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venerdì 16 gennaio 2015

Lassù qualcuno ti sta vicino

...in volo da un continente all'altro © Luca Ferrari
Da Venezia a Bangalore, il primo reportage non si scorda mai. Ancor di più se sui “cieli del ritorno” c'è qualcuno con un gentile occhio di riguardo per te.

di Luca Ferrari

Dalle calli dell'antica Repubblica Marinara alle camminate senza fine dento e fuori la capitale dell'high tech indiano, Bangalore. Lì nel mezzo, uno scalo a Parigi e più di mezza giornata passata nel cielo all'andata così come al ritorno. Lassù, sfrecciando dentro una scatola d’acciaio sopra le nuvole, scoprendo secondo dopo secondo una valanga di scintillanti pepite in quella sconfinata miniera fatta di sensazioni.

10 marzo 2006, l'alba dei miei reportage internazionali. Dopo mesi di preparazione fra contatti, ricerca voli, pianificazione programma, etc. il gran giorno è arrivato, destinazione India meridionale, Bangalore, la capitale dello stato federato del Karnataka. Con alle spalle un solo e vacanziero volo intercontinentale negli Stati Uniti, questa volta è lo spirito dell'avventura al servizio dell'informazione a chiamare.

Niente Lufthansa come accadde per lo sbarco negli USA al New York Newark ma Air France. E niente incursione solitaria ma in compagnia. Al mio fianco c'è un amico nonché valente fotografo, il veneziano Federico Roiter, con cui negli anni a venire divideremo ancora molte esperienze reportagistiche tra cui un'epica incursione a Brescello (Re), il paese Guareschiano di Don Camillo e Peppone, e non di meno innumerevoli edizioni della Regata Storica, del Carnevale e della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Pur andando verso un caldo pesante (non calcolato alla partenza così soffocante), partiamo in una giornata davvero lupina. Il pezzo di strada che separa l’approdo dell’Alilaguna (battello che collega direttamente il Lido di Venezia con l’aeroporto Marco Polo di Tessera) dall'ingresso delle Departures, lo facciamo sotto una fredda pioggia autunnale.

Smaltite le pratiche da check-in, cinture allacciate e via. Per esperienza personale so bene che i voli di poche ore sono quelli più “ballerini”. Il tratto Venezia-Parigi non è da meno. Dopo aver interpretato un po’ di “ballo di San Vito” in fase di salita, qualche vuoto d’aria mi offre gratuitamente una lezione di samba post-moderna. Un vero spasso per le mie coronarie mal tolleranti verso simili esercizi.

Atterrato in terra transalpina nell'imponente aeroporto Charles de Gaulle, nel prendere la navetta che ci conduce al “coperto”, mi accorgo di quanto la parentela tra noi e i cuginetti francesi sia ben meritata. Anche oltralpe il clima non è in vena di tiepide carezze, ma punta deciso verso un gelido schiaffo. Ha inizio così il momento più stressante per il sottoscritto. L’attesa prima d'imbarcarsi in nove e più ore di volo. Mangio qualcosa. Penso veloce. Dalla sala d’aspetto osservo decine e decine di aerei alzarsi in volo e atterrare.

Arriva il momento. Medito tra me e me che la prossima volta che toccherò terra sarò in un altro continente. Poco lontano dall’equatore. Mi sembra incredibile. Il tempo di elucubrare e sono di nuovo in cielo. Saluto le creste innevate delle Alpi. Attraverso l’Europa e gran parte dell’Asia. Seguo il tragitto sullo schermo davanti al mio sedile, poi finalmente arrivo nel cuore della notte in India.

Rimaniamo nel subcontinente tre settimane, alternandoci fra la città di Bangalore e i villaggi di Kundapur e Balkur (a nove ore di macchina dalla prima), riuscendo a vivere anch il colorato festival di Holi. Siamo arrivati per documentare l'azione dell'associazione umanitaria Concerned for Working Children, dove ai bambini più poveri viene insegnato un mestiere in modo che non rimangano ai margini della società e possano contribuire al precario sostentamento familiare.

