Il cerchio della vita si è allargato nel verde più spensierato e magico del Canada orientale, sull'isola del Principe Edoardo (Prince Edward Island). Tornerò ancora!
Green Gables. Cavendish. I fari. Le spiagge infinite. Un'atmosfera che più placida non si potrebbe trovare. L'isola del Principe Edoardo (Prince Edward Island) è la provincia più orientale del Canada collegata via terra. La prima volta fu un colpo di fulmine, potente e inatteso. La seconda volta è stata la consacrazione di un legame che continuerà per sempre. Alla vista del primo cartello che indicava la PEI, ho sentito un'emozione fortissima che ha continuato a salire nell'attesa di attraversare il lunghissimo Confederation Bridge, che collega l'isola al New Brunswick. Nel primo viaggio sbarcai sulla Prince Edward Island con un imponente traghetto proveniente dalla Nuova Scozia, attraversando poi il ponte al momento dei saluti. Questa volta invece, ho provato l'ebbrezza di arrivarci percorrendolo, passando dalle tante immagini viste sul web in questi anni di attesa, all'essere protagonista su quattro ruote. Sono tornato sull'isola del Principe Edoardo e non mi è mai sembrata così radiosa.
Lo avevo scritto e così è stato. Lo avevo annunciato. A meno di un anno dalla partenza, con i biglietti acquistati con larghissimo anticipo, avevo scritto che sarei tornato in Canada. Anche un mese in più di vita può cambiare una persona, figuriamoci sette anni di attesa. Ma per quanto sapessi a cosa e dove stessi andando, un Paese che è sempre stato nel mio destino, non ero minimamente pronto a vivere ciò che è stato e ancora una volta è riuscito a sorprendermi. E se ci ho messo così tanto per scriverne, è proprio perché ho dovuto bilanciare al meglio le emozioni. Se durante il mio primo grande viaggio in terra canadese, cambiai location ogni notte, questa volta ho concentrato più della metà dell'esperienza sulla Prince Edward Island. Per raggiungerla, dall'aeroporto di Montreal sono oltre 1.100 km di macchina, tragitto questo che si è allungato in virtù di alcune tappe, a cominciare dal Savage Zoo di St. Felicien, con una strepitosa escursione in mezzo alla fauna locale allo stato brado (orsi inclusi). Il gps poi ha puntato diritto verso la costa del Quebec, quindi traghetto lungo il fiume San Lorenzo per raggiungere più velocemente la parte più orientale dell'immensa provincia canadese, facendo tappa a Gasquet e Perc. Poi, come detto, una lunga tirata per raggiungere l'isola del Principe Edoardo.
Il covid ha cambiato il mercato e se nel 2016 si riusciva a trovare prezzi ragionevoli anche a ridosso o durante il viaggio stesso, questa volta mi sono dovuto organizzare con molto anticipo, perdendo un po' di avventura, ma allo stesso tempo trovando delle sistemazioni da urlo, in particolare grazie a HomeExchange, con il quale ho potuto soggiornare in case fantastiche e in alcune delle zone più belle del Canada. Raggiungere la Prince Edward Island è un viaggio nel viaggio. Un tragitto costellato di cartelli arancioni sul possibile attraversamento di alci. Nessuno di quei bestioni, però, è stato così cortese di farsi vedere a differenza di un cucciolo di orso nero che mi è passato, solitario, a poca distanza dalla mia vettura in transito. Verso sera, finalmente, è arrivato il momento tanto atteso. Poche le macchine in quel momento. Il ponte sembrava non finire mai. Durante il lungo attraversamento (12,9 km), solo acqua sotto di me. In mezzo all'oceano, sullo stretto di Northumberland. Un'emozione indescrivibile. Finalmente ero tornato sulla Prince Edward Island.
Prima tappa, Kensington, in un placido quartiere circondato dal verde e a pochi minuti di macchina da Cavendish, per una imperdibile visita al complesso del Green Gables Heritage Place, dedicato al celebre personaggio di Anna dai capelli rossi, ideato dalla scrittrice locale Lucy Maud Montgomery (1874-1942), di cui il prossimo 30 novembre ricorre il 150° anniversario dalla nascita. Lì, tra i vari sentieri chiamati come Anna Shirley soleva fare entusiasta, anche una graziosa casetta con i tipici abbaini verdi, proprio come riporta il titolo originale del romanzo, "Anne of Green Gables", pubblicato nel 1908.
A questa visita, è seguita poi una sbirciatina dove la scrittrice canadese è realmente vissuta, a New London, sempre sulla PEI. Per chi fosse in "fanciullesca compagnia", si segnala lì vicino un grande parco di divertimenti, il Mariner's Cove Boardwalk con tanto di museo delle cere (tra cui è rappresentata la celeberrima cantante canadese Celine Dion), minigolf e pure un'esperienza da cercatore di pepite preziose. Dulcis in fundo, il limitrofo Sandspit Cavendish Beach con tanto di montagne russe.
Se c'è una cosa che in Canada e sulla Prince Edward Island abbondano, sono i fari. Tra le tappe imperdibili, quello di Panmure Island, sulla Points East Coastal Drive, vicino alle scogliere di arenaria rossa che dominano l'ingresso di Cardigan Bay e il porto di Georgetown. Fu costruito da Peter Stewart e completato nel 1853 da Henry Williams su un sito scelto dal capitano Henry Bayfield, per avvisare le navi della presenza di secche pericolose, note come Bear Reef e Panmure Ledge, che si trovano appena a sud. Ancora oggi è funzionante e di ausilio alla navigazione per imbarcazioni da diporto e da pesca. "Irrobustito" nel 1908 da un allarme anti-nebbia, il faro di Panmure ha quattro piani, tutti visitabili con un piccolo museo & shop al piano terra, aperti solitamente da giugno a metà ottobre. Nel 1984 è stato riconosciuto come sito storico e nel 2013 ha ricevuto la designazione ufficiale. Dal 2015 è stato ceduto alla Panmure Island Lighthouse Association, un gruppo di volontari della comunità, formato per salvare e restaurare questa storica struttura.
