venerdì 21 agosto 2015

La pura normalità di un bosco incantato

Cadore, nel cuore del bosco ecco spuntare il Col di Quaternà © Luca Ferrari
Dalla Malga Coltrondo all'Alpe di Nemes. Non mi sto arrampicando su nessuna vetta impervia. Sto solo camminando in un bosco normalmente incantato.

di Luca Ferrari

Avamposto quotidiano di pace montana dove i sensi sono sempre all’opera. Qui, nel cuore del Comelico Superiore bellunese, scenari quotidiani da re-incontrare e varcare. Un giorno d'alta quota dove il vento sposta briciole, terra e nuvole. Partito da Padola di Cadore, la strada è tutta una curva. Pochi minuti di guida ed ecco il  cartello giallo con le indicazioni per la Malga Coltrondo (1880 m).

La carreggiata si dimezza. I tornanti si fanno più serrati. La pendenza aumenta. Metro dopo metro mi faccio innocua comparsa umana. Sbircio fra i signori della Natura. Abbozzo tane di volatili e altri esseri viventi. Rivedo l’albero maledetto di Sleepy Hollow. Immagino un sottobosco divertito intento a spiarmi degustando resina e bevendo acqua di fonte.

Poco più di un centinaio d'altre incontaminate divagazioni mentali e sono arrivato. Inizia il mio sentiero verso l'Alpe di Nemes. Addentrandomi dentro il sentiero, bastano pochi metri per venir proiettato in una dimensione fatta di pini, larici e abeti. Brevi frazioni torrentizie e pozzanghere ornate di fragili croste gelate forgiano riflessi e giochi di luce. Si rincorrono tenui gradazioni di verde. Un dedalo cromatico mi attanaglia magicamente le caviglie guidandomi (come accadeva al protagonista del videoclip There There dei Radiohead) fino al rifugio di passaggio Hutte - Rinfreddo.

La testa si gira e rigira. Su ogni ramo pare esserci una forma di vita che nasce e si trasforma. Le formiche sono all’opera. Faccio la conoscenza del fungo “spia”, rosso coi puntini bianchi. Vietato coglierlo e ancor di più mangiarlo (velenoso). Trotto a zig-zag. Abbozzo un ballo senza regole né schemi. Uno stato d'intima apertura. Rispettoso e capace di meravigliarsi per una ragnatela e una tana di scoiattolo. Chiedere d’incontrare un loro ingombrante abitante sarebbe troppo. Un cervo, o magari un capriolo. Forse un elfo, chi lo sa.

Il sentiero si fa sempre più largo e dalla macchia mi ritrovo in una radura. Nel vedere il primo lembo di struttura umana arretro di qualche passo. Prendo una penna e scrivo freneticamente qualcosa sulla mano. Poi sul braccio. Lo mostro alle nuvole. Lo mostro alle montagne millenarie. Resto qualche secondo in questa posizione per ricordarcelo a dovere. Tutti loro e me. Mi dileguo in un abbozzo di sorriso senza smorfie. Possano gli spiriti di queste terre custodire le generalità di simili pensieri.

Se l'articolo ti è piaciuto, vai sul sito di Altitudini.it e lascia un commento alla fine del mio pezzo che partecipa al concorso.

There There (Radiohead)

Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Cadore, nel cuore del bosco © Luca Ferrari
Alpe di Nemes © Luca Ferrari
Fuori dal bosco davanti alle montagne © Luca Ferrari

lunedì 27 luglio 2015

Le grotte dell’isola di Dino

Le grotte dell'isola di Dino © Luca Ferrari
Acque cristalline, grotte con coralli, specie arboree e marine di rara bellezza. Viaggio nelle acque di Calabria. Dentro e fuori l'isola di Dino, la perla del Mar Tirreno.

di Luca Ferrari

Pedalata dopo pedalata, schizzo dopo schizzo, il pedalò si allontana sempre di più dalla costa nord occidentale cosentina. Uno sguardo all'indietro verso il centro abitato di Praia a Mare (Cs) e poi sempre più deciso nel cuore dell’isola di Dino, la più grande realtà insulare della Calabria. Un mondo incantato fatto di coralli, vegetazione e specie naturali.

