lunedì 24 giugno 2013

Chianti, Spirit(o) selvaggio

Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Dall’animazione dreamworksiana di Spirit alla realtà della campagna senese di Castellina in Chianti. Un fischio, ed ecco una madria di cavalli.

di Luca Ferrari

Otto esemplari castani scuro. Lì nella quiete agreste del Chianti. Perso nella campagna senese, con il centro abitato di Castellina in Chianti ancora lontana nel mio orizzonte. Con i poggi a ridicolizzare l’infinito e le stelle mimetizzate nel cielo a ricorrersi invisibili (per ora).

Si avvicinano senza timore con il grosso muso oltre il recinto. Si protendono per mangiare l’erba che gli porgo. L’istinto sarebbe quello di saltare il filo spinato, attaccarmi alla criniera di uno di essi e partire al galoppo senza più fermarmi (ok, forse il cavallo non sarebbe così d’accordo).

Troppo forti le reminescenze sonore (colonna) scandite dal canadese Bryan Adams, il compositore americano Hans Zimmer e l’italiano Zucchero. Non ho nemmeno bisogno di azionare l’mp3. A ogni ruminata erbivora risuona una sferzata di libertà. Ogni volta che mi perdo nelle loro gigantesche pupille vedo qualcosa capace di volare da qui all'Eternità. 

Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari
Chianti (Si), località Gaggiole – cavalli © Luca Ferrari

mercoledì 12 giugno 2013

Iran 1975-1995: Un Golfo, uno Stretto, un Mare

Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995) © Riccardo Zipoli
Riccardo Zipoli in Iran. Tre differenti esperienze temporali nell'antica Persia e un unico grande percorso. L’arte umana al servizio dell’immortalità comune. 

di Luca Ferrari

L'acqua si fa largo tra la dune. La cupola squarcia il viola di qualche pinnacolo di Madre Natura. Grotte di pietra condensano pertugi nella via della propria ricerca. Tinte tardo-glaciali sfidano a equi duelli di sfumature il resto della terra, e qualche pozza di sole galleggiante è lì a osservare il futuro. Il cielo è un elemento. L'orizzonte rincorre l'uomo nei suoi viaggi.

Originario di Prato, Riccardo Zipoli, fotografo e docente di Lingua e letteratura persiana e di Ideazione e produzione fotografica presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, imbraccia l'obbiettivo per raccontare una storia dalle traiettorie tanto personali quanto soggettive. Il risultato è Un Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995), esposizione fotografica pronta a sbarcare anche a Venezia (14 giugno-15 ottobre), dopo le tappe nell’isola di Hormoz nel Golfo Persico e a Belo Horizonte in Brasile.

Meta principale del viaggio fotografico, la provincia dello Hormozgân con incursioni anche a Bandar-e ‘Abbâs, nelle isole di Qeshm e di Hormoz, e più a est, nella zona di Châh-Bahâr, in Balucistan. 36 scatti totali con il fine di costruire un repertorio che oltre a essere un diario personale di terre lontane, offre un’idea di quei luoghi in un misto di memoria e documentazione. 

L'esposizione propone un percorso in cui fotografie, musiche, poesie, mappe e descrizioni scientifiche si alternano in un itinerario che lascia emergere aspetti del Golfo Persico lontani dallo stereotipo contemporaneo dominato (e viziato) da tematiche economico-militari. Il quadro che ne esce dunque è quello di una zona estranea alle contese di cui è stata ed è oggetto. Una zona bella, affascinante e pacifica. I brani musicali, inediti, sono stati registrati dal grande iranista Ilya Gershevitch (1914-2001) nel Golfo Persico nel 1956, il tutto realizzato grazie alla generosità dell’Ancient India and Iran Trust di Cambridge (Regno Unito), in collaborazione con il Conservatorio Musicale veneziano Benedetto Marcello.

Il video, con la voce recitante dell'attrice Ottavia Piccolo raccoglie alcuni materiali della mostra ed è stato realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’ Foscari Venezia. Le poesie, tradotte in italiano da Riccardo Zipoli stesso, sono di Shamsoddin Mohammad Hâfez (1320-1390), il più importante poeta lirico di lingua persiana. Le schede scientifiche infine, che descrivono da vari punti di vista le zone oggetto della mostra, sono a cura di Gerardo Barbera

Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995) © Riccardo Zipoli
L’ultimo viaggio compiuto dall’autore a Hormoz risale al vicino 2012, e ha permesso la realizzazione di ulteriori fotografie, alcune delle quali (una ventina) dedicate alla singolare Valle del Sale con le sue combinazioni di forme e colori, e altre realizzate alla miniera della terra rossa. Quest’ultime, accostate a quelle analoghe scattate nel 1975, testimoniano i cambiamenti ambientali avvenuti in questo intervallo di tempo. Alcuni di questi scatti hanno trovato posto nella mosra venezian.

