martedì 23 luglio 2019

Demet Kiziltas, dialogando con la Biennale

L'artista Demet Kiziltas e le sue opere 
"La creazione è simile a un sogno. Il sogno muta in sagome, passi, profumi". Questi sono i colori onirici di Demet Kiziltas, in dialogo con la Biennale di Venezia.

di Luca Ferrari

"La creazione è simile a un sogno. Il sogno torna a riunire visioni di momenti visti, vissuti, respirati, trovati nella parte più profonda del nostro cuore. Il sogno si trasforma nella realtà di sagome, di passi, strade, vicoli, profumi, di ogni giorno che noi, le persone di oggi, continuiamo a viver, come hanno fatto i nostri antenati, in luoghi in cui ciascuno si riflette nell'altro, senza abbagliare ma con un forte senso di somiglianza". Si presenta così l'artista Demet Kiziltas, durante la presentazione delle sue opere esposte alla Mostra d'arte contemporanea nel Museo della Scuola Grande di San Todaro, un evento parallelo alla Biennale di Venezia.

"Attraverso la mia pittura si rivela il tentativo estremo di superare lo spazio, la materia e il tempo per scoprire una sorta di missione archetipica affidata ad ogni essere umano e che solo l’arte ha la capacità di poterlo esprimere”, dice di sé l'artista. Le parole si sospendono. Tracciano sentieri impercettibili fino a dissolversi nel colore stesso. Questa non è la solita Venezia. Questa non è la Repubblica Marinara che siamo abituati a incastonare nella solitudine dei nostri smartphone. Come la porta delle sfingi de La storia infinita, nell'arte di Demet Kiziltas i sentimenti fanno da custodi e anche creatori, immolando la classica fotografia al servizio di un nuovo linguaggio dove la propria anima è parte integrante e interagente dell'opera stessa.

Una cascata cromatica. Un soggetto. Un bagliore d'ispirazione ed è così che inizia una nuova storia pittorica. "L'energia dell'universo, che si evidenzia nell'evoluzione e nella mutazione continua dei suoi elementi, è la vita dell'infinito, assimilabile a quella umana" continua l'artista, "La libertà e la sublimazione dell'energia e della creatività umana, l'idealizzazione del pensiero e la trasposizione figurativa dei sogni, la rappresentazione dell'estetica, delle forme, dei colori e delle emozioni danno luogo alla genesi spontanea dell'arte. E nell'intima ricerca di una fusione con l'universale, per chi riesce a creare e a dare un significato alla vita, l'arte resta l'unica magica risposta al nostro anelito di infinito.” 

Per ammirare dal vivo le opere di Demet Kiziltas, appuntamento fino a sabato 27 luglio (incluso), a Venezia presso il Museo della Scuola Grande di San Todaro h. 10,30-13,30 e 16-18. Si potranno ammirare due sue opere proveniente da Iridesans, percorso ispirato alla dea Iris della mitologia greca, figlia di Taumantes ed Elettra, messaggera e allo stesso tempo la personificazione dell'Arcobaleno. Un arcobaleno simbolico che si estende da est a ovest per unire le città di Venezia e Istanbul (e chissà, forse anche il mondo intero, ndr). Il colore potente è una voce che sussurra. La pennellata di Demet ci conduce dolcemente a una riflessione. Con la sua arte Demet Kiziltas ci invita ad ascoltare l'infinito dentro ciascuno di noi.
L'esposizione di Demet Kiziltas
Basilica di San Marco, di Demet Kiziltas
L'ars pittorica di Demet Kiziltas

martedì 25 giugno 2019

Canada, il viaggio infinito

Canada, lo scenario di Hopewell Rcoks (New Brunswick) © Luca Ferrari

Nel segno del viaggio, on the road e l'amore. Nel nome di tutto ciò che conta davvero per un essere umano. Tre anni fa partivo per il Canada e ancora oggi non me ne sono mai andato.

di Luca Ferrari

Ci sono viaggi più speciali di altri. Ci sono viaggi che ti fanno sentire al tuo posto. Un posto diverso e unico al mondo. Un posto che hai sempre desiderato diventarne parte. Ci sono viaggi che ti cambiano la vita e non lo dico tanto per dire. A me è successo, e tre anni esatti fa, alle h. 17, dalla pista dell'aeroporto Marco Polo, il mio aereo della flotta AirTransat era pronto al decollo per portarmi direttamente da Venezia a Montreal. Ore e ore in volo, per poi atterrare in Quebec e iniziare così un'avventura fatta di oltre duemila chilometri macinati su strade senza fine. Si, tre anni fa stava per iniziare il mio viaggio del cuore e dell'anima, il Canada.

