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venerdì 26 giugno 2015

Le mie amiche danza orientale

(da sx) le danzatrici veneziane Giulia, Elena, Monica e Khalida © Luca Ferrari

Non sapevo niente di danza orientale, poi un giorno incontrai delle persone speciali che ebbero la pazienza di raccontarmela. Iniziò così, un incredibile viaggio nell'anima umana.

di Luca Ferrari

Contaminazioni emotive. Culture millenarie. Affinità interiori. Storia di un incontro casuale che divenne legame. C'era una volta, in una calda giornata estiva... E mentre presidiavo lo stand di un’associazione umanitaria al Festival dei Popoli al Lido di Venezia, nel chiostro di S. Nicolò, d’improvviso fu annunciato che di lì a poco sarebbe cominciato lo spettacolo di danza orientale del locale Gruppo Shams. Tra le protagoniste c’erano Elena Zamborlini, che conoscevo già da qualche anno, e altre danzatrici tra cui Giulia Giamboni e Monica Zacchello. A fine performance m’invitarono al saggio finale dei corsi che tenevano al Lido, davanti alla spiaggia del Pachuka Beach. Giacché all’epoca mi occupavo di cronaca sull'isola lagunare, presi due piccioni con una “danza”. Fu il mio primo e casuale incontro con la danza orientale.

Prima di procedere, una doveroso passo indietro. Fino al 2005 non sapevo proprio niente di danza orientale, danza del ventre e/o danza mediorientale che fosse. Se qualcuno mi avesse chiesto cosa fosse, mi sarebbe (forse) venuta in mente una danzatrice vista parecchi anni prima nel video Numb della rock band irlandese U2 o tuttalpiù qualche movenza di una giovane Shakira. Qualcosa nell'estate 2005 però, cambiò. Non fu tanto l'aver assistito a uno spettacolo, più che altro furono le parole di chi (e come) me le raccontò. Già, le parole. Qualcosa che “conoscevo” piuttosto bene ma non perché facessi (solo) il giornalista. All’epoca erano già 11 anni che scrivevo in modo incessante poesie/testi di matrice anglofona rock. Una strada questa, poi fusasi con la danza orientale e da cui nacque il libro Belly Roads – parole di danza, sentieri d’Oriente (2012, Granviale Editori)

Detto fatto, un bar del Lido fece da anfiteatro alla prima intervista multipla a delle danzatrici. Monica, Elena Giulia si aprirono al mio rudimentale registratorino mentre sul block note mi segnavo qualcosina, raccontandomi entusiaste ciò che facevano e di quanto fosse speciale. Impossibile non lasciarsi contagiare. L’anno successivo feci ritorno lì, al Pachuka Beach per assistere a un loro nuovo show, e così pure 365 giorni dopo. Nel frattempo conobbi la “quarta moschettiera” della bellydance lidense, la più giovane Khalida. Alla stregua delle sue più navigate colleghe, fu sempre molto cordiale e disponibile per qualsiasi informazione danzante le chiedessi.

Da allora è passato molto tempo. Per qualche anno io e la carovana della danza orientale abbiamo "navigato" fianco a fianco. Mi ero talmente appassionato a questa disciplina, da lanciarmi nell'ambizioso progetto di fondare il primo giornale specifico italiano online, il defunto Bellydance Italia che, dispiace ammetterlo, poco interessò la rispettiva comunità italiana. Il mio primo sito sul mondo della danza orientale però, Belly Roads, è rimasto. Tra articoli e reportage, spesso spaziavo anche sulle poesie, molte delle quali poi finite nell'omonimo libro, Belly Roads (2012). Di recente gli articoli di Belly Roads sono stati traslati qui, su "Viaggi del Mondo (in costante working progress), per continuare a tenere in vita e raccontare questo incredibile e variegato mondo così ricco di storia, cultura e arte umana. 

No, se su quel palco nel giugno 2005 non ci fossero state loro, probabilmente la danza orientale avrebbe occupato solo un piccolo spazio nel mio lavoro giornalistico. Se non avessi incontrato Elena, Giulia, Khalida e Monica, non mi sarei fatto contagiare. L'arte ha il potere di comunicare nei modi più immaginabili, ma sono le persone poi a fare la differenza. Il tempo è passato, e a parte un'incursione sulle pagine del settimanale internazionale L'Italo-Americano, è da parecchio tempo che ormai non mi occupo più di bellydance. Chissà, magari un giorno tornerò a raccontarla. Magari proprio a uno spettacolo di queste incredibili donne, e allora sarà anche l'occasione di poterle salutare. E allora potrò ringraziarvi, perché senza di voi, la vostra sincera amicizia e ispirazione, non avrei mai iniziato a scrivere di danza orientale.

