giovedì 27 gennaio 2022

Brescello, sulle sponde del fiume Po

Brescello (Re), il fiume Po © Federico Roiter

Pioppeti e aironi accompagnano il mio viaggio lungo le acque placide del torrente Enza. Pochi rilassanti minuti a piedi da Brescello fino alla sua foce, direttamente nel fiume Po.

di Luca Ferrari

Un fiume. La sua storia. Le alterne vicende. In un momento sono sulle rive del Don, durante la gara di pesca “Guareschiana” tra la delegazione italiana insieme opposta alla rappresentanza sovietica. Basta un niente, e via. Un pesce che salta fuori dall’acqua mi fa cambiare abiti, epoca e continente. Ed eccomi sul Mississippi, con una canna da pesca insieme a Huckleberry Finn, in nuova avventura “Twainiana”.

Esco da Brescello. Dopo una ricca (e desiderata) indigestione cittadina, il verde dei moltissimi alberi è la mia nuova stella polare. Lasciatomi alle spalle Piazza Matteotti e superato l’incrocio con via Dante Alighieri (mai nome fu più azzeccato), mi affido a un improvvisato istinto Virgiliano dirigendomi in un invitante antro aperto, fino alla foce dell'Enza e e del fiume Po.

Nell’area golenale del “primo cittadino fluviale” d’Italia (dicasi Po, a fronte dei suoi 652 km di lunghezza), c’è una pista ciclabile che porta a Boretto, e un’altra verso la foce dell’Enza. Quest'ultimo è un fiume appenninico che delimita le province di Parma e Reggio Emilia, la cui fonte si trova sull’Alpe di Succiso (2017 m.)

Le precise indicazioni comunali avvisano che l’area può essere soggetta ad allagamento. Quindi, prima di mettersi in marcia, occhio al meteo. E in effetti non sono troppo scrupoloso. Il sole va e viene. Sarebbe meglio dire la pioggia va e viene, ma a un reporter non è concesso avere paura. Anzi, lo è. Il solo obbligo è affrontare comunque le sfide (ma questo dovrebbe valere per tutti).

Seguo l’Enza nei suoi ultimi tratti fino a giungere dinnanzi a lui. Mai visto così da vicino. Sempre da lontano. Adesso è lì. Davanti a me. L’ingresso dell’affluente nel Po crea una grande ansa, mentre tutt’intorno boschi ripariali e pioppeti. In questo ecosistema, anatidi (anatre, oche, cigni) e aironi trovano i loro nidi, e la loro vita.

Strano non ci siano leggende di qualche Lochnessiana creatura nascosta anche qui. Il panorama e l'ecosistema si presterebbero. Le vecchie note di Limahl mi danno il colpo di grazia, e tutto d'un tratto sono che volo sul Fantadrago de La storia infinita sopra la campagna emiliana, relegando ogni respiro a qualche furtivo arcobaleno sempre troppo breve per le mie aspirazioni. 

Le comitive arrivate stamane per fortuna sono ancora nel paese. Ci sono solo io e il Grande Fiume. Posso farmi coccolare dalle sue lente onde. Disegnare mentalmente creature che popolano il territorio subacqueo. Qualcuna di loro in effetti se ne esce, invitandomi a raggiungerla per un bagnetto pre-stagionale.

Il tempo non si ferma come da me richiesto. Le mie scarpe, quasi magiche, si alzano e mi riconducono sulla strada. Vedo in lontananza il campanile della chiesa Santa Maria Nascente….C’era una volta un paesino chiamato Brescello, una fetta di terra tra il fiume e l’Appennino…C’è ancora. Io ci sono dentro. Vi saluto da questa favola fatta di donne e uomini. Alzo il mio secchio di latte appena munto, e brindo a tutti voi.

lunedì 17 gennaio 2022

Rotta su Venezia

Storie di cultura marina, tradizioni e sapori. Rotta su Venezia, in un incredibile viaggio "Kapuścińskiano" tra Chioggia e Trieste in bici e in barca, attraverso lagune, fiumi e canali 

di Luca Ferrari

Viaggio in barca e in bici solcando le lagune, i Fiumi e i canali della Litoranea Veneta, antico sistema di vie d’acqua che collega il Po al Golfo di Trieste, tra terra e mare. Città antiche, Chioggia, Venezia e Trieste, porti, borghi, isole, spiagge e aree naturali si alternano lungo l’arco costiero che si spiega tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.

