lunedì 13 aprile 2026

C'era una volta la Nba - Sergio Tavčar

C'era una volta l'NBA di Sergio Tavcar - Lebron James © Tim Shelby/ Wikipedia

"Il basket è diventato un tiro a segno da circo che dobbiamo continuare a sorbirci giorno dopo giorno" Sergio Tavcar, da C'era una volta l'NBA (2026, Bottega Errante Edizioni).

di Luca Ferrari

Il basket americano è profondamente e inesorabilmente cambiato. Il suo apice è coinciso con l'inizio della fine. Dalla supremazia "estatica" del Dream Team ai one-man-show del terzo millennio e l'esasperazione del tiro da 3 punti. Oggi la tanto idolatrata NBA è uno spettacolo da highlight dove la tecnica e la conoscenza del gioco sono le ultime delle lezioni che vengono insegnate (...), e ciò che più desolatamente/unicamente conta è fare una miriade di punti nel modo più spettacolare possibile. Il guru dei giornalisti di pallacanestro Sergio Tavčar ha pubblicato il volume C'era una volta l'NBA (Bottega Errante Edizioni, febbraio 2026). Una narrazione tanto spietata quanto veritiera del basket d'oltreoceano, ancora mitizzato ma sempre più confinato in una dimensione di intrattenimento e di giochi di prestigio, il tutto sacrificando sull'altare dei vari yeah l'autentico gioco di squadra, ossia l'anima più vera della pallacanestro.

"La vittoria non è importante, è tutto" si ripete all'unisono. Umirati u lepoti, riporta Tavčar dal cuore dei Balcani, ossia un proverbio serbo che specifica che sia meglio morire nella gloria che non vincere giocando male. Queste due concezioni del basket non sembrano più volersi più incontrare. Da un lato, l'ossessione della vittoria costi quel che costi, dall'altro la passione per un gioco dove conta di più mostrare la propria forza e regalare qualcosa di unico, a se stessi e al pubblico. Se in principio il mondo europeo idolatrava il basket USA, con l'avvento delle prime partite trasmesse sui nostri televisori, l'occhio del vecchio continente ha iniziato a farsi sempre più critico. A trasformare un gioco interessante in un fenomeno popolare in ogni angolo del pianeta, il leggendario Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona 1992 incantò il pianeta mettendo insieme una super squadra con il meglio del meglio del meglio, e permettendosi di lasciare fuori dal roster anche altri super campioni. Da allora nessun Team America è stato più capace di raggiungere una simile supremazia, Redeem Team incluso (Olimpiadi Pechino, 2004) con Kobe Bryant in versione Black Mamba, capace sì, di riprendersi l'oro olimpico dopo il 4° posto ad Atene, ma vincendo di appena 11 sulla Spagna di Paul Gasol, nonostante in squadra ci fosse gente del calibro di Wade, Bosh, Lebron, Carmelo Anthony e altri personaggi come Jason Kidd e Chris Paul.

Il Dream Team ha portato il basket ovunque (Dirk Nowitzki conferma) ma da quel momento qualcosa è cambiato: nel gioco e nella testa. A farlo emergere, più che l'autore stesso tutti, l'esperienza di due autentiche leggende della palla a spicchi: Kevin McHale e Larry Bird. Il primo, di origini montenegrine, rimase basito quando nelle vesti di general manager dei Minnesota Timberwolves, a cavallo del nuovo millennio, fu pressato dalla dirigenza per prendere "corridori" senza indagare sulle effettive qualità cestistiche (sia mai che le debba usare, ndr). “Ancor più emblematico è il caso di Bird, che spiegò il motivo per cui smise di allenare gli Indiana Pacers, ritirandosi a vita privata. Raccontò ai suoi giocatori di quando aveva rinunciato al record assoluto di una quadrupla doppia, scegliendo di non giocare volontariamente l’ultimo quarto per riposarsi in vista dell’imminente sfida contro gli storici rivali dei Los Angeles Lakers. Per le nuove leve del basket a stelle e strisce era inconcepibile aver anteposto l’interesse della squadra alla gloria personale. "Lì ho compreso che allenare in un ambiente che non capiva cosa fosse una squadra non faceva per me, e ho preferito rinunciare".

Tra i giocatori che hanno trasformato la pallacanestro in una passerella per superman insieme a gregari, alcuni giocatori sono stati più fondamentali in questo radicale cambio di cultura. Su tutti, il gigante Shaquile O' Neal, il piccoletto Allen Iverson e per finire il "prescelto" poi King, Lebron James. Il perché si spiega facilmente. Non solo i primi diedero il colpo di grazia alla fondamentale palestra dei college, passando direttamente dalle high school, ma il gioco praticamente si concentrava esclusivamente su di loro. Lebron James fu ancora più emblematico, il caso mediatico che ha dato via alla "moda del cambio squadra per vincere", passando dai Cleveland Cavaliers ai Miami Heat dove ad attenderlo c'erano già i campioni Chris Bosh e Dwyane Wade. Non solo King James non riuscì dove al contrario Michael Jordan ebbe successo, trascinando e cambiando una squadretta in una corazzata capace alla fine anche di piegare gli acerrimi rivali Detroi Pistons, ma nelle vittorie non fu mai così determinante come al contrario altre stelle lo furono, a cominciare dai vari Bird, Magic, MJ e in tempi più recenti, Steph Curry.

