giovedì 9 agosto 2012

Venezia Mediorientale, nel nome della Danza

Monica Zacchello (Gruppo Sham) con le ali di Iside © Luca Ferrari
Venezia terra di danza orientaleLido di Venezia, anfiteatro della sempre seguitissima performance del Gruppo Shams.

di Luca Ferrari

(27.06.2011) Dallo stile classico con il velo sharky al popolare baladi, passando per la danza saidi con il bastone. A pochi passi dalle onde adriatiche della spiaggia di San Nicolò del Lido, il Gruppo Shams ha dato vita a un nuovo viaggio nella danza del ventre, mescolandola con flamenco, danza moderna hip pop, e creando nuovi generi quali l’oriental pop e lo stile arabo gipsy.

A incantare il pubblico con le loro performance, le esperte danzatrici Monica ZacchelloElena Zamborlini e Giulia Giamboni, passando per le giovani leve come Khalida Chiara BergaminHasya Gaia ManziChiara MelisRachele Angiolin e Carlotta Valdo, fino alle nuovissime gerazioni come la piccola Viola.

Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Rachele Angiolin (al centro) e Carlotta Valdo (dx) © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Hasya Gaia Manzi © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Carlotta Valdo © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Carlotta Valdo © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Arianna Sambo © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011 - Chiara Melis © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Khalida Chiara Bergamin © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Chiara Melis e Khalida Chiara Bergamin © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: la giovanissima Viola © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Giulia Giamboni Monica Zacchello © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Elena Zamborlini © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Giulia Giamboni © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Giulia Giamboni (sx) e Chiara Melis © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Monica Zacchello © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Monica Zacchello © Luca Ferrari
Gruppo Shams, live Pachuka 2011: Monica Zacchello © Luca Ferrari

mercoledì 8 agosto 2012

La danza della Via della Seta

Amira Németh al Venice Dance Festival © Alessandro Voltolina

Viaggio nel mondo della danza orientale, dall'Asia più remota alle correnti hindi più commerciale, passando per tutta la tradizione lungo il Nord Africa e l'Europa orientale.

di Luca Ferrari

(21.03.2011) Danze Persiane. Bollywood. Flamenco Orientale. Bellydance Turco. Balli sciamanici. Tribal Bellydance Emozionale. Fusione Cinese. Danze Zingare Turche e Russe. L’Occidente e l’Oriente si scoprono impetuosi innamorati. Un infinito percorso dove ogni luogo diventa fermata e ricerca di un nuovo viaggio, pronto per dare il proprio contributo alla perfezione della fertilità e della trasformazione. La Danza si svela come arte essenziale per trasportare la fragranza del pensiero collettivo.

Per il secondo anno consecutivo, il Lido di Venezia si è trasformato nella capitale dell’arte della danza, con performance di artisti internazionali giunti da tutto il mondo. Al Teatro Perla del Palazzo del Casinò, dal 18 al 20 marzo, è andato in scena una nuova edizione del Convegno Internazionale di Danze Orientali, tra workshop e spettacoli coinvolgenti.

“La danza del ventre è la mamma di tutte le danze. È la danza da cui è cominciato tutto. È la danza con cui la donna ha iniziato a essere donna” racconta Marina Dimitrova, in arte Shams, una delle protagoniste del festival, “La mia è una danza balcanica, che affonda le sue radici nella storia ottomana che praticavano i gitani. A differenza della tradizione araba, ha un movimento più veloce e pulito, ed è meno coreografica. Io ascolto la musica. La reinterpreto in ogni esibizione”.

Quando è il turno di Shams di calcare il palco, si presenta vestita di bianco. Si sposta come se ogni istante dello spazio non le fosse sufficiente. La sua ricerca disarciona ogni bussola avvistata nel cosmo traboccante. La musica poi cambia. Il ritmo si fa più incalzante, e lei sale in cattedra come direttrice d’orchestra di nuove emozioni. Pronta a passare il testimone a una nuova contaminazione globale.