Le danzatrici veneziane Monica, Elena, Giulia e Khalida

martedì 23 giugno 2015

Belly Charity, la danza orientale per i rifugiati

Lo show al Belly Charity vol. III © Stefania Cicirello

Belly Charity-Dance for Refugees vol. III, la danza orientale per i rifugiati nel nome della fratellanza e l'accoglienza.

di Luca Ferrari

Danza del ventre. Tango argentino. Danza indiana. Danza polinesianaPercussioni afro. Tribal bellydance e Tribal fusion. Ognuno di questi stili ha preso forma, cuore e movimento venerdì 19 giugno per celebrare la terza edizione di Belly Charity – Dance for Refugees, evento benefico con protagonista il variegato mondo delle danze orientali, tornato on stage in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2015. Uno spettacolo arricchito quest’anno anche dalle danza afgane che ha visto scendere in pedana danzatrici singole e gruppi con grande e calorosa partecipazione  del pubblico.

Mondo, 2015. Sono in fuga dalla guerra. Sono in fuga da spietate dittature dove il dissenso è punito col carcere e tortura. Centinaia di migliaia di esseri umani si mettono in viaggio dando tutto quello che hanno e se riescono ad arrivare vivi aldilà del Mediterraneo, cosa trovano? InsofferenzaPopulismoOdio razzistaMercificazione. Mai come nel 2015 la Giornata Mondiale del Rifugiato ha rappresentato un importante momento di riflessione e confronto. Un terreno dove anche la danza orientale ha voluto dare il proprio contributo.

Organizzatrice di Belly Charity – Dance for Refugees vol. III, l'ensemble milanese Tribal Troubles di cui fa parte Virginia Danese. Danzatrice si, ma non solo come lei stessa ha avuto modo di spiegare. Un'edizione questa che alla luce dei sempre più numerosi sbarchi sulle coste italiane accolti spesso da frasi oltraggiose e atteggiamenti inqualificabili anche da una certa classe politica, la giornata è risultata ancor più decisiva per lanciare messaggi precisi.

“Come mediatrice culturale, lavorando con i rifugiati politici da tanti anni, non posso che essere indignata con l'atteggiamento che si è sviluppato attorno al tema dell'asilo politico e che peggiora anno dopo anno” ha analizzato Virginia, “Quando si parla di profughi si parla solo di numeri. Si è persa l'umanità. Non ci si ferma neanche un secondo a pensare che ciò che spinge una persona verso una morte quasi certa è proprio quella probabilità di sopravvivenza”.

Come le due edizioni precedenti, anche Belly Charity: Dance for the Refugees vol. III è stato realizzato per raccogliere fondi la cui intera somma è stata poi devoluta all'Associazione Sviluppo e Promozione Onlus a supporto della gestione del Centro Welcome, centro diurno per rifugiati politici (uomini e donne) e richiedenti asilo con caratteristiche di vulnerabilità. Così, mentre la politica sbraita e la UE sonnecchia facendo finta di non vedere, la danza orientale agisce.

“Ogni anno cerchiamo di offrire al pubblico uno spettacolo di danze di diversa provenienza”, prosegue Virginia, “Crediamo sia un mezzo utile per far avvicinare anche i più scettici o anche i meno esperti alla ricchezza che ogni cultura ha dentro di sé e riesce a esprimere anche attraverso la danza. Personalmente, avere avuto tra il pubblico anche alcuni dei ragazzi rifugiati che frequentano il Centro Welcome, di cui alcuno erano anche Ramadam, mi ha dato un'emozione indescrivibile”.

Mentre c'è chi approfitta della sciagura umanitaria per fare becera propaganda elettorale, l'altra faccia di Milano è quella multietnica del Teatro Edi Barrio's con famiglie, ragazzi e ragazze delle etnie più disparate che applaudono e assistono alle performance delle numerose danzatrici intervenute. Tra le varie artiste che hanno calcato il palco, Jamila Zaki, quest'ultima pioniera della danza orientale in Italia, nonché direttrice di Zagharid, il primo circolo culturale italiano interamente dedicato all’arte della Danza Orientale.

A raccontare i colori e la storia millenaria della danza indiana, ci ha pensato invece Daria Mascotto: antropologa, danzatrice, danzeducatrice e insegnante. “A Belly charity ho portato il lavoro di alcune mie allieve” ha spiegato l'artista, “Una danza che è un'offerta di fiori e di sé, come sincera espressione artistica della gioia di donare, e un brano che ho danzato da sola, dedicato al Dio bambino Krishna, archetipo dell'amore incondizionato per la vita”.

“In un contesto di solidarietà come quello di Belly charity”, ha poi proseguito Daria, da dieci anni ormai attiva sul fronte della danza indiana, “ho voluto portare un messaggio di gioia e umiltà, di vicinanza all'essere umano e al divino che lo abita. É stata una serata dalla splendida atmosfera, ricca di artiste generose. Davvero un piacere collaborare con tante danzatrici sapendo che la propria passione può aiutare a sostenere una giusta causa”.

Lo spettacolo, aperto da una performance di Indian fusion delle padrone di casa, le Tribal Troubles, si è poi chiuso con una performance corale interpretata dal suddetto gruppo, Jamila Zaki e le allieve di Virginia, quest'ultima seduta a suonare le percussioni lasciando alle due colleghe Nicole e Nausicaa la guida della coreografia. Un pezzo questo mai provato prima, del tutto improvvisato. Un nugolo di donne guidate dall'istinto. Quello stesso, ma di sopravvivenza, che spinge ogni giorno migliaia persone a cercare l'impossibile per ricominciare a vivere. E oggi, almeno oggi, il linguaggio universale della danza orientale li ha accolti con amore.