Percorribile a piedi dalle pendici fino alla sommità, l'isola di Dino  ha un perimetro di 4 km e un'altitudine di 65 m. Il suo fiore all’occhiello sono le grotte. Quella del Frontone, delle Cascate, delle Sardine, del Leone (provvista di stalagmiti) e la più gettonata, la Grotta Azzurra. Angoli di terra acquea nascosti dove poter entrare e uscire senza poteri magici.

Sembra che il nome derivi dall'etimo greco dina: vortice, tempesta. Un tempo infatti, quando il mare s’ingrossava, la corrente poteva giocare brutti e pericolosi scherzi alle imbarcazioni in avvicinamento.

Una volta arrivato a Praia a Mare, quale miglior modo di partire alla scoperta dell’isola se non quello di noleggiare un'imbarcazione (pedalò) e circumnavigarla? Il sole batte ancora forte e mi aspetta un bel po’ di movimento alle gambe. Finalmente si parte. Basta poco ed eccomi alla prima grotta.

Da lassù intanto c’è più di qualcuno che a turno si lancia per un tuffo da un bel po’ di metri di altezza. Al momento ho il timore che mi possano cadere in testa. Il servizio è invece perfetto. Chi è in acqua avvisa del possibile tuffatore o meno, e viceversa.

Sono nella grotta. Nella mia mente risuona l'immortale colonna sonora del celebre esploratore Indiana Jones. Pur non essendo inseguito da tribù o qualche nemico mortale, riesco ugualmente a sentirmi alla ricerca di qualche inestimabile tesoro. E così è in effetti. La vista dei coralli è una “pugnalata” di rara bellezza. Li vedo in superficie. Li vedo dentro l’acqua.

Una volta uscito, il mare sale in pole position. Lui è il re. Il padrone incontrastato. La terra? Un buon servitore. Più mi allontano dalla costa, più provo questa sensazione. Si fatica intanto. L’acqua è talmente azzurro-limpida da assomigliare a quella clorata che si trova in piscina.

Da un punto di vista naturalistico l’isola di Dino è una vera gemma. Oltre ad essere sito di Interesse Comunitario (SIC), è in corso l'iter di istituzione di una Riserva Naturale. La ragione si spiega facilmente vista la presenza di varie specie quali la palma nana, il talittro calabro, il garofano delle rupi (Dianthus rupicola) e in particolare l'endemica Primula di Palinuro (Primula Palinuri).

È proprio grazie a questo esemplare che Dino ha suscitato così tanto successo da un punto di visto botanico. Questo tipo di primula infatti è inserita nell'elenco dello IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) come specie minacciata. Di ospiti volatili invece, qui vengono a nidificare gabbiani, rapaci e svariate specie di uccelli migratori. Nel mondo subacqueo dominano crostacei: cavallucci marini, le temibili murene, polpi, castagnole, e più in profondità, tra i venti e i trenta metri, nuotano cernie e ricciolo, ma soprattutto gli octocoralli Gorgonie.

Abbandonato provvisoriamente il timone e affidato alle attenzioni di un temporaneo compagno di viaggio, scelgo una nuova postazione. Con una mano attaccata all’imbarcazione e con l’altra stretta sulla fotocamera, m'immergo nelle acque calabresi per un ultimo sguardo all'ecosistema dell'isola di Dino. Tempo di risalire a bordo e le sirene di Praia a Mare sono giù a richiamarmi.