Non si può dire di aver visitato un Paese senza averne assaggiato la cucina e sulla Prince Edward Island l'indiscussa pietanza principe, è l'astice, cucinato in tutte le forme possibili: dal panino con astice (lobster burger), meno presente rispetto a un tempo, al gettonatissimo lobster roll, passando per le zuppe e l'aragosta vera e propria. Dai chioschetti affacciati sul mare che servono il pescato del giorno come il Blue Water Grill, dove si può gustare anche un ottimo fish & chips, ai più blasonati ristoranti come il celeberrimo Fisherman's Wharf, a North Rustico. Curiosità. Ovunque si vada, c'è sempre da aspettare una mezz'ora abbondante prima di mangiare, ma non tanto per l'afflusso di bocche voraci ma poiché i piatti vengono sempre preparati al momento e con la massima cura; la qualità è davvero notevole. Pesce consumato a zonzo ma anche tra le mura domestiche. Potendo contare sulle cucine (fisiche) locali, mi sono "viziato" con salmone di altissima fattura, divorato anch'esso a più riprese per una no-stop ittica degna della mia Venezia, e creando così un ideale ponte culinario insulare.
Non solo prelibate ricette. Prince Edward Island è sinonimo di immensità dei parchi naturali. Un ticket d'ingresso e si possono raggiungere angoli impensabili dove si snodano miglia e miglia di spiaggia. In un mese come agosto si può passare facilmente dal sostare con felpa a farsi il bagno con un'acqua a dir poco tiepida (per capirci, in Croazia a luglio ho trovato temperature più fresche, ndr). Proprio a ridosso del faro di Panmure, c'è una delle spiagge più incantevoli, nei pressi di Cardigan Bay. Sabbia rossastra. Un po' di vegetazione. Il sole adagiato dolcemente. Ci sono spiazzi aperti e più battuti dai natanti, ma per chi desiderasse mera tranquillità e solitudine, c'è solo l'imbarazzo della scelta. E una volta parcheggiata la macchina, basta cambiare sponda e le correnti eoliche possono farsi decisamente più incisive così come lo stesso fondale marino, passando da sabbioso a roccioso. Un'altra tappa da cui non si può prescindere, è il Greenwich National Park.
Caratterizzato da grandi dune sabbiose, l'area è una vera bomboniera culturale, habitat naturale di piante e animali rari, per di più con legami con la cultura francese, della popolazione acadiana e la tribù nativa dei Mi’kmaq. Si potrebbe passeggiare per ore grazie ai tanti sentieri, fino ad arrivare al Greenwich Dunes Trail, camminando scalzi sulla sabbia bianca. All'ingresso c'è un dettagliato polo museale dove è possibile visionare filmati e leggere ampi pannelli per un'immersione totale nella cultura del posto. Per vedere tutto questo, si paga solo una tassa d'ingresso, decisamente modica per ciò che attende i visitatori. Un parco, questo, dove non sono ammessi animali domestici. Abbandonata l'area espositiva, prima di raggiungere il golfo di San Lorenzo, un'ampia struttura sempre pulita e completamente gratuita, è a disposizione di tutti: docce, lavabi vari, servizi igienici e perfino una cucina per preparare il pranzo al sacco. Altra curiosità. A parte un piccolo snack-bar (chiamiamolo così, per dirla all'europea), non c'è alcun locale lungo le spiagge.
Se in Quebec il pezzo goloso delle colazioni doc sono soprattutto deliziose crepes traboccanti di sciroppo d'acero, sulla Prince Edward Island invece, come in gran parte delle province anglofone, sono gli originali pancake, serviti anch'essi con quell'abbondante prelibatezza, la cui foglia si erge fiera sulla bandiera del Canada. Prima di una nuova tappa, faccio il pieno delle suddette delizie in una tipica caffetteria-ristorante di Charlottetown, capoluogo della PEI. Ancor più particolare del Greenwich, l'Argyle Shore Provincial Park, situato sulla parte opposta dell'isola del Principe Edoardo a pochi minuti dal piccolo centro rurale di Bonshaw, sullo Stretto di Northumberland, direttamente collegato con l'Oceano Atlantico. Una volta arrivati, a parte madre natura, solo qualche panchina e un paio di altalene. Lo spazio è immenso e sconfinato. L'orizzonte guadagna nuove prospettive. In un casolare gestito dal comune locale per la gestione e la tutela dell'area, viene ogni giorno issato un cartello con scritta a mano l'orario dell'alta marea e della bassa marea.
Le rocce rossastre si adagiano spavalde verso le acque tra le quali sono frequenti i granchi eremiti e le vongole. Una lunga scalinata ci mette a tu per tu con le rocce marnose e il mare, dove si possono fare rilassanti nuotate. Un panorama quasi surreale tra secche e infinto, e dove una corsa spensierata si consacra all'immortalità. Attenzione alle maree. Bastano poche ore, e l'asciugamano disteso per prendere il sole, verrà letteralmente avvolto dalle acque. Il nome dell'area deriva dalla località di origine dei primi coloni che vi arrivarono dalla Scozia, più precisamente da Argyle Shire. Un universo di terra, vegetazione e roccia rossa, al cospetto del quale sventolano fiere e unite le bandiere del Canada e della Prince Edward Island. In questo fazzoletto di terra c'è un'energia che non si può descrivere a parole.
