavčar ti sprona a ragionare e guardare l'NBA con occhio sempre più obiettivo. Tra i più recenti fenomeni mediatici, lo sloveno di Lubiana, Luka Doncic. Un fuoriclasse senza dubbio, ma a ben guardarlo, si capisce come sia lui e solo lui l'epicentro della squadra. Dopo essere stato inspiegabilmente venduto dai Mavericks ai Lakers, nel giro di pochi mesi Dallas è passata da essere una finalista NBA e contendente al titolo per l'annata successivo a non impensierire minimamente le forti avversarie della Western Conference; analogo discorso anche per gli Indiana Pacers, passati nel giro di un anno da essere finalisti nel 2025 a collezionare appena 19 misere vittorie nella Regular Season 2025-26, finendo così la stagione al penultimo posto, e questo a causa dell'assenza per infortunio del loro miglior giocatore, Tyrese Halliburton.

Quando si guardano gli highlights delle partite NBA si vede sempre di più il giocatore principale, tralasciando strategia e quant'altro di tecnico e di squadra ci possa essere. Anche con partite in bilico, gli ultimi secondo vengono tagliati se non c'è la giocata esplosiva a chiudere la sfida. Sergio Tavčar ha ragione, questa non è pallacanestro. Non esiste difesa. Se vedi una squadra che ha la palla, sai già che farà canestro. Il basket non è un assolo di coriandoli, è lo sport di squadra per eccellenza. Un'opera armonica di movimenti, incastri e decisioni. Un dialogo corale di pensieri e azioni. Il basket è una forma che si reinventa ogni giorno, in ogni istante cinque o tre persone scendono in campo insieme. Un patto condiviso tra l'anima e il canestro.

martedì 10 febbraio 2026

Laura Spreafico, leadership e cuore azzurro

La capitana della Nazionale, Laura Spreafico © Italbasket 

Personalità, grinta e determinazione. Le sfide euro-spagnole con l’Avenida, la vigilia del pre-Mondiale con l'Italia. La capitana azzurra Laura Spreafico si racconta.

di Luca Ferrari

Instancabile, decisa e già focalizzata sui prossimi cruciali obiettivi della sua vita. Laura Spreafico, capitana della Nazionale di pallacanestro, è pronta per conquistare il pass per i Mondiali 2026 di Berlino. Mercoledì 11 marzo l’Italia farà il suo debutto a Porto Rico, proprio contro le padrone di casa, 13° nel ranking FIBA appena sopra l’Italia di una posizione. “La prima partita è sempre un po' un'incognita. Meglio affrontare La Isla del Encanto all'inizio, piuttosto che l’ultima di una gara in cui è in palio tutto giochi tutto e con, inevitabilmente, gran parte del pubblico contro. A prescindere dall’avversario, dovremo essere brave a ritrovare l'alchimia - europea - nel minor tempo possibile, concentrarci e giocare al meglio. Tutte le partite saranno fondamentali, quindi non bisogna fare calcoli” dice Laura.

Dopo una prima esperienza all’estero al Gernika (2022-23), Laura Spreafico è tornata in Spagna a partire dalla stagione attualmente in corso, accasandosi questa volta all’Avenida. Raggiunta via Zoom in terra iberica e dopo aver superato qualche imprevisto tecnologico (..), Laura si racconta, reduce da un tour de force cestistico che l’ha vista giocare e vincere 71-65 in terra ellenica, nella gara di andata dei quarti di finale di Eurocup contro l’Athinaikos. Neanche due giorni dopo, eccola di nuovo in campo nella sfida di campionato contro l’A.E. Sadis Basquet, anch’essa conclusa come meglio non si potrebbe, 70-69, attestandosi così in quinta posizione.

“È stato un periodo bello tosto. Due trasferte consecutive ti stancano fisicamente e mentalmente. Il campionato spagnolo è molto combattuto e competitivo. Di recente il Valencia ha perso a Estepona, terzultima in classifica. Nessuna sfida è mai troppo scontata perché il livello è mediamente alto; proprio questa è stata un po' la motivazione che mi ha spinto a tornare in Spagna. Siamo molto contente dei risultati ottenuti. L'ultima vittoria in campionato ci ha dato due punti molto importanti. Siamo state brave anche se la partita non è stata bellissima. Qui a Salamanca poi, ho ritrovato Anna Montañana, la stessa allenatrice che avevo al Guernica. La sua presenza alla guida dell’Avenida è stata sicuramente uno stimolo in più per tornare. Mi piacerebbe davvero alzare un trofeo con questa squadra a fine stagione”.