La mostra “Un Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995)” è visitabile da venerdì 14 giugno a martedì 15 ottobre 2013 presso il palazzo di Ca’ Cappello, sede della sezione del Vicino e Medio Oriente, Caucaso e Subcontinente Indiano del Dipartimento di Studi sull'Asia e sull'Africa Mediterranea dell'Università Ca' Foscari di Venezia, con il seguente orario: lunedì – venerdì h. 9-19; sabato 9-12. Chiuso 12-17 agosto. Ingresso libero.

Aspettami mondo, la durezza del tuo cuscino è la bilancia dei miei occhi. La mia corsa non finirà con la dieta della sabbia. Sull'altra sponda ci arriveremo insieme all’oceano…

Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995) © Riccardo Zipoli
Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995) © Riccardo Zipoli
Golfo, uno Stretto, un Mare (Iran 1975-1995) © Riccardo Zipoli

venerdì 7 giugno 2013

Galles, dolce agreste Hawarden Farm

Galles, l'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
La prima volta fu come reporter di viaggi, le (tante) successive per piacere. Viaggio in Galles, nella bucolica Hawarden Estate Farm Shop.


Atmosfera da fiabe, gote rosse e caminetto. Incespicano i venti, si soffermano i raggi del sole. Pertugi d'acqua dolce senza il neon dell'ignoto. Un sentiero si fa esigenza. Un sogno si fa deposito nella Madre Terra. Un sorriso si dilunga nel verde del Galles, a poca distanza da Chester (Inghilterra). Tra i sapori e la natura dell'Hawarden Estate Farm Shop.

Era l'8 ottobre 2010, aeroporto Bergamo Orio al Serio. Dopo un fantastico siparietto di turisti pronti per ricongiungersi con un tale Ciccio Formaggio nella città nei Fab Four, sbarco all’aeroporto John Lennon nella contea del Merseyside. Indicazioni e piantina s’incespicano tra di loro e così, invece di prendere la strada dell’Ovest mi ritrovo ad attraversare l’intera Liverpool per poi ritrovare la direttrice (Manchester) per il Galles.

Con una pratica guida cartacea sotto mano, mi sento il padrone delle strade della piccola nazione britannica. Riscontro comunque una certa difficoltà nel leggere i cartelli, molto spesso coperti dalla fitta vegetazione. Miglio dopo miglio il panorama si fa sempre più verde. Ad Hawarden, nel Flintshire, domina l’atmosfera rurale. La mia prima meta è l’Estate Farm Shop

C’era aria di Halloween allora. Tutto improntato sulle zucche. Scopro un mondo coltivato a zucche e mele con la vendita di prodotti naturali, mentre poco dietro la fattoria, pecore, pollame e maiali razzolano e grufolano per la gioia dei bambini. I fiori di zucca tinteggiano di giallo il panorama. Sullo sfondo, un castello racconta di epiche memorie.

Now I start again. Here. Hawarden, here I go...

Oggi è un altro giorno. Un altro anno. Un altro clima. Un caldo sole estivo splende nel cielo gallese. Gl'ingredienti ideali per godersi l'atmosfera all'aria aperta dell'Hawarden EstateFarm Shop. L'erba verde domina lo spazio. Placidi grugniti si rincorrono nello spazio recintato spaparanzati al sole. Una placida passeggiata tutt'intorno fino al New Hawarden Castle e poi l'ingresso nella fattoria.

Sarà il clima, saranno i maiali, sarà l'atmosfera rurale britannica o saranno i bambini che corrono lì fuori ma la mia memoria viene dolcemente condotta alle immagini divertente videoclip Stop (1998) delle Spice Girls, dove le cinque ragazze ballavano e cantavano in una placida cittadina di provincia tra giochi di un tempo e passeggiate in pony.

Rientro nella realtà, e nella Farm. Basta un passo e subito vengo invaso dai sapori più disparati, dolci e salati. Qualche acquisto rivolto in particolare a gustose marmellate di verdura, ideali per irrobustire un piatto d'insalata o spalmarle a fianco di carni, e poi mi siedo leggiadro lì fuori. Su comode panche di legno con tavolini, facendosi cucinare alla piastra un semplice quanto essenziale cheesebuger.

E se poi si volesse chiudere in bellezza, spazio anche al caffè con i tipidi dolci della tradizione britannica.