Così, dopo un’intensa sosta nell’Europa Orientale (Amira NémethShams ed Evelina Papazova), con una significativa incursione in Grecia (Maria Aya), ecco il profumo delle immense distese asiatiche. Sono nell’Uzbekistan. I colori blu della camicia, la gonna lunga bianca e il velo bianco con pennacchio, rendono l’incantevole Schachlo una sposa brindante alla propria felicità, immersa tra festanti carrozze, dove le donne tramandano di madre in figlia i segreti dell’amore.

Senza allontanarmi troppo, sbarco in Cina. Una visione al ciclamino si attanaglia senza freni migratori. Il violino percuote il ventaglio. Estelle Chao indossa il velo come benvenuto. Accompagnatore. Interlocutore. C’è la decisione nel suo sguardo. Come due spade di un’artista dalla grafia simbolica, oltrepassa l’acqua con rette di seta. Senza colpo ferire ad alcun cielo. Nella morbidezza del suo ventre si sente il vento gelido attutito dalla vita che sgorga da una cascata. In circolo. A ripetizione. Perché noi siamo fatti di questo.

Tra un workshop e uno spettacolo, mi affaccio all’energia ancestrale di Francesca Pedretti. Dove l’interazione con le sue compagne della Compagnia De Nuova Luce è uno stimolo ad andare oltre la propria solista felicità. Mentre prova e mostra, sembra quasi nuotare. E nascosta tra le sue mani, fa sparire e riapparire piume invisibili per incidere un testamento che ognuno deve saper trovare dentro di sé.

“Il pezzo che ho proposto durante lo spettacolo è ispirato al celebre dipinto – la zattera della Medusa (1819 di Théodore Géricault, ndr)–” si racconta Francesca, “come per altri miei lavori, l’idea è nata da un immaginario. Un’idea visiva. Insieme alle mie compagne abbiamo poi elaborato piccole parti coreografate e gesti che richiamano l’opera. Il naufragio. Il mare. Il disastro. Il corpo umano è già eccellente. Nella danza i corpi fanno cose differenti in tempi uguali, e cose uguali in tempi differenti. Io interpreto la danza. Non mi pongo freni. L’istinto deve parlare”.

Nuove storie sorgono. Io sono lo spettatore. Tabula rasa per una nuova e aggiornata memoria. Una favola dove le giravolte hanno sempre un fiore che ti spunta tra i capelli. E da ogni tinta scaturisce un’ulteriore melodia a cui affidare la nostra speranza di un’eterna giovinezza. E le strade adesso sembrano più popolose. E per le strade sembra che da ogni finestra qualcuno ci stia salutando. E il vento di un grande percorso umano non è mai stato così vicino a ciascuno dei nostri sorrisi senza confini.

martedì 7 agosto 2012

Tribal Bellydance, Roma Tribal Meeting

l'ensemble Carovana Tribale © Federico Roiter
L’antica femminilità prende forma in un nuovo movimento moderno. Il tratteggio di una dolce oscurità aperta è sprofondato nella comunità di un bagliore mutevolmente perpetuo. È stato improvvisato un gesto tribale, e simultaneamente la casa è stata invasa dalle finestre. Una per ogni millimetro del mondo. Fusione. Tradizioni. Innovazione. Esplorazioni artistiche. Al suo primo festival italiano, il Tribal Bellydance si racconta.

di Luca Ferrari

(18.11.2010) Creato in California alla fine degli anni ‘80 a partire dal lavoro creativo di Carolena Nericcio, la danza del ventre Tribal ha saputo unire elementi di danza mediorientale, folklore nordafricano, elementi di altre tradizioni provenienti dai gitani, quindi dall’India del Nord (Rajasthan), Spagna (Flamenco), passando per la Turchia, l’Europa orientale, i Balcani e infine per l’Egitto, dove le zingare chiamate Ghawazee diffusero la danza del ventre.

Tribal è unione. È improvvisazione di gruppo in perfetta sintonia. È il carattere corale di ogni performance e di ogni tribù (o tribe) che danza insieme e crea comunità. Fondamentale allo sviluppo del movimento Tribal negli USA, e poi nel mondo, è stata la musica, anche questa aperta simultaneamente alla tradizione orientale e al moderno dell’elettronica.

Da venerdì 19 a domenica 21 novembre prende il via il Roma Tribal Meeting. L’evento sarà arricchito dalla presenza di un importante gruppo musicale legato alle origini del Tribal negli Stati Uniti: gli Helm, fondato da Ling Shien e Mark Bell. Gli stage si terranno nel cuore di Roma (zona San Lorenzo), presso il San Lo’, un contenitore culturale aperto alle danze de mondo, e realizzato dal gruppo Carovana Tribale.