La navigazione e la pedalata, con il loro andamento slow, lasciano spazio a storie, incontri, riflessioni, scorci e tramonti indimenticabili. Paesaggi mai visti e luoghi noti emergono dalle acque come tante nuove scoperte e si fanno conoscere nella loro anima più autentica. Un viaggio tra storia, sapori e tradizioni di genti e terre strappate all’acqua. Esperienze uniche da rivivere grazie alle indicazioni per ripercorrere le tappe del percorso.

Lunedì 17 gennaio (Aula Magna, ore 17.30) all'Ateneo Veneto, la più antica istituzione culturale veneziana in attività, presentazione del volume "Rotta su Venezia” (Ediciclo Editore), dell'imprenditore veneto, Gianni Pasin. Saranno presenti:

  • Antonella Magaraggia, Presidente Ateneo Veneto
  • Renato Boraso, assessore alla Mobilità, Comune di Venezia 
  • Patrizio Roversi (Italia Slow Tour) e Michele Zanetti conversano con l’autore.

Coordina Nadia Pasqual.

Ingresso solo con Super Green Pass con mascherina FFP2.

mercoledì 1 dicembre 2021

Smart working per sempre

Ore 7.00, inizia una nuova giornata di smart working © Luca Ferrari

10 anni di smart working... e non sentirli! Nell'autunno 2011 iniziai a lavorare da remoto, e da allora non ho più smesso. Una scelta che non cambierei per nessuna ragione!

di Luca Ferrari

Contratti inesistenti e prestazioni sottopagate. Fino all'autunno 2011 gran parte delle mie collaborazioni lavorative viaggiavano tragicamente su questi due binari, poi un giorno ebbi una risposta diversa. Nella giungla anarchica degli annunci online, accade qualcosa di inaspettato. Ricevetti una risposta seria da un'azienda straniera che prevedeva una prova pratica, e che a prescindere dall'eventuale inizio della collaborazione, mi sarebbe stata retribuita. Nessun colloquio, qualche scambio di email e un test per dimostrare (o meno) di saper fare o meno ciò che mi veniva richiesto. Un paio di testi (valutati) dopo, la mia avventura nel lavoro a distanza, oggi smart working, iniziò ufficialmente. Dieci anni dopo sto ancora continuando e non farei a cambio con niente al mondo.

Dicembre 2011, scrivania della mia camera da letto. Concordato l'orario, inizio ogni giorno alle 7,30 del mattino collegandomi su Skype. Via chat ricevo le "ordinazioni testuali". Lavoro otto ore al giorno con una di pausa pranzo. Alle 16.30 finisco, e avanti così per cinque giorni la settimana. Ho tre colleghi con cui m'interfaccio. C'è sempre serietà ma anche leggerezza. Un giorno però, la mia capa mi sgrida e neanche poco. Il mio errore? Non averla avvisata che il 5 del mese non ho ancora ricevuto lo stipendio. "Mi devi avvisare subito se non ricevi entro i primi giorni del mese". In un'altra occasione le chiedo di fare un'ora extra. Lei rifiuta, motivando così: "Tu lavori bene, e non voglio che ti stanchi oltre il dovuto. Le ore che fai sono sufficienti". Riposarsi è fondamentale per dare il massimo, e loro lo hanno capito. La collaborazione infatti prosegue a gonfie vele.