Sono partito per il Canadaconvinto che sarebbe stata l'ultima volta, o al massimo immaginando che ci sarei potuto tornare molto più in là negli anni. Non è stato così. L'inizio del viaggio è stato tribolato. Forse non ero del tutto connesso, poi è successo qualcosa. Poi, semplicemente, sono arrivato sulla Prince Edward Island e ho sentito le mie labbra (il cuore) allargarsi in modo sempre più incontrollato. Mi sono fatto filmare mentre guidavo sul Confederation Bridge, scoprendomi leggero e felice. Sono tornato sull'isola del Principe Edoardo e mi sono sentito a casa mia. Ma una casa non può essere vuota, e come accadde a Seattle, in quel viaggio che cambiò tutto a livello umano, è stato un incontro con delle persone (speciali) a proiettarmi in un'altra dimensione. Da banali conoscenti, sono diventati parte della mia famiglia. Una famiglia che spero un giorno di ritrovare in un nuovo viaggio. Una prossima avventura che ho già cominciato a pianificare: partenza da Venezia, scalo a Montreal e coincidenza per Halifax, in Nova Scotia. Di lì partire alla scoperta del Newfoundland (Terranova e Labrador), quindi tornare sulla terraferma, ritornando in quel posto che ha stravolto e continua a stravolgere la mia esistenza: la Prince Edward Island. Il sogno continua...
Welcome to Prince Edward Island - Argyle Shore Provincial Park
Le bandiere del Canada e dell'isola del Principe Edoardo/ l'autore Luca Ferrari, alla guida sul Confederation Bridge
Prince Edward Island, the dream continues The circle of life has expanded into the most carefree and magical green of Eastern Canada, on Prince Edward Island. I will return again!
by Luca Ferrari
Green Gables. Cavendish. The lighthouses. The endless beaches. An atmosphere as tranquil as it gets. Prince Edward Island is the easternmost province of Canada connected by land. The first time was love at first sight—powerful and unexpected. The second time was the confirmation of a bond that will last forever. At the sight of the first sign pointing to PEI, I felt an overwhelming emotion that kept building as I anticipated crossing the long Confederation Bridge, which links the island to New Brunswick. On my first trip, I arrived on Prince Edward Island aboard a massive ferry from Nova Scotia, only to cross the bridge when it was time to say goodbye. This time, I experienced the thrill of arriving by driving across it—transforming years of online images into a real-life journey on four wheels. I returned to Prince Edward Island, and it has never seemed so radiant.
I had written it, and so it was. I had announced it. Less than a year after leaving, with tickets purchased well in advance, I had said I would return to Canada. Even one extra month of life can change a person—let alone seven years of waiting. But no matter how well I knew what I was heading toward, a country that has always been part of my destiny, I was not remotely prepared for what was in store. Once again, it managed to surprise me. If it took me this long to write about it, it’s because I needed time to balance my emotions. During my first major trip to Canadian soil, I changed locations every night. This time, I focused more than half of the experience on Prince Edward Island. To get there, it’s over 1,100 km by car from Montreal Airport—a route that grew longer due to several stops along the way. The journey began with the Savage Zoo in St. Felicien, where I had an incredible excursion among local wildlife in their natural habitat (bears included). After that, the GPS guided me straight to Quebec’s coast, followed by a ferry across the St. Lawrence River to reach the easternmost part of this vast Canadian province more quickly, with stops in Gasquet and Percé. Then, as planned, a long drive brought me to Prince Edward Island. COVID has reshaped the market, and while in 2016 it was possible to find reasonable prices even at the last minute or during the trip itself, this time I had to plan far in advance. I lost a bit of spontaneity, but in return, I found some incredible accommodations—especially through HomeExchange, which allowed me to stay in fantastic homes in some of the most beautiful areas of Canada. Reaching Prince Edward Island is a journey within a journey. The route is dotted with orange signs warning of possible moose crossings. None of those massive creatures were kind enough to make an appearance, but I did have the rare thrill of spotting a solitary black bear cub crossing near my car. As evening approached, the long-awaited moment finally arrived. Few cars were on the road. The bridge seemed endless. During the long crossing (12.9 km), there was nothing but water beneath me, stretching out into the ocean over the Northumberland Strait. It was an indescribable feeling. At last, I had returned to Prince Edward Island.
First stop: Kensington, a peaceful neighborhood surrounded by greenery and just a few minutes’ drive from Cavendish. Here, an unmissable visit to the Green Gables Heritage Place awaited—a site dedicated to the beloved character Anne of Green Gables, created by local author Lucy Maud Montgomery (1874–1942). This year, on November 30, marks the 150th anniversary of her birth. The site features trails whimsically named after places Anne Shirley would excitedly describe, as well as a charming house with the iconic green gables that inspired the original title of the 1908 novel, Anne of Green Gables. It’s a magical experience for fans and newcomers alike.
After visiting Green Gables, I ventured to New London, the real-life home of Lucy Maud Montgomery, the celebrated author of Anne of Green Gables. This charming village is steeped in history and inspiration for Montgomery’s beloved stories.
New London (PEI) - Lucy Maud Montgomery's home - ph. Luca Ferrari
For those traveling with younger or playful companions, nearby attractions add to the fun. The Mariner's Cove Boardwalk offers a wax museum—featuring figures like iconic Canadian singer Céline Dion—mini-golf, and even a hands-on gold-panning experience for budding treasure hunters. To cap it off, the adjacent Sandspit Cavendish Beach promises family-friendly entertainment, complete with thrilling rides, including a roller coaster. It’s the perfect conclusion to a day filled with culture, nostalgia, and adventure.
If there’s one thing Canada—and especially Prince Edward Island—has in abundance, it’s lighthouses. Among the must-visit spots is the Panmure Island Lighthouse, located along the Points East Coastal Drive, near the stunning red sandstone cliffs that overlook the entrance to Cardigan Bay and the Georgetown Harbor. Built by Peter Stewart and completed in 1853 by Henry Williams on a site selected by Captain Henry Bayfield, the lighthouse was designed to warn ships of dangerous shoals, notably Bear Reef and Panmure Ledge, just south of the island. Remarkably, it is still operational today, providing navigational aid to fishing and recreational boats. Strengthened in 1908 with the addition of a fog alarm, the lighthouse features four floors, all open to visitors. The ground floor houses a small museum and shop, typically open from June to mid-October. Recognized as a historic site in 1984, the Panmure Lighthouse received its official designation in 2013. Since 2015, it has been managed by the Panmure Island Lighthouse Association, a community volunteer group dedicated to preserving and restoring this historic landmark.