Fra i molti e prestigiosi ospiti che si esibiranno, le italiane Francesca Pedretti e Silviah, quest’ultima partita dalla danza orientale e approdata nella Tribal Dark Fusion. Dall’estero, le statunitensi Kimberly Mackoy e Geneva Bybee, l’ensemble austriaca Nakari Dance Company il cui stile affonda tanto nelle arti marziali quanto nella danza classica, nell’afro e l’hip-pop.

C’è molta attesa anche per la performance del Saada Tribal Group, la prima compagnia professionale di Tribal Bellydance spagnola, con dodici danzatrici, musicisti e una cantante. Tra le partecipanti infine, sarà in prima linea la Carovana Tribale, compagnia di danza composta di sei elementi fondata nel 2003 da Isabel De Lorenzo e Lara Rocchetti.

Isabel De Lorenzo, come si è avvicinata al Tribal? Vengo dalla danza orientale classica e ho scoperto il Tribal attraverso internet negli anni ‘90. Mi ha subito affascinato lo stile, il look distante dai richiami talvolta volgari della danza del ventre, e più vicino a un’idea di femminile mitico, potente e atemporale, che immagino sia l’essenza della danza. Da allora ho iniziato a seguire il lavoro di Carolena Nericcio e a poco a poco ho reindirizzato il mio lavoro come danzatrice e insegnante di danza, dall’orientale al Tribal.

Che cosa prova a danzare Tribal? Amo la danza nelle sue varie forme, ma con il Tribal quello che più mi appassiona è il senso di comunità. Danzare insieme ad altre donne. Danzare e fare parte di una comunità internazionale che si muove insieme.

Nella schiena arcuata sento il canto di queste nuove emozioni, come se il loro ventre volesse inventare e donare un gesto universale. Cammino senza pensare all’orizzonte, seguendo il sentiero della storia umana. Voglio rispondere allo spazio occupato da sempre più radici. Insieme e mutevoli. Un’ombra attraversa la pelle, fino a diradarsi tra le vette più lontane. Un raggio notturno di sole illumina la bellezza dei loro colori.

lunedì 6 agosto 2012

Venezia, il ventre multiculturale d’Oriente

Danza del Ventre: viaggio fra le culture © Federico Roiter
Uno stacco dà respiro al tuono che penetra nelle acque di un fiume. Danza Antica legata alla femminilità Sacra. Danza Orientale, celebrazione di donne.

di Luca Ferrari

Venezia riassapora il suo glorioso passato. L’antica porta d’Oriente. Centro di due mondi. E lei, la Serenissima, unica nel suo genere con la sua laguna, è a suo agio quando può mescolare tratti armeni con melodie della steppe asiatiche, veli marocchini con braccialetti kazachi, melodie egiziane con colori indiani. Nell’isola lagunare del Lido, è andato in scena il Convegno Internazionale Danze Orientali (19-21 marzo), evento dedicato alla ricerca, diffusione ed evoluzione delle forme di danza delle donne, alle tradizioni ed ai costumi di culture lungo la Grande Via della Seta, mitica strada che collega la Cina con il Mediterraneo.

Qualche defezione dall’India (causa problemi di visto, vista la situazione di allarme dopo gli attentati dello scorso febbraio), così come dal mondo arabo per la concomitanza della ricorrenza del Nowruz, la festa di dodici giorni che segna l’inizio della primavera e del nuovo anno nel calendario persiano (salutato per il secondo anno consecutivo dal presidente americano, Barak Obama).

È un viaggio lunghissimo quella della danza orientale. Partito dalle tribù gitane dalla Persia, e via via contaminatosi in molte e diversificate aree del mondo. Stili di scuole diverse. Qualcuna rimasta più nell’ombra come le danze tribali del deserto o le danze proibite, ma linguaggi ancora noti e pieni di mistero, come la danza berbera del Marocco, o le danze dell’Andalusia che ispirarono il flamenco.

