Iniziava il viaggio. Si salutava l’Italia, pronti per oltrepassare la frontiera. Emozionati, sì. Con la carta d’identità pronta in mano. Si sarebbe raccontato un viaggio all’estero. Un’antica emozione il cui fascino è stato cancellato dall’unione degli stati europei. Forse più praticità. Di sicuro, meno stupore per chi è alle prime armi.
Superata la placida San Candido (BZ), svolto a destra, direzione Austria. Mi resta ancora un paese prima di cambiare nazione, Versciaco. Forse a molti questo nome non dirà nulla, ma per chi conosce la storia, o ha ricordi della II Guerra Mondiale, magari tramandati dai nonni, presso questo paese c’è un aneddoto molto particolare.
Fra il 1939 e 1942 venne qui costruito il cosiddetto Sbarramento di Versciaco (ted. Vierschach) è uno degli sbarramenti del XV Settore Pusteria, e che andava a comporre il Vallo Alpino in Alto Adige (detto anche “linea non mi fido”), un complesso sistema di fortificazioni eretto per difendere i confini italiani da una possibile invasione da parte della Germania nazista
Mi guardo intorno mentre la macchina si lascia alle spalle prati verdi, montagne innevate (alcune) e gli ultimi metri italici. Tutt’intorno boschi (e dei locali davvero caratteristici della zona) e un binario su cui galoppa un treno di pochi vagoni. Manca sempre meno. Eccomi. Ma che succede? Ah già. L’Europa Unita. Niente più dogana.
Senza entrare in contesti geopolitici, mi ritrovo sul confine italo-austriaco parecchi anni dopo la mia ultima visita. Parecchi, dire. Un tempo era molto diverso. C’erano ancora le frontiere. C’era ancora la dogana. In Italia. Uno spazio di terra neutrale, e quindi nuovo controllo, ed ecco l’Austria.
Avuto l’ok dai funzionari stranieri, prima tappa: la banca, per cambiare le lire. I soldini messi da parte venivano trasformati in queste nuove monete: gli scellini. Nuove banconote. Nuovo conio. Tutto differente. Tutto sorprendente. Già questa era un’avventura. Conservare ancora una moneta che adesso non esiste più.
Si girava l’Austria. Capendo poco la lingua, e quando si pagava, subito a fare i conti per capire se fosse più cara o meno dell’Italia. Ogni viaggio oltre confine, era sempre un nuovo dialogo con un’altra cultura. Arricchito dalle loro peculiarità più tangibili. Non c’era il satellitare. Si sbagliava strada. Si chiedeva informazioni sorridendo.
Adesso c’è solo un cartello che mi indica in quale stato sono. Gli edifici circostanti, per la maggior parte, sono dimessi. Molte macchine vengono qui a fare benzina (che costa meno rispetto ai nostri distributori). Compro qualche cartolina. Pago in euro, ma il francobollo è differente. Ritorno nella terra natia. C’è meno gusto, lo ammetto.
La vita di un quartiere inglese. Quasi un mondo a parte dal turismo esasperato del centro città dove è più facile sentir parlare italiano che anglosassone. Tra mercati e piccoli negozi aperti ventiquattrore, viaggio tra i vicoli dove nacque uno dei più grandi attori della storia del cinema. Charles Spencer Chaplin (1889-1977), meglio conosciuto come Charlie Chaplin.
Lo sbarco al Gatwick Airport avviene a mezzanotte. Troppo tardi per iniziare a capire Londra. Salito su un taxi mi limito a rimanere sorpreso nel vedere, nonostante la temperatura non sia ancora estiva per me mediterraneo, ragazzi e ragazze che bevono allegramente fuori dai pub in maniche corte. L’oscurità inglese mi confonde e quando il veicolo si ferma in Westmoreland Road, non ho idea di cosa ci sia là fuori.
Il sapore di un kebab notturno riesce a placarmi gli stimoli della fame lasciati in sospeso ancor prima della partenza. Il sapore della carne con le verdure e lo yogurt sembra la metafora perfetta per dove mi trovi in questo momento. Un mix culturale. E i primi bocconi, assaporati sulla strada in attesa di rientrare in casa, rafforzano questa sensazione.