Proseguo così per quasi due anni, facendo fattura ogni mese con partita IVA. Nel frattempo però ho iniziato a masticare l'emergente realtà del SEO e decido di proseguire, facendo corsi professionali con l'ottimo Studio Samo di Bologna. Sono temporaneamente senza lavoro ma rispetto a una volta, non mi perdo d'animo. Investo su me stesso. In contatto con i miei ex collaboratori da remoto, inizio a mandare CV ad aziende sparse ovunque nel globo senza aspettare. Sono io a propormi e proporre le mansioni, diventando sempre più intraprendente. Riesco a ottenere risposte da aziende incredibili: tra le altre, le Risorse Umane del Manchester United Football Club e l'Alaskan Airlines. Dall'Italia invece è lo zero assoluto. Nulla di nulla, nemmeno un "grazie, le faremo sapere". Continuo a puntare sull'estero, e dopo qualche mese ricomincio a lavorare online. Altro settore di scrittura, altra collaborazione.

Questa volta l'approccio è ancora più ideale, e personalmente la formula che prediligo. Mi vengono richiesti un numero (adeguato) di contenuti al giorno, senza necessità di restare collegato online. Posso metterci cinque ore o meno se fossi veloce, o tutte le otto giornaliere. A loro non interessa! Unendo la mia indubbia bravura nello scrivere in un italiano impeccabile e la velocità di scrittura imparata (a furia di sudate) durante gli anni di cronaca al Corriere Veneto, riesco a finire il miei compiti in netto anticipo. Sono libero di fare la spesa, sistemare la casa e pensare alla mia vita. Lavoro tanto e sono rilassato. La differenza è che in questo settore viene pagata la qualità del mio lavoro e non la quantità delle ore

In parallelo all'ottimizzazione dei contenuti, il mondo dei social media si fa sempre più dominante e inizio a muovermi anche in quel settore. Dopo ennesimi lavori di scrittura e traduzione, mi sposto sul fronte della promozione via social finalizzato al turismo, mettendo a frutto tutta la mia esperienza di reporter al momento di interagire con i clienti dall'estero. Scrivo in inglese, fornisco informazioni, il tutto corredato da immagini certosine da me realizzate, per raggiungere la meta. Si chiude una porta, se ne apre un'altra. Dall'hosting passo a un ulteriore settore ancora, di cui ho giù ampia conoscenza grazie al mio variegato percorso scolastico, e nel giro di un paio d'anno inizio due collaborazioni social, entrambe nella mia città d'origine, Venezia, continuando in parallelo a lavorare sul fronte del copywriting e scrittura testi in italiano per aziende straniere.

Qualcosa nella mia vita intanto è cambiato. Nella mia casa c'è una cameretta in più. Con mia moglie tornata al lavoro dopo la maternità, mi occupo io del bambino, riuscendo a gestire il tutto. Lavoro e seguo il piccolo. Un qualcosa che non avrei mai immaginato di saper fare. Un qualcosa, che anche durante la pandemia, ho amorevolmente portato avanti senza il minimo problema. Grazie allo smart working posso prendermi tutte le pause che voglio per stare dietro a mio figlio. Grazie alle mie indubbie competenze, riesco a eseguire tutti i miei compiti. La cronaca raccontata al Lido di Venezia mi ha insegnato/obbligato a sapermi concentrare e scrivere in qualsiasi situazione, cosa che mi è tornata utile tra pappe e teneri abbracci. 

Dicembre 2021. In un mondo ancora sfiancato dalla pandemia, le mie giornate iniziano sempre presto. Preparo la colazione per tutti, e già  che ci sono anche il pranzo per il sottoscritto, così da ottimizzare il tempo. Vesto il piccolo e mia moglie va con lui alla scuola materna. Alle 7,45 del mattino, quando molti ancora devono ancora uscire di casa, io inizio già a lavorare, saltando e postando tra Facebook, Twitter, Linkedin e Instagram. Rispondo/programmo nuove mail. Mi organizzo la giornata, e riprendo a scrivere testi e/o articoli. Abituato ai ritmi del piccolo, ormai sono abituato a pranzare a mezzogiorno. Per staccare un po', se ho bisogno, vado al supermercato subito dopo. E' l'una circa e sono fresco come una rosa. Vado avanti altre due ore a ritmi serratissimi, poi mi bevo il mio "brodo canadese": un'ampia tazza di caffè caldo (ma bella grande) con un po' di latte, accompagnato da un dolcino.

