venerdì 25 marzo 2016

Liverpool by Yellow Submarine

Liverpool (UK), un sottomarino giallo su quattro ruote © Luca Ferrari
Viaggio a Liverpool, la città dei Fab Four. Nel silenzio quasi anomalo del capoluogo del Merseyside, un beatlesiano sottomarino giallo irrompe on the road.

di Luca Ferrari

L’arrivo è di quelli che colpisce. Se in Italia molti dei nostri aeroporti sono dedicati a naviganti/esploratori (Venezia e Firenze, Marco Polo e Amerigo Vespucci), a geniali scienziati (Roma, Leonardo Da Vinci) e in un caso tragico-speciale anche a due giudici (Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), Liverpool ha dedicato la sua stazione di volo a un musicista. Un uomo che con la sua arte e ideali di pace ha influenzato e continua a influenzare le generazioni del mondo intero. Il suo nome è John Lennon

Non solo l’insegna a caratteri cubitali. All’interno dell’aeroporto una statua ne ricorda le immortali gesta, e appena uscito mentre sto aspettando di essere caricato in macchina, un divertente ed effettivo sottomarino giallo nell’ampio spazio mi mette inevitabilmente in bocca il testo dell’immortale Yellow Submarine.

Raggiunta Chester dove resto qualche giorno, alla prima domenica inglese sono già a bordo di un comodo regionale che in quaranta minuti mi porta a Liverpool, città Capitale della Cultura Europea 2008. Nello sfogliare il quotidiano Guardian scopro con sorpresa che l’omonima e celebre squadra di calcio locale è di scena ad Anfield, lo stadio dove il pubblico non smette di sostenere i propri beniamini, chiamati anche i Reds, al grido d'incitamento You'll Never Walk Alone.

Destino strano quello di Chester e Liverpool. La decadenza della prima spiegò le vele per il boom economico della seconda, quando nel 18° secolo, grazie alla realizzazione del primo bacino acqueo artificiale di tutta l'Inghilterra, la città sviluppatasi sulla foce del fiume Mersey divenne il porto principale della nazione, espandendo poi le proprie rotte commerciali (tratte di schiavi incluse) dall’Europa alle Indie Occidentali.

Senza alcuna dimestichezza delle strade e con una piantina sepolta da chissà quale libro, riesco ad arrivare a uno degli edifici più importanti della città: la chiesa anglicana di Nostra Signora e San Nicola (santo patrono dei marinai), situata vicino al Pier Head, parte del Liverpool Maritime Mercantile City, patrimonio mondiale dell’Unesco

Il suo gotico è reso ancor più minaccioso dall’alta torre. Al suo interno il luogo più importante è la Cappella di Santa Maria del Quay, realizzata nel 1257. Notevole anche una scritta commemorativa, I'll be waiting till Dick docks, riferita a una nave affondata presso la baia della città.

Poco distante entro nella Chinatown locale, la cui comunità è una delle più antiche e grandi d’Europa. L’arco, inaugurato nel 2000 in occasione dei festeggiamenti del Nuovo Anno Cinese, è un trionfo d’arte, tutto realizzato a Shangai, nonché il più grande di tipo cerimoniale realizzato fuori dalla Cina. Prima di arrivare alla Stazione Centrale Loop Line, Liverpool mi regala un’altra grande visione. Senza però mai dimenticarsi che le macchine vengono in senso opposto, dunque...

A Concert Street c’è una scultura. Reconciliation, opera  di Stephen Broadbent, inaugurata il 19 settembre 2000. In principio furono realizzate due statue identiche nelle città di Belfast (Irlanda del Nord) e Glasgow (Scozia). In seguito ne furono forgiate altrettante nel Benin, a Cotonou, e in Virginia (USA), a Richmond

Il valore di queste due ultime città unite a Liverpool è fondamentale, poiché costituisce il triangolo della tratta degli schiavi. Le tre statue vogliono simbolicamente rappresentare dei ponti tra le tre realtà anglo-africane, per superare pregiudizi razziali e separazioni economiche in scuole e comunità.

