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lunedì 9 novembre 2015

Il ponte di Mostar – Memoria bellica e turismo

Il ponte di Mostar © Ilse su Unsplash
Il 9 novembre 1993, durante la guerra dei Balcani, le Forze Secessioniste Croate distrussero il ponte di Mostar. Vent’anni dopo, il turismo di massa si affianca alla memoria di guerra.

di Luca Ferrari

Ricordi di guerra e voglia di andare avanti. Testimonianze dello scontro fratricida dell’ex -Jugoslavia tra i colori dei souvenir. A Mostar, nello stato di Bosnia Erzegovina, tutt’attorno il ricostruito ponte Stari most, oggi Patrimonio Mondiale dell’Umanità, il business commerciale ingolfa  la memoria della storia bellica più recente.

Lasciata l’Italia da un pezzo e oltrepassata Spalato (Croazia), procedo lentamente alla ricerca di una deviazione per evitare di arrivare fino a Metkovic, puntando a varcare quanto prima il confine croato e così prendere la statale E73 che porta diritta a Mostar, centro del cantone di Erzegovina-Neretvanska. Uscito dalla strada principale, dopo Vrgora e Prolgg sono alla dogana e finalmente entro in terra bosniaca.

Imboccata la strada per Medjugorje e superata Ljubuski,’immetto sulla statale all’altezza di Carljina. In questo prima parte della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità politico-amministrative (a maggioranza croato-musulmana) in cui fu suddivisa l’ex-regione slava di Bosnia (l’altra è la Repubblica Srpska) dopo gli accordi di Dayton (1995), è palese la maggiore influenza del Governo di Zagabria. Bandiere rosso-bianco-blu con lo stemma al centro a quadratini bianco-rossi, sventolano fiere su molte abitazioni.

Ancora qualche kilometro e raggiungo la meta del mio viaggio, Mostar. In un attimo le immagini dei libri diventano reali. Per orientarmi seguo il corso del fiume Narenta che attraversa la città. Un piccolo parcheggio a ridosso dell’indicazione Stari Grad XVI st. e mi trovo a ridosso del celeberrimo ponte, fatto saltare in aria dalle Forze Secessioniste Croate il 9 novembre 1993. Un ponte senza chissà quale valore artistico particolare, al contrario del chiaro messaggio umano: noi da una parte, voi dall'altra.

A ridosso del ponte, oggi ricostruito sotto l’egida dell’UNESCO, un po’ a sorpresa scopro un piccolo quartiere molto affollato. Negozietti d’ogni sorta. Dai veli della danza orientale alle magliette dell’idolo calcistico Edin Dzeko, classe ’86 e originario di Sarajevo, attaccante della nazionale bosniaca attualmente in forza al team inglese del Manchester City. Ristoranti arabeggianti con tanto di graziosi inviti a entrare. Bancarelle di braccialetti, collane e artigianato locale in ferro battuto.

Tra le varie t-shirt, c’è spazio anche per la Storia con la faccia in primo piano di Josip Brof, meglio noto come Tito, capo della Repubblica Iugoslava dalla fine della II Guerra Mondiale alla sua morte (1980). Non manca l’ironia da indossare, con un eloquente frase impressa su tessuto: I am muslim, don’t panic (trad. Sono musulmano, niente panico). Anche la cultura si ritaglia il suo posto a ridosso del ponte: c’è una mostra fotografica sulla guerra e negozi con documenti cartacei e video sui conflitti balcanici passati e recenti in più lingue: slavo, tedesco, italiano, etc. 

In un televisore all’interno di una libreria vengono mostrati filmati della guerra dei Balcani, incluso l’abbattimento del ponte di Mostar. C’è silenzio. Come se si stesse entrando in un luogo sacro. Il forte ciarlare esterno si spegne di fronte a immagini di distruzione e morte. E lì davanti, un’opera artistica come monito. Una semplice pietra con una scritta nera in stampatello: DON’T FORGET ’93 (NON DIMENTICARE 1993).

Il tempo di allontanarmi un attimo e un trenino “Disneylandiano” con carrozze a ruote invade bruscamente  i miei pensieri. Non mi piace. Quasi non lo accetto. Col passare dei minuti capisco che è stato un giudizio affrettato. In fin dei conti dopo una guerra si cerca la normalità di vita. Perché allora sorprendersi di un simile mezzo turistico? Avrei avuto gli stessi pensieri in una Parigi o Londra che sia? Eppure anche loro furono bombardate.