Ormai sono passati quasi tre anni da quando sono tornato dal Canada eppure non c'è quasi giorno che non pensi a quella terra, o comunque non mi perda nelle foto scattate dai suoi figli naturali. Andarci a vivere sarebbe un sogno. Io comunque ci sto provando. Mi basterebbe anche collabborarci a distanza. Ho mandato anche svariati curriculum con proposte dettagliate e chissà come mai, ma ho ricevuto più risposte da laggiù che non da questa terra di contestazioni ed escamotage. Da allora ho fatte nuove bellissime esperienze di viaggi, prima in Finlandia, terra di spontanea meraviglia, poi in Portogallo e a breve andrò in esplorazione delle isole Azzorre, sempre di bandiera portoghese ma non così lontane dal Canada.

Se le aragoste, mangiate in quantità industriale e in ogni forma possibile in Canada, non sono alla portata di tutti nel Bel paese, i pancake il sabato mattina, sempre accompagnati con ampie tazze di caffè nero all'americana come si beve anche in Canada, ormai sono parte della mia vita. E guai a non utilizzare la tazza di Anne of Green Gables, comperata proprio dove Lucy Maud Montgomery ambientò la sua storia. Lì, a Cavendish, nel verde accogliente della Prince Edward Island, poco distante da Charlottetown. Canada nell'anima, ma anche nel palato.

La mia vita ormai è questo. C'è un pre-Canada e un post-Canada. In quei 14-15 giorni sono cambiate molte cose e da allora ciò che un tempo era solo una prospettiva, oggi è un'amorevole quotidianità. Oggi, 25 giugno 2016, stavo per decollare. Avrei attraversato cieli e un oceano intero. Sarei arrivato nel pomeriggio, quasi non rendendomi conto di quanto lontano fossi da casa. E come potevo capirlo? C'è stato un momento di forte imbarazzo e poi una promessa eterna. L'indomani, il germoglio d'amore più sincero avrebbe iniziato il suo percorso. Ti amo. Vi amo.

 Aeroporto Marco Polo (Venezia), volo AirTransat pronto per il decollo verso il Canada © Luca Ferrari
A bordo del volo AirTransat nei cieli verso il Canada © Luca Ferrari
 Sul volo AirTransat in fase di atterraggio in Canada © Luca Ferrari
 On the road in Canada © Luca Ferrari
 Canada, il panorama mozzafiato di Hopewell Rocks  © Luca Ferrari
 Canada © Luca Ferrari
 Canada, il mare oceanico di Peggy's Cove © Luca Ferrari
 Canada, on the road sulla Cabot Trail (Cape Breton Island) © Luca Ferrari
 Canada, a casa di Anna dai capelli rossi a Cavendish (PEI) © Luca Ferrari
 Canada, il tramonto sulla Prince Edward Island © Luca Ferrari


venerdì 19 aprile 2019

Il Gesù impaurito di Leonardo Corona

La Passione - Cristo flagellato (dettaglio), di Leonardo Corona
Misericordioso. Impavido. Pronto a sacrificarsi per l'umanità. Sulla grande tela di Leonardo Corona  esposta all'Ateneo Veneto di Venezia però, Gesù è un uomo solo e impaurito.

di Luca Ferrari

Lo sguardo impaurito rivolto verso il suo aggressore intento a flagellarlo. Lui lì, legato e inerme. Guarda con spavento la brutale azione di un altro essere umano. Anche nei momenti di sofferenza estrema, raramente Cristo viene mostrato con quella legittima paura che qualsiasi uomo normale avrebbe avuto nell'essere torturato e poi messo a morte. Certo, lui era il figlio di Dio ma non era anche un uomo? Nella grande tela esposta nell'Aula Magna della Scuola Grande di San Fantin, sede della secolare istituzione dell'Ateneo Veneto a Venezia, Gesù viene ritratto da Leonardo Corona con gli occhi (quasi) di un bimbo, incapace di comprender il male.

