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giovedì 12 marzo 2026

Roma, il fascino del Campidoglio

Roma, la statua equestre di Marco Aurelio (Campidoglio) © Luca Ferrari

Viaggio a Roma. Salendo per la cordonata capitolina, faccio il mio ingresso in cima alla città imperiale, nel Campidoglio, scrutato dai dioscuri Castore e Polluce. 

di Luca Ferrari

Roma, basta questo nome per provare forti emozioni. Sentire meraviglia di fronte a quello che questa città seppe realizzare e conquistare. Non esiste libro di storia o di arte in cui non si parli di lei e dei suoi protagonisti. Adesso tocca a me attraversarla. Viverla. Sfidarla se necessario. Dopo una piacevole passeggiata archeologica dentro l’isola Tiberina, ritorno in “superficie”, avviandomi verso una nuova destinazione: il Campidoglio. Prima però, vengo sopraffatto dal desiderio di salire fino in cima all’Altare della Patria, poco distante. Inizio la scalinata dagli ampi gradoni. Sono quasi arrivato in cima, quand'ecco stagliarsi dinnanzi a me le due possenti statue di Castore e Polluce: i figli gemelli di Zeus, avuti dalla mortale Leda. La mitologia narra che per fecondare la giovane, il padre degli dei si trasformò in un cigno.

Troppo forte le reminiscenze con il film La storia infinita (1984, di Wolfgan Petersen) dove gli occhi chiusi delle due Sfingi, poste prima delle due porte sulla strada che conduce all’Oracolo, si aprivano colpendo a morte il malcapitato che non avesse fiducia in se stesso. Come il buon Atreju, faccio un balzo in avanti ma nessun raggio mortale sbuca alle mie spalle. Sono in cima su uno dei colli di Roma. Davanti a me c’è la statua bronzea di Marco Aurelio. Scatta la seconda reminiscenza cinematografica. Marco Aurelio, l’imperatore assassinato dal figlio Comodo perché voleva affidare Roma al buon generale Massimo Decimo Meridio (Russel Crowe), poi divenuto Il gladiatore (2000).

La statua è una copia. Quella originale si trova dentro Palazzo Nuovo, uno degli edifici del Campidoglio. Oltre a questi infatti, è presente il Palazzo dei Conservatori con il quale costituiscono le sedi espositive dei Musei Capitolini, e di fronte alla scalinata d’ingresso, il Palazzo Senatorio. A realizzare tutto questo imponente complesso fu un genio toscano, messer Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564). Il lavoro, commissionatogli da Papa Paolo III, ebbe la particolarità di far rivolgere la piazza verso quello che stava diventando sempre di più il centro della città, Piazza San Pietro.

Peggio di un grillo, cambio continuamente prospettiva fino ad arrivare da lei, la mia dea preferita: Pallade Atena o Minerva armata. Lei è là, al centro della fontana davanti al Palazzo Senatorio, in abito lapideo rosso porpora. Al suo fianco due colossi rappresentanti i fiumi Nilo e Tevere. Subito dietro, una torre campanaria.  Torno indietro. Guardo Marco Aurelio. Vorrei sussurragli qualcosa ma sono sprovvisto di trampoli. Mi sporgo davanti alla scalinata. Sotto di me, il traffico metropolitano e le orde turistiche. Perché scendere? Voglio restare ancora un po' qua a ripetizione di lezioni di genialità artistica e di grandezza. 

giovedì 27 dicembre 2012

Ostia, elegia di blu fondamentali

Ostia (Rm), scogli sul mar Tirreno © Luca Ferrari
Viaggio sul litorale tirrenico di Ostia (RM). Questo litorale. Così affollato d’estate e più delicato nella stagione fredda, sembra animato. 


Viaggio sulla spiaggia di Ostia. Una creatura non che va mai da nessuna parte senza una fogliolina di salvia tra i capelli, colorando di un blu ogni sfumatura solo per ampliare lo spazio concesso alle immagini della vita. Raccolgo cinque pietre tirreniche. Le lascerò assemblate ancora per un po’ nella sabbia mista finalmente calcata. Poi andrò a giocare col tramonto e le nuvole. Rincorro le figure che credo di vedere. Quella sembra un’isola, quell’altra un animale. Quella più buffa, la casa dei miei sogni. 

Intingo un dito in un’onda che. Ho quattro conchiglie pendenti dalle labbra ancora vergini al salso. In pochi minuti tornerò a sedermi di fronte al mare. Mi sembra di fare quasi un salto nel tempo. Che accelera. E si fa notte. Inizio a lanciarmi in difficili riconoscimenti stellari. Antares sembra il nome di una costellazione. Se fossi ancora un bambino, di certo è una di quelle parole che mi ricorderebbe l’amicizia con un leone. Se fossi ancora un essere umano, prenderei le mani d’ogni sconosciuto per proseguire il mio cammino. Una fragile nuvola di nebbia carezza qualche imbarcazione non troppo lontana. Penso che in futuro sarà dura che io possa rifiutare qualche trampolino o burrone che sia, specialmente se mimetizzato dentro il panorama circostante.