Belly Charity vol. III - Tribal Troubles (sx) e Daria Mascotto © Stefania Cicirello
Belly Charity vol. III - le Tribal Troubles © Stefania Cicirello

martedì 25 novembre 2014

Flamenco arabo, l'emozione del fuoco

la danzatrice Gemma Marti © Mireia Rodriguez Marin
Bella foto. Bella danza. Ispira. Presente, distanze e passato. Ad amalgamare il tutto, il flamenco arabo nella cui anima tonante si muovono i passi di Gemma.

di Luca Ferrari

“Quando ballo la danza orientale mi sento libera. Tutto il mio essere viene rapito da una sensazione di libertà totale che mi fa semplicemente levitare e volare” irrompe così la danzatrice spagnola Gemma Marti, membro della Nefershu Lotus Company “sento come sbocciare ogni piccola particella femminile che c’è in me. La musica, la danza libera delle mie gambe e del mio girovita mi ipnotizzano in un istante ed è allora che tocco il cielo con un dito”.

L'ispirazione è qualcosa di strano. Basta un “mi piace” facebookiano su di una immagine e d'improvviso l'assenza totale si fa pressante dichiarazione di comunicazione e condivisione.  E per esperienza posso dirvi che nulla come la spontaneità delle parole può diventare il “la” per qualcosa di incredibilmente magico. Era l'inverno del 1999 (febbraio) quando un'amica, rispondendo a un messaggio su fogli riciclati iniziò dicendo: Bel foglio... bella carta... ispira. E quelle parole divennero il titolo di una poesia, esattamente com'è stato con l'illuminante commento di Emma Sanchez Casanueva, collega di Gemma “¡¡ Ole ole y ole la gracia, la alegría y el salero !!!”. Così sia allora.

Non solo danza orientale ma anche le contaminazioni della propria realtà. “Quando ballo il flamenco arabo posso sentire il sangue ribollirmi nelle vene, come i miei piedi cercano di attraversare la terra” si racconta a cuore aperto Gemma, “mentre le mie mani accarezzano e sfiorano ogni istante, accompagnando la mia anima a rivivere vite passate. Il mio sguardo discreto si converte in fuoco puro che ripercorre fino all’ultima goccia di emozione nell’universo”.

Negli assurdi sentieri della vita è curioso prendere atto di come, rientrato senza troppe ammaccature dal mio primo concerto di Marilyn Manson in un lontano dicembre '98 a Milano, l'indomani mi ritrovai ad accompagnare due amiche alla loro prima lezione di flamenco. E fu impossibile non farsi contagiare. Ne nacque infatti “un'ode alla vera natura femminile”. Un'ode che si ritrovò ad aprire il mio secondo libro di poesie, Ho scelto il blu per colorare l'anima (2000). Un'ode dove il tuono volteggiava con i piedi e le nacchere gorgogliavano tra i polsi di un movimento imperituro.

E anche se oggi non sono lì davanti, il flamenco è ancora qui. A scrivere attraverso me:

LA GRACIA, LA ALEGRÍA Y EL SALERO!

resta la notte da ampliare...
un innocuo spettro passeggero
ha trasformato in suggestioni
un sorriso tramutato
in un nuovo spostamento
...e il tambureggiare della sue ali
si è fatto ondulata discesa di liane,
dove il rosa d'ogni pensiero
si è consegnato sensibile ostaggio
alle impronte digitali del vento

cerchi bianchi si fanno sempre
meno ampi... non so cosa se ne farà
la Terra di tutta questa
fantasia conservata... bofonchiando
in una comunicazione classica,
darei carta libera
a ciò che una radice è in grado di fare
sopra un essere del mondo

solo un alternato rintocco mattutino
...
Che cosa sarà mai apparso
nell'estetica più profonda
della grazia di una donna?
L'ardore dell'allegria
è quanto di più incantato
possa esplodere nelle definizioni naturali
di una creatura...la mente
vola lì...replicando appena
alle indicazioni di un contatto
universalmente sfiorato...
                                                                                (Venezia, 24-25 Novembre '14)

la danzatrice Gemma Marti
la danzatrice Gemma Marti
la danzatrice Gemma Marti
la danzatrice Gemma Marti
la danzatrice Gemma Marti
Gemma Marti impegnata in performance di bellydance fantasy
Gemma Marti impegnata in performance di danza orientale e flamenco arabo

venerdì 23 novembre 2012

Gemma, la danza del respiro

La danzatrice spagnola Gemma Marti
“Il respiro è come una fata. È un tesoro con cui possiamo abbellire la nostra danza e connetterci con il pubblico e con noi stessi”, Gemma Marti.

di Luca Ferrari

Una leggenda si tramanda. Una storia passa da un palmo a un sottofondo di pura realistica immaginazione. Ma è tutto in più parole. Una giovane donna racconta. Leggo da lei. Scruto la scenografia che insisto possa esistere. Un deserto lontano si sforza di essere cullato dall’aria oceanica. Si è come storditi. Lei mi ha offerto i colori e un dipinto già espressivo. Io ho provato a fare il resto.