Situato a due passi dal Teatro La Fenice, l'Ateneo Veneto racconta ogni giorno storie di cultura con incontri gratuiti. Al suo interno, oltre all'ampia Aula Magna, un'altra sala, la Tommaseo anch'essa traboccante di opere d'arte e adibita ad eventi pubblici, quindi l'ex-sagrestia della Scuola, oggi sala Vittorio Cini, e infine una ricca biblioteca aperta al pubblico. Tra le molte opere interne, anche una pala del Tintoretto, l'Apparizione della Vergine a San Girolamo, in questi giorni in prestito alla National Gallery di Washington per la mostra: Tintoretto, Artist of Renaissance. Molto elegante l'ampia facciata (a capanna) con tre statue sui vertici del frontone raffiguranti due angeli e la Madonna al centro, quindi il bassorilievo di Cristo in croce nella nicchia subito sottostante.

Cristo è braccato. Il suo destino è oramai segnato. Come un'orda di squallidi avvoltoi, sadici aguzzini si scagliano contro di lui. Un uomo lo tiene bloccato. Un altro brandisce una frusta per colpirlo. Gesù potrebbe rispondere, liberarsi e mettersi in salvo ma ha deciso e subisce. Nella pennellata del Corona (Murano 1561 - Venezia, 1506) emerge un dettaglio non così frequente. Il figlio di Dio appare impaurito, quasi sbigottito per la violenza che sta per scagliarsi contro di lui. Nel tratto morbido del disegno, Gesù si spoglia del suo essere divino, mostrandosi per quello che semplicemente era: un uomo che credeva nella bontà dell'uomo.

Perché lo stai facendo, sembra chiedere il Cristo flagellato di Leonardo Corona esposto nell'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, a Venezia. Una domanda che racchiude tutta la più spontanea semplicità di chi non riesce ad accettare e comprendere un simile gesto. Oggi, nel terzo millennio super-tecnologico, siamo ancora in tantissimi, laici e di tutte le fedi, a chiederci sbigottiti come sia cambiato così poco. Oggi, davanti a La Passione del pittore veneziano Leonardo Corona, milioni di persone si chiedono scioccate come e perché possano morire così tanti esseri umani inermi, schiacciati dalla prepotenza economico-bellica.

C'è una parte di ciascuno di noi nello sguardo di Gesù, nel Cristo flagellato de La Passione di Leonardo Corona e ormai non c'è più tempo. Dobbiamo uscire dal quadro e rompere le catene dell'odio e della violenza.

L'Aula Magna dell'Ateneo Veneto - Lungo le pareti, parte del ciclo de Le Storie della Passione
Venezia, la facciata della Scuola Grande di San Fantin, sede dell'Ateneo Veneto © Luca Ferrari
La Passione - Cristo flagellato, di Leonardo Corona

mercoledì 17 aprile 2019

Notre-Dame, Venezia è sorella di Parigi

Venezia, i palazzi di Ca' Farsetti - Ca' Loredan illuminate col tricolore francese
I palazzi di Ca' Farsetti, Ca' Loredan e il Teatro La Fenice illuminati dal tricolore francese come gesto di solidarietà di Venezia a Parigi per il tragico rogo di Notre-Dame.

di Luca Ferrari

Nella notte di martedì 16 aprile, le facciate dei palazzi di Ca’ Farsetti – Ca' Loredan, sede del Comune di Venezia affacciata sul Canal Grande, e quella del Teatro La Fenice si sono illuminate questa con i colori della bandiera francese come gesto di solidarietà all’intera nazione che il giorno precedente aveva visto la Cattedrale di Notre Dame gravemente danneggiata da uno spaventoso incendio e le cui cause sono ancora al vaglio degli inquirenti.