Cammino nervoso  su e giù per lo Stari most. Un ponte la cui distruzione rappresentò ben più dell’abbattimento di un’opera architettonica (o strategica). La sua demolizione fu una sentenza di divisione tra etnie conterranee. Nell’indifferenza dell’Europa, la Bosnia sprofondò nell’orrore genocida. Sul ponte di Mostar passo da una sponda all’altra del Narenta. Oggi, qui, in questo angolo di Bosnia ed Erzegovina nessuno spara. Chissà domani cosa faremo...

Mostar (Bosnia ed Erzegovina) e il fiume Narenta © Luca Ferrari
Bosnia ed Erzegovina, il ponte di Mostar © Luca Ferrari
Bosnia ed Erzegovina, il ponte di Mostar © Luca Ferrari
Bosnia ed Erzegovina, il ponte di Mostar © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), il ponte © Luca Ferrari 
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), il ponte © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), shopping © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), video di guerra © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina) © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina) © Luca Ferrari

mercoledì 1 maggio 2013

Emilia Balbi, il ricordo dei 40 giorni Titini

Trieste, piazza dell'Unità © Luca Ferrari
La II Guerra Mondiale stava volgendo al termine. Il 1 maggio 1945 arrivò l'esercito jugoslavo a Trieste. L'allora diciassettenne Emilia Balbi racconta "I 40 giorni Titini".


“Sono entrati a Trieste da Opicina il 1 maggio 1945. Sono scesi in città e si sono fermati davanti alla mia casa, in via Udine 40, a fianco della caserma della Finanza e l’hanno occupata”. Inizia così il racconto di Emilia Balbi, classe ’27, nel suo viaggio indietro nel tempo. Nel primo giorno dell’occupazione delle forze slave, verso la fine della II Guerra Mondiale, in quel periodo storico che venne chiamato – I 40 giorni Titini –.

Trieste, come la Venezia Giulia, era sotto il comando nazista. Dopo una prima parte del conflitto favorevole all’asse italo-tedesco, ora l’azione era passata sempre più in mano agli Alleati. Josip Broz, detto Tito, capo dei partigiani comunisti iugoslavi, una volta liberata la propria terra dal nemico, marciava spedito verso zone di confine italo-slave. 

Superata una tenace resistenza delle SS tedesche, il 1 maggio 1945 la Seconda Armata comandata da Tito entrò a Trieste, anticipando di qualche giorno le truppe alleate neozelandesi. Ne scaturì un’inevitabile caccia al “fascista”, senza lesinare processi o esecuzioni sommarie anche a persone estranee a qualsiasi tipo di azione militare. Questo clima di guerra/vendetta continuò fino al 12 giugno 1944 quando l’esercito slavo si ritirò, lasciando il controllo dell’area all'amministrazione anglo-americana.

Alberto Ciancimino
Il giovane fidanzato di Emilia, Alberto Ciancimino, alle prese con il servizio obbligatorio di leva, lavorava negli uffici della Finanza, adiacenti la casa della famiglia della donna. 

“Non appena vide i Titini arrivare, temendo il peggio, scavalcò il muro di cinta interno e si nascose in casa mia, dentro una stretto cunicolo dove mio padre poco tempo prima aveva dato rifugio a un ebreo” racconta Emilia “I Titini intanto fecero subito uscire tutti dalla caserma, e li portarono fino a piazza Obardan. Alti furono portati in un bosco di Opicina. Da lì in poi non si è più saputo nulla di loro”.

Spesso in guerra gli eserciti si macchiano di crimini contro l’inerme popolazione. I Titini e Trieste non furono un’eccezione. 

“Il loro arrivo fu il momento peggiore per me. Durante la loro permanenza poi, fecero retate. Venne mandata gente al confino” continua la signora, “In più di un’occasione vidi civili malmenati di brutto. Una volta, vicino al piazzale della stazione, un uomo venne circondato e vidi pezzi di vestiti e carne schizzare dappertutto. Per protestare tutti noi ci mettemmo delle coccarde tricolori che i militari slavi ci strappavano appena vedevano. Così li riempimmo di spilli. Quando si pungevano, alzavano le mani contro chiunque. Io stessa mi presi due ceffoni. Ma c’è a chi andò molto peggio”.

La storia della giovane Emilia e del suo futuro sposo ha avuto un lieto fine. Forse il migliore che si potesse immaginare. Sopravvissuti entrambi alla guerra e convolati a felici nozze, la loro primogenita nacque proprio il 1 maggio, nel 1951. Sette anni esatti dopo l’ingresso dei Titini a Trieste. Come per regalare all’umanità la miglior eredità possibile: il trionfo della vita e l'amore sull'orrore della guerra.

una cartolina d'epoca di via Udine, a Trieste