Il treno per il Cheshire mi aspetta, ma un raggio di sole a più ruote squarcia l’atmosfera nuvolosa. È un autobus turistico dalla caratteristica e unica forma beatlesiana di un sottomarino giallo. Ai turisti a bordo basta vedermi con la macchina fotografica per iniziare a salutarmi, e qualcuno addirittura si prodiga in qualche nota pop un po’ stonata che mi richiama subito alla memoria la storia di “un uomo che navigò il mare/ E mi parlò della sua vita nella terra del sottomarino fino ad imbarcarsi verso il sole [quindi verso est], fino a che ha trovato il mare verde…E abbiamo vissuto al di sotto delle onde in un sottomarino giallo”.

Liverpool (UK) © Luca Ferrari
Liverpool (UK) © Luca Ferrari
Liverpool (UK) © Luca Ferrari
Liverpool (UK) © Luca Ferrari
Liverpool (UK), la chiesa di San Nicola © Luca Ferrari

Liverpool (UK) © Luca Ferrari
Liverpool (UK), l'ingresso a Chinatown © Luca Ferrari
Liverpool (UK), Chinatown © Luca Ferrari
Liverpool (UK), un sottomarini giallo compare © Luca Ferrari
Liverpool (UK) © Luca Ferrari
Liverpool (UK), la scultura Reconciliation © Luca Ferrari
Liverpool (UK), la scultura Reconciliation © Luca Ferrari

mercoledì 23 marzo 2016

Il mio sangue per AVIS Venezia

Centro Trasfusionale di Venezia, donazione sangue in corso © Federico Roiter
Tra qualche giorno potrò effettuare una nuova donazione. Adesso poi, l’Ospedale Civile di Venezia ha urgente bisogno di sangue di tutti i gruppi sanguigni.

di Luca Ferrari

La mattina a stomaco semi-vuoto (niente latte per nessuna ragione). La città ancora non invasa dai turisti. Il volto simpatico degli infermieri. La musica soffusa di sottofondo. Un ago conficcato nella vena per farsi “spillare” un po’ di liquido rosso destinazione malati e bisognosi. È la “dura” vita dei donatori di sangue. È ciò che mi sto apprestando a fare per l’ennesima volta in un momento di forte richiesta da parte dell’AVIS Venezia.


Ho iniziato a donare il sangue nel maggio 2011. Il motivo? Scrissi un articolo sulla versione online del trimestrale Granviale.it che concludevo esortando chiunque a fare questo piccolo gesto di grandissima umanità. Essere il primo a fregarmene mi sembrò un autentico atto di ipocrisia così cominciai facendolo un paio di volte, poi causa anche il lavoro, abbandonai il tutto.

Mi sono ripresentato al Centro Trasfusionale dell'Ospedale Civile di Venezia quasi tre anni dopo e da allora ho fatto tutte le donazioni possibili: due nel 2014 e quattro nel 2015 (i maschi possono donare ogni tre mesi, le femmine ogni sei). Tra qualche giorno potrò dare il mio contributo per la prima volta anche nel 2016 e mai momento fu più adatto. Ieri mattina infatti ho ricevuto un'importante comunicazione da parte della sezione veneziana dell'Avis.

A causa di un numero elevato di interventi chirurgici e dunque di utilizzo di sangue infatti, la città lagunare ha urgente bisogno di donatori idonei di tutti i gruppi sanguigni. Per informazioni si può chiamare la segretaria dell'ULSS 12 (risponde la sig.ra Anna) al numero 041-5294576 oppure seguendo la pagina Facebook dell'AVIS Venezia.

Il sangue è un liquido non sintetizzabile in laboratorio, ergo o proviene dal corpo umano o non se ne fa niente. Di norma Venezia è una città autosufficiente sul fronte sangue e lo esporta pure in altre regioni meno donatrici. In questo momento però ha bisogno lei di una mano, anzi di un braccio.

Mi piace andare a donare il sangue. Vado sempre molto presto. Alle 7,30 sono già in fase di compilazione modulo. Il personale medico poi è disponibile e simpatico. Adoro poi fare colazione (cappuccino e brioche) in ospedale con il buono gratuito che mi viene dato come “ricompensa”, sfogliandomi una rivista di cinema e sentendo il cerottone sul braccio che mi tira appena la pelle.