Rivedo le ultime cose, impostando già l'indomani in un'ultima mezz'ora di lavoro a distanza. Controllo news, social, etc. Sono quasi le 4. Preparo la merenda a mio figlio e lo vado a prendere alla Scuola Materna. Adesso tocca a lui. Adesso il mio impegno è stare insieme a lui. Posso farlo ogni giorno senza problemi perché il mio lavoro me lo consente. Lo so bene, nessuno mi versa contributi e ci saranno momenti che guadagnerò meno ma non si può avere tutto e niente a questo mondo è perfetto. Ok, forse l'ultima affermazione è sbagliata. Quando rientra mia moglie e siamo di nuovo tutti e tre insieme, sì, questo è il mio autentico e sincero stato di perfezione. Negli ultimi quattro anni ho vissuto inimmaginabili emozioni familiari, e questo anche grazie allo smart workingBuongiorno lavoro, e buona vita a tutti. 

Venezia, finestra dal mio ufficio/camera © Luca Ferrari

venerdì 26 novembre 2021

Com'è fantastica Venezia

Venezia, il canale di Cannaregio © Luca Ferrari

Vivo e lavoro a Venezia. Ogni giorno mi confronto con le problematiche di una città fragile, complessa e meravigliosa. Che cosa possiamo fare per costruire un futuro a misura di noi tutti?

di Luca Ferrari

Io voglio, e pretendo, di continuare a vivere a Venezia. Voglio una città aperta a chiunque voglia venire a visitarla e allo stesso tempo attenta alle esigenze di chi ci abita. Sono un privilegiato a vivere in questa città unica al mondo, e lo so bene. Ma se dovessi andarmene la laguna, allora abbandonerei proprio l'Italia per mete nordiche come Finlandia, Canada o al massimo, rimanendo in tema insulare, le Azzorre portoghesi. Il mio presente però si chiama Venezia, e io non sono il solo che vuole continuare a mantenere radici lagunari. Ma cosa riserverà il futuro all'antica Repubblica Marinara?

Osservatori quotidiani di tutto ciò che succede, la stampa locale racconta ogni giorno le vicende umane, politiche, artistiche e culturali di Venezia. Non ci poteva essere dunque teatro migliore dell'Ateneo Veneto, la più antica Istituzione culturale veneziana in attività, per riunire gli esponenti della carta stampata e l'amministrazione comunale, per confrontarsi sul futuro e la salvaguardia di una città, visceralmente legata al sistema di dighe mobili, MOSE. 

In occasione della presentazione del romanzo "Com’è gialla Venezia"  di Ferruccio Gard (Venezia, Mazzanti Libri 2021), ci sarà dibattito con interventi di:

  • Gianpaolo Scarante, presidente Ateneo Veneto
  • Massimiliano De Martin, assessore all’Ambiente, Comune di Venezia
  • Fabrizio Brancoli, direttore quotidiani veneti Gruppo GEDI
  • Roberto Papetti, direttore Il Gazzettino
  • Alessandro Russello, direttore Corriere del Veneto
Modera Luca Colombo, TGR Rai del Veneto. 

sabato 23 ottobre 2021

San Martino e gli amici di Halloween

L'atmosfera di Halloween e il dolce di San Martino © Luca Ferrari

La festa d'importazione Halloween contro la tradizionale San Martino. Ma perché? Ma non dovrebbero essere i bambini a scegliere, semmai, di godersi entrambe?

di Luca Ferrari

La festa di San Martino, sì. La festa di Halloween, no! Ma è davvero così difficile essere semplicemente felici per i nostri figli, o comunque per i bambini in generale, senza doverci mettere di mezzo teorie pseudo-culturali sul fatto che una festa vada celebrata perché "nostra" e l'altra, al contrario, osteggiata perché commerciale e di altrui provenienza? E perché poi una festa deve per forza escludere l'altra? Ma soprattutto, al centro della scena non ci dovrebbe essere il sano divertimento dei più piccini, per altro ancora pesantemente condizionato dalla pandemia? Storie quotidiane di folli scontri tra la globalizzata Halloween (31 ottobre) e la tradizionale San Martino (11 novembre).

