giovedì 29 gennaio 2015

Seahawks, a tutta Seattle

La bandiera del 12° uomo dei Seahawks svetta sullo Space Needle di Seattle
Non solo rock, pioggia e caffè. Seattle è sempre di più la città del football. Per il secondo anno consecutivo i Seahawks si giocano la finale del Super Bowl.

di Luca Ferrari

Il 2014 fu l'apoteosi
, quest’anno la conferma. I Seahawks di Seattle sono a un passo dalla conquista del secondo Super Bowl consecutivo. Un’impresa che poche squadre nella storia della NFL possono dire di aver centrato. Domenica pomeriggio (notte in Italia), a Glendale (Arizona), nel University of Phoenix Stadium, proveranno a tingere del loro azzurro il prestigioso trofeo contro i campioni dell'American Football Conference (AFC), i New England Patriots di Boston.

Nel mio sconfinato archivio mentale ho ancora una nitida foto on the road della metal band statunitense Pantera, il cui bassista Rex Brown, insolitamente con i capelli corti, indossava una felpa dei Dallas Cowboys, franchigia che negli anni Novanta spadroneggiavano nella NFL vincendo tre Super Bowl in quattro edizioni (1992-93, '95). Di Seattle in quegli anni, balzata alle cronache per meriti musicali, non si parlava lontanamente sul fronte sportivo. Gli oggi defunti Sonics (basket) avevano centrato nel 1996 una finale NBA dove s’inchinarono ai Bulls di Michael Jordan, ma nulla di più.

Oggi, nel 2015, c'è una nuova storia da raccontare. Un presente con piacevoli legami negli accordi. Alla finale di National Football Conference disputata a Seattle infatti, dove i Seahawks sono stati capace di rimontare un tremendo passivo di 17 punti nel quarto tempo contro i Green Bay Packers e chiudere in extra time 28-22, c'erano alcune note conoscenze della scena musicale locale. Primo fra tutti, il chitarrista dei Pearl Jam, Mike McCready, autentico sponsor della partita (celebre la sua foto sullo Space Needle con la bandiera 12).

Ancor di più hanno fatto gli altrettanto celebri Alice in Chains, anch'essi di Seattle, che nel corso della sopracitata sfida si sono esibiti dal vivo. Ancora una volta dunque è accaduto ciò che in quella anomala città nel Nordovest americano è quasi una costante, tutti sono uniti. Perfino alcuni dei più celebri ospiti del Woodland Park Zoo hanno dato il loro supporto ai Seahawks: pinguini, lupi bianchi, un leoncino e non poteva certo mancare un falco.

Ottenuto l'accesso per la finalissima del Super Bowl, tanto quanto l'anno passato la città si è riversata per le strade non solo per festeggiare il risultato ma anche (alcuni giorni dopo) per accompagnare i loro beniamini all'aeroporto Sea-Tac dal quale sono partiti alla volta del più caldo Arizona, sede appunto del Super Bowl. Ma se la sfida si dovesse giocare sul piano climatico, non ci sarebbe partita. Perché se è vero che a Seattle l'acqua in verticale cade abbondante, le sue condizioni meteorologiche non arrivano certo a recapitare sprezzanti tempeste di neve capaci di sotterrare le macchine, come è accaduto in questi giorni proprio a Boston.

Seattle, la città della pioggia. La culla di Starbucks, Microsoft, Boeing e del rock anni Novanta. Si, va bene tutto. Almeno fino all’anno passato. Adesso, ogni giorno di più, il mondo conosce la Emerald City anche come la città dei Seahawks e del loro 12° uomo, il chiassosissimo pubblico che affolla le partite casalinghe al Century Link Field. E domenica 1 febbraio i falchi di mare, da veri rapaci, proveranno ad agguantare il loro secondo Super Bowl consecutivo.

