giovedì 18 giugno 2026

Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo

IIC Zagabria - Scatti della mostra "Sarajevo: l'assedio più lungo" © Luca Ferrari
La vita in mezzo alla morte. È approdata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo, di Mario Boccia.

di Luca Ferrari

Gli edifici sventrati. I feriti in barella. Un macabro cartello con teschio indicante la presenza di mine. Una ragazza corre, cercando di evitare i colpi dei cecchini serbo-bosniaci. Un'anziana cammina rassegnata con una tanica per l'acqua insieme al suo cagnolino. Le postazioni cetniche sul monte Trebević. Un uomo e una donna mano nella mano; sull'edificio alle loro spalle, uno striscione con la scritta in stampatello PAZI SNAJPE - Attenzione Cecchino! E poi loro, i bambini. Ci sono quelli che ridono, incuranti di quale orrore si potrebbe scatenare da un momento all'altro, quelli che fanno i compiti alla ricerca di un po' di normalità e dei ragazzini che si riparano dai colpi mentre stanno cercando di tornare a casa vivi. Storie di vita nella Sarajevo occupata durante la guerra dei Balcani. Dopo l'inaugurazione a Belgrado (Serbia), la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996 – L’assedio più lungo di Mario Boccia è sbarcata in Croazia, all'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria (5 maggio - 30 giugno 2026). Ingresso libero.

Zagabria è una metropoli moderna, contesa tra storia antica e turismo. Poche tracce di ciò che è accaduto nei primi anni '90. Il dicembre scorso a Belgrado, nelle sale del Muzej Devedesetih, è stata inaugurata la mostra L’assedio più lungo di Mario Boccia. Un racconto autentico. Le immagini sono state scattate a Sarajevo, tra il 1992 e il 1996. A dispetto della brutalità militare serbo-bosniaca, il fotografo ci mostra i volti della gente comune presi sul campo di battaglia, o meglio, il campo di uccisione, e cioè la strada. Tra le fotografie più emblematiche, bambine e bambini mentre giocano dopo un'abbondante nevicata. A loro andò bene, per altri fu la fine. Il 22 gennaio 1994 sei bambini tra gli 8 e i 12 anni furono uccisi da una granata di mortaio. Mario Boccia, esperto fotogiornalista freelance con alle spalle reportage realizzati in scenari di guerra e povertà in Europa, Africa, America Latina e Medio Oriente, ci riporta in una dimensione umana, senza ingrandire l'obiettivo sulla morte, ma avvicinandosi al quotidiano e alla paura che il prossimo passo possa essere l'ultimo.

Arrivo a Zagabria in una giornata feriale. La città è in fermento. Ci sono cantieri un po' ovunque. Il caldo umido inizia già a farsi sentire. Non è facile trovare parcheggio. A dispetto di Google Maps, ci metto un po' a trovare la via dove ha sede l'Istituto Italiano di Cultura (Ulica sv Preobraženska, 4). Le foto sono tutte esposte al piano terra. Nessuna presentazione eclatante, solo l'essenziale. Due pannelli in italiano e croato illustrano Le Guerre Jugoslave (1991-2001) e L'assedio di Sarajevo, così come tutte le didascalie sono bilingue. La locandina vede il titolo della mostra impresso sopra la città sotto attacco, poi iniziano le immagini. Boccia immortala una bambina che fa i compiti. Ha più strati di vestiti e indossa pesanti calzettoni. In città mancava tutto: elettricità e riscaldamento. Lei è lì, vicino alla finestra per avere la luce del sole. I vetri sono stati distrutti, sostituiti da fogli di plastica forniti dall'Ufficio Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Vedo i banchi vuoti nel mercato di Markale; è il dicembre del 1992. Poco tempo dopo, nel 1994 e nel 1995, furono sparati colpi di mortaio in due differenti momenti, uccidendo complessivamente più di 100 civili e ferendone oltre 200.

Guardo le foto più e più volte. Mario Boccia ha fotografato la vita oltre alla guerra. Forse proprio per questo gli scatti sono ancora più disturbanti: vedi la vita e sai che molta di essa non supererà quel tragico quadriennio. Mentre visito la mostra, vedo entrare una famiglia. Dopo qualche giro, il piccolino si siede al tavolo. Davanti a lui c'è il titolo della mostra. La parola SARAJEVO è scritta in stampatello e in rosso (sangue?, ndr). Migliaia di suoi coetanei furono uccisi nel corso del conflitto balcanico e durante l'assedio della capitale bosniaca; le stime ufficiali parlano di almeno 1.400 vittime e oltre 10.000 feriti. Guardo quel bambino e lo immagino tornare a scuola tranquillo, senza doversi preoccupare se dalla finestra qualcuno possa imbracciare un fucile per sparargli. Lui è lì, sereno che disegna. Vicino ci sono la sua mamma e il suo papà. Fuori dalla porta dell'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria non ci sono assassini pronti a ucciderli. Lui è lì, spensierato in vacanza. L'augurio è che né lui né i suoi cari possano mai vivere l'inferno che la popolazione di Sarajevo si trovò ad affrontare mentre il resto del mondo pensava ad altro.