Per la mia generazione nata nella seconda metà degli anni Settanta, Halloween non era che una menzione su qualche testo scolastico d'inglese o la scena di un film americano. Una giornata senza scuola che di sicuro ci sarebbe garbato vivere in compagnia e senza i genitori "tra i piedi". Con il carnevale ancora lontano, a chi non sarebbe piaciuto vestirsi da una  creatura dell'orrore, andando per le case a chiedere dolciumi, e magari per i più grandicelli partecipare a qualche festa a tema, scambiandosi il primo "mostruosamente" romantico bacio adolescenziale?

Viceversa, come tradizione vuole a Venezia, San Martino lo abbiamo celebrato tutti da bambini. Pur scavando di gran lena nella mia memoria però, non ho ricordi di chissà quale sostegno del mondo adulto verso noi "piccoli" sull'invadere le strade nel nome di San Martin, anzi! Molto spesso l'11 novembre era sinonimo di fastidio per il chiasso che la suddetta scatenava. Le persone che un tempo si lamentavano, oggi probabilmente sono le stesse che si ergono a difensori delle sacre tradizioni locali, puntando il dito-scure contro la carnevalata di scherzetto e dolcetto.

A partire dal febbraio 2020, com'è tristemente noto, il mondo intero è profondamente cambiato e ciò che era semplice normalità, oggi è guardato con preoccupazione. Alle soglie del 31 ottobre 2021, quanti lascerebbero i propria figli mettersi in bocca dolci o caramelle, preparate e/o toccate da esimi sconosciuti senza il minimo problema? Idee personali a parte, mi riesce comunque difficile immaginare di vedere le case dei veneziani invase da orde di "creaturine" con sacchetti bramanti cioccolatini e quant'altro. Molto più facile sarà incontrare gli strimpellatori di San Martino che come vuole la tradizione, batteranno pentole e padelle per avere qualche zecchino (soldino).

In più di un'occasione, da anni ormai, nel vociare di calli, fondamenta e campielli, si ode la crociata anti-Halloweenesca e pro San Martin. Viviamo in un mondo globalizzato e come la religione a scuola non è più ad appannaggio di quella cattolica, anche le festività hanno iniziato ad aprirsi, in particolare (ovviamente) quelle dal facile appeal e dai ricchi introiti commerciali, com'è per l'appunto Halloween. Da quando poi "mastro" Tim Burton ci ha regalato il capolavoro animato Nightmare Before Christmas (1993), Halloween è entrato di prepotenza nella nostra cultura. Personalmente non l'ho mai festeggiato, ma con la famiglia "allargata", trovo doveroso vivere momenti spensierati con San Martino e Halloween.

Dalla Regata Storica alla Vogalonga, passando per il Carnevale, la festa della Sensa, le celebrazioni della Madonna della Salute (21 novembre) e il Redentore (terzo sabato di luglio), Venezia ha le sue feste-tradizioni come ogni città nel mondo. In quest'epoca moderna e in apparenza informata però, sembra ormai che "tradizione" sia ridicolmente inconciliabile con "culture differenti". Ma se una festa venuta da lontano fosse talmente "potente" (...) da oscurarne un'altra, allora dovremmo guardare in casa nostra e capire perché sia stata messa da parte, facendo un po' di autocritica invece di demonizzare ciò che non si incunea nei canali di ciò che vogliamo (pretendiamo).

Ottobre 2021, vi racconto una nuova storia.

