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domenica 6 ottobre 2019

Donne che fanno l'Europa

Le autrici del volume Europee. Dieci donne che fanno l'Europa
Dieci donne che ogni giorno lavorano e vivono nell'Europa,si raccontano in un libro. La presentazione, lunedì 7 ottobre a Venezia.

di Luca Ferrari

"Il mio entusiasmo per questa opera collettiva e per le sue magnifiche autrici non è un peloso
atto di piaggeria maschilista nei confronti di donne colte, impegnate, autorevoli e indipendenti, ma una constatazione che il loro essere convinte sostenitrici dell’Europa, come imprescindibile prospettiva della democrazia di ciascuno dei nostri paesi, non si fonda su un’adesione acritica o su un facile entusiasmo bensì, al contrario, sull’attraversamento consapevole di tutti i disincanti, le delusioni, i fallimenti, i mediocri compromessi, i limiti burocratici che tuttavia non possono distruggere le conquiste, i valori e le realizzazioni, le inedite possibilità." Dalla prefazione di Moni Ovadia del libro Europee. Dieci donne che fanno l'Europa (Textus Edizioni 2018).

Sono donne poliglotte. Cosmopolite, allegre e divertenti. Si contrappongono a quell’idea di una Bruxelles grigia e inutile che prevale nella propaganda euroscettica. Uguaglianza, ambiente, immigrazione media sono i temi cruciali che quotidianamente affrontano con spirito combattivo e pragmatico. Dieci donne che lavorano e fanno l'Europa, ogni giorno. Silvia Bartolini, Antonia Battaglia, Giovannella D'Andrea, Monica Frassoni, Annalisa Gadaleta, Isabella Lenarduzzi, Marina Marchetti, Elly Schlein, Francesca Venturi, Daniela Vincenti. Dieci donne, “sostenitrici dell’Europa, come imprescindibile prospettiva della democrazia di ciascuno dei nostri paesi”.

Trent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Trent'anni fa finiva la spietata dittatura rumena di Nicolae Ceausescu (1918-1989). Trent'anni fa aveva fine la Guerra Fredda e il vecchio Continente, prima con la nascita della CEE (1957) e più tardi con quella della UE allargata anche alle nazioni dell'Est, trovava una unità fino a qualche decennio prima neanche lontanamente immaginabile. Oggi sempre di più si parla di Europa e Unità in modo distorto e senza la minima conoscenza di essa tra bugie elettorali, fake news e tanta (troppa) disinformazione. Europa come unica responsabile di tutta la povertà imperante nelle nazioni.

Lunedì 7 ottobre all'Ateneo Veneto (sala Tommaseo, ore 17.30) a Venezia, si svolge la presentazione del volume Europee. Dieci donne che fanno l'Europa. Il sociologo Gianfranco Bettin conversa con quattro delle autrici: Monica Frassoni (Presidente Partito Verde Europeo)Giovannella D’Andrea, Isabella Lenarduzzi e Francesca Venturi. Ingresso libero.

martedì 11 dicembre 2018

Italia-Austria, fascino da confine

Versciaco (BZ), a ridosso del confine con l’Austria © Luca Ferrari
Assenza di confini significa in primis maggiore libertà, ma anche un po' meno fascino.

di Luca Ferrari

Iniziava il viaggio. Si salutava l’Italia, pronti per oltrepassare la frontiera. Emozionati, sì.  Con la carta d’identità pronta in mano. Si sarebbe raccontato un viaggio all’estero. Un’antica emozione il cui fascino è stato cancellato dall’unione degli stati europei. Forse più praticità. Di sicuro, meno stupore per chi è alle prime armi.

Superata la placida San Candido (BZ), svolto a destra, direzione Austria. Mi resta ancora un paese prima di cambiare nazione, Versciaco. Forse a molti questo nome non dirà nulla, ma per chi conosce la storia, o ha ricordi della II Guerra Mondiale, magari tramandati dai nonni, presso questo paese c’è un aneddoto molto particolare.

Fra il 1939 e 1942 venne qui costruito il cosiddetto Sbarramento di Versciaco (ted. Vierschach) è uno degli sbarramenti del XV Settore Pusteria, e che andava a comporre il Vallo Alpino in Alto Adige (detto anche “linea non mi fido”), un complesso sistema di fortificazioni eretto per difendere i confini italiani da una possibile invasione da parte della Germania nazista

Mi guardo intorno mentre la macchina si lascia alle spalle prati verdi, montagne innevate (alcune) e gli ultimi metri italici. Tutt’intorno boschi (e dei locali davvero caratteristici della zona) e un binario su cui galoppa un treno di pochi vagoni. Manca sempre meno. Eccomi. Ma che succede? Ah già. L’Europa Unita. Niente più dogana.