“Lo spettacolo è stato di suprema eleganza. Essenze floreali permeavano il suo libero arbitrio. Fascino insolito" prosegue nel viaggio la danzatrice spagnola Gemma Marti, "Le luci si abbassarono e il pubblico mormorio cessò in una frazione di secondo. Non si respirava. Torsi sporgevano dai sedili in posizione verticale e dritti con un sospiro completamente fermo in una magia istantanea. Attesa per l’apparizione degli artisti sul palco. 

Quando la musica ha iniziato le spalle si sono rilassate. Il sorriso ha oltrepassato la frontiera delle proprie labbra. La tensione è sgusciata in tutto il suo fiato. Tutto è apparentemente tornato alla normalità. Dopo pochi minuti la musica accelerò il ritmo, e così pure il battito del pubblico. Il segno di un ballerino darbuka ha lasciato nello show grande energia. I loro corpi perfettamente posizionati nella saggia aria stilizzata per fornire al pubblico l’emozione.

Sussulti di sorpresa quando improvvisamente apparve la bella danza, e il respiro è stato scandito dalla stessa velocità dei movimenti degli artisti. La musica è diventata misteriosa. Sensuale. Avvolgente e lenta. Molto lenta. È stato il momento del battito del pubblico. Movimenti sinuosi e capelli luminosi. Qualche mano arruffata sul cuore glorioso sta ancora trattenendo il soffio di un momento emozionante”

“La danza orientale non è facile. Quando l'insegnante inizia a dire – bacino integrato, spalle rilassate ma in posizione verticale del tronco, glutei, spremitura, sorriso, e ora fate il passo -  Ecco boom, c'è sempre qualcuno rosso in volto, e a quel punto ti dice, "ragazze rilassatevi, ricordatevi di respirare”. La concentrazione è intensa.

Forse a questo punto delle mie intuizioni oniriche, posso anche provare a intingere dagli specchi di un fiume di passaggio. Avvicinando ciò che sento a quanto udito. Il suggerimento che mi sono appena permesso di dare è stato subito trasformato in un'ulteriore cantilena di soli movimenti.

Gemma, ma cos’è per te la danza orientale? “Per me, la danza del ventre è la vita. La speranza. L’eccitazione. È come toccare il cielo con le mani. Come prendere il tè alla menta. È il calpestio a piedi nudi. È l’arancione e deserto di sabbia rossa. È il passeggiare tra haimas pieni di collane argento e ambra, braccialetti di rame, anelli mille forme e l'odore delle spezie di cannella, vaniglia, senape. È come il profumo di arancio, narcisi, violette. Veramente, sentire la vita”.

la danzatrice spagnola Gemma Marti
la danzatrice spagnola Gemma Marti
la danzatrice spagnola Gemma Marti durante una performance collettiva
la danzatrice spagnola Gemma Marti durante una performance collettiva
la danzatrice spagnola Gemma Marti durante una performance collettiva
a danzatrice spagnola Gemma Marti durante una performance collettiva
la danzatrice spagnola Gemma Marti durante una performance collettiva
la danzatrice spagnola Gemma Marti durante una lezione di danza del centre

martedì 11 settembre 2012

Belly Roads – parole di Danza, sentieri d’Oriente

Luca Ferrari e il suo libro di poesie Belly Roads
La poesia più istintiva erede delle lyrics rock si tinge di bellydance. È uscito il libro Belly Roads - parole di danza, sentieri d'oriente (2012, Granviale Editori).


"...ventagli avvicinano le rive a un’esibizione/ 
che ha cambiato la mitologia delle storie  
fin qua tramandate/ ...care sorelle sirene di torrente, 
nel delicato incanto 
di un inconscio tangibile/ 
vi confido che la condivisione dello spazio/ 
ha magicamente accerchiato/ 
ciò che zampilla dalle Vostre iniziali più noir ..."

Dopo articoli e reportage sul mondo della Danza Orientale, l’ispirazione gitana carezza il linguaggio primordiale. Plasmandosi in  parole istintive e immediate, dentro il solco tracciato dalle lyrics rock. È il momento di Belly Roads – parole di Danza, sentieri d’Oriente (Granviale Editori, 2012), il nuovo libro di poesie del giornalista - scrittore veneziano Luca Ferrari.

L'avventura inizia durante il Festival dei Popoli, al Lido di Venezia, in occasione della performance del Gruppo Shams. Una fondamentale intervista con le protagoniste e un attimo dopo è già l'inizio di una nuova Storia (infinita) dove dagli appunti emerge uno stato d’animo che s’immedesima nell’ascolto della musica di sottofondo, assimilando delicatamente i passi e i movimenti del bacino. 

Uno spazio dove la ragazza/donna inizia un percorso di crescita. Prende consapevolezza di ciò che ha dentro. Negli anni successivi ci furono le esperienze dei palchi internazionali del Silk Road Project, il folclore multietnico dell’Heshk Beshk Festival, fino a sbarcare nel cuore globale della città eterna, con il Roma Tribal Meeting. Lì nel mezzo e oltre, un percorso intenso. Inatteso, per certi versi. Un viaggio che ha reso ogni incontro, conversazione. Quel sentiero oggi, è diventato una strada.