“Venezia, nella sua storia di città cosmopolita, ha sempre tenuto importanti relazioni culturali e commerciali con la capitale della Francia e le immagini dell'incendio che ieri sera ha distrutto buona parte di Notre Dame ha lasciato, in tutti noi, grande tristezza e sgomento" hanno commentato congiuntamente la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano e il Sovrintendente della Fenice, Fortunato Ortombina.

"Abbiamo rivissuto quei tragici momenti del gennaio 1996 quando un terribile rogo ha completamente distrutto il nostro Teatro La Fenice" hanno poi proseguito, "In una notte un pezzo della nostra città era andato in fumo ma da quelle ceneri, come il mitologico uccello, abbiamo saputo farlo risorgere e riportarlo agli antichi fasti. Con questo spirito e con la piena condivisione da parte del sindaco Luigi Brugnaro che, fin dalle prime allarmanti notizie di ieri sera, ha voluto manifestare la propria vicinanza agli amici francesi, abbiamo deciso di accendere il tricolore blu, bianco e rosso sulla facciata di due palazzi simbolo della vita cittadina. Tutti noi veneziani vogliamo arrivi alla Francia il nostro abbraccio e il nostro sostegno. Venezia è sorella di Parigi oggi e per sempre”.

Venezia, il teatro La Fenice illuminato col tricolore francese

venerdì 25 gennaio 2019

La memoria che affoga in ogni giornata

Imbarcazione con persone in difficoltà © marina militare
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Quella del Presente però, viene ignorata. Lasciata morire, e certi politici tronfi lo rivendicano pure.

di Luca Ferrari

Cerimonie. Manifestazioni. Paroloni contro l'antisemitismo. Scolaresche in visita ai luoghi della cosiddetta Memoria. Tutto bello. Tutto molto rispettoso. Tutto molto giusto. Tutto molto insignificante. Il 27 gennaio 1945 venne rivelato al mondo l'orrore del campo di concentramento di Auschwitz. A partire dal 2005, con tanto di risoluzione ONU, quel giorno è stato decretato come Giornata della Memoria. Oggi, più di settant'anni dopo, è un tragico emblema di un mondo che sa indossare il lutto nel guardare il passato. Taglierino e stivale col tacco nell'affrontare il presente, lasciato quest'ultimo affogare nella fermezza della propria propaganda politica.

Che valore può avere rievocare una delle peggiori tragedie dell'umanità mentre il mondo è dilaniato da guerre e ondate di revisionismi fascio-xenofobi? Sarebbe ora di finirla con la retorica che il passato insegna perché a giudicare da tutto quello che è successo dopo la II Guerra Mondiale, c'è ben poco di cui essere orgogliosi della nostra presunta comprensione. E soprattutto è offensivo vedere personaggi di ogni ideologia, dai politici al cittadino comune, che dicono/scrivono sul genocidio ebraico, ma per tutto il resto del tempo istigano all'odio e alle differenze, come se fosse qualcosa di diverso.

La Giornata della Memoria non è per tutti. Ha di sicuro valore per chi crede davvero nei valori umani come le associazioni non governative (ONG), oggi equiparate ad approfittatori con futile superficialità da beoti ben addestrati da chi asperge facile bava rabbiosa per il proprio tornaconto elettorale e mediatico. Ha di sicuro valore per quei comuni e quelle comunità che credono che l'accoglienza sia un dovere dell'essere umano prima che un voto parlamentare. Ha valore per chiunque immagini anche per un solo millesimo di secondo di poter essere un giorno al posto loro.

"Non accetto che il Governo del mio paese, coscientemente e volontariamente, mandi a morte queste persone" ha sottolineato Gino Strada, chirurgo fondatore dell'associazione umanitaria Emergency, nella puntata del 24 gennaio 2019 di Otto e mezzo condotto dalla giornalista Lilli Gruber, "Lo fanno perché sono dei razzisti. Perché sono dei fascisti. Perché hanno la stessa ideologia, mutatis mutandis, che abbiamo sentito nei tempi antichi. Come possiamo accettare migliaia e migliaia di morti? E come possiamo accettare politici che rivendicano queste azioni? Queste sono azioni criminose".