Non so ancora cosa ci si sia lì vicino. Non è la Londra che mi aspettavo. Il quartiere di Walworth ha più i connotati di un rione dell’Italia meridionale o i lineamenti di un bazar aperto africano. Sembra che tutti si conoscano. I grandi autobus a due piani, sempre pieni, appaiono quasi come corpi estranei.
Arrivato all’East Street Market, un oblò azzurro sulla palazzina adiacente attira il mio sguardo. Avvicinatomi per leggere la scritta interna, leggo: “Charlie Chaplin 1889-1977, Walvorth-born comic genius”. Una scoperta improvvisa. A pochi metri da me, da dove ho dormito questa notte, ha mosso i primi passi l’interprete del Monello (1921), indiscusso capolavoro interpretato e diretto dall’attore inglese, insieme al giovanissimo Jackie Coogan.
Mentre sono ancora fermo sotto l’abitazione del Grande dittatore (1940, altro celebre personaggio interpretato dall’attore, salace satira del nazismo e di Adolf Hitler), mi ritrovo a essere d’impaccio nel traffico umano, così scelgo una bancarella e investo le mie prime sterline
Nella brulicante capitale inglese ci sono ancora quartieri dal sapore mediterraneo e globale. Culture senza distinzioni. Provo ad alleggerire i miei pensieri, convinto di poter parlare una lingua universale. E il mio primo gesto verso una finestra è stata forse la mia miglior comunicazione di questi ultimi giorni.
Viaggio fra le rilassanti stradine del comune di Dobbiaco, nella provincia autonoma di Bolzano, dove l'artista tedesco Gustav Mahler compose due sinfonie e il Canto della Terra.
Rientrato in Italia dopo una scampagnata in Austria, sono già un po’ triste all’idea di rifare tutta la strada del ritorno e abbandonare le ammalianti montagne alto-atesine, che una cappelletto alla mia destra mi rapisce. Fa quasi tenerezza a vederla. Ne devo sapere di più. Invece di girare a San Candido, proseguo diritto e raggiungo Dobbiaco.
Qualche informazione all’ufficio turistico e scopro di avere appena ammirato la tappa finale della Via Crucis delle cappelle (realizzate nel 1519 da Michael Parth) della passione. Cinque in tutto, che insieme costituiscono il Sacro Monte. Quella che mi ha stregato è la cappella di Lerschach, consacrata a San Giuseppe.
Nel congratularmi con la mia curiosità che mi ha portato fino a Dobbiaco, ne approfitto per fare un giro nel paese e godermi qualche (si fa per dire) minuto davanti all’imponente Cima Nove. Un colosso dolomitico che sfiora i tremila metri di altezza, ed è così chiamato per i nove pennacchi sulla sua sommità.
Dobbiaco uno dei comuni delle Tre Cime, situato a 1256 metri sopra il livello del mare, in Val Pusteria nella Provincia Autonoma di Bolzano. Giace in una vallata, ben protetta dalle Dolomiti (Cima Nove, Monte Serla) da una parte, la catena delle Alpi dei Tauri occidentali e delle Alpi Carniche (Cornetto di Confine, Corno Fana), dall’altro.
Caratteristica della sua pozione geografica, è che Dobbiaco si trova all'incrocio tra le più importanti vie di comunicazione che portano da Venezia fino alla Baviera e dalla Valle dell'Adige alla Valle della Drava. Dopo una pausa culinaria a base di speck (tipico del posto) e formaggio, una candela accesa nella chiesa di S. Giovanni Battista, al centro del paese mi imbatto nella statua del celeberrimo musicista Gustav Mahler (Kalischt, 1860 – Vienna, 1911 ), compositore e direttore d'orchestra austriaco di origine boema.
Sotto la statua, una targa dice: “Gustav Mahler trascorse le sue ultime estati: 1908, 1909 e 1910 in Dobbiaco. Qui vennero composte alcune delle sue opere più importanti: Il Canto della Terra, la Nona Sinfonia e le bozze della Decima. Questo monumento è stato realizzato nel 1983 dallo scultore Bojan Kunaveò di Lubjana per il comune di Dobbiaco”.