Dopo il tema dei viaggi del precedente Latitudini V (2011), al centro dei testi di Belly Roads c'è dunque la Danza Orientale. Un libro di 27 poesie la cui copertina è stata realizzata dalla talentuosa artista siciliana nonché danzatrice Viviana Ammannato, e impreziosito dalla prefazione di una delle pioniere della danza orientale in Italia, Jamila Zaki, direttrice di Zagharid, il primo circolo culturale italiano interamente dedicato all’arte della danza orientale.

L'ispirazione chiede conferma alla visione di ciò che è stato immortalato. Avanti così allora,
“…non fa ancora abbastanza freddo 
per poter dire a gran voce quello che ho provato...
 arrivato a questo punto delle mie suole, 
un medaglione è la sola ninnananna 
pensata per un orto/ 

Adesso ha preso un fiore 
e se l’è posato in equilibrio 
sopra un polpastrello… se proprio 
ne avete bisogno, 
chiamatela transumanza” ... e adesso, danzate ancora una volta. Fino alla fine dei tempi.

l'autore Luca Ferrari e il libro Belly Roads - parole di danza, sentieri d'oriente
Giulia Giamboni (Gruppo Shams), performance al Lido di Venezia © Luca Ferrari
Silk Road Festival 2011, Estelle Chao © Federico Roiter
Silk Road Festival 2011, Valentina Manduchi © Federico Roiter
Roma Tribal Meeting 2011, Ilhaam Isabel de Lorenzo © Luca Ferrari
Roma Tribal Meeting 2011, Rustiqua © Luca Ferrari
Roma Tribal Meeting 2011, Shadì & Carlotta © Luca Ferrari
Eshta show 2012, Gruppo Tribal preparato da Ingrid Zorini © Luca Ferrari
Eshta show 2012, Tribal Fusion di Ingrid Zorini © Luca Ferrari

lunedì 10 settembre 2012

L'unione fa la danza

Eshta show 2012, le giovanissime protagoniste di Gioco Danza © Luca Ferrari

Culture, ispirazioni e generazioni unite, passando anche per l'animazione più innocente, danzano insieme. Un linguaggio universale si snoda e si racconta.

di Luca Ferrari

Mestre (Ve), Centro Culturale Candiani. È di scena il saggio spettacolo dell’Associazione Eshta Centro di Danza Orientale. Si comincia con il gruppo Fanveils, dietro la cui coreografia c’è l’esperta regia di Emanuela Camozzi. Il tepore dell’arancione indossato dalle danzatrici si sposa alla perfezione con i colori più glaciali dei veli. E la sensazione finale, è quella di essere parte un nucleo dall'energia appena agli inizi della sua intera e primaverile esistenza.

Tocca poi all’insegnante e coreografa Emanuela Camozzi. Dopo una prima performance di gruppo e un delicato accompagnamento (che ha intenerito l’anima di tutti i presenti) alle giovanissime generazioni di 4-5 anni, al loro debutto “danzante”, fa il suo ingresso solista.

Come una nuvola di sabbia dorata, vola da un confine all’altro del mondo-palco. Incessante. A scandire i suoi passi e movimenti, musica persiana che come gli accordi del vento, non cede a niente. Il suo folklore schizza come gemme di sole. Le mani battono sul tamburello. Le labbra sorridono. E alla fine, c’è solo il tempo di un ultimo fragoroso inchino.

È il momento del Gruppo Intermedio 1 guidato da Camilla Lombardi. Stile classico, seguendo l’ispirazione della canzone Inta Omri. Farfalle immobili con le ali aperte. Il viso rivolto verso l’ignoto Sale in cattedra l’iride. Le tonalità degli indumenti si rincorrono. Rosso. Rosa. Viola. Bianco. Oro. Codici arcaici si rinnovano ogni volta una danzatrice incrocia un’altra creatura.

La musica irrompe. Gli occhi sono alla ricerca di un nuovo blocco di partenza. I braccialetti lungo le braccia suggeriscono. Le monete accanto al ventre tintinnano sopra l'ombelico. C’è chi si muove scalza. Tutto quello che deve essere detto, è qui. Davanti a noi. Dentro di loro, le interpreti danzanti.

“There comes a time when we need a certain call/ When the world must come together as one – Arriva il momento in cui abbiamo bisogno di una chiamata particolare/ Quando il mondo ha bisogno di diventare una cosa sola” … iniziava così l’immortale We Are the World, scritta nel 1985 da Michael Jackson e Lionel Richie e incisa a scopo benefico dal supergruppo USA for Africa.

Durante la performance/spettacolo dell’Associazione Eshta c’è stato un doppio momento che ha raccontato qualcosa di diverso e dolcemente speciale. Prima e dopo la performance solista dell’insegnante Olga Acerboni e del Gruppo principianti preparato da Emanuela Camozzi, danzante lo stile classico con eleganti veli rosa e lunghe gonne arboree verdeggianti, hanno fatto il loro debutto piccole creature di 4-5 anni. Giocando. Ballando. Sorridendo. Muovendo i piedini sulla pedana come piccoli Bambi.