In un'altra sede, l'ottantasettenne Liliana Segre, deportata ad Auschwitz e sopravvissuta all'Olocausto, ha parlato agli studenti al Teatro della Scala di Milano. Le sue parole fanno eco al medico italiano, com'è stato raccontato su Libreriamo.it: "Per la colpa di essere ebrea. Anch’io sono stata una clandestina nella terra di nessuno, io lo so cosa vuol dire essere respinti quando le frontiere sono chiuse". Nuove pietre d'inciampo sono state e verranno collocate, eppure ogni giorno, sempre più persone calpestano la razza umano sputando in primis, proprio sulla memoria degli ebrei e di tutti coloro che vennero mandati a morire. Ieri, nei campi di sterminio, oggi lasciandoli su imbarcazioni e rimpallando ad altri la responsabilità della loro fine. E questo non è più accettabile.

venerdì 28 dicembre 2018

Cuba, la rivoluzione fa sessanta

Museo de la Revolucion (L'Avana): pannello celebrativo del trionfo di Castro e i barbudos © Luca Ferrari
Il dittatore è in fuga, ha abbandonato Cuba. Trionfano i barbudos di Fidel Castro e Che Guevara. Sessant'anni fa, il 1 gennaio 1959, sull'isola caraibica trionfava la rivoluzione del popolo.

di Luca Ferrari

L'Avana, capodanno 1959. Lo spietato dittatore Fulgencio Batista è scappato. Ha abbandonato l’isola di Cuba. L’esercito ribelle guidato da Fidel Castro (1926-2016) è ormai alle porte. È il trionfo del popolo. È il trionfo di un pugno di uomini che con caparbietà, coraggio e tanti sacrifici, ha saputo ribaltare una situazione impossibile. Riprendersi ciò che era loro, strappando la propria terra all'avidità delle lobby straniere pullulanti d'azzardo e prostituzione. I barbudos hanno vinto. Davide ha sconfitto Golia. 1 gennaio 1959, una nuova alba per Cuba e forse per il mondo intero.

Fidel Castro, Che Guevara, Cammillo Cienfuegos. La storia rivoluzionaria di Cuba splende ancora nella memoria di quei tre indomiti condottieri. Uno dei rari casi in cui il potere si è inginocchiato all’iniziativa popolare, unita e decisa. Il dopo è un’altra storia e come in tutte le guerre civili si è passati alla resa dei conti (legale e non). Nato nella repressione più atroce dell’attacco fallito alla caserma Moncada, il Movimento del 26 Luglio riuscì nell’impresa di sradicare un potere che, forte dello spregiudicato appoggio a stelle e strisce, sembrava indistruttibile.

Oggi come allora si festeggia la fine di quell'epoca. Da allora sono passati sessant’anni e di quegli uomini che fecero la Storia è rimasto solo Raul Castro, fratello del Leader Maximo, scomparso due anni or sono. In queste sei decadi Cuba ne ha vissute parecchie. Dalla storica alleanza con l’Unione Sovietica di Nikita Chruščëv e la crisi dei missili, all’anonimato più totale fino all’apertura di Barack Obama che allentò le (ridicole) maglie  dell'embargo ancora in vigore, poi nuovamente soffocata dal nuovo e attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Che destino attende ora l'isola caraibica?

Siamo arrivati al 2019 e di quell'atmosfera rivoluzionaria c'è ancora troppo o forse troppo poco, a seconda dell'aera geografica. Per noi occidentali sinistrorsi la rivoluzione cubana resta un mito. Un'idea che ha trovato la strada della concretezza (molto atipico per la Sinistra italiana), prendendo il toro (dittatore) per le corna e mandandolo al tappeto con decisione, sacrificio e, in quel caso, lotta armata. Ma più che la Storia, la rivoluzione Castrista rappresenta una speranza che continuerà a illuminare il cammino di chiunque voglia (davvero) sfidare e vincere qualsiasi tirannia.