Would, live by Alice in Chains at Century Link Field (Seattle)

Seattle, il 12° uomo incita i Seahawks in partenza verso la finale del Super Bowl
Seattle, il 12° uomo incita i Seahawks in partenza verso la finale del Super Bowl
Mike McCready, il chitarrista dei Pearl Jam, issa la bandiera del 12° uomo
Seattle, il 12° uomo incita i Seahawk
Woodland Park Zoo (Seattle) - un leoncino fan dei Seahawks
Woodland Park Zoo (Seattle) - un falco  fan dei Seahawks
Woodland Park Zoo (Seattle) - dei pinguini fan dei Seahawks
Seattle, il 12° uomo incita i Seahawks in partenza verso la finale del Super Bowl
Century Link Field (Seattle), la performance live degli Alice in Chains
Seattle by night incita i Seahawks
Seattle by night incita i Seahawk

giovedì 22 gennaio 2015

Venice Carnival: Welcome to the Show

Venice, some Lego walk in front of Goldoni Theatre © Luca Ferrari
The enchantment of Venice Carnival. My name is Luca Ferrari. I'm a free-lance journalist and photo reporter. If you need photos of the festival, please contact me.

by Luca Ferrari

Hundreds of thousand masks. Spectacular boat races. Flights of human-doves and large papier-mâché rats. Street artists. The delicious cream and zabaione of Venetian frittelle (doughnuts-like fried pastries). The smell of flavoured red wine through alleys. Children full of confetti and sparklers. Winter costumed swimmers. Makeup artists. The big shows in San Marco Square. That's the incredible and colourful atmosphere of Venice during Carnival.

In the last years, I covered the Venetian Carnival for many magazines and newspapers. If you need pictures of the 2015 Venice Carnival (31st January – 17th February) for your activity, please, contact me via e-mail. Here you can see some articles and photo-galleries published on "The Way of the Miles – Steps' Diaries, Journeys' Tales, Life reportage”.
Psycho Circus by Kiss

Venice, Carnival parade along Cannaregio channel © Luca Ferrari
Venice, Carnival mask in front of San Giorgio island © Luca Ferrari
Venice,  human-bees and clowns walk to Ri' Alto bridge © Luca Ferrari

venerdì 16 gennaio 2015

Lassù qualcuno ti sta vicino

...in volo da un continente all'altro © Luca Ferrari
Da Venezia a Bangalore, il primo reportage non si scorda mai. Ancor di più se sui “cieli del ritorno” c'è qualcuno con un gentile occhio di riguardo per te.

di Luca Ferrari

Dalle calli dell'antica Repubblica Marinara alle camminate senza fine dento e fuori la capitale dell'high tech indiano, Bangalore. Lì nel mezzo, uno scalo a Parigi e più di mezza giornata passata nel cielo all'andata così come al ritorno. Lassù, sfrecciando dentro una scatola d’acciaio sopra le nuvole, scoprendo secondo dopo secondo una valanga di scintillanti pepite in quella sconfinata miniera fatta di sensazioni.

10 marzo 2006, l'alba dei miei reportage internazionali. Dopo mesi di preparazione fra contatti, ricerca voli, pianificazione programma, etc. il gran giorno è arrivato, destinazione India meridionale, Bangalore, la capitale dello stato federato del Karnataka. Con alle spalle un solo e vacanziero volo intercontinentale negli Stati Uniti, questa volta è lo spirito dell'avventura al servizio dell'informazione a chiamare.

Niente Lufthansa come accadde per lo sbarco negli USA al New York Newark ma Air France. E niente incursione solitaria ma in compagnia. Al mio fianco c'è un amico nonché valente fotografo, il veneziano Federico Roiter, con cui negli anni a venire divideremo ancora molte esperienze reportagistiche tra cui un'epica incursione a Brescello (Re), il paese Guareschiano di Don Camillo e Peppone, e non di meno innumerevoli edizioni della Regata Storica, del Carnevale e della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Pur andando verso un caldo pesante (non calcolato alla partenza così soffocante), partiamo in una giornata davvero lupina. Il pezzo di strada che separa l’approdo dell’Alilaguna (battello che collega direttamente il Lido di Venezia con l’aeroporto Marco Polo di Tessera) dall'ingresso delle Departures, lo facciamo sotto una fredda pioggia autunnale.