L'isola di Dino © Luca Ferrari
In pedalò ci si allontana da Praia a Mare © Luca Ferrari
In pedalò verso le grotte dell'isola di Dino © Luca Ferrari
In pedalò verso le grotte dell'isola di Dino © Luca Ferrari
Dentro le grotte dell'isola di Dino © Luca Ferrari
I coralli nelle grotte dell'isola di Dino © Luca Ferrari
L'isola di Dino © Luca Ferrari
La costa cosentina davanti all'isola di Dino © Luca Ferrari
Il mare al largo dell'isola di Dino © Luca Ferrari
buzzoole code

giovedì 9 luglio 2015

Venezia-Seattle, la felicità abita qui

Seattle e lo Space NeedleVenezia con Palazzo Ducale e il campanile di San Marc© Luca Ferrari
Lo Space Needle bagnato dalle acque del Puget Sound. Palazzo Ducale e San Marco da quelle della laguna veneta. Seattle e Venezia, due città che più vicine non si potrebbe.

di Luca Ferrari

Le onde del Pacifico arrivate fino al Puget Sound. I fondali sabbiosi dell'Adriatico che spingono le acque dentro la laguna veneta. Una città patria della Microsoft, Boeing e Starbucks. Una città che non ha eguali al mondo i cui simboli sono il ponte di Ri' Alto e piazza San Marco. Seattle, avamposto dei cercatori d'oro. Venezia, antica porta d'Oriente. Seattle e Venezia. Venezia e Seattle, due città dall'insospettabile legame (personale).

Sono da poco passati tre anni da quando feci il mio primo sbarco a Seattle, tornando così negli Stati Uniti dopo un'assenza di otto anni e mezzo. Eppure, nonostante tanti viaggi successivi tra Gran BretagnaGrecia e perfino a Cuba, il mio pensiero tornava sempre lì. In quell'anomala cittadina degli Stati Uniti nord-occidentale, più canado-giapponese che non a stelle e strisce. E ogni volta che il mio cielo veneziano si tinge di un grigio striato, lei mi torna in mente e sale la nostalgia. Sale davvero.

L'avevo desiderato tanto quel viaggio e forse quegli 11 giorni non sono stati abbastanza per rendersi davvero conto che fossi lì, a Seattle. La permanenza in terra americana infatti venne anche divisa con l'Oregon dei Goonies, il mito di Twin Peaks a North Bend e pure la Vancouver della British Columbia (Canada). Fin dal giorno del mio ritorno però, mentre ero ancora a Parigi per prendere la coincidenza che mi avrebbe riportato in Italia, qualcosa borbotttava forte. Ero soddisfatto, ma non del tutto. Come se non avessi fatto tutto ciò che dovevo fare.

E ne ho fatte di cose. La prima cosa che ho fatto è stato essere felice in un modo alquanto anomalo. Mica poco. In realtà nemmeno sapevo quanto lo sarei stato, ma il merito non è stato certo tutto mio. Per quanto desiderata, una meta non sarà mai in grado di regalarti l'esperienza meravigliosa della vicinanza umana. E si, stare su di una scogliera fumandosi una sigaretta e ascoltandosi una canzone ripensando agli anni passati è qualcosa che lacera e innalza ma ci può essere perfino di meglio. La felicità è reale solo quando è condivisa, tramandò all'eternità lo sfortunato e morente Chritopher McCandless, poeticamente raccontato da Sean Penn nel film Into the Wild (2007).

Mercoledì 8 luglio è stata una giornata alquanto movimentata in Veneto, con violenti nubifragi alcuni anche con risvolti tragici. A Venezia è scesa un po' di grandine ma solo verso sera inoltrata il vento ha cominciato a soffiare freddo-fresco, così l'indomani, uscito di mattina presto ho incontrato un cielo dolcemente plumbeo con venature azzurro-biancastre che mi hanno subito ri-catapultato a Seattle, al punto che mi chiedessi dove mi trovassi. Ed ecco la voce amica che mi risponde - sei a Venesseattle  - (in dialetto locale Venezia si pronuncia Venessia).

Così, ogni qual volta soffia il vento con un cielo di codeste tonalità, io mi sento uno di quei ragazzini spensierati alla fine del video Stardog Champion dei Mother Love Bone che danzano davanti alla baia di Seattle. E immagino di svegliarmi lì. Insieme a voi. A noi. Avamposto umano-italiano nello stato di Washington dal sangue mediterraneo ansioso di scrivere una storia che potrà essere unica. Una storia comune che comunque vada è già stata unica.