In C'era una volta l'NBA Sergio Tavčar identifica due momenti cruciali nell'involuzione del basket americano, primo dei quali il college, la cui reiterata assenza non solo ha modificato il gioco ma anche la sua percezione stessa. Non a caso nel corso del volume sottolinea più volte come la pallacanestro sia un gioco soprattutto per persone intelligenti. Il college, oltre a dare un'istruzione e offrire un piano B nel caso l'NBA non si trasformi nell'El Dorado auspicata, porta molta più disciplina e insegna a comprendere davvero la pallacanestro, cosa possibile grazie ai tanti coach preparati. A parte rarissimi casi (Kobe?), in quanti a 18-19 anni sono davvero in grado di affrontare fama e denaro senza rischiare di essere risucchiati nel vortice della popolarità? Passare dai banchi delle scuole superiori ai riflettori ipnotici della NBA, per di più condividendo il parquet con professionisti che lotteranno con le unghie pur di non farsi togliere il posto in squadra dal novellino di turno, non è esattamente una passeggiata.

Altro snodo cruciale del libro, i draft. Secondo l'autore è quando si devono scegliere i novi giocatori delle franchigie che emerge tutta l'impreparazione al riguardo o forse, la direzione distorta che ormai le franchigie prediligano. Anno dopo anno Sergio Tavčar esamina le prime scelte. Salvo rarissime eccezioni (l'ultimo grande giocatore preso subito fu Tim Duncan), il resto sono giocatori scomparsi nel nulla, sempre e comunque americani, trascurando come anche il mondo cestistico sia cambiato. Gli USA infatti continuano a sentirsi migliori del mondo del basket ma siamo proprio sicuri che sia così? Alle Olimpiadi 2024 di Parigi sono stati costretti a mandare i massimi rinforzi dopo la figuraccia dei Mondiali l'anno precedete, vincendo la medaglia d'oro in extremis grazie alle triple di Curry e la precisione di Kevin Durant, e piegando a (parecchia) fatica sia la Serbia di Jokic in semifinale, sia i padroni di casa in finale.

Un dato su tutti. Gli Stati Uniti possono attingere a un bacino di oltre 330 milioni di persone, la Serbia di neanche 7 e la Francia non arriva a 70. Se nazioni così piccole riescono a quasi battere gli indiscussi campioni nel mondo, sarà interessante vedere a Los Angeles 2028 quando i vari Doncic (Slovenia), Shai (Canada) e Wemby (Francia) saranno al top della loro maturità cestistica e negli USA tutta la vecchia guardia sarà già dimessa.

Sergio Tavcar è un'istituzione. Triestino classe 1950, il suo nome è legato alle prime "epiche" telecronache su TV Koper-Capodistria (Telecapodistria) e più tardi insieme al collega Dan Peterson, la coppia per eccellenza della pallacanestro; l'equivalente cestistico degli altrettanto "mitici" Rino Tommasi e Gianni Clerici per il tennis. Profondo conoscitore della disciplina, tra i volumi editi, sempre per Bottega Errante, ha dato alle stampe anche L'uomo che raccontava il basket (2020), incentrato sui paesi dell'ex-Jugoslavia, terra verace di pallacanestro e creatrice di un'educazione cestistica senza eguali. Nel raccontare l'NBA in questo suo ultimo libro, appare tutto il suo amore disilluso per il basket americano. Un sentimento nato e cresciuto fin dai primi contatti con i militari USA in Friuli, "a quei tempi ancora anni luce avanti al nostro e stella polare da seguire devotamente", e poi via via arrivando a vedere i primi filmati, quando il senso di squadra era ancora il cuore pulsante della disciplina.

Pagina dopo pagina, Tavčar ti sprona a ragionare e guardare l'NBA con occhio sempre più critico. Tra i fenomeni mediatici, lo sloveno di Lubiana, Luka Doncic. Un fuoriclasse senza dubbio, ma a ben guardarlo, si capisce come sia lui e solo lui l'epicentro della squadra. Dopo essere stato follemente venduto dai Maverick ai Lakers, nel giro di pochi mesi Dallas è passata da essere finalista NBA e candidata per il titolo l'anno successivo a non rappresentare il minimo problema per le pretendenti della Western Conference; analogo discorso anche per gli Indiana Pacers, passati nel giro di un anno da essere finalisti nel 2025 a 19 misere vittorie nella Regular Season 2025-26, finendo così la stagione al penultimo posto, a causa dell'infortunio del loro miglior giocatore, Tyrese Halliburton. Tornando a Doncic e non solo lui, quando si guardano gli highlight, si vede solo lui che fa tutto e questo, ha ragione Sergio Tavcar, non è pallacanestro. Non esiste difesa, se vedi una squadra che ha la palla, sai già che farà canestro. Il basket non è un assolo creato per far volare coriandoli e stelle filanti, è lo sport di squadra per eccellenza. Un'opera armonica di movimenti, incastri e decisioni. Un dialogo corale di pensieri e azioni.

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