Alla fine della prima giornata, dopo i primi workshop con insegnanti provenienti da tutto il mondo (come l’israeliana Orit Maftsir, l’egiziano Karim Nagi, l’italo-svedese Farida Bissinger), è andato in scena il primo spettacolo, dedicato al Tao delle Donne. Una storia millenaria fatta di saggezza, forza, silenzio, come espressione della Madre Terra, creatrice e nutrice. Un dialogo interculturale danzante tra le donne di tutto il mondo che unisce popoli e pensieri.

La Via della Seta è invece uno spettacolo in cui vengono realizzate diverse danze dalla tradizione antica (indiana, persiana, turca, egiziana), danze del nord Africa, e danze moderne come il Tribal, e Bolliwood. C’è la compagnia milanese di Franacesca Pedretti, e la danza dell’Himalaya.

“Ho conosciuta questa tecnica del Tetto del Mondo in occasione della mia partecipazione a un festival in India in onore del Dalai Lama”, spiega Vidhi Shunyam Bogdanovska, direttrice artistica del Festival, “Lì ho conosciuto artisti straordinari delle montagne nello stato del Chamba, che presentavano una cultura quasi svanita, tribale, del nord del Himachal Pradesh. Avevano elementi in comune con le danze turche dei sufi roteanti, e questo è straordinario se si pensa alle contaminazioni”.

Linguaggio sublime. Esaltazione d’amore. Cascate di glicini sventagliano gialli fosforescente. Soffice bomboniere filanti. Feline predilette in un ballo per propiziare la fertilità. Cultura occidentale. Cultura orientale. Unite. Indistinguibili. Mescolate. Ogni singolo movimento è stato re-interpretato una serie infinita di volte da milioni e milioni di donne (e qualche uomo). Musica e danza hanno il grande privilegio di portare pace fra i popoli. Le donne, hanno l’onore di usare tutto questo, per materializzare l’amore.

sabato 4 agosto 2012

Gruppo Shams, sulle ali del Ventre di Iside

la danzatrice veneziana Monica Zacchello con le ali di Iside © Luca Ferrari
Cascate di colori. Monete ballerine. Braccia alate. A poca distanza dalle onde veneziane, è di scena un nuovo spettacolo di danza orientale del Gruppo Shams.

 di Luca Ferrari

citazione che scompone il tramonto purpureo in tante notti non ancora condivise…qualche fulmine passeggero si è disteso lungo la fertilità dell’alba ancora lontana…sento gonfiarsi un’angelica energia che da sola farebbe echeggiare qualsiasi monocromatismo dalle spalle scoperte…il merito è delle mirabili protagoniste

Attraverso la notte. Una brezza salmastra mi viene incontro mentre in bicicletta incappo nelle strade semi-deserte del Lido di Venezia. Qualche anarchico granello di sabbia m'insegue nella mia cavalcata verso il Pachuka, noto locale dell’isola, situato sulla spiaggia di San Nicolò. Un posto dove guardare le onde di notte, e da dove sembra che le stelle siano a portata di mano. Un posto perfetto per uno spettacolo di danza orientale.

Il silenzio del pedalare viene d’improvviso soppiantato dal frastuono di una numerosa folla umana. Sono tutti là, per l’esibizione di danza orientale del Gruppo Shams  che si esibirà nel saggio di fine anno dei corsi di danza del ventre, e che da anni ormai è diventato questo un appuntamento consolidato (e molto apprezzato) nel panorama artistico locale.

La speaker parla che assisteremo a una festa egizia.L’antica tradizione di questa danza risale alle feste popolari fra donne. Fra le tante danzatrici che si esibiranno, ci sono anche le due istruttrici: Monica Zacchello (corso avanzato) ed Elena Zamborlini (medio/principianti). La prima pratica la danza del ventre da più di sedici anni e da sette, l’insegnamento. Si è esibita in moltissimi e prestigiosi contesti, non di meno in occasione delle selezioni di Miss Italia ‘07 al Lido di Venezia, dove fu l’unica ballerina ad esibirsi in questa specialità.

Inizia lo show. Simile a quegli astronauti futuri Fantastici 4, vengo letteralmente investito da un’energia sconosciuta. Ma invece da una tempesta spaziale, nel mio caso, a colpire i miei sensi è un’inarrestabile cascata di colori. Soffici coperte d’azzurro mi avvicinano al mare. Ballerine monete su cintura giocano a nascondino con scale di differenti rosa dai modi gentili.