You can't truly say you've visited a country without sampling its cuisine, and on Prince Edward Island, the undisputed star of the table is lobster, prepared in every imaginable way. From the less common lobster burger to the ever-popular lobster roll, and on to soups and whole lobster dishes, there’s no shortage of options. Whether at seaside shacks like the Blue Water Grill, which serves fresh catch-of-the-day dishes alongside an excellent fish and chips, or at high-end establishments like the iconic Fisherman's Wharf in North Rustico, seafood is a culinary highlight of the island. A fun fact: wherever you choose to eat, expect to wait a good half hour before your meal arrives—not because of long queues of hungry diners, but because each dish is freshly prepared with meticulous care. The quality is exceptional. Seafood was enjoyed not only at restaurants but also in the comfort of local kitchens. With access to fresh, local ingredients, I indulged in top-quality salmon, devoured in multiple sittings for a seafood feast that rivaled my own Venice. In doing so, I created a culinary bridge between these two island paradises.
Characterized by vast sandy dunes, the area is a true cultural gem—a natural habitat for rare plants and animals, intertwined with the heritage of the Acadian population, the native Mi’kmaq tribe, and French culture. Visitors can stroll for hours along the numerous trails, culminating in the breathtaking Greenwich Dunes Trail, where you can walk barefoot on soft white sand. At the entrance, a well-equipped cultural center offers detailed exhibits, films, and informative panels, providing a deep dive into the local history and traditions. All this is accessible for just a modest entry fee—a small price for the experience awaiting visitors. One important note: pets are not allowed in the park. After exploring the exhibit area, before reaching the shores of the Gulf of St. Lawrence, visitors will find a large, impeccably maintained facility, completely free to use. It includes showers, various washbasins, restrooms, and even a kitchen for preparing packed lunches.
Another interesting detail: apart from a small snack bar (or as we might call it in Europe, a kiosk), there are no restaurants or establishments along the beaches, preserving the natural serenity of the environment.
In Quebec, the highlight of a perfect breakfast is often delicious crepes dripping with maple syrup. On Prince Edward Island, however, as in most English-speaking provinces, it’s the classic pancakes, also generously served with that golden delight—the iconic syrup whose maple leaf proudly adorns Canada’s flag. Before embarking on a new adventure, I indulged in these treats at a cozy café-restaurant in Charlottetown, the capital of PEI. Even more unique than Greenwich is the Argyle Shore Provincial Park, located on the opposite side of the island, just minutes from the small rural village of Bonshaw, along the Northumberland Strait, which connects to the Atlantic Ocean. Upon arrival, you’re greeted by nature in its purest form—just a few benches and a couple of swings. The space feels boundless, with vast, open horizons that offer ever-changing perspectives. At a rustic building managed by the local municipality to protect and oversee the park, a hand-painted sign is updated daily to indicate the times for high and low tides—a simple yet charming touch to this tranquil escape.
The reddish rocks stretch boldly towards the waters, where hermit crabs and clams are a common sight. A long staircase brings you face-to-face with the marl cliffs and the sea, offering the perfect setting for a relaxing swim. The scenery is almost surreal, with sandbars merging into infinity, creating a timeless backdrop where a carefree run feels like a moment of pure immortality. Caution is needed with the tides—within just a few hours, the towel you’ve laid out for sunbathing could be completely swallowed by the rising waters. The area's name, Argyle Shore, comes from the homeland of the first settlers who arrived here from Argyle Shire in Scotland. This universe of earth, vegetation, and red rock is crowned by the proud and united flags of Canada and Prince Edward Island, waving together in the breeze. In this small patch of land, there’s an indescribable energy—something that words alone cannot capture.
I left for Canada convinced it would be my last time—or at most, imagining I might return far down the road. But that wasn’t the case. The start of the journey was rocky; I felt disconnected, unsure. Then something changed. Then, simply, I arrived on Prince Edward Island, and I felt my lips—and my heart—stretch into an uncontrollable smile. I filmed myself driving across the Confederation Bridge, feeling light and profoundly happy. I had returned to PEI, and it felt like home. But a home cannot be empty, and just as it happened in Seattle during that life-changing trip, it was an encounter with special people that shifted my reality. What began as casual acquaintances became family—family I hope to reunite with on a future journey.
That next adventure is already taking shape: departing from Venice, with a layover in Montreal and a connection to Halifax, Nova Scotia. From there, I’ll set off to explore Newfoundland and Labrador before returning to the mainland—and ultimately back to the place that has transformed and continues to transform my life: Prince Edward Island.
Il cielo buio. La nebbia. La navetta verso il palasport Taliercio. Prima e dopo una nuova sfida di basket della Reyer Venezia femminile, c'è un grande mondo da vivere dentro l'anima.
Storie di legami, passioni e ispirazione. È una serata speciale. È un momento che non pensavo sarebbe mai arrivato, semplicemente perché... non lo conoscevo. Poi un giorno, una vocina tornò dalla scuola materna, dicendo: "vorrei giocare a basket". Un po' di tempo dopo, sabato 2 novembre 2024, per la prima volta ho assistito a una partita di basket in solitaria. In un post pubblico di poco tempo fa su Instagram, dove si chiedeva quale giocatore/giocatrice avesse acceso la passione per la pallacanestro, dalla mia pagina badboy_venice, risposi semplicemente, "mio figlio". Da allora sono passati già tre anni e da un interesse sussurrato, sono arrivato a una cultura personalizzata fatta di highlight, libri e serate live. Complice l'orario serale, questa volta ho preferito evitare l'impegno al mio figlioletto e così, un po' titubante (quasi intimorito), mi sono avventurato per assistere alla sfida Reyer Venezia - Brixia Basket.