Nei piani ci sarebbe stata anche un’altra tappa (ChennaiMadras) per andare a scoprire il Teatro degli Oppressi ma il clima umido mescolato a un fisico (il mio) molto poco resistente all'epoca, mi lasciano a pezzi con febbri costanti e addio a 5 kg. abbondanti (se qualcuno/a fosse interessato, spiego volentieri come si fa). Di materiale reportagistico comunque ce n'è in abbondanza.

Il volo del ritorno parte all'una di notte. Una volta salito a bordo, dall'innocua t-shirt indossata in taxi, mi ritrovo ad aggiungere in rapida sequenza una camicia a maniche lunghe, felpa, foulard e giacca jeans. Sono almeno due giorni che mi sazio a base di succo di limone caldo e un club sandwich di verdura. Sono abbastanza debilitato. Così, quando prendiamo quota e ci viene offerto uno yogurt, lo ammetto, sono quasi imbarazzato. Essendomi cibato in India di pietanze esclusivamente locali, quel sapore occidentale che scivola nel mio organismo un po' alterato mi fa quasi il solletico.

Il volo sulla compagnia francese prosegue tranquillo. Dopo più di qualche ora ci viene servita la colazione. Boccone dopo boccone sento salire sempre di più una fame a dir poco atavica. Così, con tutto il mio sguardo più innocente (e al naturale spossato), chiedo se fosse possibile averne un'altra. La hostess mi guarda quasi con tenerezza e leggendo nei miei occhi un notevole bisogno alimentare, me ne porta altre due, chiedendomi a più riprese se stia bene. Lo ammetto. Senza volerlo, mi vengono le lacrime agli occhi. Forse il gesto gentile. Forse la sensazione di avercela fatta nonostante le tante ammaccature prese.

Saziato il “pancino” riesco perfino a rilassarmi fra le nuvole, giocando con le forme degli ammassi nebulosi e lasciando (s)correre lungo le praterie celesti ogni possibile emozione. Lo stress d'aria mi è ormai definitivamente passato. Questo viaggio è stato una sorta di iniziazione. Una tappa obbligata. In quelle ore di volo ho cominciato a pensare alla mete future. Ce ne sono state parecchie da allora a oggi tra cui reportage in Svezia, Lituania, Grecia, Croazia, Stati Uniti, etc. Ce ne saranno ancora molte in futuro.

In volo da Venezia a Parigi © Luca Ferrari
Parigi, l'aeroporto Charles de Gaulle  © Luca Ferrari
In volo da Parigi a Bangalore © Luca Ferrari
Bangalore (India), il giornalista Luca Ferrari davanti alla sede del
Concerned for Working Children © Federico Roiter
Bangalore (India), il fotografo Federico Roiter © Luca Ferrari
India, l'alba a Kundapur © Luca Ferrari
Da qualche parte nel cielo tra Asia ed Europa © Luca Ferrari
di ritorno dalla Francia verso l'Italia © Luca Ferrari
Venezia vista dall'aereo © Luca Ferrari

martedì 25 giugno 2013

Dear Me, Seattle and You

Seattle © Luca Ferrari
Cronaca del viaggio atteso da una vita intera. Rimandato e pure dimenticato, ma rimasto lì. Nella parte più vera di ciò che sono. Sto partendo per Seattle.

di Luca Ferrari

Andare a Seattle, quante volte l'ho immaginato senza fare nulla. Articoli di giornali/riviste ritagliati e incollati in diari personali. Seattle, una delle città più vivibili d'America. Seattle, la città di Jimi Hendrix e del rock anni Novanta. Poi un giorno accadde, ma ad attendermi nell’altro capo del mondo non c’era la solitudine di un paio di cuffie ma dei nuovi amici e una persona molto speciale al mio fianco. Comunque è deciso. Si parte per Seattle.

il biglietto del volo Parigi-Seattle © Luca Ferrari
È lunedì 25 giugno 2012. La sveglia suona prestissimo. Verso le quattro. La mattinata veneziana è di quelle afose che non lasciano scampo né respiro. A Piazzale Roma c’è il primo autobus di linea (n. 5) che porta all’aeroporto Marco Polo. Con sorpresa lo trovo stracolmo. Non proprio l’ideale visto che l’aria condizionata va a singhiozzo e il vestiario indossato fa grondare sudore.