Smaltite le pratiche da check-in, cinture allacciate e via. Per esperienza personale so bene che i voli di poche ore sono quelli più “ballerini”. Il tratto Venezia-Parigi non è da meno. Dopo aver interpretato un po’ di “ballo di San Vito” in fase di salita, qualche vuoto d’aria mi offre gratuitamente una lezione di samba post-moderna. Un vero spasso per le mie coronarie mal tolleranti verso simili esercizi.

Atterrato in terra transalpina nell'imponente aeroporto Charles de Gaulle, nel prendere la navetta che ci conduce al “coperto”, mi accorgo di quanto la parentela tra noi e i cuginetti francesi sia ben meritata. Anche oltralpe il clima non è in vena di tiepide carezze, ma punta deciso verso un gelido schiaffo. Ha inizio così il momento più stressante per il sottoscritto. L’attesa prima d'imbarcarsi in nove e più ore di volo. Mangio qualcosa. Penso veloce. Dalla sala d’aspetto osservo decine e decine di aerei alzarsi in volo e atterrare.

Arriva il momento. Medito tra me e me che la prossima volta che toccherò terra sarò in un altro continente. Poco lontano dall’equatore. Mi sembra incredibile. Il tempo di elucubrare e sono di nuovo in cielo. Saluto le creste innevate delle Alpi. Attraverso l’Europa e gran parte dell’Asia. Seguo il tragitto sullo schermo davanti al mio sedile, poi finalmente arrivo nel cuore della notte in India.

Rimaniamo nel subcontinente tre settimane, alternandoci fra la città di Bangalore e i villaggi di Kundapur e Balkur (a nove ore di macchina dalla prima), riuscendo a vivere anch il colorato festival di Holi. Siamo arrivati per documentare l'azione dell'associazione umanitaria Concerned for Working Children, dove ai bambini più poveri viene insegnato un mestiere in modo che non rimangano ai margini della società e possano contribuire al precario sostentamento familiare.

Nei piani ci sarebbe stata anche un’altra tappa (ChennaiMadras) per andare a scoprire il Teatro degli Oppressi ma il clima umido mescolato a un fisico (il mio) molto poco resistente all'epoca, mi lasciano a pezzi con febbri costanti e addio a 5 kg. abbondanti (se qualcuno/a fosse interessato, spiego volentieri come si fa). Di materiale reportagistico comunque ce n'è in abbondanza.

Il volo del ritorno parte all'una di notte. Una volta salito a bordo, dall'innocua t-shirt indossata in taxi, mi ritrovo ad aggiungere in rapida sequenza una camicia a maniche lunghe, felpa, foulard e giacca jeans. Sono almeno due giorni che mi sazio a base di succo di limone caldo e un club sandwich di verdura. Sono abbastanza debilitato. Così, quando prendiamo quota e ci viene offerto uno yogurt, lo ammetto, sono quasi imbarazzato. Essendomi cibato in India di pietanze esclusivamente locali, quel sapore occidentale che scivola nel mio organismo un po' alterato mi fa quasi il solletico.

Il volo sulla compagnia francese prosegue tranquillo. Dopo più di qualche ora ci viene servita la colazione. Boccone dopo boccone sento salire sempre di più una fame a dir poco atavica. Così, con tutto il mio sguardo più innocente (e al naturale spossato), chiedo se fosse possibile averne un'altra. La hostess mi guarda quasi con tenerezza e leggendo nei miei occhi un notevole bisogno alimentare, me ne porta altre due, chiedendomi a più riprese se stia bene. Lo ammetto. Senza volerlo, mi vengono le lacrime agli occhi. Forse il gesto gentile. Forse la sensazione di avercela fatta nonostante le tante ammaccature prese.