La nebbia non ha allentato la sua morsa per gran parte della giornata. Dopo un po' di attesa, finalmente arriva la navetta. Riesco a sedermi sul primo posto alla destra dell'autista, avendo così visuale perfetta della strada notturna. Per chi abita in laguna, un viaggio su quattro (o più) ruote ha sempre un sapore diverso. Guardo il ponte della Libertà scivolarmi alle spalle senza poi distinguere più nulla del panorama "terricolo", parco San Giuliano a parte. Se per gli sportivi amanti del basket, "Taliercio" è sinonimo delle più recenti imprese della pallacanestro veneziana, quel nome evoca anche alcune delle pagine più tragiche della storia locale. Il palazzetto infatti è stato dedicato all’ingegnere Giuseppe Taliercio, storico dirigente dello stabilimento petrolchimico della Montedison a Marghera, assassinato dalle Brigate Rosse il 5 luglio 1981. Quelli erano anni dove il terrorismo di destra e di sinistra insanguinavano l'Italia nei cosiddetti Anni di piombo, e anche Venezia non fu risparmiata. Oggi questo luogo è teatro di sogni, sudore e felicità condivisa.
Ho imparato a conoscere la squadra femminile della Reyer sul web e con qualche incursione dal vivo. Sarà stato questo, ma una volta entrato nel palazzetto, non ho provato una sensazione di solitudine, tutt'altro. Mi sono sentito al mio posto. Un panorama che oramai fa parte della mia esistenza. E così, fin dal riscaldamento all'inizio della partita, ero lì, da solo ma allo stesso tempo in compagnia. Il tempo di adattarmi e cercare il posto ideale ed eccomi a ridosso del campo, seguendo i primi due quarti di gara proprio sotto il canestro dove le "leonesse oro-granata" hanno messo a segno i tanti punti, a cominciare dalla giovane Matilde Villa e la finlandese, Awak Kuier, entrambe con due tiri vincenti da 3. E a proposito di nuove generazioni del basket, anzi giovanissime, posso dire di aver assistito a quello che sarà il primo di moltissimi canestri di Isabell Hassan (classe 2009), al suo debutto ufficiale in prima squadra.
La Reyer ha dominato dall'inizio alla fine. Assente la forte ala-centro Giuditta Nicolodi, la squadra ha giocato come meglio non si potrebbe, a cominciare dalla capitana Francesca Pan, autrice di numerose giocate vincenti da 3. In un'epoca molto individualista, la Reyer femminile è espressione del collettivo più sinceramente qualitativo. I polmoni a tutto campo della playmaker Mariella Santucci. La costanza dell'ala Martina Fassina. I contributi della guardia Caterina Logoh. L'imprevedibilità della play/guardia Lisa Berkani. I canestri "pesanti" di Dragana Stankovic, Lorela Cubaj e Maria Miccoli. La qualità della guardia Kamiah Smalls, eletta MVP della partita a pari merito con Awak. La squadra veneziana gioca alla grande, non molla fino alla fine e conclude vincendo nettamente 90-56. Ogni canestro viene sempre salutato da un'ovazione.
Finisce la partita. Vorrei rimanere un po' di più ad assaporare l'atmosfera. Davanti a me c'è un gruppo di donne che ispira con la genuinità dello sport. La navetta per Venezia però, non aspetta (troppo) così mi fiondo subito a bordo dell'automezzo, allo stesso posto dell'andata. Quasi tutti sono venuti in compagnia. Si scambiano commenti sulla partita, parlando anche dei progressi della squadra maschile. Mi sento un po' uno straniero in trasferta. Mi piacerebbe tornare più spesso ma non è sempre fattibile, complici le difficoltà logistiche per chi abita in laguna. Comprensibile che il pubblico dalla terraferma sia superiore a quello veneziano ma è un gran peccato che non ci siano navette anche per le sfide di Euroleague. L'autobus intanto è già arrivato a piazzale Roma. Pochi minuti di camminata e vedo già il ponte dei Tre Archi (Cannaregio), nel mio più immediato orizzonte umano. È stata una grande serata di pallacanestro. A presto, Reyer Venezia, continuate a giocare così bene e soprattutto unite. Buona notte, Venezia.
Venezia e la sua storia. La storia di Venezia, passata e presente, costruendo e raccontando il futuro che l'attende. Per cinque anni e mezzo ho avuto il privilegio di avvicinarmi a questo mondo. Viverlo, documentarlo e condividerlo sui social media (Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram) attraverso parole, immagini e video. Per cinque anni e mezzo, a partire dalla primavera 2019, il mio primo pensiero di ogni giornata lavorativa è sempre stato rivolto all'Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti, la più antica istituzione culturale veneziana in attività, fondata per decreto napoleonico nel 1812. Sede dell'Ateneo, l'ex-Scola dei Picai, oggi di San Fantin, situata nell'omonimo campo adiacente il Gran Teatro la Fenice, nel sestiere di San Marco, a pochi minuti dalla celeberrima piazza. Un edificio che potrebbe essere anche un museo. Nelle sale Tommaseo, di Lettura e la maestosa Aula Magna infatti, è possibile ammirare opere dei maestri della pittura veneta: Paolo Veronese, Leonardo Corona, Antonio Zanchi, Alessandro Longhi, Jacopo Palma e il Tintoretto, di cui è esposta la pala raffigurante l'Apparizione della Vergine a San Girolamo.
Marzo 2019. La prima volta che mi sono occupato dell'Ateneo Veneto, iniziai immortalando un volume sulla storia dell'istituzione con uno sfondo lagunare. Nonostante non fossi alla mia prima esperienza social, un po' di ansia fu inevitabile ma allo stesso tempo, anche molta soddisfazione per i risultati ottenuti. Nei mesi e negli anni successivi, è stato tutta una serie di anticipazioni di eventi, live dal vivo nonché studio di possibili e ulteriori sviluppi. Sarebbe riduttivo vedere in quest'esperienza un semplice rapporto collaborativo. È stato molto di più, e questo in particolare per la tipologia dell'attività che ho svolto, capace di aprirsi a una miriade di altri aspetti, oltre a un costante contatto-confronto da remoto e in sede con la referente dell'ufficio stampa, la giornalista Silva Menetto.