A molti fa impressione la cosa, rinunciando così a un gesto d’importanza vitale. Io non faccio certo eccezione. Vi dico solo che il giorno che fui obbligato a farmi fare un prelievo per verificare che avessi il morbillo non dormii la notte dall’ansia, per non parlare di quando andai a La Spezia a fare la visita di leva. Il prelievo di sangue era il mio incubo. Ma per quanto mi riguarda, l'aver paura di qualcosa non significa evitarlo, come dimostra anche il mio stranissimo rapporto col prendere un aereo.

Quando vado a donare ho una sola regola: non girarmi per nessuna ragione dalla parte dell’ago in fase di prelievo. Se mai dovessi vedere il sangue uscire dal mio braccio, credo che sverrei all'istante. Ma anche se così fosse, chi se ne frega. L’obiettivo è più importante di un po’ di giramento de capoccia! E allora fuori il braccio e la vena, e alla prossima donazione.

La grande famiglia di AVIS Venezia e i suoi donatori © Federico Roiter
... e dopo la donazione, un bel cappuccino con brioche © Luca Ferrari

venerdì 4 marzo 2016

Sila, i colori del Lago Cecita

Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Viaggio nel Parco Nazionale della Sila, in Calabria. A 1143 m s.l.m. dove il sole si riflette e rimbalza nelle acque del lago Cecita.

di Luca Ferrari

Dal mare alla montagna, in Calabria si sale rapidamente. Dalle coste selvagge ai boschi in quota. Lassù, sull’immenso Altopiano della Sila Grande, in provincia di Cosenza. Un’area di 150mila ettari.

Dopo una primo errare nei boschi del Parco Nazionale della Sila e qualche incontro caprino e bovino on the road nel raggiungere la meta, la Calabria più naturale rivela un altro dei suoi inestimabili tesori. Neanche ci fosse dietro il disegno di un qualche geniaccio creatore impressionista, il panorama cosentino si apre dinnanzi alle acque blu del lago di Cecita, chiamato anche Mucone.

Per sfruttare l’energia idroelettrica dei numerosi corsi d’acqua, a partire dal 1920 in Sila furono creati laghi artificiali. Fra i più importanti: l’Ariamacina, il Votturino, l’Alto Savuto, il lago Arvo, l’Ampollino e il Cecita, tutti situati a un’altitudine compresa fra i 1100 e 1500 m s.l.m.

Il lago di Cecita venne creato nel 1951 con una diga alta 55 metri e lunga 1270. Situato fra Camigliatello Silano e Longobucco (Cs), a un’altitudine di  1143 metri sul livello del mare  una capacità di oltre 120 milioni di metri cubi d'acqua arrivati direttamente da più corsi d’acqua fra cui il Mucone, il Vaccarizzi e il Cecita. Grazie a un condotto (la cui lunghezza supera il chilometro), sono alimentate le centrali elettriche di Acri e Bisignano, sempre nel cosentino.

Sulla sponda orientale del lago, il cui perimetro complessivo misura 46 km e ha una lunghezza di 7,5 km, in località Cupone (Cs) è stato creato il “Centro visitatori” con museo naturale annesso. Da qui si diramano sentieri numerati che permettono si esplorare gran parte del Parco Naturale della Sila dove è facile incontrare cervi e daini che vivono nella riserva.

Si agita la corrente. La brezza pettina l’acqua. Il sole vi splende sopra e lancia i suoi emissari luminosi a scaldare il “suolo” bagnato. Lì tutt’attorno, una ricca vegetazione di faggi e larici in particolare. C’è perfino un piccolo melo. Vien voglia di arrampicarvisi sopra e guardare di nascosto tutto il mondo umano che si avvicina.

C’è curiosità. La gente si avvicina. Da queste parti è molto praticata la pesca soprattutto in primavera e d’estate. Il lago è infatti ricco di trote (anche di dimensioni ragguardevoli), carpe, altri ciprinidi e i lesti coregoni, di non facile cattura e molto ricercati per la bontà della loro polpa.

Punto lo sguardo silenzioso tra le acque. Perso in un pensiero, e poi di nuovo mano nella mano d'una porzione d'universo. In Calabria, sulla Sila. Tra i colori del lago di Cecita.