Dopo Belgrado e Zagabria, la mostra fotografica L’assedio più lungo di Mario Boccia terminerà il suo tour balcanico proprio a Sarajevo.

Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari
Istituto Italiano di Cultura (Zagabria), Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo
foto di Mario Boccia © Luca Ferrari
Un giovanissimo in visita all'Istituto Italiano di Cultura (Zagabria). Davanti a lui,
la mostra fotografica Sarajevo 1992-1996: L'assedio più lungo © Luca Ferrari

domenica 7 giugno 2026

The Legacy of Dražen Petrović

La statua "Air Drazen" © Luca Ferrari

A Zagabria, davanti al palazzetto del Cibona, il Memorial Center racconta la storia e l'eredità cestistica di uno dei più grandi giocatori della storia: Dražen Petrović (1964-1993).

di Luca Ferrari

Un caparbio ragazzino di Šibenik ha riscritto le regole della pallacanestro. Drazen Petrovic è stato uno dei più grandi cestisti della storia. All'apice della sua carriera, quando aveva vinto tutto quello che poteva vincere in Europa e con la nazionale della Jugoslavia, fece il grande salto oltreoceano. Poco valorizzato dai Portland Blazers, nel 1991 si era accasato ai New Jersey Nets sotto la guida dell'esperto Chuck Daly. In neanche due anni fece capire a tutta l'NBA, all'epoca molto diffidente sulle qualità dei giocatori europei, il proprio valore. Poi la sua vita ebbe tragicamente fine. Di ritorno da una trasferta in terra polacca con la sua amata Croazia, morì sul colpo in un tragico incidente stradale intorno alle 17:20 del 7 giugno 1993 sull'Autobahn 9, a Denkendorf, in Germania, vicino a Ingolstadt, nello stato tedesco della Baviera. Il 7 giugno 2006 è stato inaugurato a Zagabria il Museo e Centro Commemorativo Dražen Petrović, proprio davanti all'arena del Cibona Zagreb, oggi chiamata Dražen Petrović Basketball Hall, squadra in cui militò dal 1984 al 1988, vincendo anche 2 Coppe dei Campioni consecutive. 

Croazia, terra di basketZagabria è una città che sa essere molto trafficata, anche se molto ordinata. Il mio viaggio verso il Museo Drazen Petrovic si rivela più ostico del previsto. Sebbene le tante informazioni raccolte concordino sulla presenza di un ampio parcheggio proprio davanti alla struttura museale, devo fare almeno 2-3 giri prima di capire dove si trovi: dall'altra parte della strada, il cui ingresso è quasi nascosto, dovendo attraversare una sorta di marciapiede. Il tempo di arrivare davanti all'arena ed ecco la statua a lui dedicata, chiamata Air Petrovic, realizzata da Danko Friščić, che lo immortalò nel suo caratteristico tiro in sospensione. Basta un attimo di quella scultura per rivedere nella memoria le azioni del Mozart dei canestri, così come venne ribattezzato dal giornalista della Gazzetta dello Sport, Enrico Campana. Drazen era letale in campo e non temeva nessuno (per informazioni chiedere al fratello Aleksandar, ndr). Fuori invece era una persona molto poco schiva. Sarà un caso, ma il museo sembra rispecchiare la sua natura più intima. Una struttura progettata e curata da Andrija Rusan e Ante Nikša Bilić.

Prima ancora di entrare, ecco i primi cimeli anche se non direttamente riguardanti l'indiscusso protagonista. Esposte per essere viste dall'esterno infatti, ci sono alcune magliette ufficiali firmate dai loro rispettivi proprietari: Michael Jordan (che grosso doveva essere! ndr), con cui Drazen ingaggiò più di un memorabile duello, il tedesco Dirk Nowitzki, campione NBA con i Dallas Mavericks nel 2011, Steph Curry (Golden State Warriors) e il "suo vicino di casa", lo sloveno Luka Doncic di Lubiana, oggi in forza ai Los Angeles Lakers. E a proposito di "canotte", ci sono ovviamente tutte quelle che Drazen ha indossato nel corso della sua carriera in ordine temporale, a cominciare da quella arancione del Sibenka (n. 4), quindi la blu della Jugoslavia (4), il Cibona Zagabria ovviamente (10), il Real Madrid (5), ancora il 4 con la neonata Croazia, il 44 con i Portland Blazers e la 3, l'ultima, con i New Jersey Nets, di cui ce ne sono due: una bianca e una blu. 

Alcune storiche divise di Dražen Petrović © Luca Ferrari

Prima di arrivare alle sue "armature", subito dinanzi alla porta d'ingresso, ecco una delle due coppe dei campioni vinte col Cibona, di cui è stato anche realizzato un murale sul palazzetto dove Drazen solleva il trofeo. A fianco, la scritta 1985 1986.