Il colore arancione è ciò che mi riporterà dentro l’anima passando per l’uscita si servizio. Penso si possa anche cadere in qualcosa profondo come un mare sconosciuto e disegnato con righello e compasso ma c’è bisogno anche d’altro. C’è una barca a remi abbandonata sulla battigia. Una scala a chioccia a portata di tre orizzonti. D’istinto la identifico con il mio volto che non vedo. Sento l’impatto umido del tessuto jeans. Le porte del presente sono esattamente come il suo scafo. Leggermente scrostate. Poi due anime in lontananza si lanciano in un ballo semi-statico. Hanno tutti i fondamentali colori dei boschi.

Continuo a restare con gli occhi aperti.

martedì 7 agosto 2012

Tribal Bellydance, Roma Tribal Meeting

l'ensemble Carovana Tribale © Federico Roiter
L’antica femminilità prende forma in un nuovo movimento moderno. Il tratteggio di una dolce oscurità aperta è sprofondato nella comunità di un bagliore mutevolmente perpetuo. È stato improvvisato un gesto tribale, e simultaneamente la casa è stata invasa dalle finestre. Una per ogni millimetro del mondo. Fusione. Tradizioni. Innovazione. Esplorazioni artistiche. Al suo primo festival italiano, il Tribal Bellydance si racconta.

di Luca Ferrari

(18.11.2010) Creato in California alla fine degli anni ‘80 a partire dal lavoro creativo di Carolena Nericcio, la danza del ventre Tribal ha saputo unire elementi di danza mediorientale, folklore nordafricano, elementi di altre tradizioni provenienti dai gitani, quindi dall’India del Nord (Rajasthan), Spagna (Flamenco), passando per la Turchia, l’Europa orientale, i Balcani e infine per l’Egitto, dove le zingare chiamate Ghawazee diffusero la danza del ventre.

Tribal è unione. È improvvisazione di gruppo in perfetta sintonia. È il carattere corale di ogni performance e di ogni tribù (o tribe) che danza insieme e crea comunità. Fondamentale allo sviluppo del movimento Tribal negli USA, e poi nel mondo, è stata la musica, anche questa aperta simultaneamente alla tradizione orientale e al moderno dell’elettronica.

Da venerdì 19 a domenica 21 novembre prende il via il Roma Tribal Meeting. L’evento sarà arricchito dalla presenza di un importante gruppo musicale legato alle origini del Tribal negli Stati Uniti: gli Helm, fondato da Ling Shien e Mark Bell. Gli stage si terranno nel cuore di Roma (zona San Lorenzo), presso il San Lo’, un contenitore culturale aperto alle danze de mondo, e realizzato dal gruppo Carovana Tribale.

Fra i molti e prestigiosi ospiti che si esibiranno, le italiane Francesca Pedretti e Silviah, quest’ultima partita dalla danza orientale e approdata nella Tribal Dark Fusion. Dall’estero, le statunitensi Kimberly Mackoy e Geneva Bybee, l’ensemble austriaca Nakari Dance Company il cui stile affonda tanto nelle arti marziali quanto nella danza classica, nell’afro e l’hip-pop.

C’è molta attesa anche per la performance del Saada Tribal Group, la prima compagnia professionale di Tribal Bellydance spagnola, con dodici danzatrici, musicisti e una cantante. Tra le partecipanti infine, sarà in prima linea la Carovana Tribale, compagnia di danza composta di sei elementi fondata nel 2003 da Isabel De Lorenzo e Lara Rocchetti.

Isabel De Lorenzo, come si è avvicinata al Tribal? Vengo dalla danza orientale classica e ho scoperto il Tribal attraverso internet negli anni ‘90. Mi ha subito affascinato lo stile, il look distante dai richiami talvolta volgari della danza del ventre, e più vicino a un’idea di femminile mitico, potente e atemporale, che immagino sia l’essenza della danza. Da allora ho iniziato a seguire il lavoro di Carolena Nericcio e a poco a poco ho reindirizzato il mio lavoro come danzatrice e insegnante di danza, dall’orientale al Tribal.

Che cosa prova a danzare Tribal? Amo la danza nelle sue varie forme, ma con il Tribal quello che più mi appassiona è il senso di comunità. Danzare insieme ad altre donne. Danzare e fare parte di una comunità internazionale che si muove insieme.

Nella schiena arcuata sento il canto di queste nuove emozioni, come se il loro ventre volesse inventare e donare un gesto universale. Cammino senza pensare all’orizzonte, seguendo il sentiero della storia umana. Voglio rispondere allo spazio occupato da sempre più radici. Insieme e mutevoli. Un’ombra attraversa la pelle, fino a diradarsi tra le vette più lontane. Un raggio notturno di sole illumina la bellezza dei loro colori.