Saziato il “pancino” riesco perfino a rilassarmi fra le nuvole, giocando con le forme degli ammassi nebulosi e lasciando (s)correre lungo le praterie celesti ogni possibile emozione. Lo stress d'aria mi è ormai definitivamente passato. Questo viaggio è stato una sorta di iniziazione. Una tappa obbligata. In quelle ore di volo ho cominciato a pensare alla mete future. Ce ne sono state parecchie da allora a oggi tra cui reportage in Svezia, Lituania, Grecia, Croazia, Stati Uniti, etc. Ce ne saranno ancora molte in futuro.

In volo da Venezia a Parigi © Luca Ferrari
Parigi, l'aeroporto Charles de Gaulle  © Luca Ferrari
In volo da Parigi a Bangalore © Luca Ferrari
Bangalore (India), il giornalista Luca Ferrari davanti alla sede del
Concerned for Working Children © Federico Roiter
Bangalore (India), il fotografo Federico Roiter © Luca Ferrari
India, l'alba a Kundapur © Luca Ferrari
Da qualche parte nel cielo tra Asia ed Europa © Luca Ferrari
di ritorno dalla Francia verso l'Italia © Luca Ferrari
Venezia vista dall'aereo © Luca Ferrari

venerdì 2 gennaio 2015

Ibernisti in Mare Adriatico, buon 2015

Lido di Venezia (Ve) – iberniste in acqua © Luca Ferrari
Per la 37° volta gli ibernisti del Lido di Venezia hanno salutato l'anno nuovo (2015) con un tuffo nelle fredde acque adriatiche.

di Luca Ferrari

Cosa c'è di meglio dell'iniziare il nuovo anno stando a contatto con la fresca natura? Per informazioni, chiedere agli eroici ibernisti del Lido di Venezia che puntuali da 37 edizioni sfidano qualsiasi temperatura ed entrano nelle acque del Mare Adriatico per un tuffo benaugurante. Li ho visti nuotare il 1 gennaio con la neve e con il cielo  bigio. Oggi per fortuna c'è il sole. L'isola veneziana risplende.

Dalle 10 a mezzogiorno è una cavalcata costante di arrivi, locali e stranieri. Tutti lì, sulla battigia della spiaggia del Blue Moon, ad attendere e festeggiare questi tritonici e sireneschi gladiatori. Nell'attesa i bimbi giocano, i più grandicelli si scaldano col vin brulé, qualcuno va a raccogliere conchiglie ripensando magari allo scorso luglio quando beatamente si prendeva il sole. Adesso però siamo inverno ed è arrivato il loro momento. 

In un tripudio di palloncini rossi, arrivano decisi e spavaldi. Loro, gli ibernisti del Lido di Venezia. Mostrano i muscoli, ma più che altro sorridono. Entrano in acqua, ci danno di bracciate e poi tutti insieme di rientro sulla terra per scaldarsi con una succulenta porzione di lenticchie e cotechino. Dall'isola venezianadel Lido, possiate tutti avere un 2015 pieno di felicità.

Lido di Venezia (Ve) – gli ibernisti augurano buon 2015 sulla spiaggia © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – la spiaggia del Blue Moon gremita in attesa degli ibernisti © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – intrattenimento sulla spiaggia del Blue Moon © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – nell'attesa ci si scalda con il  vin brulé © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – l'arrivo degli ibernisti © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – ibernisti pronti per entrare in acqua © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – ibernisti in acqua © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – ibernisti in acqua © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – ibernisti in acqua © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – ibernisti in acqua © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – cotechino e lenticchie in arrivo © Luca Ferrari
Lido di Venezia (Ve) – un piatto fumante di cotechino e lenticchie © Luca Ferrari

lunedì 22 dicembre 2014

Belly Christmas, auguri di buon natale

 

da sx - le danzatrici Alice PattiJenny MinisiniSilvia ScottiAntonella Rubino,
Manuela Minardi, Monia Allocchio e Virginia Danese 

Per gli auguri più danzanti si è fatto avanti un neo-gruppo di Belly-Babbe Natale, tra pensieririflessioni e speranzeBelly Christmas a tutte/i.

di Luca Ferrari

“Ho iniziato a praticare danza del ventre quest'anno, per ritagliarmi un momento tutto mio al di fuori della routine lavorativo-familiare e i tanti stress quotidiani” si confessa Manuela Minardi, “la danza mi ha dato un motivo in più per sorridere e conoscere nuove amiche. Spero che nel 2015 continui a farmi star bene e mi dia più sicurezza in me stessa: riuscire in movimenti e coreografie lontani dalla mia tradizione mi dà molta soddisfazione. Spero che sempre più persone possano avvicinarsi alla cultura araba, anche solo attraverso la danza, per abbattere preconcetti e barriere infondate”.