Venezia, lungo il Canal Grande © Luca Ferrari
Seattle, il Puget Sound © Antonietta Salvatore

venerdì 26 giugno 2015

Le mie amiche danza orientale

(da sx) le danzatrici veneziane Giulia, Elena, Monica e Khalida © Luca Ferrari

Non sapevo niente di danza orientale, poi un giorno incontrai delle persone speciali che ebbero la pazienza di raccontarmela. Iniziò così, un incredibile viaggio nell'anima umana.

di Luca Ferrari

Contaminazioni emotive. Culture millenarie. Affinità interiori. Storia di un incontro casuale che divenne legame. C'era una volta, in una calda giornata estiva... E mentre presidiavo lo stand di un’associazione umanitaria al Festival dei Popoli al Lido di Venezia, nel chiostro di S. Nicolò, d’improvviso fu annunciato che di lì a poco sarebbe cominciato lo spettacolo di danza orientale del locale Gruppo Shams. Tra le protagoniste c’erano Elena Zamborlini, che conoscevo già da qualche anno, e altre danzatrici tra cui Giulia Giamboni e Monica Zacchello. A fine performance m’invitarono al saggio finale dei corsi che tenevano al Lido, davanti alla spiaggia del Pachuka Beach. Giacché all’epoca mi occupavo di cronaca sull'isola lagunare, presi due piccioni con una “danza”. Fu il mio primo e casuale incontro con la danza orientale.

Prima di procedere, una doveroso passo indietro. Fino al 2005 non sapevo proprio niente di danza orientale, danza del ventre e/o danza mediorientale che fosse. Se qualcuno mi avesse chiesto cosa fosse, mi sarebbe (forse) venuta in mente una danzatrice vista parecchi anni prima nel video Numb della rock band irlandese U2 o tuttalpiù qualche movenza di una giovane Shakira. Qualcosa nell'estate 2005 però, cambiò. Non fu tanto l'aver assistito a uno spettacolo, più che altro furono le parole di chi (e come) me le raccontò. Già, le parole. Qualcosa che “conoscevo” piuttosto bene ma non perché facessi (solo) il giornalista. All’epoca erano già 11 anni che scrivevo in modo incessante poesie/testi di matrice anglofona rock. Una strada questa, poi fusasi con la danza orientale e da cui nacque il libro Belly Roads – parole di danza, sentieri d’Oriente (2012, Granviale Editori)

Detto fatto, un bar del Lido fece da anfiteatro alla prima intervista multipla a delle danzatrici. Monica, Elena Giulia si aprirono al mio rudimentale registratorino mentre sul block note mi segnavo qualcosina, raccontandomi entusiaste ciò che facevano e di quanto fosse speciale. Impossibile non lasciarsi contagiare. L’anno successivo feci ritorno lì, al Pachuka Beach per assistere a un loro nuovo show, e così pure 365 giorni dopo. Nel frattempo conobbi la “quarta moschettiera” della bellydance lidense, la più giovane Khalida. Alla stregua delle sue più navigate colleghe, fu sempre molto cordiale e disponibile per qualsiasi informazione danzante le chiedessi.

Da allora è passato molto tempo. Per qualche anno io e la carovana della danza orientale abbiamo "navigato" fianco a fianco. Mi ero talmente appassionato a questa disciplina, da lanciarmi nell'ambizioso progetto di fondare il primo giornale specifico italiano online, il defunto Bellydance Italia che, dispiace ammetterlo, poco interessò la rispettiva comunità italiana. Il mio primo sito sul mondo della danza orientale però, Belly Roads, è rimasto. Tra articoli e reportage, spesso spaziavo anche sulle poesie, molte delle quali poi finite nell'omonimo libro, Belly Roads (2012). Di recente gli articoli di Belly Roads sono stati traslati qui, su "Viaggi del Mondo (in costante working progress), per continuare a tenere in vita e raccontare questo incredibile e variegato mondo così ricco di storia, cultura e arte umana. 