Attraverso la favola e la colonna sonora del celebre film Disney, Aladdin (1992), un giovanissimo e affiatato gruppo multietnico di bambine e un maschietto, hanno ricreato un percorso di magica fantasia, dando i primi colpi d’anca e facendo tintinnare le prime monetine. Qualche tempo fa però qualcuno, dall’alto della sua impeccabile posizione istituzionale e con tanto di avallo di una stampa evidentemente faziosa e poco documentata, definì la Danza Orientale uno spettacolo “poco adatto alle famiglie”.

E sempre dall’immortale We Are the World, “There's no way we can fall Well, well, well, let's realize/ That one change can only come/ When we stand together as one – Non potremo mai fallire/ Bene bene capiremo/ Che le cose potranno cambiare soltanto/ Quando saremo uniti come se fossimo una cosa sola” … esattamente come quelle bambine laggiù al centro della pedana.

Fanveils group © Luca Ferrari
Fanveils group © Luca Ferrari
Fanveils group - Luisa Galati © Luca Ferrari
Fanveils group © Luca Ferrari
Eshta show 2012, Emanuela Camozzi © Luca Ferrari
Eshta show 2012, Emanuela Camozzi © Luca Ferrari
Eshta show 2012, Emanuela Camozzi © Luca Ferrari
Gruppo Intermedio 1, stile Classico © Luca Ferrari
Gruppo Intermedio 1, stile Classico © Luca Ferrari
Gruppo Intermedio 1, stile Classico -
le monete tintinnano sull'ombelico e il ventre danzante © Luca Ferrari
Gruppo Intermedio 1, stile Classico © Luca Ferrari

Eshta show 2012,  danzatrice del Gruppo Principianti preparato da E. Camozzi © Luca Ferrari
Eshta show 2012, danzatrice del Gruppo Principianti preparato da Emanuela Camozzi © Luca Ferrari

mercoledì 8 agosto 2012

La danza della Via della Seta

Amira Németh al Venice Dance Festival © Alessandro Voltolina

Viaggio nel mondo della danza orientale, dall'Asia più remota alle correnti hindi più commerciale, passando per tutta la tradizione lungo il Nord Africa e l'Europa orientale.

di Luca Ferrari

(21.03.2011) Danze Persiane. Bollywood. Flamenco Orientale. Bellydance Turco. Balli sciamanici. Tribal Bellydance Emozionale. Fusione Cinese. Danze Zingare Turche e Russe. L’Occidente e l’Oriente si scoprono impetuosi innamorati. Un infinito percorso dove ogni luogo diventa fermata e ricerca di un nuovo viaggio, pronto per dare il proprio contributo alla perfezione della fertilità e della trasformazione. La Danza si svela come arte essenziale per trasportare la fragranza del pensiero collettivo.

Per il secondo anno consecutivo, il Lido di Venezia si è trasformato nella capitale dell’arte della danza, con performance di artisti internazionali giunti da tutto il mondo. Al Teatro Perla del Palazzo del Casinò, dal 18 al 20 marzo, è andato in scena una nuova edizione del Convegno Internazionale di Danze Orientali, tra workshop e spettacoli coinvolgenti.

“La danza del ventre è la mamma di tutte le danze. È la danza da cui è cominciato tutto. È la danza con cui la donna ha iniziato a essere donna” racconta Marina Dimitrova, in arte Shams, una delle protagoniste del festival, “La mia è una danza balcanica, che affonda le sue radici nella storia ottomana che praticavano i gitani. A differenza della tradizione araba, ha un movimento più veloce e pulito, ed è meno coreografica. Io ascolto la musica. La reinterpreto in ogni esibizione”.

Quando è il turno di Shams di calcare il palco, si presenta vestita di bianco. Si sposta come se ogni istante dello spazio non le fosse sufficiente. La sua ricerca disarciona ogni bussola avvistata nel cosmo traboccante. La musica poi cambia. Il ritmo si fa più incalzante, e lei sale in cattedra come direttrice d’orchestra di nuove emozioni. Pronta a passare il testimone a una nuova contaminazione globale.

Così, dopo un’intensa sosta nell’Europa Orientale (Amira NémethShams ed Evelina Papazova), con una significativa incursione in Grecia (Maria Aya), ecco il profumo delle immense distese asiatiche. Sono nell’Uzbekistan. I colori blu della camicia, la gonna lunga bianca e il velo bianco con pennacchio, rendono l’incantevole Schachlo una sposa brindante alla propria felicità, immersa tra festanti carrozze, dove le donne tramandano di madre in figlia i segreti dell’amore.

Senza allontanarmi troppo, sbarco in Cina. Una visione al ciclamino si attanaglia senza freni migratori. Il violino percuote il ventaglio. Estelle Chao indossa il velo come benvenuto. Accompagnatore. Interlocutore. C’è la decisione nel suo sguardo. Come due spade di un’artista dalla grafia simbolica, oltrepassa l’acqua con rette di seta. Senza colpo ferire ad alcun cielo. Nella morbidezza del suo ventre si sente il vento gelido attutito dalla vita che sgorga da una cascata. In circolo. A ripetizione. Perché noi siamo fatti di questo.