L'arte a china dell'artista trevigiano Guglielmo Botter, specializzato nei paesaggi urbani degli Stati Uniti.Un viaggio iniziato nella sua amata Pittsburgh... "verso la fine del XIX secolo".
Un tocco. Uno schizzo. Un appostamento. Una prospettiva ancora inedita. L’uomo è lì. L’artista è dentro. La mutazione è già avvenuta. Adesso è un tutt’uno costante e sempre proiettato verso nuovi orizzonti urbani. L’umanità è intrisa di memoria. I ricordi echeggiano nel nuovo tratto. Oggi le strade, i parcheggi. Domani i canyon, i canali, le piastrelle dei ponti. Oggi è domani. Fari, gallerie, archi di trionfo. Un tratteggio instancabile. Un artista che ha voglia di raccontare ciò che fa. Lui disegna a china. Guglielmo Botter (Treviso ’66), raffigura paesaggi urbani con una semplice matita a china.
L’arte chiama l’arte. L’arte ispira l’arte. È successo esattamente questo, e nel modo più semplice possibile. Da un articolo sul mondo dell’Università Internazionale dell’Arte di Venezia a un viaggio umano a tu per tu con la propria chiave di espressione. Lì nel mezzo, un disegnatore a china. Ogni anno fa fagotto e abbandona la culla del Tiramisù destinazione Pittsburgh (Pennsylvania). Il suo nome è Guglielmo Botter. Non è un artista nel senso più banale e bohémien del termine. Oltreoceano ci sono metà delle sue radici. Accanto a lui, nei suoi costanti viaggi negli States, c’è sempre la sua dolce famiglia.
Mail dopo email, Guglielmo mi racconta il suo mondo e la sua avvincente storia. Da adolescente vince un concorso nazionale sbaragliando la concorrenza oltre 350mila concorrenti. Era il 30 novembre 1980. Alla XXII giornata Nazionale del Francobollola sua opera che raffigura piazza Pola a Treviso sale sul gradino più alto del podio, facendo inoltre riprodurre da Poste Italiane la città veneta su di un francobollo per la prima volta. Di lì in poi, tante esperienze, inclusa laurea in architettura e anche l’insegnamento al già citato Istituto dove ha luogo un corso triennale di Tecnico del Restauro di Beni Culturali.
Impossibile parlare di Guglielmo senza aprire una parentesi sulla sua famiglia. Nelle sue vene c’è molta arte. Le tre generazioni paterne prima di lui hanno lasciato il segno nel campo del restauro e del mantenimento degli affreschi nella città di Treviso, e non solo. Pittrice anche la mamma, nata e cresciuta negli Stati Uniti, a Pittsburgh, figlia di immigrati arrivati decenni prima, e poi tornata nel Bel paese, a Venezia, dove andò a studiare all’Accademia delle Belle Arti dove incontrò Guglielmo detto “Memi”. E fu amore. E fu matrimonio. E fu… Guglielmo.
Ogni artista ha qualche opera nel cuore. Tra le proprie creazioni, anche Guglielmo ha le sue preferenze, o meglio un sincero attaccamento. “Tutti i ponti di Pittsburgh offrono un differente approccio alla città. Di questi, quello del Fort Pitt Bridge Pitt è fantastico” analizza, “Provo a immaginare l'emozione di mia madre, allora ventitreenne, quando attraversò questo ponte, appena terminato nel giugno del 1959 a bordo della sua amata Dodge. Un disegno che ho rifiutato di cedere più volte perché mi lega profondamente al ricordo di mia madre che a Pittsburgh visse la sua gioventù fino al 1964, anno in cui venne in Italia a sposare papà”.
Si dice spesso che gli artisti non siano profeti in patria. Non è il caso di Guglielmo Botter. Oltre al già citato francobollo che gli ha reso un riconoscimento ufficiale nella piazza stessa della città veneta, un altro lavoro molto importante per la carriera, e la vita stessa dell’artista è la pianta prospettica della sua città natale. “Era dal primo decennio del 1800 che nessuno aveva più affrontato questo complesso tema a Treviso” racconta, “Quell'anno (1997), io e la mia fidanzata Paola avevamo deciso di sposarci.