No, se su quel palco nel giugno 2005 non ci fossero state loro, probabilmente la danza orientale avrebbe occupato solo un piccolo spazio nel mio lavoro giornalistico. Se non avessi incontrato Elena, Giulia, Khalida e Monica, non mi sarei fatto contagiare. L'arte ha il potere di comunicare nei modi più immaginabili, ma sono le persone poi a fare la differenza. Il tempo è passato, e a parte un'incursione sulle pagine del settimanale internazionale L'Italo-Americano, è da parecchio tempo che ormai non mi occupo più di bellydance. Chissà, magari un giorno tornerò a raccontarla. Magari proprio a uno spettacolo di queste incredibili donne, e allora sarà anche l'occasione di poterle salutare. E allora potrò ringraziarvi, perché senza di voi, la vostra sincera amicizia e ispirazione, non avrei mai iniziato a scrivere di danza orientale.

Le danzatrici veneziane Monica, Elena, Giulia e Khalida

martedì 23 giugno 2015

Belly Charity, la danza orientale per i rifugiati

Lo show al Belly Charity vol. III © Stefania Cicirello

Belly Charity-Dance for Refugees vol. III, la danza orientale per i rifugiati nel nome della fratellanza e l'accoglienza.

di Luca Ferrari

Danza del ventre. Tango argentino. Danza indiana. Danza polinesianaPercussioni afro. Tribal bellydance e Tribal fusion. Ognuno di questi stili ha preso forma, cuore e movimento venerdì 19 giugno per celebrare la terza edizione di Belly Charity – Dance for Refugees, evento benefico con protagonista il variegato mondo delle danze orientali, tornato on stage in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2015. Uno spettacolo arricchito quest’anno anche dalle danza afgane che ha visto scendere in pedana danzatrici singole e gruppi con grande e calorosa partecipazione  del pubblico.

Mondo, 2015. Sono in fuga dalla guerra. Sono in fuga da spietate dittature dove il dissenso è punito col carcere e tortura. Centinaia di migliaia di esseri umani si mettono in viaggio dando tutto quello che hanno e se riescono ad arrivare vivi aldilà del Mediterraneo, cosa trovano? InsofferenzaPopulismoOdio razzistaMercificazione. Mai come nel 2015 la Giornata Mondiale del Rifugiato ha rappresentato un importante momento di riflessione e confronto. Un terreno dove anche la danza orientale ha voluto dare il proprio contributo.

Organizzatrice di Belly Charity – Dance for Refugees vol. III, l'ensemble milanese Tribal Troubles di cui fa parte Virginia Danese. Danzatrice si, ma non solo come lei stessa ha avuto modo di spiegare. Un'edizione questa che alla luce dei sempre più numerosi sbarchi sulle coste italiane accolti spesso da frasi oltraggiose e atteggiamenti inqualificabili anche da una certa classe politica, la giornata è risultata ancor più decisiva per lanciare messaggi precisi.

“Come mediatrice culturale, lavorando con i rifugiati politici da tanti anni, non posso che essere indignata con l'atteggiamento che si è sviluppato attorno al tema dell'asilo politico e che peggiora anno dopo anno” ha analizzato Virginia, “Quando si parla di profughi si parla solo di numeri. Si è persa l'umanità. Non ci si ferma neanche un secondo a pensare che ciò che spinge una persona verso una morte quasi certa è proprio quella probabilità di sopravvivenza”.

Come le due edizioni precedenti, anche Belly Charity: Dance for the Refugees vol. III è stato realizzato per raccogliere fondi la cui intera somma è stata poi devoluta all'Associazione Sviluppo e Promozione Onlus a supporto della gestione del Centro Welcome, centro diurno per rifugiati politici (uomini e donne) e richiedenti asilo con caratteristiche di vulnerabilità. Così, mentre la politica sbraita e la UE sonnecchia facendo finta di non vedere, la danza orientale agisce.

“Ogni anno cerchiamo di offrire al pubblico uno spettacolo di danze di diversa provenienza”, prosegue Virginia, “Crediamo sia un mezzo utile per far avvicinare anche i più scettici o anche i meno esperti alla ricchezza che ogni cultura ha dentro di sé e riesce a esprimere anche attraverso la danza. Personalmente, avere avuto tra il pubblico anche alcuni dei ragazzi rifugiati che frequentano il Centro Welcome, di cui alcuno erano anche Ramadam, mi ha dato un'emozione indescrivibile”.