C'era una volta un nobile proveniente dalla remota Pannonia (l'odierna Ungheria), che fiero cavalcava. Il suo nome era Martino. Vicino a una radura vide un vecchio coperto di stracci, quasi morto dal freddo, così si apprestò a soccorrerlo. Sebbene l'anziano fosse realmente in pericolo, dei briganti si erano nascosti, in attesa proprio di qualche buon'anima che sarebbe accorsa in suo aiuto, per poi derubarla. Così accadde. D'improvviso uscirono dalla boscaglia per depredare il cavaliere che si trovò quasi subito sopraffatto nonostante il coraggio.

Qualcun altro però stava guardando "da dentro la boscaglia". Qualcuno che occhi mortali non avrebbero saputo distinguere. Mi è difficile descriverli. Hanno chiesto l'anonimato a causa del loro "spaventevole" aspetto. Piccoli spiritelli mostruosi e dall'animo burlesco, ma altrettanto probi nel cuore. E ciò che videro non gli piacque proprio! Il giovane coraggioso stava per fare una brutta fine quand'eccoli intervenire, tutti insieme, lottando fianco a fianco. Adesso c'era parità di forze. I bruti furono sconfitti, il vecchio ebbe salva la vita e dei nuovi amici. Da allora diventarono inseparabili, e chi ha avuto la fortuna di incontrarli ne parla come "L'invincibile compagnia di Martin & Co."

Un "mostruoso" lavoretto realizzato per Halloween in una scuola materna © Luca Ferrari
Un dolce casalingo di San Martino appena sfornato © Luca Ferrari
Siamo pronti per - dolcetto o scherzetto - © Luca Ferrari
Il bassorilievo sulla facciata della chiesa di San Martino (Venezia) © Luca Ferrari
Un dolce di Halloween dalla forma mostruosa di una zucca © Luca Ferrari
Il tipico dolce di San Martino di una pasticceria veneziana © Luca Ferrari

sabato 16 ottobre 2021

La placida Radda in Chianti

Radda in Chianti (Si), Palazzo del Podestà © Luca Ferrari

Tra le colline del Chianti senese, nel tratto iniziale della valli dell'Arbia e della Pesai, si adagia la placida Radda, un universo artistico-culturale tutto da scoprire.

di Luca Ferrari

Il dolce scenario della campagna toscana è tutt'intorno a me. Valli che s’incontrano. Fiumi che nuotano. E lì, da più di quattromila anni, Radda in Chianti si sveglia sotto la benevola quiescenza di raggi solari. Per raggiungere la mia meta, Castellina in Chianti e la sua necropoli etrusca è già alle mie spalle. Uscito dal centro abitato, la deviazione è poco dopo sulla destra, mentre la  strada principale prosegue verso Panzano, Greve, quest'ultima città natale dell'esploratore Giovanni da Verrazzano e il caratteristico borgo di Montefioralle.

La statale SSR49 che collega Castellina e Radda è semplicemente meravigliosa. 11 km circa di curve e curvette che si adattano a Madre Natura. Una volta arrivato, prima di ancora di perdermi nelle viuzze laterali dell’antico capoluogo della Lega del Chianti, un monumento attira subito la mia attenzione. Trattasi di opera dedicata ai Caduti. Tre differenti lapidi ricordano. Al centro, la targa alle vittime della II Guerra Mondiale, “che hanno servito in armi sotto ogni bandiera”.

In tempi recenti sono state aggiunte altre due targhe commemorative. La prima, il 3 novembre 2002, alle vittime degli attentati terroristici dell’11 Settembre, “unite idealmente a tutti i caduti in tempo di pace, tempo di speranza in una giustizia universale che porti la concordia fra tutti i popoli”. Sei anni dopo, nel 2008, nell’anniversario della Liberazione, un’altra targa dedicata al partigiano Gino Fabbri detto Lampo, “ucciso dal fuoco nazista il 17 luglio 1944 nei pressi di Albola”

Lasciato qualche pensiero, inizio a salire lungo via Roma. Una scalinata conduce alla Propositura di San Nicolò, chiesa a croce latina in facciata neogotica, risalente alla seconda metà del XIII secolo. Al centro, sopra la porta d’ingresso, una scultura raffigurante la Madonna col Bambino realizzata in terracotta ai lati, due angeli in terracotta smaltata in bianco.