InterioritàScoperta di nuovi linguaggiAccettazioneRinascita. Anche a natale la danza orientale fa ciò che ha sempre fatto. Accoglie nuove adepte che subito rispondono con entusiasmo e curiosità. Sotto la guida dell'esperta danzatrice Virginia Danese (membro dell'ensemble Tribal Troubles), un nuovo gruppo di danza del ventre si è formato. Registratore aperto dunque ai perché/percome di queste nuove allieve della grande famiglia bellydance.

“Ho incontrato la danza per caso e sono bastate poche lezioni per farmi sentire meglio” racconta Monia Allocchio, “auguro alla danza di entrare nella vita di tante donne e farle sentire un po' più belle e felici”. Sulla stessa lunghezza d'onda, la collega Jenny Minisini, che con estrema sincerità spiega: “Dopo momenti di malattia e tristezza, la danza del ventre mi sta aiutando ad accettarmi per quella che sono ora, Mi aiuta a sentirmi viva e il ritmo coinvolgente riesce a catapultarti in etnie completamente diverse dalla nostra. Mi auguro che la danza aiuti tutti e soprattutto che unisca popoli di tutto il mondo”.

“Ho deciso di sperimentare la danza del ventre perché ero incuriosita da questa realtà così diversa dai miei percorsi intrapresi negli anni precedenti (ho praticato kung fu per 14 anni)” racconta la giovane Silvia  Scotti, “per la prima volta ho dovuto usare il mio corpo cercando di essere femminile e aggraziata. Con mia grande sorpresa la cosa si è rivelata divertente e in un certo senso stimolante. Credo che questa danza sia molto utile per ogni donna per incrementare la sensualità e l'autostima di ognuna di noi”.

“Questo tipo di danza e musica mi ha sempre affascinato. Appena ho raggiunto l'età per poterla apprendere, ho fatto una giornata di prova e anche se ero abbastanza impacciata, me ne sono subito innamorata perché mi sentivo a mio agio: un benessere sia fisico ma soprattutto mentale” si analizza nel profondo Alice Patti, “grazie a essa mi sento già più sicura di me stessa. Un buon proposito per il 2015, per me è diventare sempre più capace come la mia bravissima maestra. Virginia infatti non si limita a insegnarci la pratica in sé, ma ci rende partecipi delle curiosità sulle origini e tradizioni usate in questo ballo (Virginia è anche mediatrice culturalendr). Alla danza auguro di essere sempre di più conosciuta per come è nata”.

Infine Antonella Rubino, per la quale l'aver iniziato a imparare la danza del ventre ha equivalso al realizzare un autentico sogno nel cassetto, definendo la suddetta pratica “un momento per se stessi dove si ritrova serenità,  gioia e ti fa apprezzare il tuo corpo”. “Per l'anno prossimo” ha poi concluso, “mi auguro continui a regalarmi questo benessere e ancora altri bellissimi momenti condivisi con il gruppo che si è creato”.

Last but not least, lei. Virginia Danese, da dieci anni in prima linea sul fronte bellydance. Pensieri alla mano, fa molto di più che augurare altri 365 giorni di danze a tutte, guardando al rapporto di chi viene da lei per imparare, “Per quanto lavorare con una passione sia molto bello, non significa automaticamente che sia facile. Al contrario lavorare con le persone è tanto bello quanto impegnativo".