Mentre c'è chi approfitta della sciagura umanitaria per fare becera propaganda elettorale, l'altra faccia di Milano è quella multietnica del Teatro Edi Barrio's con famiglie, ragazzi e ragazze delle etnie più disparate che applaudono e assistono alle performance delle numerose danzatrici intervenute. Tra le varie artiste che hanno calcato il palco, Jamila Zaki, quest'ultima pioniera della danza orientale in Italia, nonché direttrice di Zagharid, il primo circolo culturale italiano interamente dedicato all’arte della Danza Orientale.

A raccontare i colori e la storia millenaria della danza indiana, ci ha pensato invece Daria Mascotto: antropologa, danzatrice, danzeducatrice e insegnante. “A Belly charity ho portato il lavoro di alcune mie allieve” ha spiegato l'artista, “Una danza che è un'offerta di fiori e di sé, come sincera espressione artistica della gioia di donare, e un brano che ho danzato da sola, dedicato al Dio bambino Krishna, archetipo dell'amore incondizionato per la vita”.

“In un contesto di solidarietà come quello di Belly charity”, ha poi proseguito Daria, da dieci anni ormai attiva sul fronte della danza indiana, “ho voluto portare un messaggio di gioia e umiltà, di vicinanza all'essere umano e al divino che lo abita. É stata una serata dalla splendida atmosfera, ricca di artiste generose. Davvero un piacere collaborare con tante danzatrici sapendo che la propria passione può aiutare a sostenere una giusta causa”.

Lo spettacolo, aperto da una performance di Indian fusion delle padrone di casa, le Tribal Troubles, si è poi chiuso con una performance corale interpretata dal suddetto gruppo, Jamila Zaki e le allieve di Virginia, quest'ultima seduta a suonare le percussioni lasciando alle due colleghe Nicole e Nausicaa la guida della coreografia. Un pezzo questo mai provato prima, del tutto improvvisato. Un nugolo di donne guidate dall'istinto. Quello stesso, ma di sopravvivenza, che spinge ogni giorno migliaia persone a cercare l'impossibile per ricominciare a vivere. E oggi, almeno oggi, il linguaggio universale della danza orientale li ha accolti con amore.

Belly Charity vol. III - Tribal Troubles (sx) e Daria Mascotto © Stefania Cicirello
Belly Charity vol. III - le Tribal Troubles © Stefania Cicirello

domenica 17 maggio 2015

Viva la Sensa, viva Venezia

laguna veneziana, corteo della Sensa © Luca Ferrari
Viaggio da San Marco al Lido. Una trionfale flotta vogante capitanata dalla Serenissima per celebrare lo sposalizio del mare di Venezia nel giorno della Sensa.

di Luca Ferrari

Placida è la laguna. Dai canali sono arrivate vogando decine le imbarcazioni poi posizionatesi nei pressi di Punta della Dogana. Finalmente il segnale, si stacca dal gruppo la maestosa bissona Serenissima. Alla fermata di San Marco Vallaresso salgono le autorità. Il corteo della festa della Sensa può partire. Destinazione Lido di Venezia. Obbiettivo, lo sposalizio del mare di Venezia.

Rulli di Tamburi. Suoni di tromba. Viva la Sensa, via Venezia, viene scandito dal moderno megafono. L'antica Repubblica Marinara celebra la Sensa, un'antica festività ritornata nel DNA dell'isola a partire dagli anni Sessanta. I tanti vogatori alla veneta affiancano la Serenissima con seduto il “doge” moderno, il sindaco. Si aggiornano i sostantivi, si rinnovano le tradizioni. Avanti così.

Fiere bandiere veneziane tinteggiano di rosso aranciato la laguna. I colori identificativi delle società remiere veneziane trasudano fiera appartenenza e amore per la città. Dopo  il saluto della partenza coi remi rivolti al cielo, si bissa il suddetto al passaggio davanti alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini i cui giovani alfieri si prodigano in un impeccabile ossequio.