I boschi della Sila © Luca Ferrari
Capre on the road verso la Sila © Luca Ferrari
Muccheon the road verso la Sila © Luca Ferrari

Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari
Lago Cecita (1143 m s.l.m.) © Luca Ferrari

venerdì 12 febbraio 2016

Cabo da Roca, a ovest d’Europa

Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Viaggio sulla costa di Colares, sul lato occidentale più estremo del Vecchio Continente in Portogallo. A Cabo da Roca, tra pace, vegetazione e orizzonte.

di Luca Ferrari

Dietro, l’Europa. Davanti, l’Oceano Atlantico. Quello stesso le cui onde vanno a bagnare le cose statunitensi. Sensazione di silenzio e potenza. Flusso emozionale frastagliato e senza limiti. Una rincorsa. Una capriola. Un fiore appena colto. Un’ispirazione sopraggiunta dalle mille mongolfiere "nuvole-forme". Sono qui, in Portogallo. Sopra le scogliere di Cabo da Roca.

Nella frazione di Colares (comune di Sinora, distretto di Lisbona), a 140 metri sul livello del mare sorge Cabo da Roca. Aqui... Onde a terra se acaba e o mar começa, scrisse il più grande poeta portoghese Luís Vaz de Camões (15244-1580), trad. "Qui... dove la terra finisce e il mare comincia".

La frase è stata anche incisa sulla lapide del monumento in pietra che ricorda a tutti che questo è il punto più occidentale di tutta Europa. Sempre sulla tavola votiva, sono incise anche le coordinate. 38° 47' latitude Nordte. 9° 30' longitude Oeste.

Nei pressi delle bellissime scogliere coperte da una verde vegetazione si scorge anche il faro, risalente al XVIII secolo e abitato fino al 1970 soltanto dai suoi guardiani.  La zona è parte del Parco Naturale di Sintra/Cascais, Patrimonio mondiale dell’Umanità. Un tempo abitato da re, aristocratici, poeti o eremiti, l’area continua a trasmettere sensazioni di pace. Quasi in un limbo prima d’iniziare un altro viaggio.

E così deve essere stato per la forma più avanzata di queste Colonne d’Ercole. Cabo da Roca è molto spesso visitata da una nebbiolina, la cui presenza contribuisce a rendere caratteristica anche la flora e la fauna (come il falco pellegrino) presenti. Tra le specie arboree si può incontrare l’armeria (il cui nome del sembra derivi dalla parola celtica armer: ar=presso e mer=mare), la pseudoarmeria (più alta della prima) e la silene, dai caratteristici fiori chiamati “bubbolini”, appartenente alla famiglia delle Caryophyllaceae.

Fate silenzio, è il respiro del mare. I sensi irrompono nell’infinito orizzonte di Cabo da Roca.

Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, l'immensità dell'Oceano Atlantico © Federico Roiter

giovedì 21 gennaio 2016

La memoria non rende liberi

L'entrata del campo di concentramento di Auschwitz © Wikipedia
Aggiornate la Memoria, l’orrore è continuato nei modi più subdoli e assassini. Abbiamo aperto i cancelli di Auschwitz solo per scattare qualche selfie.

di Luca Ferrari

Prima la clava, poi la bomba atomica. Oggi un campionario d'ingegno capace di spaziare tra mine antiuomo, tortura, ricatti politico-economici, etc. Oggi intanto, 27 gennaio, una parte di mondo si appresta a celebrare un nuovo Giorno della Memoria. Ma se il presente fallisce ripetutamente il sorpasso evolutivo col passato, ogni idea di vera libertà è solo una terra dimenticata e senza più vita.

Dalle origini dell’Umanità il mondo è stato costellato di orrori d’ogni genere. Con la “scoperta” dei campi di sterminio in Germania il mondo pensò di aver visto abbastanza e provò a dire basta. Credette di aver detto basta. La triste cronaca dei decenni successivi narra invece del continuo sprofondare in un lugubre abisso di guerre (ufficiali e non), ridicolizzando il concetto dei diritti umani e ciò che è peggio, con la sistematica complicità della Comunità Internazionale che ha ignorato per convenienza il grido lancinante dei popoli più disparati.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa scoprirono il campo di concentramento della città polacca di Auschwitz. Tra poco sarà il 27 gennaio, il cosiddetto Giorno della Memoria. Sarebbe più corretto dire il Giorno della Memoria Ebraica. In questo giorno infatti vengono commemorate le vittime del nazismo, dell’Olocausto e di tutti coloro che si sono battuti per difendere i perseguitati di quella tragica pagina.