Tra un workshop e uno spettacolo, mi affaccio all’energia ancestrale di Francesca Pedretti. Dove l’interazione con le sue compagne della Compagnia De Nuova Luce è uno stimolo ad andare oltre la propria solista felicità. Mentre prova e mostra, sembra quasi nuotare. E nascosta tra le sue mani, fa sparire e riapparire piume invisibili per incidere un testamento che ognuno deve saper trovare dentro di sé.

“Il pezzo che ho proposto durante lo spettacolo è ispirato al celebre dipinto – la zattera della Medusa (1819 di Théodore Géricault, ndr)–” si racconta Francesca, “come per altri miei lavori, l’idea è nata da un immaginario. Un’idea visiva. Insieme alle mie compagne abbiamo poi elaborato piccole parti coreografate e gesti che richiamano l’opera. Il naufragio. Il mare. Il disastro. Il corpo umano è già eccellente. Nella danza i corpi fanno cose differenti in tempi uguali, e cose uguali in tempi differenti. Io interpreto la danza. Non mi pongo freni. L’istinto deve parlare”.

Nuove storie sorgono. Io sono lo spettatore. Tabula rasa per una nuova e aggiornata memoria. Una favola dove le giravolte hanno sempre un fiore che ti spunta tra i capelli. E da ogni tinta scaturisce un’ulteriore melodia a cui affidare la nostra speranza di un’eterna giovinezza. E le strade adesso sembrano più popolose. E per le strade sembra che da ogni finestra qualcuno ci stia salutando. E il vento di un grande percorso umano non è mai stato così vicino a ciascuno dei nostri sorrisi senza confini.

lunedì 6 agosto 2012

Venezia, il ventre multiculturale d’Oriente

Danza del Ventre: viaggio fra le culture © Federico Roiter
Uno stacco dà respiro al tuono che penetra nelle acque di un fiume. Danza Antica legata alla femminilità Sacra. Danza Orientale, celebrazione di donne.

di Luca Ferrari

Venezia riassapora il suo glorioso passato. L’antica porta d’Oriente. Centro di due mondi. E lei, la Serenissima, unica nel suo genere con la sua laguna, è a suo agio quando può mescolare tratti armeni con melodie della steppe asiatiche, veli marocchini con braccialetti kazachi, melodie egiziane con colori indiani. Nell’isola lagunare del Lido, è andato in scena il Convegno Internazionale Danze Orientali (19-21 marzo), evento dedicato alla ricerca, diffusione ed evoluzione delle forme di danza delle donne, alle tradizioni ed ai costumi di culture lungo la Grande Via della Seta, mitica strada che collega la Cina con il Mediterraneo.

Qualche defezione dall’India (causa problemi di visto, vista la situazione di allarme dopo gli attentati dello scorso febbraio), così come dal mondo arabo per la concomitanza della ricorrenza del Nowruz, la festa di dodici giorni che segna l’inizio della primavera e del nuovo anno nel calendario persiano (salutato per il secondo anno consecutivo dal presidente americano, Barak Obama).

È un viaggio lunghissimo quella della danza orientale. Partito dalle tribù gitane dalla Persia, e via via contaminatosi in molte e diversificate aree del mondo. Stili di scuole diverse. Qualcuna rimasta più nell’ombra come le danze tribali del deserto o le danze proibite, ma linguaggi ancora noti e pieni di mistero, come la danza berbera del Marocco, o le danze dell’Andalusia che ispirarono il flamenco.

Alla fine della prima giornata, dopo i primi workshop con insegnanti provenienti da tutto il mondo (come l’israeliana Orit Maftsir, l’egiziano Karim Nagi, l’italo-svedese Farida Bissinger), è andato in scena il primo spettacolo, dedicato al Tao delle Donne. Una storia millenaria fatta di saggezza, forza, silenzio, come espressione della Madre Terra, creatrice e nutrice. Un dialogo interculturale danzante tra le donne di tutto il mondo che unisce popoli e pensieri.

La Via della Seta è invece uno spettacolo in cui vengono realizzate diverse danze dalla tradizione antica (indiana, persiana, turca, egiziana), danze del nord Africa, e danze moderne come il Tribal, e Bolliwood. C’è la compagnia milanese di Franacesca Pedretti, e la danza dell’Himalaya.

“Ho conosciuta questa tecnica del Tetto del Mondo in occasione della mia partecipazione a un festival in India in onore del Dalai Lama”, spiega Vidhi Shunyam Bogdanovska, direttrice artistica del Festival, “Lì ho conosciuto artisti straordinari delle montagne nello stato del Chamba, che presentavano una cultura quasi svanita, tribale, del nord del Himachal Pradesh. Avevano elementi in comune con le danze turche dei sufi roteanti, e questo è straordinario se si pensa alle contaminazioni”.