 Laura Spreafico in allenamento con l'Alvenida © Club Baloncesto Perfumerías Avenida

"Se continueremo a vincere, anche i prossimi saranno mesi molto impegnativi" prosegue la cestista comasca. "A marzo poi, subito dopo aver terminato le gare di qualificazione con l’Italia, dovremo affronteremo l'Uni Girona in Copa de la Reina. L’incrocio non è stato dei migliori ma la storia più recente della competizione ha dimostrato che anche le piccole possono vincere. Nell’ultima edizione la non favorita Jairis ha superato Valencia e Girona, per poi vincere la finale proprio contro l’Avenida. Stiamo ancora cercando un equilibrio definitivo ma siamo pronte a tutto. Lavoriamo ogni giorno e siamo ambiziose. Non ci spaventano le avversarie".

Marzo sarà davvero uno snodo cruciale nella vita professionale di Laura Spreafico e delle sue compagne "azzurre". Cinque partite per portare l’Italia ai FIBA Women’s Basketball World Cup 2026. Nel dettaglio:

  • 11 marzo ore 20.00, Italia-Porto Rico (le 2.00 in Italia)
  • 12 marzo ore 17.00, Nuova Zelanda-Italia (le 23.00 in Italia)
  • 14 marzo ore 17.00, Stati Uniti-Italia (le 23.00 in Italia) 
  • 15 marzo ore 17.00, Italia-Spagna (le 23.00 in Italia) 
  • 17 marzo ore 14.00, Senegal-Italia (le 20.00 in Italia)
“Tra compagne di Nazionale ci sentiamo ogni tanto, purtroppo gli impegni con i club sono tanti e quando hai così tante partite all’interno della stagione, finché non arrivi al raduno, è difficile concentrare le energie mentali in quella specifica direzione" analizza Spreafico, "Ognuna di noi lavora duramente per essere pronta al 100% per il club e per la Nazionale. Senegal e Nuova Zelanda le conosco poco. Gli Stati Uniti li abbiamo incontrati l’ultima volta molti anni fa. L’unica squadra che conosciamo effettivamente è la Spagna. Anche se in amichevole (La Linea, 14–15 novembre), averla finalmente battuta dopo più di 24 anni, mi ha fatto molto piacere anche perché io giocavo un po' in casa, e gli occhi degli spagnoli erano puntati soprattutto su di me”. E chi sarà mai stata l’MVP azzurra nella partita contro la nazionale iberica? Ovviamente lei, Laura Spreafico, che ha messo a referto 18 punti (di cui 3 su 4 da tre).

                                                           
Torneo "La Linea", Italia-Spagna 77-61: gli highlights

Già, l’Italia. Tutti gli appassionati di pallacanestro hanno ancora negli occhi (e nell'anima) la straordinaria medaglia di bronzo conquistata ai FIBA EuroBasket Women 2025. “Se ci ripenso, il primo pensiero/emozione che sento è la felicità” racconta con vivida sincerità Laura. “L'immagine che ho nella mente sono gli abbracci dopo la vittoria contro la Francia nella finale per il terzo e quarto posto. Fin dai primi giorni del raduno abbiamo lavorato molto, convinte di poter ottenere un risultato importante. Dopo la delusione all’Europeo 2023, c'era la consapevolezza che potevamo fare molto di più. Abbiamo raggiunto questo traguardo e non vogliamo certo fermarci qui".

Nella più recente edizione continentale l’Italia ha giocato un basket incredibile, perdendo l’appuntamento con i due gradini più alti del podio solo per una questione di “ferrei” centimetri. Un gruppo solido, come la stessa Spreafico ha giustamente rimarcato: “La nostra più grande qualità è il collettivo. Molte squadre si affidano a due o tre giocatrici, la nostra forza invece è la possibilità di affrontare ogni partita potendo contare su tutte le giocatrici del roster”. Ed è esattamente ciò che si è visto agli Europei 2025. André, Cubaj, Fassina, Keys, Madera, Pan, Pasa, Santucci, Trimboli, Verona Zandalasini e ovviamente Laura Spreafico, tutte sono state protagoniste. Quando sono state chiamate in campo, ciascuna ha dato il massimo, lasciando il segno.