Dopo l'epopea dei genocidi tramandati e soprattutto minimizzati come Colonialismo, oggi i governi occidentali, spacciatisi per esportatori di pace, hanno creato distruzione, morte e alimentato il terrorismo. Cina e Russia hanno sempre più stretto le maglie delle rispettive dittature. In prigioni segrete e conosciute è stata praticata (e lo è tutt’ora, ndr) la tortura. L’annientamento dell’uomo è continuato in modo ancora più aberrante a dispetto di fantomatiche risoluzioni sui diritti umani.

Il passato consente di farci sentire fieri di ciò che non esiste più. Insistere a guardare solo un passato che non potrà più ripresentarsi ci offre l’alibi di poter ignorare ciò che è accaduto altrove e sta accadendo ora, e ovunque. Ne è tragicamente l’emblema il governo di Tel Aviv che continua a far pagare al popolo palestinese le colpe dei nazisti senza che nessuno osi fare qualcosa di concreto, temendo da parte d’Israele accuse antisemite.

No, nel 2014 c'è bisogno di qualcosa di più di un Giorno della Memoria. Il Giorno della Memoria deve essere dedicato a tutti i popoli del mondo. Nella Giornata della Memoria devono essere ricordate tutte le vittime innocenti. Ebrei, palestinesi, ceceni, tibetani, siriani, congolesi, vittime di mafia, emarginati in fuga dalla guerra e dall’orrore. Tutti, nessuno escluso.

Almeno un giorno all'anno tutti dovrebbero sentirsi uguali. Uguali nella memoria del dolore.

Srebrenica (Bosnia), le tombe del genocidio

venerdì 8 gennaio 2016

La prima neve del lago di Bled

Slovenia, il lago di Bled e al centro l'omonima isola © Luca Ferrari
Viaggio in Slovenia sulle sponde del lago di Bled. Arrivato con un cielo ancora plumbeo-glaciale, ecco di lì a poco irrompere una sonora e candida nevicata.

di Luca Ferrari

È la mattina di sabato 2 gennaio 2016 quando prende il via il mio primo viaggio dell’anno. Indeciso fino all'ultimo per le ambigue segnalazioni meteo, alla fine ho rotto gli indugi. Messo al volante poco prima del confine italo-sloveno, giusto il tempo per acquistare la necessaria vignetta (settimanale) per attraversare le autostrade locali, eccomi nell'ex-Jugoslavia. Curioso e tragico. In tutta la mia vita una sola volta ero stato in Slovenia prima di oggi. In un lontano aprile '91. Di lì a poco sarebbe scoppiato il sanguinoso conflitto dei Balcani.

Pur non essendo un asso nella guida, meno che meno su strade dove è necessario premere l'acceleratore oltre i 100 km/h, mi muovo su entrambe le carreggiate senza problemi. Gli autisti sono disciplinati. Si corre il giusto. Alla ricerca di un benzinaio vengo colto da una forte nevicata proprio mentre accosto. 40 euro per un pieno. Fantascienza! Non mi sorprende sapere che tanti italiani delle zone limitrofe vengono da queste parti solo per fare il pieno. Il tempo di rimettersi in marcia e il tempo si sistema. C'è quasi il sole.

Supero la capitale Lubiana, poi anche l'uscita di Kranj e finalmente arrivo a Bled. Ho prenotato in un B&B appena poco fuori la città, nel placido paesello di Selo. Scelta quanto mai azzeccata. Un posticino più appartato per raggiungere il quale passo davanti a un recinto con dei cavalli. Fermata la macchina vedo il bosco a pochi passi da me. E più che dal vicino lago, sento un'irrefrenabile voglia “IntotheWildiana” di perdermi lì dentro. Senza orari, programmi o ambizioni.

La stanza è molto calda. Esco in terrazza. L'odore nell'aria è di quelli buoni. Non c'è tensione. Le nuvole si tengono per mano. Lì nel mezzo della natura, tante piccole creature. Alcune in letargo, altre alla ricerca di cibo. L'istinto sarebbe quello di godersi questo piccolo paradiso nel tepore domestico ma le ore di luce sono poche e bisogna approfittarne. Mangio un boccone (salsicce e crauti) e procedo.