Tra lavoro, preparativi per il grande giorno, trovai anche il tempo per iniziare un progetto che per troppo tempo avevo tenuto nel cassetto. Iniziai a disegnare la mia città dall'alto al modo delle antiche viste a volo d'uccello. L'impresa non fu facile perché in quegli anni il web era ancora agli albori e Google non esisteva. Ci vollero quasi quattro mesi per terminare l'opera basata su ricognizioni in loco, schizzi e foto (non digitali) scattate dall'alto della torre di piazza e dei campanili delle numerose chiese cittadine. Un’opera che nel tempo troverà sicuramente una giusta collocazione nell'iconografia della città di Treviso”.
Concludo col principio. Concludo questo excursus “microfonato” dell’artista con quello che a detta dello stesso protagonista, fu “Il primo disegno di una lunga serie ormai arrivata a superare il centinaio di viste della città. Quello che per me è e rimarrà il simbolo della mia esperienza americana”. Trattasi dell’opera “Downtown Pittsburgh: view from Heinz Lofts parking lot”, pubblicato nella prima pagina del Pittsburgh Post Gazette nonché pluripremiato negli anni a seguire ottenendo premi e riconoscimenti in vari concorsi internazionali. Torno al principio. L'arte chiamava l'arte, scrissi. Adesso è tempo che l'arte ispiri altra arte...
C’È CHI TRAMANDA UN ROMBO TERRENO
Ho raffigurato un’affermazione
e ne sono stato risucchiato
dentro… La scarsa familiarità
con i messaggi di ricambio
mi ha sempre impedito
di restare sotto i
grattacieli
troppo a lungo e le strade,
quelle poi,
non mi hanno mai convinto
senza una fine dichiarata…
Ci
vogliamo fermare
un momento e assecondare
questa monumentale
energia? Nel tuo immaginare
un passaggio
dai connotati materni
hai innescato
barchette di carte e bauli
pieni di scarpe… Qualcuno presto
arriverà per non farvi
più ritorno ma questo è solo
un pensiero ingigantito dalle vertigini
che ancora non mi trascurano
quando un nuovo istante
si rasserena dentro l'abbraccio cordiale di una nuova
città
Sarà che il Canada mi scorre dentro l’anima e il "pancino", per me la vera colazione è quella con i pancake fatti in casa e abbondante sciroppo d’acero. Buon weekend a tutti.
Lievito, cremor tartaro, latte, farina 00, burro, uova e ovviamente lui, lo sciroppo d'acero. Per fare i pancake servono questi semplici ingredienti. Non possono però mancare anche calma, relax e il tempo (abbondante) per gustarseli a dovere. La colazione coi pancake ormai è un must dei miei sabato e/o domenica mattina. Mai stato un fan dell'italiana tazzina al bar e via. Blasfemia pura. La colazione si fa a casa. La si gusta in relax con indosso ancora la fuliggine dei sogni sulle palpebre e se proprio volessimo strafare, l'ideale è accompagnare il tutto con una sana lettura cinematografica.
La voga alla veneta, sport simbolo della città di Venezia, scende in "acqua" nel nome della solidarietà per sostenere le associazioni di volontariato che operano sul territorio.
Voga per la solidarietà. Domenica 14 ottobre è stata una giornata di festa a Venezia lungo le acque del canale di Cannaregio. Nel corso della mattinata infatti si è svolta la 13° edizione del Trofeo “Città di Venezia”, la regata sprint nel nome della solidarietà. Un evento promosso dall'associazione “Remiere Punta San Giobbe” a sostegno delle associazioni di volontariato operanti in città. “Una vera e propria gara" ha sottolineato il consigliere delegato per la tutela delle tradizioni del Comune di Venezia, Giovanni Giusto.
"Una regata sprint a cronometro individuale con tanto di giudici cronometristi e classifiche ufficiali in cui per una volta i veri protagonisti non sono gli atleti ma le associazioni di volontariato che essi rappresentano" ha poi ribadito, "Un'occasione speciale per far conoscere ai cittadini l'attività che queste svolgono e il ruolo essenziale che hanno nella vita della nostra città. La manifestazione inoltre sarà anche un grande volano per promuovere la voga alla veneta. Un modo di stare in barca unico al mondo. Una tradizione, e se vogliamo anche una filosofia di vita, patrimonio della sua storia, che Venezia non solo deve preservare ma divulgare sempre più (anche) tra le giovani generazioni”.