“La partita con la Turchia è stata emblematica sotto tanti punti di vista, ma soprattutto ha messo in evidenza una volta per tutte che cosa significa essere una squadra. Negli anni questa squadra si era presa qualche batosta, quindi il fatto di essersi compattate ancora di più nel momento di maggiore difficoltà, ha dimostrato tutto il nostro carattere e la consapevolezza di poter contare l'una sull'altra. Quando scenderemo in campo a Porto Rico per giocarci le nostre chance di arrivare al Mondiale, lo faremo con la certezza che il nostro essere gruppo sia l’arma più potente”. Dopo il bronzo europeo, le Azzurre si sono ritrovate dal Presidente Mattarella per un appuntamento a dir poco speciale e poco tempo dopo, in occasione del torneo franco-spagnolo. “Non vediamo l’ora di ritrovarci. Più che gli USA però, già qualificati, attendo con ansia di incontrare la Spagna”.

Laura Spreafico e il Presidente Sergio Mattarella - ph. @quirinale.it
Laura Spreafico, una raminga della palla a spicchi. Classe 1991, Guardia/ Ala di 181 cm, ha esordito in A1 nella stagione 2006/2007 con la Comense, passando poi a Lucca e quindi a Schio dove ha vinto 2  edizioni del Campionato e altrettante della Supercoppa e della Coppa Italia. Nel 2016 ha giocato a Parma, poi a Ragusa e nel 2018 ha firmato per Broni, quindi una parentesi a Lucca e al Costa Masnaga. Nel 2022-2023 è passata al Gernika Bizkaia, in Spagna, quindi altre due stagioni in Italia al Passalacqua Ragusa prima e al Geas Sesto San Giovanni poi, infine, nell'estate 2025 il passaggio a Salamanca.

“Rispetto a quando ho iniziato, c’erano più squadre nel campionato italiano (16, ndr) e forse un maggiore equilibrio. Adesso c’è una spaccatura più netta tra le prime quattro-cinque squadre e il resto del gruppo. In Spagna, dove si continua a investire molto sullo sport femminile, ho trovato un basket molto più seguito. Ogni settimana abbiamo tra le 3.000 e le 3.500 persone sugli spalti a seguire le partite. Purtroppo non è lo stesso in Italia. Adesso forse siamo a un punto di svolta. La Federazione ha pianificato budget importanti per la promozione e lo sviluppo del basket femminile e la nostra medaglia ha contribuito a una maggior popolarità. Mi auguro che i risultati dei prossimi mesi possano dare una spinta decisiva al nostro movimento”. 

Il tempo scorre inesorabile: online, sul parquet e nella vita. Quali sono i desideri di Laura Spreafico per il futuro? “A livello sportivo, mi piacerebbe affrontare la Cina ai Mondiali, il cui vice-allenatore è il papà del mio compagno. Sarebbe come un derby per me e oltre tutto non ci ho mai giocato contro.  Quando smetterò di giocare a basket invece, mi piacerebbe lavorare con i bambini in ambiti diversi dallo sport. Durante la laurea triennale ho svolto un tirocinio in una casa mamma-bambino, scoprendo quanto mi piaccia lavorare con i più piccoli, in particolare durante la fase evolutiva, quando ancora non parlano perfettamente ma comunicano efficacemente attraverso il corpo. Attualmente immagino il mio percorso professionale futuro al di fuori del basket. Adesso sono iscritta a una laurea magistrale. Sono una persona curiosa e motivata. Mi entusiasma l’idea di approfondire nuovi ambiti della vita, valorizzando anche le esperienze accumulate nei miei 20 anni di carriera cestistica”.

Il presente chiama. Giovedì 12 febbraio Laura Spreafico sarà nuovamente in campo con l'Avenida per conquistare la semifinale di Eurocup. Viaggi del mondoMondo BASKET sarà ovviamente in prima fila davanti al canale YouTube (gratuito) della FIBA per seguire il match e sostenere la "nostra" Capitana. Forza Laura, guida le Azzurre verso una storica prima medaglia mondiale a Berlino!

  Laura Spreafico (Italia) in trionfo a Euro 2025 ph. @Italbasket
  Laura Spreafico (Italia) in azione contro la Spagna ph. @Italbasket
 Laura Spreafico in allenameno con l'Alvenida © Club Baloncesto Perfumerías Avenida
 Laura Spreafico in allenamento con l'Alvenida © Club Baloncesto Perfumerías Avenida
 Laura Spreafico in azione con l'Alvenida © Club Baloncesto Perfumerías Avenida
Il giornalista Luca Ferrari e la cestista Laura Spreafico durante l'intervista 