San Zaccaria, Arsenale, Giardini e S. Elena. La Serenissima e il corteo della Sensa li superano uno dopo l'altro. Non resta che il tratto più profondo della laguna destinazione chiesa di S. Nicolò, al Lido di Venezia. È lì che verrà celebrato lo Sposalizio del Mare in memoria del dominio veneziano sul Mare Adriatico. Nell'antichità infatti, il giorno della Sensa (l'ascensione di Cristo) equivaleva al ricordo di due gloriosi eventi: la vittoria di Venezia sugli Slavi in difesa della popolazione dalmata e il ruolo fondamentale che ebbe la Serenissima per la fine della diatriba tra Impero e Papato.

La riviera San Nicolò è un tripudio di pubblico assiepato sulla riva. Celebrazioni. Memoria. Presente e un'allegria contagiosa. Poseidone fa il suo dovere restando pacato. Apollo fa un po' il dispettoso ma poi si lascia vincere dalla magia di una Venezia umano-popolare sempre più viva e protagonista dell'acqua.

Laguna veneziana, corteo della Sensa
(di sfondo, Punta della Dogana e la Basilica della Salute) © Luca Ferrari
Laguna veneziana, corteo della Sensa
(di sfondo, Punta della Dogana e la Basilica della Salute) © Luca Ferrari
 La bissona Serenissima guida il corteo della Sensa
(di sfondo Palazzo Ducale e il campanile di S. Marco) © Luca Ferrari
Laguna veneziana, corteo della Sensa (di sfondo l'isola di San Giorgio) © Luca Ferrari
Laguna veneziana, corteo della Sensa © Luca Ferrari
Laguna veneziana, il corteo della Sensa passa davanti a S. Elena © Luca Ferrari
Laguna veneziana, nel corteo della Sensa ci sono anche i kayak © Luca Ferrari
Lido di Venezia, il pubblico attende l'arrivo della Serenissima © Luca Ferrari
Festa della Sensa, a bordo della Serenissima si celebra lo Sposalizio del Mare © Luca Ferrari

martedì 28 aprile 2015

Venezia, il percorso della Memoria

Venezia, campiello Bruno Crovato – l’antifascista  Carlo Bullado © Luca Ferrari
È il 25 aprile 2015, il 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Viaggio lungo il percorso della Memoria, a Venezia, in ricordo dell’eccidio di Cannaregio.

di Luca Ferrari

Le Brigate Nere si organizzarono presto. Uno dei loro era stato assassinato e bisognava fargliela pagare. A tutti, senza distinzione. Comunisti, cattolici, liberali o agnostici. La rappresaglia scattò secondo il modello 1-10: per ogni morto nazifascista, 10 uccisi tra le file del nemico. Oggi, nel 2015, a settant'anni dalla Liberazione del 25 aprile 1945, Venezia ricorda l'eccidio di Cannaregio con il percorso della Memoria. Un evento organizzato da IVESER - Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, in collaborazione con ANPI - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Comune di Venezia, ANPPIA, FIAPP e Comunitá Ebraica.

Venezia, 25 aprile 2015. Non sono neanche le 10 del mattino quando una folla sempre più numerosa si sta radunando in campiello Bruno Crovato, dedicato a uno dei caduti del suddetto massacro. Fu il primo, nel cuore della notte, ad andare ad aprire alla porta ai suoi assassini. Ciò che si trovò davanti infatti non fu un pellegrino o un amico, ma una pistola (nera) che lo colpì a morte senza nessuna pietà. Al centro del campo ci sono l'antifascista Carlo Bullado e Bruno Gamacchio (Partigiano Bianco), con l'ANPI - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.

Il 25 aprile a Venezia è sempre un giorno speciale. Non solo si celebra la festa della Liberazione dal nazifascismo ma è anche il giorno del patrono San Marco, durante il quale i maschietti regalano alla propria amata un bocciolo (bocolo) di rosa. Ma in questo giorno di memoria e amore, c'è stato spazio anche per l'ignoranza. Sfruttando la storia di una città aperta, orde senza il benché minimo straccio di ideologia hanno sventolato la bandiera del leone di San Marco commentando con volgarità e becera inciviltà il passaggio dei partigiani e i festeggiamenti della Liberazione.