Occuparsi dei social media vuol dire (anche) essere la voce occulta di una realtà, imparando a conoscere tutto quello che la riguarda, dentro e fuori. Lavorando ogni giorno, calamità incluse. Durante la mia attività social infatti, mi sono trovato a documentare l'acqua granda che colpì Venezia il 12 novembre 2019 e in seguito, come tutti, affrontare la pandemia da Covid, quando per tre mesi restammo chiusi in casa. In quel periodo riuscimmo comunque a tenere attivo l'Ateneo Veneto, proprio attraverso i canali social, in primis potenziando il canale Youtube e pubblicando, tra gli altri la rubrica "Raccontaci di te", dove la popolazione fu invitata a mandare un contributo su come stesse vivendo quei terribili momenti, pubblicati poi sui vari social media con format diversi. "[…] Qualcuno ha esposto alla finestra una bandiera. Chissà se saremo migliori quando questa pandemia sarà passata, se sapremo capire la differenza fra ciò che conta e ciò che non conta, coscienti della nostra fragilità che non è solo dei vecchi [...]” ha tramandato Gabriella Bianco.
Altrettanto notevole fu il lavoro estivo realizzato sui dogi di Venezia, poi ripreso in un'altra occasione e con protagonisti differenti. I social media non vanno mai in vacanza e anche quando gli uffici sono chiusi, si è sempre continuato a lavorare, postando pillole delle più alte figure della politica veneziana, ma non solo. Lavorando in Ateneo Veneto ho imparato io stesso moltissimo sulla storia veneziana, e certe date ormai mi sono entrate dentro, come il 14 luglio, quando nel 1902, il campanile di San Marco crollò all'improvviso senza mietere alcuna vittima, o il 13 maggio 1804, data dei natali di Daniele Manin, patriota veneziano di cui è conservato un busto nella sala Tommaseo al 1° piano della sede dell'Ateneo Veneto, poco distante proprio da campo Manin. Ma esattamente come per certe rock band, il momento cruciale dell'Ateneo Veneto sono gli eventi dal vivo. E lì che si capisce cosa rappresenti davvero questa istituzione culturale. È in questi momenti che le storie del passato e del presente assumono quell'umanità, di cui anche io posso dire con orgoglio, sono stato e sono tutt'ora testimone osservante, e narrante.
Le celebrazioni del Giorno della Memoria, ad esempio, sono sempre state un appuntamento molto sentito e partecipato. Personalmente, un momento per riflettere non solo sul dramma della Shoah, ma anche sulle tante tragedie disumane che hanno insanguinato il mondo, da quelle passate a quelle più recenti. Il 27 gennaio 2023 studenti e società civile si sono alternati nella lettura integrale del volume Se questo è un uomo di Primo Levi. "[...] Per noi la storia si era fermata [...] Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l'inverno non arrivasse... Non sappiamo cosa vuol dire perché eravamo qui anche l'inverno scorso. Chi non morirà, soffrirà moltissimo [...]". "[...] Devo andare a dirgli che non gli servirà più la camicia? [...] Non capisce che è accaduto un abominio [...] "Adesso basta. Adesso è finita [...]". Restando in tema di diritti umani e visione internazionale, l'Ateneo Veneto ha avuto l'onore di ospitare Rami Elhanan e Bassam Aramin per parlare di pace in Palestina, realizzando anche un intenso incontro sui diritti delle donne in Afghanistan.
Di tutt'altro genere invece, quando mi ritrovai nell'epicentro tradizional-sportivo di Venezia. Un evento che non ha eguali per l'ex Serenissima, la Regata Storica. Per la prima volta, nel 2023, l'Ateneo Veneto ne ha sostenuto un equipaggio, la caorlina della Canottieri Giudecca. Prima della gara ho avuto il privilegio di seguire un allenamento della suddetta in una zona lagunare scarsamente attraversata da qualsivoglia imbarcazione, e dunque scoprendo una Venezia inedita, per di più, da una prospettiva acquea. Poi è arrivato il giorno della Regata Storica, ed eccomi su e giù per il Canal Grande a seguire prima il corteo storico e poi le singole competizioni di remo. Un forte momento di appartenenza ed emozione. Un lungo momento che mi ha riportato ai tempi in cui scorrazzavo su e giù per l'Europa (e mezzo mondo), facendo reportage di viaggio e di carattere umanitario (tematica quest'ultima su cui vinsi anche un premio giornalistico).
Nel corso della sua storia l'Ateneo Veneto ha istituito alcuni Premi. Tra questi, il premio (biennale) “Pietro Torta” per il restauro di Venezia, la cui XXXVII edizione fu davvero particolare poiché a vincere non fu il classico studio o ditta/istituzione, ma i veneziani stessi, tutti: "per nascita o per scelta, cittadini che con ordinaria straordinarietà si impegnano ogni giorno per mantenere Venezia una città viva e attuale". Non solo furono speciali i vincitori dell'edizione 2023, ma anche il volume celebrativo, realizzato con una copertina “riflettente”, per fare in modo che i cittadini vedessero loro stessi e “riflettessero su quello che è stato fatto fino a oggi e su quanto sarà ancora possibile fare per la città". Ateneo Veneto aperto a grandi e piccini. In questi giorni di fine ottobre, è ritornato in Aula Magna lo spettacolo "Chi ha paura del lupo", per un doppio show aperto al pubblico e riservato alle scuole, queste ultime protagoniste del premio "Un'idea per il futuro".
Con i post del 31 ottobre 2024 termina ufficialmente la mia collaborazione con l'Ateneo Veneto, ma non significa che smetterò di seguirlo e/o di scriverne. Tra i tanti Paesi raccontati su "Viaggi del mondo", c'è anche una sezione dedicataproprio all'Ateneo Veneto, che aumenterà ancora nei prossimi anni. Vorrei congedarmi con una frase speciale, e tra i tantissimi eventi cui ho partecipato, ne scelgo uno dei primissimi. Qualunque strada io scelga per il mio futuro lavorativo, sarà sempre figlia della poesia, l'ispirazione originale che mi ha spinto a lavorare nel mondo della scrittura e dei media, e che ancora oggi porto avanti, condividendola online sul sito "Live on Two Hands - le parole come non le avete mai ascoltate". Agli albori della mia collaborazione con l'Ateneo Veneto, presenziai alla cerimonia d'inaugurazione del 207° anno accademico, la cui prolusione fu affidata all'allora Presidente della Biennale, Paolo Baratta che così disse: "L'arte chiede dialogo. L'arte è dell'umanità e per l'umanità. L'arte ci offre l'occasione di una boccata d'ossigeno. Il mondo ha bisogno della creazione e del mutamento".