Il percorso museale inizia con delle grosse teche traboccanti di foto, medaglie e cimeli, suddivise per fasi della vita del cestista croato, a cominciare da quella dell'infanzia, dove si vede anche un ingrandimento di Drazen piccino e una in cui è più grandicello insieme alla sua mamma e al suo papà. Già nella teca successiva la mole aumenta, iniziando a comparire anche i trofei e un'immagine che tutti gli appassionati conoscono bene: Petrovic si fa passare la palla sotto le gambe in volo. Cibona, Real Madrid e infine la fase americana. Anche qui, celebre la foto di Drazen con le braccia alzate con la casacca dei Nets. Dalla parte opposta di quest'ultima c'è un'altra immagine emblematica, Drazen ostacolato dai "Bad Boys" Bill Laimbeer e Vinnie Johnson durante la finale NBA 1990. Eh sì, c'era anche lui, ma non godè mai di troppa considerazione da parte del coach Rick Adelman (1946-2026), e infatti la sua presenza nelle Finals si concentrò in neanche 30 minuti complessivi nelle prime quattro sfide, non giocando proprio gara 5, partita quest'ultima con la quale i Pistons centrarono lo storico Back to Back.

Prima di salire le scale ammirando le sopracitate casacche, c'è un'ultima teca. Drazen indossa orgoglioso la canotta della Croazia; all'altra estremità, un altro momento molto importante della sua vita, quando fu scelto per fare l'ultimo tedoforo, e quindi accendere il braciere, della XIV Universiade estiva di Zagabria del 1987 (i Giochi Mondiali Universitari) durante la cerimonia di apertura della competizione allo stadio Maksimir l'8 luglio: manco a dirlo, la Jugoslavia vinse la medaglia d'oro. Indiscussa stella del basket slavo e della città di Zagabria dove già allora brillava con i colori del Cibona, il fatto di essere stato scelto come portatore della fiaccola ebbe un forte valore simbolico, ricordato anche in occasione dei Giochi Universitari Europei del 2016. L'Universiade estiva di Zagabria del 1987 fu anche l'ultimo grande evento sportivo che venne ospitato dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia prima della dissoluzione nelle singole repubbliche di Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia.

Un museo è anche un'occasione per (ri)scoprire fatti non sempre così noti alla massa. A partire dal 1979 il noto quotidiano italiano La Gazzetta dello Sport istituì l'Euroscar European Player of the Year Award, assegnato al miglior cestista europeo dell'anno, indipendentemente dal fatto che giocasse in Europa o in NBA. Petrovic lo vinse 4 volte nel 1986, nel 1989 e nel biennio 1992-93, i cui trofei sono esposti davanti a un giovane Drazen sorridente.

I trofei della Gazzetta dello Sport assegnati a Dražen Petrović © Luca Ferrari

Foto e trofei, ma non solo. La Dražen Petrović Basketball Hall dedica ampio spazio anche alla sezione multimediale; ecco allora due postazioni per scoprire l'intera carriera di Drazen Petrovic con filmati dell'epoca. C'è di più. Nel sito internet (molto ben realizzato) si parla della possibilità di vedere un filmato di 10 minuti circa. Girando su e giù, non vedo stanzini a parte quand'ecco che uno dei responsabili si avvicina per chiedere se fossimo interessati, preparandoci subito le sedie al piano terra. Sbagliando, avvicino le suddette, venendo prontamente richiamato poiché il video viene proiettato sull'ampia parete del muro. Il filmato è in croato ma si capisce benissimo.

 Il filmato su Dražen Petrović © Luca Ferrari

Finito il tour cestistico-umano di Drazen Petrovic, si chiude in bellezza col negozio dei souvenir: adesivi, un magnete e il libretto commemorativo della storica finale olimpica della Croazia contro il Dream Team. L'ultima tappa è il libro delle firme, dove visitatori provenienti da ogni parte del mondo lasciano un ricordo del loro passaggio. La pallacanestro, come spesso ho raccontato su Viaggi del mondo - Mondo BASKET, ho iniziato a viverla intensamente insieme a mio figlio da quando è entrato nel mondo dei minibasket, eppure ho anche io i miei ricordi; tra questi c'è proprio Drazen Petrovic e le partite del Dream Team, per certi versi un momento spartiacque anche la mia vita. Sul libro delle firme, tra le ultime lasciate, c'è una scritta in italiano: Se la Jugoslavia non si fosse divisa, forse il Dream Team non avrebbe vinto le Olimpiadi. Un messaggio semplice e innocente. Sappiamo bene cosa accadde nei Balcani nei primi anni '90 ma chissà se le imprese di una squadra formata da giocatori di tutte le sei repubbliche, culminata con una medaglia olimpica (d'oro, perché no!), non avrebbero potuto alimentare il sogno di un'unità ormai compromessa nel modo più tragico. Non lo sapremo mai, ovviamente...

A spasso nel Memorial Center Dražen Petrović

Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, il museo Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, murales davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari
 Zagabria, la statua davanti al palazzetto Dražen Petrović © Luca Ferrari