domenica 25 gennaio 2026

EuroLeague Women, il grande basket

Francesca Pan (Reyer) e Gabby Williams (Fenerbahce) © Luca Ferrari
La sfida di EuroLeague tra Reyer Venezia e Fenerbahce Opet ha avuto un solo e unico vincitore, il grande basket di qualità. di Luca Ferrari Adrenalina. Canestri chirurgici. Ripartenze e spirito di squadra. Da una parte, la squadra di casa desiderosa di consacrarsi nell’élite del grande basket europeo, dall’altra una corazzata per nulla intenzionata ad abdicare la sua posizione di “potere”. Giovedì 22 gennaio 2026 il Palasport Taliercio di Mestre (Ve) è stato teatro di una sfida cestistica di altissima qualità tra la Reyer Venezia e il Fenerbahce Opet. Le due squadre si sono affrontate a viso aperto, senza risparmiare fatica né muscoli. È stata una partita che ha davvero entusiasmato, facendo capire una volta per tutte e di più il livello raggiunto dal basket femminile. Gabby Williams è stata divina. Veloce, letale e sempre al servizio della squadra. Nel corso di una recente intervista che prossimamente uscirà sulle pagine del magazine internazionale L’Italo-Americano, la cestista azzurra Sara Madera aveva evidenziato quanto fosse forte e d’ispirazione la belga Emma Meesseman. Detto fatto, è stata una delle indiscusse protagoniste della partita, portando qualità e strategia, insieme alla connazionale Julie Allemand. Per i primi due quarti la squadra turca ha martellato le avversarie senza dare segni di cedimento, chiudendo con un pesante 51-30 in proprio favore. Difficile immaginare una reazione che potesse in qualche modo scalfire le certezze degli “angeli gialli”. Invece è accaduto l’inimmaginabile. Mai dare per chiusa una partita di pallacanestro con due quarti da giocare, anche se di fronte c'è un avversario fortissime. Le leonesse hanno cominciato a reagire, segnando e rubando palle. In gran spolvero la croata Ivana Dojkic, autrice di 17 punti. Insieme a lei, l’unica a chiudere in doppia cifra è stata Stephanie Mavunga, sempre più fondamentale nel meccanismo di gioco di coach Mazzon. Aldilà dei punti messi a referto (9), Francesca Pasa è stata una vera scossa che ha mandato in tilt i meccanismi (quasi) perfetti delle avversarie.  Giocata dopo giocata, l’impossibile si è quasi materializzato. Da un letale -21 si è passati a -4, con la Reyer capace di infliggere un inimmaginabile parziale di 15-0 e arrivando a scagliare un tiro da 3 che se fosse entrato, sarebbe arrivat a -1, il tutto sospinta da un pubblico che, in caso di "aggancio", avrebbe probabilmente eguagliato i decibel del rumorosissimo 12° uomo dei Seahawks di Seattle (football NFL). La rimonta però si è arenata lì, e le avversarie, dominatrici dell’EuroLeague nel biennio 2023-24 nonché detentori del titolo del Turkish Basketball Super League negli ultimi cinque anni, hanno poi ripreso la strada della vittoria. È stata una serata di eccellente basket femminile che sono felice di aver condiviso con mio figlio (il cestista di famiglia, ndr). Insieme abbiamo assistito a una partita di altissimo spessore tecnico. Dagli spalti però, sarebbe auspicabile vedere un po’ più di fair play. Sostenere la propria squadra è sacrosanto, rispettare l’avversario con degni applausi lo è altrettanto, tanto alla presentazione quanto durante la realizzazione dei canestri più meritevoli, e ce ne sono stati parecchi. Nel 2026 sarebbe ora che lo sport avesse la meglio sul tifo monodirezionale. Inoltre non è certo un bell'esempio per quei piccoli appassionati venuti ad ammirare queste fantastiche atlete. E a proposito di grande basket femminile, italiano ed europeo, la prima della classe Famila Schio, ancora imbattuta sui parquet nazionali nonché vincitrice della Coppa Italia 2026, oggi sfida la 3° della classe, Magnolia Campobasso, decisamente in gran spolvero. Dopo la vittoriosa trasferta in laguna, la squadra molisana farà il bis anche in terra vicentina? La domenica successiva poi, 1 febbraio,  le campionesse d’Italia in carica se la vedranno proprio con la Reyer per un infuocato derby veneto che verrà trasmesso anche in chiaro in diretta su Rai Sport (ore 20.45). Una partita che entrambe le squadre giocheranno al massimo, tenendo anche conto anche dell’ultima e imminente sfida della 2° fase della massima competizione europea, entrambe mercoledì 4 febbraio, la Reyer contro il Valencia e Schio contro il Bourges.
Guarda gli highlight Reyer-Fenerbahce
EuroLeague Women - Reyer & Fenerbahce © Luca Ferrari