C'è tutta l'atmosfera British agreste nel video "Stop" delle Spice Girls

Galles, i dintorni dell'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, si cucina anche all'aperto all'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, maiali grufolano subito fuori l'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, l'ingresso all'Hawarden Estate Farm Shop ai tempi di Halloween © Luca Ferrari
Galles, i bambini all'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, le zucche coltivate dell'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, i fiori di zuccha coltivati all'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, meleti coltivati all'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, i dintorni subito fuori l'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, il New Hawarden Castle poco distante l'Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, i dintorni subito fuori l'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, il New Hawarden Castle poco distante l'Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, l'interno dell'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, un dolce british dell'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari
Galles, l'interno dell'Hawarden Estate Farm Shop © Luca Ferrari

martedì 28 maggio 2013

You know my name, Seattle

Seattle (Wa, USA) - Olympic Peninsula © Giovanni Ligresti
Ci sono posti nel mondo che ci mettono un attimo a diventare la tua pelle. Lo sono sempre stati. Da quasi vent'anni per me è così con la città di Seattle.

di Luca Ferrari

Ci sono posti che ti hanno atteso per anni e tu hai ricambiato con sguardi. Senza tregua. Rimanendo lì, tra sciabole e percezioni supreme. Anche quando il mondo vedeva nella sabbia solo avamposti di tonalità giallo-ambrate, tu recepivi il mare solcato da navi di cristallo le cui onde erano bottiglie invisibili con i messaggi della propria anima. E da allora sei sempre rimasto indietro.

Seattle (Wa, USA) - Olympic Peninsula © Giovanni Ligresti
E da allora ogni risacca è sempre stata l’inizio di una condizione che hai sempre sentito chiamare strana, e tu l’hai sentita etichettare come se a nessuno importasse o forse era il contrario. Il segno della matita sulla schiena è stata la commozione cui mi sono affidato per anni. Non basta una lanterna a fare dell’oscurità un punto di partenza del proprio viaggio di riconquista.

È ancora presto per sentirmi appagato della mia futura decisione di ripartire, ma è indubbio che ci sto facendo i conti per ogni giorno che ne resto lontano. Aver volato per un tempo infinito senza un tetto ti rende proprio così. Tu allora continua ad alimentare i miei desideri...

Seattle (Wa, USA) - Olympic Peninsula © Giovanni Ligresti
Seattle (Wa, USA) - Olympic Peninsula © Giovanni Ligresti

sabato 25 maggio 2013

Pizza calabrese & Pepsi

Una succulenta pizza calabrese © Luca Ferrari
Pomodoro, mozzarella, olive nere, cipolla, salame piccante e pomodorini secchi. Tutti insieme in una calda pizza calabrese. E da bere, una fresca Pepsi.

di Luca Ferrari

D'improvviso la fame. In frigo ci sarebbe anche qualcosa. Si potrebbe preparare una frittata o spaziare su di una pastasciutta creativa. Non questa sera. Voglio qualcosa di succulento. Adesso, subito e senza alcuno sforzo. Un simile desiderio ha un solo interlocutore possibile. Non è il kebab né una porzione di maiale in agrodolce di qualche ristorante cinese ma una succulenta pizza da asporto, per divorarla nella quiete del proprio focolare domestico. 

Mangiare lo si può fare in tanti modi. Gustare per davvero, ancor di più. Per il sottoscritto uno dei migliori "video-accompagnamenti" a una pizza è starsene spaparanzati  davanti a una puntata della sitcom Friends, che sfido chiunque a guardare in orario di cena senza provare fameliche voglie, in particolare dinnanzi “quell’animale” di Joey (Matt Le Blanc) sempre pronto a ingozzarsi.

Quando si trova la pizza ideale però, è difficile staccarsi. Per me è la Gorgo-speck. Questa volta però, complice anche qualche fastidio alla gola, decido di puntare su sapori più forti. Interrogato al riguardo l’il gentile Mattia della Pizzeria Ae Oche di Venezia, questi mi replica con un eloquente: Ci penso io! Et voilà, la pizza calabrese. Incurante di cosa ci fosse dentro (li per lì pensavo alla ‘nduja), accetto.

Al suo fianco, una fresca Pepsi Cola (nella suddetta  pizzeria c'è sempre in omaggio una lattina di una bibita per ogni pizza da asporto). Si ok, forse una Sprite ci starebbe stata anche meglio ma avendone la possibilità, per chi è cresciuto con la saga di Ritorno al futuro, è difficile rinunciare alla Pepsi.

Epica la scena nel secondo film (1989) quando Marty (Michael J. Fox), sbarcato nell'anno 2015, entra in un Caffé Anni Ottanta e sullo schermo arrivano l'ex-presidente americano Ronald Reagan e il suo storico antagonista dell'epoca, l'ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini. Puntuali si mettono a litigare su cosa debba scegliere il cliente finché Marty li blocca e dice: Ehi ehi calma, voglio solo una Pepsi!

Pochi minuti di attesa e sono già per strada in falcata sempre più spedita verso casa, sospinto dall'aroma della pizza calabrese con licenza di far salire l'appetito oltre modo. Finalmente arrivo. Pizza già tagliata in quattro spicchi. Nessun piatto. Si mangia direttamente sul cartone. Giusto un paio di salviette e un bicchiere per versare la Pepsi. Buon appetito a me!