In origine la facciata era diversa, ma i bombardamenti della II Guerra Mondiale non risparmiarono nemmeno Radda, così iniziarono le opere di restauro che portarono anche alla riqualificazione della piazzetta fronte edificio, e la realizzazione di una caratteristica fontana dove l’acqua sgorga da un “innocuo” muso leonino.

E proprio di fronte, il Palazzo di Podestà. Come due amici che si guardano l’un l’altro, la sede del potere comunale, con tanto di bandiera tricolore e dell’Unione Europea a sventolare di fuori.  Edificio 400esco, per quattro secoli ha avuto sede il Capitano della Lega del Chianti. Ricostruzione e ampliamenti a parte, l’aspetto che colpisce di più sono gli stemmi dei vari Podestà che si sono avvicendati nel corso del tempo, situati sulla facciata d’ingresso, e alcuni risalenti anche al XV secolo. E lì in cima, sopra l’orologio e lo stesso tetto, una piccola campana

Fatta indigestione di architettura, proseguo nella passeggiata. Edifici in pietra. Addobbi floreali un po’ dappertutto trasmettono un’indistruttibile sensazione di serenità. Uscito dall’abitato, arrivo giusto in tempo per godermi il sole calante, mentre si mimetizza nel verde delle colline del Chianti. In attesa di riprendere la strada il giorno dopo, verso il cielo e le stelle invisibili e regalare a questa terra un nuovo momento di memoria umana.

Radda in Chianti (Si) © Luca Ferrari
Radda in Chianti (Si) © Luca Ferrari
Radda in Chianti (Si) © Luca Ferrari
Radda in Chianti (Si) © Luca Ferrari
Radda in Chianti (Si) © Luca Ferrari
Radda in Chianti (Si) © Luca Ferrari

martedì 21 settembre 2021

Croazia, le strade del vino

Slavonia (Croazia), grappoli d'uva © Antonietta Salvatore

Viaggio in Croazia tra vigne in fiore e cantine secolari. Da Zagabria al cuore fertile della Slavonia, spingendosi fino all’estremità orientale a Ilok.

di Luca Ferrari 

Storie di antichi reportage su e già per l'Europa orientale insieme a il reporter. Questa non è la Croazia che noi italiani siamo abituati a frequentare lungo le magnifiche coste Dalmate, come il Corno d'oro, o piccoli angoli paradisiaci come l'isola di Brac dove giace placida la piccola Povlja. Questa non è una nuova incursione negli ammiratissimi laghi di Plitvice, ma un'incursione nel cuore fertile di una nazione che sta sempre più valorizzando l'apparato vinicolo. Tutti in marcia dunque alla scoperta delle campagna croate che nulla hanno di che invidiare al "nostro" amato Chianti.

L'autunno è sinonimo di vendemmia. Prendo la strada del vino, in Croazia. Sulle botti di quercia le raffinate incisioni tramandano la storia. Nelle cantine, l’odore del mosto ti avvolge come in una nube di effluvi benevoli. Dentro un bicchiere c’è una storia condivisa e unica nel suo genere. Le vecchie cantine crescono come nomadi mondi stanziali nelle città e nelle campagne. Proseguono la loro vita lì, con una fisionomia espressiva che non richiama solo i più immediati sensi del gusto e dell’olfatto. Inizia da Zagabria il mio viaggio nelle wine roads croate, le strade del vino croate.

La pioggia cade incessante ma non ha importanza. La capitale balcanica sa regalare continue e diversificate sfumature architettoniche, e paesaggistiche. Sprazzi viennesi, con qualche tentazione Montmartiana, soprattutto a Gornji grad (la Città Alta). Mi fanno cenno di prendere una scala, e d’improvviso mi ritrovo nella vinoteca Bornstein, un ambiente rustico dove bottiglie di Malvasia, Pinot, Posip, Teran, Merlot e Postup, rispettivamente tre bianchi e altrettanti rossi, sono accompagnati da specialità mangerecce, fra cui spicca il kulen, un salsicciotto piccante preparato con la carne suina e insaporito con sale, aglio e una miscela macinata di paprica dolce e forte.