Passione palla a spicchi. I love this game, recita lo slogan della NBA. Aggiornate subito la vostra comunicazione. La stagione appena conclusasi del basket femminile americano è stata da paura. Il WNBA quest’anno ha fatto numeri da record. La pallacanestro femminile sta crescendo sempre di più nell’interesse popolare, grazie a una qualità sempre più alta, vedi anche in Italia grazie a squadre come la Famila Wuber Schio e la Reyer Venezia, quest'ultima reduce da una doppietta campionato/Supercoppa e imbattuta a oggi, incluse due sfide in Euroleague. A catalizzare l’attenzione di questa annata si parquet americani, la giovane rookie Caitleen Clark, in forza alle Indiana Fever che ha collezionato numeri pazzeschi, e bloccata però al 1° turno dei playoff dalle Connecticut Sun. Partite emozionanti e azioni da guardare e riguardare. Una finale strepitosa e tiratissima tra New York Liberty e Minnesota Lynx, conclusa nell'ultima e decisiva gara 5 e che ha visto il successo delle squadra della Grande Mela.
Il successo delle NY Liberty in gara 3
L’effetto Parigi 2024
L’NBA sta per tornare. Il 22 ottobre 2024 inizia la 79° edizione del campionato di basket NBA. Un assaggio del basket americano è stato già consumato nel corso dell’estate, durante i Giochi Olimpici di Parigi dove un team fortissimo guidato dal meglio del meglio a stelle e strisce (James, Durant, Curry, Edwards, Davis, etc.) ha vendicato l’onta della sconfitta ai Mondiali. Se la medaglia d’oro non è stata così scontata come oltreoceano si pensava, non si vedeva così tanta attenzione verso la squadra di basket americano dai tempi del mitico Dream Team di Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird. Gli USA hanno vinto, e meritatamente, ma non c’è stata quella supremazia che esisteva fino a qualche decennio fa.
Un dato su tutti, mentre la squadra degli anni ‘90 rifilò più di 30 punti in due occasioni (girone e finale) all’allora neonata Croazia guidata dal Mozart del basket, Drazen Petrovic, gli Stati Uniti contemporanei hanno vinto a fatica (parecchia) di appena 4 punti contro la Serbia di Nikola Jokic (Denver Nuggets), e rimasta in bilico fino alla fine del quarto quarto. Il basket europeo ormai è cresciuto moltissimo, e non solo. Curiosità: negli ultimi 6 anni, il titolo di MVP è andato a giocatori non americani: il nigeriano naturalizzato greco Giannis Antetokounmpo (2019-20), il serbo Jokic (2021-22), Joel Embiid (Camerun, 2023) e ancora Jokic (2024), stagione quest’ultima che ha visto come top scorer anche un altro europeo, lo sloveno Luka Doncic.
Finalmente tutti in campo
Prime franchigie a scendere in campo, i campioni in carica dei Boston Celtics opposti ai New York Knicks. In Western Conference invece, a dare il via alla stagione, i Los Angeles Lakers della coppia padre-figlio James contro i finalisti di Conference della passata stagione, Minnesota Timberwolves, guidati come sempre dal giovane e vulcanico Anthony Edwards. Curioso che proprio quest’ultima partita sia stata una delle due prime partite di Preseason, con la vittoria dei lupi grigi. Una sfida questa che ha visto il debutto ufficiale di Bronny James, figlio del mitico Lebron.
Per ammirare i finalisti NBA 2024 invece, i Dallas Mavericks, bisognerà aspettare giovedì, quando la squadra capitanata dal cestista sloveno Luka Doncic sfideranno i San Antonio Spurs, del giovane e altissimo Victor Wembanyama (2,24 cm), deciso quest’anno a lasciare il segno in modo più decisivo, per una sfida che si preannuncia a dir poco scoppiettante anche-in particolare per la pallacanestro europea. Sulla panchina degli Spurs, per l’ennesima stagione e imperterrito dal lontano 1996, sempre lui, il veterano per eccellenza, Gregg Popovich. I Mavs si sono rinforzati ulteriormente, prelevando dai Golden State Warriors la possente guardia Klay Thompson. Rinforzi anche in casa della finalista di Eastern, quegli Indiana Pacers che nel 2024 fecero secchi ai playoff prima i Bucks (4-2) di Antetokounmpo e poi i Knicks (4-3) di Jalel Brunson. A fianco dei vari Haliburton e Turner, quest’anno ci sarà anche l’ex-Toronto Raptors, Pascal Siakam, vincitore del titolo nel 2019 con la franchigia canadese.
Chi trionferà nel 2025?
Sei anni e sei vincitori diversi: Toronto Raptors (2019), Los Angeles Lakers (2020), Milwaukee Bucks (2021), Golden State Warriors (2022), Denver Nuggets (2023), Boston Celtics (2024). Non era mai successo nella storia della NBA. Non si assiste a un back-to back dal biennio 2017-18 con i GSW, e ancora prima bisogna tornare al 2012-13. In molti quest’anno vedono probabile il bis di Boston, e lo stesso giocatore di punta, “l’inutilizzato olimpionico" Jayson Tatum ha predetto che la prossima finale sarà nuovamente Celtics - Mavericks, con buona pace per l'esagitato supertitifoso dei Knicks, il regista Spike Lee, convinto che il titolo arriverà a New York dopo un'attesa infinita.