Passano gli anni eppure sono tanti gl'italiani che ancora rimpiangono il duce Benito Mussolini. Ne vanno fieri. Lo ostentano con penosa tracotanza. Un insulto all'Italia, alla Costituzione e ai più basilari diritti dell'Uomo. Tralasciando questa degenerazione di sostenitori di morte, si comincia con la prima posa di fiori sopra la lapide di Bruno Crovato, preceduta da l'inno di Mameli e la partigiana Bella ciao, suonate e cantate dal coro 25 Aprile insieme ai presenti. 

Adolescenti e anziani. Genitori e bambini piccoli. Ci sono tutti a vivere il percorso della Memoria. Abbandonato il primo campiello, si prosegue verso per la seconda commemorazione, presso il ponte dei Sartori, davanti alla lapide in memoria di Luigi Borgato. È poi la volta di Giuseppe Tramontin (si prese anche lui una pallottola alla testa ma si salvò) in calle Priuli, quindi in Fondamenta S. Felice per Ubaldo Belli, in calle Colombina per Piero Favretti, in campiello del Magazin per Augusto Picutti e in corte Correr per il Capitano Manfredi Azzarita, originario di Cannaregio e ma perito nell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Dopo aver percorso per calli e lungo tutta la Strada Nuova, il corteo si dirige verso il ghetto ebraico, nel cui campo del Ghetto Novo ogni anno si celebra la Festa della Liberazione. Prima di entrarvi però, c'è un'ultima lapide verso cui rivolgere i propri pensieri. Quella di Adolfo Ottolenghi, rabbino capo di Venezia, prelevato dai nazifascisti ormai malato e anziano, e mandato a morire nel campo di sterminio di Auschwitz.

Le guerre non si sono fermate con la fine della II Guerra Mondiale. Sono continuate in modi ancor più subdoli. Almeno un giorno l'anno qualcuno (più di) ripensa a quel giorno. Un momento storico in cui la tirannia nazista finì nel fango, strozzata dal suo stesso sangue che tanto aveva orrendamente versato in tutta Europa. Una parte d'Italia si ribellò a quel giogo. Loro, i partigiani. Orgoglio di una nazione ancor oggi laconicamente divisa.

Non è un giorno come gli altri il 25 aprile, a Venezia, come in tutto il resto della penisola. Se ne facciano una ragione quei politici (tanti) e quelle persone che vorrebbero riscrivere la Storia. Non accadrà. L'Italia si è sollevata al nazifascismo e ha reagito. Cessa il vento, calma è la bufera/ Torna a casail fiero partigian/; sventolando la rossa sua bandiera; vittoriosa, al fin liberi siam! Qui, da Venezia, buon 25 aprile e buona festa della Liberazione a tutti.

W la Libertà. W la Resistenza. W l'Italia libera e unita.

Modena City Ramblers - Fischia il vento

Venezia, campiello B. Crovato – i fiori sulla lapide di Bruno Crovato © Luca Ferrari
Venezia, campiello B. Crovato – ANPI presente © Luca Ferrari
Venezia, campiello B. Crovato – si ascolta l’inno di Mameli e Bella ciao © Luca Ferrari
Venezia, il corteo si muove lungo il percorso della Memoria © Luca Ferrari
Venezia, lapide in memoria di Luigi Borgato © Luca Ferrari
Venezia, lapide in memoria di Giuseppe Tramontin © Luca Ferrari
Venezia, il corteo lungo il Percorso della Memoria © Luca Ferrari
Venezia, lapide in memoria di Piero Favretti © Luca Ferrari
Venezia, lapide in memoria del Capitano Manfredi Azzarita © Luca Ferrari
Venezia, lapide in memoria del rabbino Adolfo Ottolenghi © Luca Ferrari
Venezia, campo del Ghetto Novo © Luca Ferrari