Lasciata la capitale, mi dirigo verso le colline di Brodni Stupnik, in Slavonia, regione pianeggiante della Croazia orientale bagnata dalle acque dei fiumi Danubio, Drava, Sava e Ilova, nonché la zona vinicola più importante della nazione, insieme a quelle dell'Istria e della Dalmazia. Con la fine del socialismo di Tito, il panorama vinicolo è totalmente cambiato in Croazia, passando da appena sette produttori privati agli attuali 2-3000.

“In Slavonia c'è un clima che favorisce la crescita del vino”,  racconta Davor Zdjelarević, il simpatico titolare della casa vinicola Zdjelarevic, produttore fra i vari, anche della Klink@, (parola che significa una ragazza tra i 18 e i 25, allegra che vuole decidere della sua vita), “Nella zona ci sono cinque differenti aree micro-climatiche, cosa unica del Mediterraneo. Negli ultimi anni il governo ha incentivato la coltivazione delle vigne”.

Abbandonate le verdi vigne di Brodni, e fatto tappa alla fiera d’Autunno a Vinkovci, nella parte est della Pannonia e del bacino lungo il Danubio (detto Podunavlje), arrivo a Ilok, separata da Bačka Palanka (Serbia) proprio dal colosso fluviale (secondo solo al Volga per lunghezza), e circondata dai pendii della Fruška gore (catena montuosa serba) e dei vigneti, interni alla città medievale, dove si coltiva il vino dai tempi degli Illiri e dei Romani.

Le colline vinicole di Ilok sono rinomate per produrre in particolare vini bianchi, come il Grasevima, il Riesling Renano, Pinot bianco e grigio, Chardonnay, i rossi come il Cabernet Sauvignon, il Blaufrankisch e il Pinot rosso,  senza dimenticarsi degli altrettanto validi vini con predicato, ossia i frutti della vendemmia tardiva, ghiacciata, selettiva e la vendemmia dei chicchi d’uva.

Le cantine di Ilok si sono conquistate da secoli ormai un’indubbia fama a livello mondiale. Ne sa qualcosa l’attuale monarca del trono d’Inghilterra, Elisabetta II, che per la sua incoronazione ne fece ordinare svariate migliaia. Il segreto di  tanta qualità, forse nella Iločka berba grožđa (la vendemmia di Ilok), che trae origine dall’antica usanza del Sirmio (città serba della Pannonia) e della Slavonia quando i contadini si radunavano per proteggere l’uva durante la Pudarina, il periodo di maturazione.

Ho ancora il tempo di spostarmi nella vicina Erdut, dove la società Erdutski vinogradi lavora su 420 ettari di vigneti, di cui la più importante tipologia di uva bianca è la Graševina. Sto per addentrarmi verso il suo sapore, quando una botte da 75mila litri (tutt’ora in uso) mi lascia in sospeso col sapore del vino croato. E allora, il mio brindisi non può che andare verso di lei. Perché la natura continui a essere generosa, e l’uomo non smetta di nutrirle passione e rispetto. E come dicono da queste parti, zivjeli!

Zagabria, degustazione vini © Antonietta Salvatore
Zagabria, degustazione vini © Antonietta Salvatore
Brodski Stupnik, vigna Zdjelarevic © Antonietta Salvatore
Brodski Stupnik, uve del vigneto Zdjelarevic © Antonietta Salvatore
Danubio, dalla sponda croata a quella serba di Baka Palanka © Antonietta Salvatore
Ilok, bottiglia di vino © Antonietta Salvatore
Ilok, cantine di vino © Antonietta Salvatore
Ilok, campagne © Antonietta Salvatore
Il panorama agreste di Ilok © Antonietta Salvatore
Erdut, una gigantesca botte nell'azienda vinicola Grasevina © Antonietta Salvatore