Ci potranno essere sorprese? La Regular Season è una storia, i playoff un’altra. Per informazioni, chiedere ai Bucks nelle ultime due stagioni. A ovest, la più probabile è Phoenix, con un Kevin Durant che ha fatto faville alle Olimpiadi. Più “romantica” l’ipotesi di un trionfo lungo la West Coast via Lakers o Warriors. Molto più credibile l’avanzata dei City Thunder, non a caso ben visti dalla maggioranza dei siti specialistici, con il canadese Shai Gilgeous-Alexander (classe ‘98), deciso a lanciare la scalata all’Olimpo dei grandi. Sulla East Coast invece, nessuno sembra, al momento, avere il roster per impensierire seriamente la forza dei Celtics.
Viaggi e pallacanestro. A passeggio nel centro storico di Lubiana, capitale della Slovenia, tra draghi, arte, cucina e... le imprese del cestista beniamino di casa, Luka Doncic.
Viaggiare è memoria. La memoria fa viaggiare. Martedì 1 ottobre 2024 è iniziata una nuova edizione di Eurocup, una delle principali competizioni cestistiche europee. Nella prima sfida, la squadra veneziana della Umana Reyer ha incrociato la palla a spicchi contro il Cedevita Olimpija Ljubljana. Da Venezia a Lubiana, un giro molto familiare per il sottoscritto ed ecco i miei pensieri prendere il sopravvento e "guidare" subito oltre confine, tornando proprio lì, in Slovenia, uno dei Paesi che più amo visitare insieme al Canada e alla Finlandia. Appena pochi mesi fa, in una mattinata piacevolmente assolata, stavo passeggiando per il centro di Lubiana, tra le più piccole capitali continentali con neanche 300mila abitanti, ammirando le sontuose architetture e i draghi ornamentali, con un occhio sempre proteso alla neonata passione del basket. Ed ero proprio nel posto giusto per gustare questa disciplina. Un "certo" Luka Doncic, iniziò proprio qui la sua scalata verso la pallacanestro mondiale, nella sua città natale, Lubiana.
Il drago è l'indiscusso protagonista della capitale slovena, presente non solo sul simbolo cittadino, ma anche ornamento del celebre ponte dedicato all'Imperatore Francesco Giuseppe, poi diventato "ponte dei draghi", poiché questi sostituirono i grifoni, e realizzato dall'architetto Jurij Zaninović. Ma cosa c'entra un simile animale con Lubiana? La risposta è semplice. Si tramanda che la città slovena sia stata fondata dal mitico Giasone. Dopo aver compiuto l'impresa di recuperare il vello d'oro (indumento col potere di curare ogni ferita e/o malattia), salpò sulla nave Argo insieme ai suoi compagni, arrivando fino alle sorgenti del fiume Ljublanica. Qui vi era un lago e una palude, dove viveva per l'appunto un drago che l'eroe greco affrontò e uccise. Non sorprenderà dunque, scoprire che il drago sia ovunque, Dai tombini fognari alla birra, e perfino la mascotte turistica della città ha le tipiche ali verde di questi bestioni, e altri non è che il draghetto Ljubo.
Difficile non farsi "rapire" dal fascino della capitale slovena, e ancor di più nella stagione invernale dove i mercatini lungo il fiume Ljubljanica sono una delle tante mete da ammirare, almeno una volta (o più) della vita. Giunti a Lubiana, non si può non visitare il Castello che domina la città da 900 anni, e comodamente raggiungibile anche in funicolare. Una volta arrivati in cima, la vista della città è davvero spettacolare, in primis dalla Torre di avvistamento che prese il posto di quella dei Pifferai, demolita durante l'occupazione francese nel 1813. Sono presenti varie esposizioni, a cominciare dal museo "La storia slovena" e per i più piccini, c'è il museo delle marionette. A completare questa sorta di mondo a parte, quasi sospeso, locali dove assaggiare le specialità locali, un caffè e perfino un jazz club.
Un'altra tappa cruciale per poter dire di essere stati a Lubiana, è il Museo di Scienze Naturali,il principale della Slovenia. Percorsi con un occhio di riguardo per i più piccoli, e caratterizzato da tre collezioni: quella dei gusci di molluschi del conte Karl Hohenwart, quella di insetti di Ferdinand J. Schmidt, le collezioni di erbari e la collezione di minerali di Žiga Zois. A colpire, appena si entra nell'imponente edificio, uno scheletro quasi completo di un mammut e scheletri di altre specie vertebrate. Una città e una nazione sono anche la propria cultura culinaria, e dopo aver provato i cevapcici, questa volta immersi nel kajmak (un prodotto caseario), ho fatto la deliziosa conoscenza del prebanec, una sorta di casseruola con fagioli. Un piatto "povero" della cucina balcanica, in particolare della cucina serba, bosniaca e macedone, ma ormai cliente fisso anche sui menù della Repubblica di Slovenia. Semplicemente divino, una pietanza che aspetto solo di poter tornare ad assaggiare nel prossimo viaggio a Lubiana.
Tornato dal Castello, la cui vista dal basso in notturna assume un'aura quasi magica, il caso ha voluto che nell'appartamento dove fossi alloggiato, abbia potuto assistere insieme al mio figlioletto (ormai lanciatissimo con la pallacanestro e già al 3° anno con l'Alvisiana Basket Venezia) alla nostra prima partita integrale dell'NBA. Dopo tutto non c'è da sorprendersi, nelle repubbliche della ex-Jugoslavia il basket è più seguito del calcio, anche dove c'è una fortissima tradizione, come in Croazia e in Serbia. E chi poteva esserci quel giorno? E quale partita abbiamo potuto vedere dall'inizio alla fine? Ovviamente i Dallas Mavericks di Luka Doncic che vinsero contro i Sacramento Kings una sfida fondamentale nella corsa verso i playoffs 2024, dove poi i Mavs sarebbero arrivati alla finalissima, perdendo contro i Boston Celtics. Lubiana non è solo una delle più belle città europee. È una meta da visitare appena ogni qual volta si abbia l'occasione. Oltre a ciò, Lubiana resterà un viaggio indelebile in cui abbiamo consacrato la nostra passione per il basket.