Cuba è ancora un mondo a parte. Dei tanti reportage realizzati in giro per il mondo, il mio viaggio a Cuba resta senza dubbio quello che mi ha più lasciato stordito. Ancora oggi, nell'epoca dei social network, a parlare di Cuba vengono subito in mente loro, quei due lì. Fidel Castro e Che Guevara. Stratega e politico il primo, idealista e guerrigliero il secondo. Due leader per una stessa causa. I due leader che si conobbero in Messico dopo che Fidel era stato scarcerato per grazia di Batista (il più grande errore del presidente cubano, ndr), e da allora hanno marciato fianco a fianco fino alla liberazione dell'isola e il trionfale ingresso nella capitale.

Cuba cambiò il corso del proprio destino quando ancora doveva iniziare un decennio fondamentale per la cultura e la contestazione. Cuba era già avanti a tutti. Mentre le menti europee dovevano ancora attendere, i cubani lottarono per la vera libertà e dimostrarono al mondo intero che nessun dittatore è al sicuro se il popolo è unito. La lezione fu grandiosa. Quell'epopea fu incredibile, bissata poi dal contrattacco vincente all'invasione statunitense nella baia dei Porci, nell'aprile del 1961. Un altro trionfo di Fidel Castro. Un altro monito di Cuba contro il vicino e potentissimo aggressore: questa è casa nostra, guai a chi ce la tocca!

Nel terzo millennio Cuba è ancora un mondo a parte. Ogni nazione ha le sue guerre e la sua memoria eppure la vittoria di Fidel Castro sembra appartenere a noi tutti affamati di libertà, quasi più dei nostri stessi partigiani. Nella vittoria del Movimento del 26 luglio contro lo status quo sembra esserci una porzione di ciascuno di noi. Sessant'anni dopo, quell'impresa militare ci fa ancora ribollire il sangue fin fuori dagli occhi. Al posto di Fidel, la maggior parte di noi avrebbe abbandonato subito dopo il naufragio della leggendaria Granma, l'imbarcazione con cui Castro e i suoi seguaci "arrivarono" a Cuba dal Messico, accolti dalle mitragliate di Batista.

Camminare per l'Avana o farsi una nuotata nelle acque cristalline della baia dei Porci non è come passeggiare per Madrid o sguazzare nel mare salentino. Lì c'è qualcosa di più. Lì c'è un sentimento che ti scorre dentro tutto il perimetro umano-sentimentale, qualcosa che immagino sia molto simile a chiunque calpesti la sabbia della fredda costa normanna, lì dove gli Alleati sorpresero i Nazisti e diedero vita a una trionfale marcia di guerra abbattendo l'armada hitleriana. Quella però era la nostra guerra. L'odore di morte dei campi di sterminio era il nostro nemico da piegare, Cuba invece era lontana migliaia di miglia più un oceano.

Eppure è esattamente così. Sei lì, a Cuba. Entri nell'Hotel Nacional e vedi le foto appese dei barbudos. Guardi i loro volti, stanchi e felici. Guardi quelle facce e ti interroghi su come siano riusciti in una simile impresa. Dopo anni passati a nascondersi nella boscaglia, erano finalmente arrivati a L'Avana e qui soggiornarono in quelle prime e convulse giornate. Il dittatore, da bravo vigliacco quale sempre è, era scappato. Adesso toccava a loro rimettere le cose a posto. La Storia (obiettiva) riconoscerà meriti e demeriti. Anche la rivoluzione cubana avrà i suoi torti e farà i suoi sbagli, ma è stato un bene che ci sia stata. Ancora oggi ci inorgoglisce a parlare della rivoluzione cubana.

Ancora oggi, a distanza di sessant'anni dal trionfo definitivo dell'esercito guidato da Fidel Castro, la rivoluzione cubana ci fa ancora drizzare il sangue fin fuori dalle orbite. Nel 1959 il mondo era diversissimo da ciò che è oggigiorno. Il 1 gennaio 1959 il popolo di Cuba scrisse una coinvolgente pagina di Storia che ancora oggi è in grado di ispirare uomini e donne da ogni dove. Oggi, in un mondo prevaricato da politici senza ideologia e masse ipnotizzate da facili slogan, la sessantennale rivoluzione cubana ha ancora voglia di raccontarsi. Oggi, 1 gennaio 2019, la rivoluzione cubana si tramanda con i suoi eroi e le sue azioni. Noi siamo qui, mai sazi di quella epica impresa rivoluzionaria. Libertà o muerte!