Aldilà di ciò che dice il calendario, questo ottobre veneziano pare più un eco primaverile che non un'ascesa autunnale. In acqua sono scesi nove equipaggi, uno per ognuna delle otto associazioni remiere presenti più un ultimo formato dai giovani vogatori veneziani più promettenti. Ogni equipaggio non rappresentava dunque la propria remiera di appartenenza ma una delle nove associazioni di volontariato sostenute, vestendone pure i colori. Nel dettaglio: Aita, Aido, Airc, Avapo, Amici del Cuore, AVIS - Associazione Volontari Donazione Sangue. Anffas, Ail e Alice. Ad aprire la manifestazione, le Pink Lioness, quindi la gara.
A cinquecento anni dalla sua nascita, Venezia celebra l’ars pittorica di Jacopo Tintoretto con la mostra Tintoretto 1519-1594 a Palazzo Ducale eIl giovane Tintoretto alle Gallerie dell’Accademia.
Il più veneziano tra gli artisti del Rinascimento. Colui che più ha “segnato” Venezia con il marchio inconfondibile del suo genio ed è stato chiamato da dogi e notabili ad abbellire palazzi e chiese della città. Ha stupito i suoi contemporanei, impressionato El Greco, Rubens e Velasquez, anticipato per molti versi la sensibilità di artisti contemporanei. Oggi, a 500 anni dalla sua nascita, Jacopo Robusti detto Tintoretto torna ad accendere la città lagunare con una mostra a lui dedicata: Tintoretto 1519-1594 (7 settembre 2018 - 6 gennaio 2019).
“Mai sono stato così totalmente schiacciato a terra dinanzi a un intelletto umano, quanto oggi davanti a Tintoretto” scrisse il critico inglese John Ruskin al padre dopo aver visitato la Scuola Grande di San Rocco. “Quanto alla pittura penso di non aver saputo che cosa significasse fino a oggi…quello (Tintoretto) ti delinea la tua figura con dieci tratti e la colora con altrettanti. Non credo che gli servissero più di dieci minuti per inventare e dipingere una figura intera. Prende il via e accumula schiere su schiere, moltitudini che nessuno riesce a contare – senza mai fermarsi, senza mai ripetersi – nuvole e vortici e fuoco e infinità di terra e mare, per lui niente fa differenza”.
A 80 anni dall’ultima mostra a lui dedicata a Venezia, Tintoretto torna protagonista nella Serenissima con una monografica suddivisa tra Palazzo Ducale e le Gallerie dell'Accademia. Nel primo, preso le sale dell'Appartamento del Doge, Tintoretto 1519-1594, è incentrata sul periodo più fecondo della sua arte, dalla piena affermazione verso metà degli anni '40 del Cinquecento, fino agli ultimi lavori. Spazio poi al Il giovane Tintoretto, dedicata ai capolavori del primo decennio di attività e al contesto fecondo in cui egli avviò il suo percorso artistico. L'esposizione "Ducale" infine varcherà l'oceano per trasferirsi al museo di Washington DC dal 10 marzo 2019.
Particolarità della mostra, opere in arrivo dai grandi musei internazionali, prestati unitamente ai famosi cicli realizzati per il palazzo dogale tra il 1564 e il 1592, visibili nell’originaria collocazione. L'esposizione dunque permetterà di riscoprire la pittura visionaria, audace e per nulla convenzionale di Jacopo Robusti che, figlio di un tintore, “come un granello di pepe capace di sopraffare dieci mazzi di papaveri” a sentire l’amico commediografo Andrea Calmo, seppe sfidare la tradizione consolidata incarnata da Tiziano, sbalordendo e scegliendo di innovare: non solo con ardite soluzioni tecniche e stilistiche, ma anche con sperimentazioni iconografiche che segnarono un punto di svolta nella storia della pittura veneziana del Cinquecento.