Se già nel Nordovest americano non troverò certo 30 gradi, nemmeno in volo incontrerò chissà quali miti temperature. Ancora memore dell’esperienza indiana quando ripartito da Bangalore, una volta sedutomi, passai in un amen da semplice t-shirt a più strati fatti di camicia, felpa, foulard e giacca jeans, questa volta gioco d'anticipo. Un po' troppo.

L'ispirazione prende il volo prima ancora del velivolo, e per uno che dal 19 luglio 1994 scrive testi/composizioni, in questo caso, e con un laptop sulle ginocchia, è tutto magicamente naturale ed emozionante.

...la sincerità non è mai
abbastanza… la fotocopia
della propria esperienza non è solo qualcosa
che voglio poter raccontare… la pelle
dell’oscurità è sempre e solo stata un emblema
da rivendere gratuitamente
per un consumo immediato…  ho
sempre dormito poco
pensando a un domani migliore… è ancora presto
per svelare
tutto quello che ho dentro… sono
un bambino che vola
e si ambienta ogni volta che può sorridere
in disparte”…
                                          (Tessera [Ve], aeroporto Marco Polo, 6.18, 25 Giugno ’12)

Arriva il momento del decollo, fase del viaggio aereo che amo meno. Sarebbe più facile dire che la detesto. Una mano si stringe al sedile. La sinistra si tiene stretta a un portachiavi del Gallo Nero del Chianti. Occhi chiusi. Vado avanti così finché il velivolo si sistema sulla pista. Poi, quando i motori iniziano a pompare, la mia faccia passa dal paonazzo al - statemi lontano tutti 10 km.

Partito. Il volo dell'Air France è in perfetto orario. Nessun fastidioso vuoto d'aria. Dopo neanche due ore ho già varcato le Alpi e sono in terra francese all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Poco più di un’ora ancora e guadagnerò i cieli per un salto di migliaia e migliaia di chilometri. Ancora non riesco a crederci. Ancora non riesco a crederci che sia passato così tanto tempo da quando ho immaginato questo momento. E sono certo di aver giurato che ci sarei andato. Si, perché l'avevo anche scritto su carta. Questa carta:

carta e parole datate 1996 quando giuro che verrò a Seattle © Luca Ferrari
E sono certo di essermi sicuramente rassegnato a lasciarla lì. Adesso però il passato non conta più. Adesso il passato conta anche più di prima. Novello Heimdall, mi sono appena lasciato andare verso un altro mondo. E lo attraverso. Supero la Manica e dall’oblò celeste saluto la cara vecchia Inghilterra con una dedica al verde Cheshire. Addio Europa, hello United States. Here I'm coming, Seattle.

Penso. Leggo. Ascolto musica ma soprattutto scrivo:

“l’inchiostro era sbavato quanto basta
perché le mie mani non potessero intorpidire
ogni iniziale supposizione… la giovinezza
è tipica degli spiriti a seconda
di come ci rapportiamo con le tasche inutilizzate
sulle nostre alture onniscienti/”…
                                                  aereo Parigi/Seattle, 14.36, 25 Giugno ’12

Nella mia dimensione creativa il cinema ha preso il posto della musica (salvo qualche rara e fondamentale eccezione), così quando iniziano a passare film in alta quota, per il sottoscritto è una doppia festa. Ancora di più quando scopro trasmettere La mia vita è uno zoo (2012), visto appena pochi giorni prima al cinema Palazzo di Mestre (Ve). Un tempismo perfetto. Dietro la telecamera c’è infatti Cameron Crowe, regista di Singles (1992), storia d’amore/amicizia con di sfondo la nascente scena musicale di Seattle, e Pearl Jam Twenty (2011), dedicata all’omonima rock band formatasi proprio nella meta del mio viaggio.