“Le allieve sono tante e diverse, ognuna con i propri tempi, i propri punti di forza e le proprie fragilità. Ognuna con aspettative differenti” prosegue poi la danzatrice milanese, "Tu sei lì e hai il dovere di rispondere ai loro diversi bisogni e non sempre è facile. Quindi ringrazio la danza perché ogni giorno mi fa lavorare su me stessa  richiedendomi un grande lavoro in termini di metodo, capacità di comunicazione e, perché no, anche di pazienza.

Allo stesso tempo mi rende spettatrice dei cambiamenti di chi la pratica e ti ripaga di tutte le fatiche. Io vedo le allieve che iniziano come boccioli che piano piano si rinforzano per poi sbocciare e trasformarsi in bellissimi fiori. Ogni donna ha tutte le potenzialità per farlo e la danza aiuta in questo senso, basta accoglierla e accettare di impararla con i propri tempi.

È una danza per donne di tutte le età e sono contenta che anche ragazze molto giovani decidano di avvicinarvisi. Non è mai troppo presto per imparare ad apprezzarsi e a sentirsi più sicure di sé, così come non è mai troppo tardi per regalare un po' di tempo a se stesse. In una società che ci vuole perfette mi auguro che la danza orientale riesca a rompere queste costrizioni e a insegnare a sempre più donne che siamo belle anche con la pancetta e anzi, come dico sempre, che la pancetta è necessaria e – va coltivata – per fare lo shimmy”.

le belly Babbe Natale
(da sx in alto) - Jenny MinisiniAntonella RubinoMonia AllocchioSilvia Scotti,
(da sx in basso) - Alice Patti, Virginia Danese e Manuela Minardi

sabato 13 dicembre 2014

Volo, me la faccio sotto e atterro

In volo da Londra a Venezia, sopra le Alpi © Luca Ferrari
Ho volato e volerò ancora. Nel mio bagaglio a mano però, lei non manca mai: la cosiddetta “cacarella”. Storia di un anomalo trasvolatore.

di Luca Ferrari

Lo stress della partenza. Le prime curve nel cielo. I classici vuoti d'aria più o meno forti in fase di atterraggio. Volare non è per tutti. Per la maggioranza non è nulla di diverso dal prendere un autobus, per altri è uno sforzo immane.  Io appartengo alla terra di mezzo. Volo, e tanto anche, ma sono sempre alquanto agitato. A ridosso del natale 2003 m'imbarcai all'aeroporto Amerigo Vespucci di Firenze destinazione New York Newark. Neanche tre anni dopo me ne andai dalla parte opposta del mondo, a Bangalore in India. Passa qualche anno durante i quali scorrazzo su e giù per l'Europa a fare reportage di viaggi ed eccomi di ritorno negli States, raggiungendo questa volta l'amata Seattle. Quindi pochi mesi fa riprendo il largo dei cieli, sbarcando sull'isola di Cuba. Liberi di non credermi, ma io non amo “particolarmente” volare. Anzi, ogni volta che parto sono alquanto nervoso.

La mia attività di trasvolatore dei cieli è iniziata nel giugno 1992, atterrando nell'allora aeroporto Punta Raisi di di Palermo, oggi dedicato ai giudici assassinati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Già, Falcone. Arrivai in Sicilia neanche un mese dopo la sua barbara esecuzione di stampo mafiosa. Un viaggio che non potrò mai dimenticare, così come la partenza per la quale rischiai lo svenimento da paura quando il velivolo di Alitalia prese possesso dello spazio sconfinato. Quello fu l'inizio della mia "frequentazione celeste". In fede però posso confidarvi che nei voli successivi non ebbi lo stesso reverenziale timore del vuoto, anzi. Di nuovo Sicilia, Parigi e la mia prima calata londinese furono ordinaria amministrazione. Quel viaggio in terra britannica (cui ne seguirono negli anni altri dieci fino a oggi), settembre 1997, fu molto sereno. Prima volta che viaggiavo da solo in aereo in sola compagnia del mio fidato walkman e una marea di cassette.