Senza entrare in contesti geopolitici, mi ritrovo sul confine italo-austriaco parecchi anni dopo la mia ultima visita. Parecchi, dire. Un tempo era molto diverso. C’erano ancora le frontiere. C’era ancora la dogana. In Italia. Uno spazio di terra neutrale, e quindi nuovo controllo, ed ecco l’Austria.

Avuto l’ok dai funzionari stranieri, prima tappa: la banca, per  cambiare le lire. I soldini messi da parte venivano trasformati in queste nuove monete: gli scellini. Nuove banconote. Nuovo conio. Tutto differente. Tutto sorprendente. Già questa era un’avventura. Conservare ancora una moneta che adesso non esiste più.

Si girava l’Austria. Capendo poco la lingua, e quando si pagava, subito a fare i conti per capire se fosse più cara o meno dell’Italia. Ogni viaggio oltre confine, era sempre un nuovo dialogo con un’altra cultura. Arricchito dalle loro peculiarità più tangibili. Non c’era il satellitare. Si sbagliava strada. Si chiedeva informazioni sorridendo.

Adesso c’è solo un cartello che mi indica in quale stato sono. Gli edifici circostanti, per la maggior parte, sono dimessi. Molte macchine vengono qui a fare benzina (che costa meno rispetto ai nostri distributori). Compro qualche cartolina. Pago in euro, ma il francobollo è differente. Ritorno nella terra natia. C’è meno gusto, lo ammetto.

Versciaco (BZ), a ridosso del confine con l’Austria © Luca Ferrari

martedì 17 gennaio 2017

Migranti al gelo, nessuna vergogna

Belgrado, migranti in coda
Ma quale vergogna, i migranti sono solo un intralcio all'immagine "pacifica" della buona Europa. Non hanno nomi e non c'è nessuna remora a lasciarli morire al gelo.

di Luca Ferrari

"Migranti al gelo e sotto la neve in attesa di un pasto caldo distribuito in un deposito doganale abbandonato a Belgrado. Migliaia di migranti sono bloccati in Serbia a causa del gelo e non tutti sono attrezzati con abbigliamento invernale...". Inizia così un drammatico racconto del Corriere della Sera. Una storia di costante miseria dimenticata. Una storia che interessa giusto il tempo di un post con cui ottenere tanti like, dopodiché è il nulla. Il nulla che avvolge e inghiotte uomini, donne e bambini che ci permettiamo di etichettare senza distinzioni come "migranti".

Il nazismo ha inorridito il mondo ma non è stata l'unica tragedia e se l'Europa ce l'ha tanto a cuore è solo perché le ha rovinato la falsa facciata di terra illuminista a favore dei diritti umani. Brava a fare proseliti in casa propria (e neanche tanto bene), terribile nel massacrare le popolazioni autoctone di Sud America, Africa e Oceania. No, i migranti non troveranno spazio nei libri di storia occidentali. Non sono niente. Non ci riguardano. A noi superiori europei non c'interessano.

Il passato non ha insegnato nulla e non perché non sappia farlo ma banalmente perché non è conveniente. I giudici Falcone e Borsellino sono tanto amati dalle istituzioni solo perché non possono più fare male. Su Rai Storia continuano a mandare servizi sui due conflitti mondiali lasciando le briciole alla storia sanguinaria dal '45 in poi. Una scelta casuale? Complottista? Con le tesi e fate ciò che vi pare, io bado al sodo e quando mezzo mondo spara a zero sull'Islam ignorando perfino la differenza tra sunniti e sciiti, ecco, vuol dire che l'ignoranza domina incontrastata.

Di fronte alle immagini di esseri umani in fila per un piatto di minestra sotto il gelo della neve a Belgrado, una donna ha scritto: "La nuova Shoah. Questi sotto la neve e quelli sotto il mare. Aspetteremo ancora una volta che ne parlino i libri di storia per scandalizzarci?". No, lo scandalo dura oggigiorno il tempo di un post su Facebook e sui libri di storia continueranno a scrivere ciò che non può essere cambiato se no diventa insegnamento e nessuno Stato si può permettere il lusso di istruire una società a usare il cervello.

Nel corso degli ultimi mesi/anni ho visto manifestazioni di piazza capace di ottenere zero, eppure tutti a imbracciare bandiere e slogan pur di dare un senso alla propria coscienza. Già dimenticata l'Ucraina? Ma a quella gente chi ci pensa davvero? Come in Ruanda o nei Balcani nella guerra fratricida degli anni '90, le intenzioni nascono e muoiono in poche occhiate di sgomento. Almeno una volta (forse) non c'era l'odio verso i protagonisti di quei drammi, adesso si. Adesso la gente in fuga dalla guerra viene accusata perfino di essere la rovina del nostro sistema economico.