Attraversato il vialone principale della città finalmente vedo il lago di Bled (Blejsko, in sloveno), perpendicolare rispetto alla mia direzione. Il tempo di parcheggiare e sono già in esplorazione. Lago di natura glaciale delle Alpi Giulie, si estende per oltre 2 km (2121 m.) per una larghezza capace di arrivare a quasi 1400; la profondità invece tocca i 30 metri. Si può costeggiare serenamente coi propri passi. A darmi il benvenuto dei candidi cigni. Quasi un “soffice” presagio di ciò che accadrà di lì a poco.

Ma per chi volesse limitarsi a qualcosa di più dell'osservare le sponde lacustri, ci sono tipiche imbarcazioni pletna con tettuccio protettivo e in grado di portare fino a 20 turisti. Ai remi nessuno di improvvisato, ma traghettatori generazionali di professione; in alternativa barche a remi da condurre in modo autonomo. A l centro del lago si trova l'omonima isola naturale (Blejski otok in sloveno) la cui l'attrazione principale è la chiesa barocca di S. Maria Assunta (Cerkev Marijinega vnebovzetja), risalente al XV secolo e sorta dove un tempo si ergeva l'antico tempio dedicato alla dea slava Ziva.

Altra particolare caratteristica dell'edificio religioso, la cosiddetta “campana dei desideri”, risalente a quasi cinque secoli fa (1534) in un mix di storia e leggenda. Cammino, cammino e cammino ancora. Circumnavigo a piedi più di metà lago, e a oscurità ormai in stato di avanzamento (insieme alla temperatura verso il basso), prima di riprendere la via del ritorno opto per una calda e tonificante tisana accompagnata dalla Pasta crema, le tipiche sfogliatelle alla crema pasticcera di Bled, qui prodotte fin da metà XX secolo.

Il tempo di tornare a Selo e la stanchezza (il freddo) si fa sentire. Mi addormento riuscendo a vedere qualche timido fiocco di neve in libera uscita. Dormo due ore sparate e quando riapro finalmente gli occhi in orario di cena il bianco ha ormai preso i comandi delle operazioni celesti. Nevica tanto. Strade e natura sono già abbondantemente ricoperte. Impossibile non viverla. Con gli scarponi ancora ai piedi mi rimetto al volante con la massima prudenza.

Faccio così ritorno a Bled per una passeggiata notturna, sempre a ridosso del lago ma dalla parte opposta in direzione la chiesa neogotica di San Martino. C'è silenzio. Pochissima gente per le strade. Giusto qualche altro turista alla ricerca (facile) della magia più candida e romantica. La soffice armonia dei passi sulla neve assume le forme della più dolce delle carezze. Appena qualche bagliore interstellare quasi del tutto coperto.

La neve cade sempre più fitta e io mi addormento cullato da questa impareggiabile ninnananna e al mio risveglio... sta ancora nevicando! Il giorno prima sembrava autunno, oggi è inverno totale. Il mio automezzo è totalmente sepolto dalla neve e mi ci vorrà una mezz'ora abbondante per pulirlo/scaldarlo a dovere. Ritorno sul lago di Bled ed è un altro mondo. A metterci ulteriore magia, la vista di una Fijakerji, carrozze aperte con una lunga tradizione nella cittadina slovena e delle quali vi è una Società specifica che ne preserva storia e cultura. Il tempo è tiranno. Bisogna rimettersi in viaggio. Prossima fermata, l'incantevole Kranjska gora.

Slovenia, la piccola cittadina di Selo © Luca Ferrari
Slovenia, la natura tutt'attorno Selo © Luca Ferrari
Slovenia, scuderia presso Selo © Luca Ferrari
Slovenia, da Selo in direzione Bled © Luca Ferrari
Slovenia, un succulento piatto di salsicce con crauti e patate © Luca Ferrari
Slovenia, il lago di Bled © Luca Ferrari
Slovenia, il lago di Bled e l'omonima isola © Luca Ferrari
Slovenia, il lago di Bled © Luca Ferrari
Slovenia, cigno sul lago di Bled © Luca Ferrari
Slovenia, le tipiche pletna ormeggiate sul lago di Bled e una già in movimento © Luca Ferrari
Slovenia, una fijakerji a Bled © Luca Ferrari