Passano cinque anni e ritorno nella City ma qualcosa s'è alterato. Volare inizia a prendere nuovi significati. E se qualcosa dovesse andar male? Ho solo 26 anni ma di vita e posso dire che non tutto è andato come avrei voluto. Stesso pensiero che provo ancora oggi. Ogni volta che parto, sono sempre (troppo) a pensare a tutto quello che non ho ancora fatto. Non che i viaggi in macchina non siano scevri di sudate ma è la sensazione dell'alto che talvolta  mi manda nel panico (idem in seggiovia). E poi c'è la partenza. Quella è la parte peggiore. Quando il velivolo è ormai lanciato sul rettilineo, sono sempre a ripetermi nella mente: e tira su questa carabattola! Poi a un certo punto sento che i miei piedi non hanno più la percezione della terra e allora, con lo sguardo dalla parte opposta al finestrino, rimango in costante stato di stress fino a quando il mezzo non si piazza orizzontale e le hostess iniziano a servire la “merenda”, il che significa che è tutto tranquillo. Più o meno. Apro il pc. Mi guardo qualcosa, scrivo.

Non solo certo l'unico a vivere simili momenti "in aria", ma che si può fare? Nulla. Ormai si è in ballo. Mai affidatomi ad aiutini alcolico-sanitari, col tempo ho elaborato tecniche personali per affrontare questi momenti, a cominciare da canzoni di una certa potenza, ma non solo. Rock e anche spezzoni di film "mp3izzati" per darmi la giusta carica. A dispetto della tensione, anche una risata può fare la sua parte, su tutte le gag dei due trasvolatori Bud Spencer e Terence Hill alle prese con lo spiritosone di turno che li sbeffeggia per essere precipitati vivi nel Maranhão (rif. Più forte ragazzi). Ovviamente non manca il classico: Se tutto va bene, prometto che cambierò... sapendo benissimo che ciò non accadrà. Il mio personale capolavoro antistress da aereo però, è il pensare-immaginare una persona che mi parli a fianco. Una persona che m'ispira fiducia e a fianco della quale mai potrebbe succedermi nulla. Chi è? L'ex-allenatore di calcio Fabio Capello.

Non sono un tifoso di calcio, non seguo questo sport e personalmente non ho mai incontrato questo signore. So che ha vinto molto e ogni volta che l'ho visto intervistato, mi ha sempre ispirato fiducia e sicurezza. Così un giorno, durante il decollo, me lo sono immaginato accanto, come se stessimo andando a fare una trasferta. Capello, un cui articolo trovai sul giornale proprio il giorno che partii per un reportage nel Canada orientale. Viaggiare in aereo ti porta a scoprire il mondo e non è certo una cosa cui intendo rinunciare solo perché "me la faccio sotto". Continuerò a farlo, e anche se fremo ogni volta che inizio anche solo a pensare alle ore che passerò sopra le nuvole, non voglio certo lasciare alle mie paure il gusto di impedirmi di muovermi. Perché poi, una volta atterrato e con in bocca quella fantastica sigaretta post-stress, dicasi la cicca della vecchia, mi rendo sempre conto che ne è valsa davvero la pena... e già inizio a pianificare il prossimo volo. 

Più forte ragazzi, a ripensarci in volo ci si rilassa...

Una lettura "adrenalinica" prime del decollo © Luca Ferrari
Venezia, aeroporto Marco Polo - in partenza per Monaco © Luca Ferrari
Il velivolo sta già correndo verso Monaco © Luca Ferrari
A bordo nei cieli © Luca Ferrari
Partito da Milano, inizia a vedersi la Danimarca © Luca Ferrari
Partito da Copenaghen, inizia a vedersi la Svezia © Luca Ferrari
Partito da Copenaghen, ormai sono sopra la visibile Italia © Luca Ferrari
Partito da Milano, si vedono le pale eoliche della Danimarca © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, sto sorvolando le Alpi © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, sto sorvolando le Alpi © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, sto sorvolando le Alpi © Luca Ferrari
Partito da Bergamo, l'aereo sta frenando all'aeroporto di Goteborg © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, eccomi atterrato a Venezia © Luca Ferrari