Ritorno al futuro 2 - Voglio solo una Pepsi!

Una fumante pizza calabrese © Luca Ferrari

Neverending Seattle

Seattle - ph. Thom Milkovic su Unsplash

Tutti i miei reportage sulla città di Seattle (Wa, USA). Attese, atterraggio e poi via, alla scoperta di una città che ha profondamente segnato la mia vita.

di Luca Ferrari

Prima le foto, i libri, i servizi televisivi e poi internet. Alla fine  Seattle è diventata realtà. E qui mi sono ritagliato uno spazio (in costante aggiornamento) su tutti i servizi inerenti la città del Nordovest, chiamata anche Emerald City, incastonata tra le brezze del Puget Sound. Ma se credete che questi siano gli unici articoli che ho realizzato e/o realizzerò sulla città di Seattle, vi sbagliate di grosso.



                                      continua...

Il tramonto a Seattle © Giovanni Ligresti

mercoledì 1 maggio 2013

Emilia Balbi, il ricordo dei 40 giorni Titini

Trieste, piazza dell'Unità © Luca Ferrari
La II Guerra Mondiale stava volgendo al termine. Il 1 maggio 1945 arrivò l'esercito jugoslavo a Trieste. L'allora diciassettenne Emilia Balbi racconta "I 40 giorni Titini".


“Sono entrati a Trieste da Opicina il 1 maggio 1945. Sono scesi in città e si sono fermati davanti alla mia casa, in via Udine 40, a fianco della caserma della Finanza e l’hanno occupata”. Inizia così il racconto di Emilia Balbi, classe ’27, nel suo viaggio indietro nel tempo. Nel primo giorno dell’occupazione delle forze slave, verso la fine della II Guerra Mondiale, in quel periodo storico che venne chiamato – I 40 giorni Titini –.

Trieste, come la Venezia Giulia, era sotto il comando nazista. Dopo una prima parte del conflitto favorevole all’asse italo-tedesco, ora l’azione era passata sempre più in mano agli Alleati. Josip Broz, detto Tito, capo dei partigiani comunisti iugoslavi, una volta liberata la propria terra dal nemico, marciava spedito verso zone di confine italo-slave. 

Superata una tenace resistenza delle SS tedesche, il 1 maggio 1945 la Seconda Armata comandata da Tito entrò a Trieste, anticipando di qualche giorno le truppe alleate neozelandesi. Ne scaturì un’inevitabile caccia al “fascista”, senza lesinare processi o esecuzioni sommarie anche a persone estranee a qualsiasi tipo di azione militare. Questo clima di guerra/vendetta continuò fino al 12 giugno 1944 quando l’esercito slavo si ritirò, lasciando il controllo dell’area all'amministrazione anglo-americana.

Alberto Ciancimino
Il giovane fidanzato di Emilia, Alberto Ciancimino, alle prese con il servizio obbligatorio di leva, lavorava negli uffici della Finanza, adiacenti la casa della famiglia della donna. 

“Non appena vide i Titini arrivare, temendo il peggio, scavalcò il muro di cinta interno e si nascose in casa mia, dentro una stretto cunicolo dove mio padre poco tempo prima aveva dato rifugio a un ebreo” racconta Emilia “I Titini intanto fecero subito uscire tutti dalla caserma, e li portarono fino a piazza Obardan. Alti furono portati in un bosco di Opicina. Da lì in poi non si è più saputo nulla di loro”.

Spesso in guerra gli eserciti si macchiano di crimini contro l’inerme popolazione. I Titini e Trieste non furono un’eccezione. 

“Il loro arrivo fu il momento peggiore per me. Durante la loro permanenza poi, fecero retate. Venne mandata gente al confino” continua la signora, “In più di un’occasione vidi civili malmenati di brutto. Una volta, vicino al piazzale della stazione, un uomo venne circondato e vidi pezzi di vestiti e carne schizzare dappertutto. Per protestare tutti noi ci mettemmo delle coccarde tricolori che i militari slavi ci strappavano appena vedevano. Così li riempimmo di spilli. Quando si pungevano, alzavano le mani contro chiunque. Io stessa mi presi due ceffoni. Ma c’è a chi andò molto peggio”.

La storia della giovane Emilia e del suo futuro sposo ha avuto un lieto fine. Forse il migliore che si potesse immaginare. Sopravvissuti entrambi alla guerra e convolati a felici nozze, la loro primogenita nacque proprio il 1 maggio, nel 1951. Sette anni esatti dopo l’ingresso dei Titini a Trieste. Come per regalare all’umanità la miglior eredità possibile: il trionfo della vita e l'amore sull'orrore della guerra.

una cartolina d'epoca di via Udine, a Trieste