Smeraldi violacei e ricami dorati ondeggiano come se nuvole sbarazzine si fossero prese il (piacevole) disturbo di scendere al piano terra del Mondo. I corpi delle protagoniste si muovono in totale libertà e dolcezza, guidato quasi dalle braccia che sembrano dipingere quello che solo le donne riescono ad esprimere e percepire.

Danze di gruppo e solitarie. Vengono proposti vari stili. Lo Sharqi (il classico), il Baladi, Sa’idi, d’origine alto-egiziana e in quest’occasione viene usato il bastone. Non c’è solo la tradizione, nell’era della contaminazione culturale e artistica, spazio anche al fantasy, con danza del ventre mescolata ad altri ritmi. Il gruppo storico sono, oltre a Monica ed Elena, ChiaraLorenaNorinaLeaFiorellaMichelaValentinaAriannaIsabella. Nelle principianti ci sono invece Giulia, Roberta, Elisa, Anna, Elisa e Cecilia.

Poi arriva l’assolo di Monica Zacchello, Le ali di Iside. Quando calca la pista sembra un cirro d’argento. Il largo velo che fa volteggiare, sprigiona armonia. Lei si avvolge dentro in queste ali di cristallo. E dopo avere tratteggiato nuove direttrici d’orizzonte, se ne esce come una farfalla in tutta la sua bellezza.

Tornano tutte in pedana per il saluto finale. Nelle loro gote appena arrossate, c’è una fresca soddisfazione. Sembrano creature felici. Ed è in effetti ciò che sono. Nel sorriso di Isabella trovo conferma di quanto spiegatomi. La danza del ventre del Gruppo Shams non è solo sport o performance. E’ dimensione di femminilità. E’ il piacere di condividere. E’ stare bene insieme fra amiche.

lo spettacolo ha inizio © Luca Ferrari
le danzatrici Elena Zamborlini e Monica Zacchello © Luca Ferrari
la spettacolo della danza orientale © Luca Ferrari
la spettacolo della danza orientale © Luca Ferrari
la danzatrice veneziana Monica Zacchello con le ali di Iside © Luca Ferrari
le danzatrici Isabella Gasparoni ed Elena Zamborlini © Luca Ferrari

giovedì 2 agosto 2012

Danza del ventre, dolci movimenti corporei

La danzatrice veneziana Giulia Giamboni (Gruppo Shams)
 Viaggio attraverso il linguaggio dell’espressione corporea. È la danza mediorientale, quella che oggi gli occidentali hanno ribattezzato danza del ventre.

di Luca Ferrari

Monologhi d’arcobaleno piroettano. Ritmo serrato della fecondità. Gesti che non si spiegano a parole. Muovendo appena il bacino. Danza propiziatoria per la fertilità femminile. Culti mesopotamici della Dea Madre. Le origini della danza orientale sono antiche  lontane. Egitto, Algeria, Turchia, Marocco, Libano e Iraq. Oltreoceano questa disciplina iniziò a farsi conoscere a fine ‘800, in seguito a un’esposizione di esotismi a San Francisco (USA), in cui “audaci ballerine” si muovevano a ritmo mostrando la pancia (talvolta) scoperta.

In realtà, già a inizio XIX secolo, se ne iniziò a parlare fra gli occidentali al Cairo, quando ai rigidi moralismi francesi venne presentato questo “ondeggiamento svestito” che venne subito bollato come osceno. Solitamente la danzatrice, accompagnata da piccole orchestre che utilizzavano strumenti tradizionali arabi, si presentava al pubblico indossando una lunga gonna ornata di nastri dorati e una blusa semi-trasparente di organza. Sopra questi, c’era un gilet di seta ornato da un filo d’oro e da monetine (simbologia della dote, un tempo attaccata al proprio vestito), il tutto avvolta in una abaya (scialle).

Col tempo la danza professionale scomparve dai locali pubblici, e se sorprese a praticarla, le ballerine rischiavano anche le frustate. Le danzatrici pubbliche vennero in seguito perciò tassate e alcune finirono a fare le prostitute per sopravvivere. Al giorno d’oggi invece la danza del ventre appare sempre più inflazionata. In ogni festival, notte bianca o festa che sia, non manca quasi mai.