"Mi preoccupa il messaggio che stiamo dando agli altri, come stiamo facendo percepire loro la nostra civiltà" analizza Maria Letizia di Maglie (Le), "Come pensiamo che possano poi essere accoglienti quelli che sono rifiutati, ghettizzati, violati nella loro umanità e cultura? Da grandi questi bambini cercheranno di proteggersi da tutto e tutti.Non avranno mai uno sguardo sereno nel guardare il proprio vicino di casa. Costruiranno anche loro muri. Appena avranno soldi si armeranno fino ai denti e minacceranno chiunque e per qualsiasi motivo. Vedi Israele".

"I libri di storia li scriveranno i superstiti di questa tragedia inumana. E ci condanneranno" scrive ancora la signora pugliese. Mi spiace anche solo pensarlo ma la realtà sarà un'altra e ben peggiore. I libri li scrivono i vincitori e i migranti non lo sono. I libri di storia, quelli che si studiano nelle scuole e hanno il potere di formare e istruire le persone, li scrive chi detiene lo status quo e loro, i migranti, non lo sono. Noi non abbiamo bisogno che la Storia ci assolva banalmente perché nessuno davvero ci condannerà.

Il dramma dei migranti

Belgrado, migranti in coda

lunedì 8 ottobre 2012

I miei reportage con Andrea Lessona

Svezia, in battello da Uppsala a Skokloster
Su e giù per l'Europa per il giornale online il reporter. A fianco e sotto l'esperta guida del giornalista professionista Andrea Lessona.

di Luca Ferrari

I primi appunti. La sigaretta nervosa fumata fuori dalle Departures dell'aeroporto in anticipo sull’orario di apertura del checkin. L’adrenalina in fase di decollo. Poi lui, il cammino. Poi lei, la natura e le città. Pensando già a quale potrebbe essere la prossima destinazione. Fotografando ogni stanza dove ho lasciato i miei sogni incustoditi . 

E ancora un passo. E ancora una volta le strade si dividono. Con la bussola che non sa più dove guardare. Non mi pongo domande oggi. Sono fermo. Perché ho viaggiato. Eccome se l’ho fatto. Ma non ero solo. Non lo sono mai stato.

Mobbing e tanta indifferenza nelle mie prime esperienze giornalistiche. Poi il giornale online il reporter, fondato e diretto da Andrea Lessona, fece la differenza. Il modo di fare giornalismo di Andrea Lessona fece la differenza. Poco più che quarantenne, ma appartenente a un mondo narrativo lontano. Esponente della poetica degli inviati di una volta (Ryszard Kapuściński, Tiziano Terzani). Don Chisciotte di flash e moleskine.

Un’intervista a una cooperante internazionale il mio primo articolo su il reporter. La città di Bergen e i fiordi norvegesi il mio primo reportage sul campo. Quasi non spiccicai parola. Mi limitavo a osservare, prendere appunti e fotografare. Fatto scalo a Copenaghen, il mio bagaglio da stiva non arrivò alla medesima destinazione. Non subito. Avevo il computer con me, certo, ma non i cavi di alimentazione né l’ingombrante macchina fotografica Nikon D90 per fare il mio lavoro.

Una lezione prima ancora di cominciare. Avere sempre i ferri del mestiere con sé. I vestiti alla peggio si ricomprano, certe cose può essere più difficile. Arrivare in un festivo significa trovare negozi chiusi. E se l’indomani si partisse subito e avessi bisogno di qualcosa? Ecco, "un reportage può finire prima ancora di cominciare" mi spiegò Andrea.

Et voilà, servita la prima lezione. Et voilà!

Per il reporter sono sbarcato nel nord Europa, partendo dalla Norvegia e girando in lungo e in largo in Svezia, Stoccolma inclusa. Sono entrato nel quartiere degli artisti di Vilnius e poco dopo stavo vagavo ammutolito tra gli orrori del museo del KGB sempre nella capitale lituana. Ho scoperto la bellezza sempreverde del Galles e la romantica campagna croata.

Mi sono ritrovato in mezzo all’Oceano Atlantico salpando da Le Conquet  fino a toccare la piccola isola di Ile de Sein, e ho chiuso il 2011 nella natura quasi invernale della Val Passiria altoatesina. Nel mezzo di questi viaggi, una miriade di altre esperienze vissute nel nome del reportage e un libro di testi/poesie realizzato: Latitudini V – parole in viaggio (2011, Granviale Editori).

Oggi ai miei viaggi manca qualcosa. Oggi ai miei viaggi manca Andrea Lessona e il reporter.

Galles, a bordo del Welsh Highland Railway © Luca Ferrari
Lituania, lago di Trakai © Luca Ferrari
Navigando sui fiordi norvegesi con il reporter © Luca Ferrari