Linguaggio sublime. Esaltazione d’amore. Cascate di glicini sventagliano gialli fosforescente. Soffice bomboniere filanti. Feline predilette in un ballo per propiziare la fertilità. Cultura occidentale. Cultura orientale. Unite. Indistinguibili. Mescolate. Ogni singolo movimento è stato re-interpretato una serie infinita di volte da milioni e milioni di donne (e qualche uomo). Musica e danza hanno il grande privilegio di portare pace fra i popoli. Le donne, hanno l’onore di usare tutto questo, per materializzare l’amore.

giovedì 2 agosto 2012

Danza del ventre, dolci movimenti corporei

La danzatrice veneziana Giulia Giamboni (Gruppo Shams)
 Viaggio attraverso il linguaggio dell’espressione corporea. È la danza mediorientale, quella che oggi gli occidentali hanno ribattezzato danza del ventre.

di Luca Ferrari

Monologhi d’arcobaleno piroettano. Ritmo serrato della fecondità. Gesti che non si spiegano a parole. Muovendo appena il bacino. Danza propiziatoria per la fertilità femminile. Culti mesopotamici della Dea Madre. Le origini della danza orientale sono antiche  lontane. Egitto, Algeria, Turchia, Marocco, Libano e Iraq. Oltreoceano questa disciplina iniziò a farsi conoscere a fine ‘800, in seguito a un’esposizione di esotismi a San Francisco (USA), in cui “audaci ballerine” si muovevano a ritmo mostrando la pancia (talvolta) scoperta.

In realtà, già a inizio XIX secolo, se ne iniziò a parlare fra gli occidentali al Cairo, quando ai rigidi moralismi francesi venne presentato questo “ondeggiamento svestito” che venne subito bollato come osceno. Solitamente la danzatrice, accompagnata da piccole orchestre che utilizzavano strumenti tradizionali arabi, si presentava al pubblico indossando una lunga gonna ornata di nastri dorati e una blusa semi-trasparente di organza. Sopra questi, c’era un gilet di seta ornato da un filo d’oro e da monetine (simbologia della dote, un tempo attaccata al proprio vestito), il tutto avvolta in una abaya (scialle).

Col tempo la danza professionale scomparve dai locali pubblici, e se sorprese a praticarla, le ballerine rischiavano anche le frustate. Le danzatrici pubbliche vennero in seguito perciò tassate e alcune finirono a fare le prostitute per sopravvivere. Al giorno d’oggi invece la danza del ventre appare sempre più inflazionata. In ogni festival, notte bianca o festa che sia, non manca quasi mai.

A confermarlo è Monica Zacchello, praticante da tredici anni e istruttrice di livello avanzato del Gruppo Shams (parola araba che significa – sole –) del Lido di Venezia (VE).

“Quando ho cominciato, non sapevano neanche cosa fosse e mi guardavano come se facessi un ballo erotico”. Il genere in effetti rimase abbastanza in naftalina fino al 2002 quando irruppe su MTV la colombiana Shakira. Nel suo primo video in inglese, Wherever whenever (2002), la cantante usciva dall’acqua ballando e ancheggiando sensualmente con jeans bagnati e la pancia scoperta. Il genere venne così esportato, e insieme a quello anche un significato del tutto travisato. Da danza di donne per donne, a danza femminile per sedurre l’uomo, trascurando il fatto poi che sono molti i danzatori del ventre, soprattutto all’estero.

“Una lezione di danza del ventre è molto semplice” continua Monica “È sufficiente che la ragazza abbia una gonna lunga che la copra fino alle caviglie, e un body o una canottiera corta. Si fa un po’ di stretching e s’iniziano a provare i movimenti del bacino e la respirazione. Di recente abbiamo costatato è che ci sono persone che dopo un solo anno di corso si mettono già a insegnare. Solo per imparare l’isolazione (della parte sopra dal bacino) ci vogliono almeno due, tre anni”.

Spesso si vedono spettacoli scadere nella volgarità. Basta solo che la ragazza si esponga appena col busto o esageri troppo con le gambe divaricate. Femminilità e sensualità non devono lasciare spazio alla banalità dell’osceno. Ma a livello soggettivo, cosa può rappresentare questa danza dai natali così antichi? 

“È un vivere il mio corpo in modo del tutto nuovo. Una dimensione” ci risponde Giulia Giamboni, già al quinto anno di pratica di danza del ventre. “Nel momento in cui parte la musica” continua la ragazza, “ti immedesimi completamente. È come se ti trasformassi. È uno spazio solo per te nel quale non interviene nient’altro, facendoti crescere nella tua individualità”.

Passione a parte, non basta la profezia di un giorno di luce per affrettare l’espressione di ciò che in realtà è. Esprimi ciò che in realtà sei. Ecco il primo passo, tra pertugi, aquiloni e candelabri. Il cielo rimbalza sui veli deposti. A parlare, è il dolce contagio dell’eleganza corporea.

Il Gruppo Shams live al Lido di Venezia
Il Gruppo Shams live al Lido di Venezia
Il Gruppo Shams live al Lido di Venezia
Lido di Venezia - Monica Zacchello Giulia Giamboni (Gruppo Shams)
Lido di Venezia - Giulia GiamboniElena Zamborlini e Monica Zacchello (Gruppo Shams)
Lido di Venezia - Giulia GiamboniElena Zamborlini e Monica Zacchello (Gruppo Shams)
La danzatrice veneziana Giulia Giamboni (Gruppo Shams)
La danzatrice veneziana Monica Zacchello (Gruppo Shams)