A confermarlo è Monica Zacchello, praticante da tredici anni e istruttrice di livello avanzato del Gruppo Shams (parola araba che significa – sole –) del Lido di Venezia (VE).

“Quando ho cominciato, non sapevano neanche cosa fosse e mi guardavano come se facessi un ballo erotico”. Il genere in effetti rimase abbastanza in naftalina fino al 2002 quando irruppe su MTV la colombiana Shakira. Nel suo primo video in inglese, Wherever whenever (2002), la cantante usciva dall’acqua ballando e ancheggiando sensualmente con jeans bagnati e la pancia scoperta. Il genere venne così esportato, e insieme a quello anche un significato del tutto travisato. Da danza di donne per donne, a danza femminile per sedurre l’uomo, trascurando il fatto poi che sono molti i danzatori del ventre, soprattutto all’estero.

“Una lezione di danza del ventre è molto semplice” continua Monica “È sufficiente che la ragazza abbia una gonna lunga che la copra fino alle caviglie, e un body o una canottiera corta. Si fa un po’ di stretching e s’iniziano a provare i movimenti del bacino e la respirazione. Di recente abbiamo costatato è che ci sono persone che dopo un solo anno di corso si mettono già a insegnare. Solo per imparare l’isolazione (della parte sopra dal bacino) ci vogliono almeno due, tre anni”.

Spesso si vedono spettacoli scadere nella volgarità. Basta solo che la ragazza si esponga appena col busto o esageri troppo con le gambe divaricate. Femminilità e sensualità non devono lasciare spazio alla banalità dell’osceno. Ma a livello soggettivo, cosa può rappresentare questa danza dai natali così antichi? 

“È un vivere il mio corpo in modo del tutto nuovo. Una dimensione” ci risponde Giulia Giamboni, già al quinto anno di pratica di danza del ventre. “Nel momento in cui parte la musica” continua la ragazza, “ti immedesimi completamente. È come se ti trasformassi. È uno spazio solo per te nel quale non interviene nient’altro, facendoti crescere nella tua individualità”.

Passione a parte, non basta la profezia di un giorno di luce per affrettare l’espressione di ciò che in realtà è. Esprimi ciò che in realtà sei. Ecco il primo passo, tra pertugi, aquiloni e candelabri. Il cielo rimbalza sui veli deposti. A parlare, è il dolce contagio dell’eleganza corporea.

Il Gruppo Shams live al Lido di Venezia
Il Gruppo Shams live al Lido di Venezia
Il Gruppo Shams live al Lido di Venezia
Lido di Venezia - Monica Zacchello Giulia Giamboni (Gruppo Shams)
Lido di Venezia - Giulia GiamboniElena Zamborlini e Monica Zacchello (Gruppo Shams)
Lido di Venezia - Giulia GiamboniElena Zamborlini e Monica Zacchello (Gruppo Shams)
La danzatrice veneziana Giulia Giamboni (Gruppo Shams)
La danzatrice veneziana Monica Zacchello (Gruppo Shams)

mercoledì 1 agosto 2012

Belly Roads, la danza orientale

Danzatrice orientale

Un patrimonio di cultura, viaggi e reportage. Dal sito "Belly Roads" (chiuso) a "Viaggi del mondo",  è di nuovo online la danza orientale (bellydance) come non l'avete mai letta.

di Luca Ferrari

Anni or sono seguivo molto il mondo della danza orientale. Avevo fondato un blog, Belly Roads, e addirittura la prima rivista online, Bellydance Italia. Tutto finì ma il desiderio di tenere online quel mondo mi è sempre rimasto. Ho avuto il privilegio di conoscere anime ricche e poiché nella maggior parte dei casi, si trattava di veri e propri reportage, ho deciso di trasportarli su Viaggi del mondo. La danza orientale mi conquistò a tal punto che scrissi anche un libro di poesie, interamente dedicato a questa pratica: Belly Roads - Parole di danza, sentieri d'Oriente (2012, Granviale Editori).

Alcuno dei miei tanti servizi realizzati. 

La pagina è in costante aggiornamento:

29 giugno 2005, (La Nuova Venezia) -
il mio primo articolo sulla danza orientale