Cuba, on the road verso la Baia dei Porci © Luca Ferrari
Cubal'Avana Hotel Nacional: in memoria del glorioso 1 gennaio 1959 © Luca Ferrari
Cubal'Avana Hotel Nacional: in memoria del glorioso 1 gennaio 1959 © Luca Ferrari
Museo de la Revolucion (L'Avana): gigantografia di Fidel Castro © Luca Ferrari
Museo de la Revolucion (L'Avana): sventola fiera una gigantesca bandiera di Cuba © Luca Ferrari

lunedì 24 dicembre 2018

Il regalo più bello è una piccola collina immacolata

Finlandia, bosco © Visit Finland
Lassù, fra le aurore boreali della Finlandia. Per documentare la magia paesaggistica di Madre Natura e trasformarla in sensazioni e colori.

di Luca Ferrari

Un nuovo reportage mi attende. Poco prima di partire, vengo richiamato da Facebook. C’è una e-mail che non avrei saputo immaginare più privilegiata. È la prima risposta di un’amica che non sentivo da un'eternità. Faccio appena in tempo a stampare le sue parole e farmi travolgere dal mega-contagio della sua prima frase stellata, che sono già a vagare sopra l’Europa.

Nello sfogliare la lettera, scopro che mi sto recando nel medesimo posto dove ha iniziato a risiedere. A Kouvola, nella regione del Kymenlaakso, Finlandia meridionale. Ora lei vive in una zona che si chiama Pikku-Palomäki, e che letteralmente significa “piccola collina di fuoco”.Non saprei quantificare i giorni del tempo trascorsi da un inconsapevole e involontario addio. Non sono sorpreso di questa coincidenza. Semmai, emozionato. Ho intenzione di andare fino in fondo, e toccare il marzapane di quei nuovi boschi.

Mentre sono ancora sospeso nel cielo, riguardo le foto appese alle tante botole temporali della mia mente. Una volta arrivato a terra poi, ritorno al presente e faccio il mio lavoro. Così, tra un appunto e uno scatto, due chiacchiere e un tea caldo, vengo risucchiato da una sensazione di familiarità, e via via travolto da un sentimento di essere affacciato alla finestra più segreta delle nostre pianure più sotterranee.

Nel vedere un gruppetto di ventenni, ripenso a quando la gente non capiva (né capisce) perché ricordiamo così volentieri gli anni più tormentati delle nostre esistenze. La risposta è nella storia di una ragazza come lei, che rese ogni sogno irrealizzabile una promessa mantenuta. Un messaggio che ha sempre sancito la sincerità di quello che non abbiamo mai smesso di essere.

Inizia a cadere qualche granello bianco intanto. Istintivamente allargo le braccia, sentendomi come l'intero pianeta Terra ricevitore del concerto celeste. Senza troppe bussole mi presento al cospetto di altissimi esemplari di abeti. Registro le mie impressioni tingendo il manto nevoso di qualche goccia d’inchiostro della mia inseparabile stilo.

Sento come un brivido cavalcarmi la cute. Attraverso in pochi minuti scenari che mi rimandano alle dolci alture dei boschi alpini così come alle atmosfere più gotico-arboree. Senza emettere nemmeno un fiato, mi metto a correre. Leggero e spaesato. Glorioso e delicato. Ogni orma che mi lascio alle spalle, pare avere sembianze umane.

Esco dal bosco. Poco dopo sono a Pikku-Palomäki. Da queste parti la luce non può che appartenere a qualche neo-nottata dagli arcobaleni più dolcemente ribelli e immortali. Prendete nota. Queste non saranno certo le ultime parole che mi sentirete rivolgere a te e al mondo. Posso confidarti, in via del tutto acquatica, che, Mi fai piangere e mi fai sorridere. E non sai che felicità parlare con te. Qui. Dopo tutto questo tempo.