Culmine della più recente pellicola, quando i tre protagonisti principali Benjamin (Matt Damon), Lily (Elle Fanning) e Kelly (Scarlett Johansson) si ritrovano nella quiete rurale di un bar-pub e dal jukebox si sprigionano le note di Hunger Stirke, intimo manifesto della Seattle più poeticamente amichevole targato Temple of The Dog

Tocca poi a un’altra commedia appena sbarcata sul grande schermo, Una spia non basta (This Means War), con la bella Reese Whiterspoon (premio Oscar 2006 come miglior attrice per Walk the Line) contesa dagli amici/agenti segreti Tom Hardy e Chris Pine.

Guardo il film e scrivo:

“un tripudio che non si spiega con il colore
di un fiume…  gli amanti del cielo
non sono poi così decisi
a fare del proprio ritorno una comunicazione
d’esperienza comune… non è stato
così difficile rimettere insieme i pezzi… è stata
la mia impresa personale
riuscire a scoprire
la giusta inclinazione di un ago
nascosto in una memoria che non parlava altro
che il participio singolare
di una comunanza
consumata in pochi attimi… quello
che un tempo amavo
non ha mai saputo andare oltre le intenzioni di un disegno
senza paesaggio né interpreti”…
                                                        aereo Parigi/Seattle, 17.42, 25 Giugno ’12

Da ore sto attraversando i cieli del Canada, altra nazione che amo e nei miei sicuri progetti esplorativi, sponda Vancouver, una volta atterrato a Seattle. Inizia la discesa. In stato di emersione da quello che può volutamente accadere. Quello che c’è decisamente da riconoscere. Per quello che sono e il modo in cui mi sono espresso, provo ancora a dire quello ciò che non si può raccontare con i semplici numeri incanalati nell’intimità di un racconto.

Era il 10 aprile 1996 quando scrissi sul pezzo di carta sottostante che sarei venuto a Seattle. Sta accadendo...

è il aprile 1996 quando scrivo che un giorno verrò a Seattle © Luca Ferrari
Ci sono. Resta solo la dogana. Una coda lunga. Trovo cortesia ma non tengo l’adrenalina. Sono nervoso. Quasi di cattivo umore. Devo scrivere qualcosa. Qualcosa che aspettavo. In quella lettera di sedici anni fa c'era uno spazio bianco. C'è ancora. Uno spazio da riempire con le mie prime parole appena sbarcato all'aeroporto Sea-Tac È arrivato il momento e così faccio:

aeroporto Sea-Tac: riempio lo spazio bianco © Luca Ferrari
La prosa non basta più, la poetica esce dai ranghi:

"Adesso che devo fare con te?
Devo ricopiare l’ora segnata o posso andare avanti?...
Il sangue è rimasto lo stesso… Il rituale
non appartiene alla mia esigenza
di non credere al tempo che passa… Quando
passavo le mie notti a sognare
quello che non mi poteva accadere, non ero ingenuo
né tanto meno prodigo di ipotesi
volenterose… La violenza di un unico fiore
dinnanzi alla tempesta
che si nasconde dentro le mie stesse pagine
è una continuazione per cui
non ci sono campane di libertà
né dichiarazioni sostitutive del proprio animo
umano
...
Arrivato a questo punto della mia vita
posso dire che non ho ancora chiaro
quello che mi è successo
per andare oltre questo stesso momento…
                                                             (Seattle, aeroporto Seat-Tac, 25 Giugno ’12)

Stati Uniti d'America, aeroporto Seattle/Tacoma © Luca Ferrari
Ancora non riesco a crederci. Sono a Seattle. No, non è stato nulla come lo avevo immaginato. Ma per questo c’è ancora tempo per raccontare, vivere. Continuare... 

Seattle © Giovanni Ligresti