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giovedì 17 settembre 2026

Brioni, le isole dei Non Allineati

Isole Brioni, museo di Tito: nasce il Movimento dei Non Allineati © Luca Ferrari

Né con gli USA né con l'URSS. Durante la Guerra Fredda, nel 1956 sulle isole Brioni, i leader di Jugoslavia, Egitto e India fondarono il Movimento dei Paesi Non Allineati.

di Luca Ferrari

Un arcipelago paradisiaco di pochi km tra storia, architettura e qualche animale esotico. Un breve tragitto in battello da Fažana (Fasana), sulla quasi estremità meridionale dell'Istria, in Croazia, e si può già sbarcare nel Parco Nazionale Brijuni, cuore delle omonime isole (Brioni). Questo angolo di natura e mare cristallino vide una delle più importanti pagine di storia della seconda metà del '900. Settant'anni fa, il 19 luglio 1956, i capi di stato di Jugoslavia, Egitto e India, rispettivamente Josip Broz Tito, Gamal Abdel Nasser e Jawaharlal Nehru, fondarono il Movimento dei Paesi Non Allineati con la Dichiarazione delle Brioni, le quali diventarono note come “le isole della pace”, spezzando la dittatura della Guerra Fredda che vedeva due unici poli contrapposti, Stati Uniti e Unione Sovietica. I Non Allineati erano una vera forza alternativa e attiva, basata sul dialogo e la cooperazione e i cui principi base erano la fine della corsa agli armamenti nucleari, la decolonizzazione, lo sviluppo del terzo mondo e la lotta contro le discriminazioni. Ed è proprio alle Brioni che delle semplici parole divennero il seme fondante di una terza via mondiale.

Croazia, agosto 2026. Fasana è una località molto gettonata. Fin dalle prime ore del mattino i turisti si affollano sul molo per acquistare un biglietto e raggiungere le isole Brioni. Ci sono svariate tipologie di imbarcazioni, incluso un simpatico sommergibile rosso con pochi posti disponibili tutti "sopra coperta". Niente ferry. Sulle isole Brioni non c'è posto per le automobili. Una volta sbarcati si può solo camminare, noleggiare una bicicletta o approfittare di un trenino su gomma, quest'ultima opzione collegata all'acquisto (conveniente) del pacchetto con guida che consente di visitare tutte le mete dell'isola principale, a cominciare dalla lapide dedicata al premio Nobel per la medicina Robert Kock, che debellò la malaria nell'intero arcipelago. Fanno parte del tour completo anche una gita al Safari Park dove è possibile salutare anche un esemplare di elefante femmina, Laika, i resti della fortezza austro-ungarica Tegetthoff, la casetta delle barche con sopra il centro multimediale interpretativo-educativo, un giardino botanico nonché i resti di un'antica villa romana risalenti al I secolo a.C. dove pare vi soggiornò l'imperatore Ottaviano.

Non ci sono dubbi invece su un altro inquilino, il simbolo stesso della Jugoslavia unita: Josip Broz Tito, presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia che scelse quest'isola come sua residenza ufficiale, nella sede di Villa Bianca (Lovorka). Alle Brioni Tito svolse una parte importante della sua attività politica e statale. Incontrò presidenti, re e imperatori di numerosi Paesi di tutto il mondo. Ricevette oltre 250 delegazioni statali, parlamentari, politiche, sindacali, militari e scientifiche. Ebbe anche contatti con più di 300 rappresentanti diplomatici e ambasciatori. A Tito è dedicato un museo permanente, cuore della visita oltre alle bellezze di madre natura. L'esposizione inizia con una gigantografia del Maresciallo e la scritta in croato - Živjeti znači stvaralački se ugraditi u vrijeme i prostor u kojem živiš. O tebi govore tvoja djela i ostaneš - che dovrebbe significare: "Vivere significa integrarsi creativamente nel tempo e nello spazio in cui vivi".

Più che a Tito, il museo è dedicato al Movimento dei Paesi Non Allineati. La parte principale infatti sono le foto dei tanti capi di stato venuti in visita alle Brioni. Oltre ai già citati Nasser e Neru, si spinse fino alle coste istriane anche Fidel Castro, ma non solo. Tra i tanti: Ho Chi Min, presidente del Vietnam, Urho Kekkonen, presidente della Finlandia e Yasser Arafat, futuro Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese. A dispetto di rapporti complessi, vennero in visita anche capi di stato dei paesi dell'est Europa e della stessa Unione Sovietica del dopo-Stalin, come Nikita Chruščëv, Leonid Brežnev Nikolaj Podgornyj. Politici ma non solo, molti reali vennero in visita alle Brioni tra cui Giuliana, regina dei Paesi Bassi, Elisabetta, regina del Regno Unito e Margherita, regina di Danimarca. Illustri ospiti anche dal jet set cinematografico, su tutti Sophia Loren, la diva italiana venne più volte anche insieme al marito Carlo Ponti. Furono ospiti Orson Welles, Gina Lollobrigida e la coppia d'oro Elizabeth Taylor e Richard Burton, quest'ultimo interprete di Tito nel film La battaglia della Neretva/Sutjeska (1973).

Guardando la cartina politica del mondo, scopro con una certa sorpresa l'adesione di Cuba al Movimento dei Non Allineati. Quella era l'epoca della revolucion di Fidel e mi sarei immaginato una vicinanza all'area sovietica, sebbene i rapporti non fossero idilliaci. Salvo il governo razzista di Johannesburg, la quasi totalità del continente africano aderì al movimento. Altra sorpresa, l'adesione dell'Iraq e non dell'Iran. Non sono un esperto di culture mediorientali e molto probabilmente il mio errore è dipeso dalla più recente storia dei due regimi.

Museo di Tito - la piantina dei Paesi Non Allineati (in rosa scuro) © Luca Ferrari

In Italia, specialmente nel nord-est, la figura di Tito è quasi esclusivamente associata alla tragedia delle foibe. Ciò che agli italiani, invece, non piace né conviene mai ricordare della Jugoslavia di Tito, sono i massacri che la "brava gente" compì sotto l'egida fascio-nazista con la collaborazione degli ustascia croati, come se un simile fatto non avesse in alcun modo contribuito a scatenare ciò che accadde in seguito. Facciamo allora un po' di chiarezza storica. L'Italia era una potenza occupante e non un placido gruppetto di soldati hippy-intellettuali, come si vede nel film Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. I nostri connazionali si macchiarono di crimini orrendi oltreconfine, e non solo in Jugoslavia. Tra le "nobili" imprese, anche i campi di concentramento, il peggiore dei quali fu quello costruito ad Arbe, sull'isola di Rab, nell'attuale Croazia; alcune lettere dei prigionieri lì internati, narrano di come gli italiani fossero diventati peggiori dei nazisti. Un luogo questo dove nessun politico italiano in più di 80 anni dalla fine della II Guerra Mondiale è mai venuto in visita ufficiale.

La tragedia delle foibe si consumò dopo l'invasione italiana della Jugoslavia, quando le sorti della guerra erano ormai cambiate e i partigiani slavi di Tito avevano riconquistato il proprio paese anche grazie al supporto degli Alleati. In terra slava gli eserciti tedeschi, ungheresi e italiani portarono avanti una guerra di occupazione e di annientamento, incentrata sull'ideologia razziale che considerava gli Slavi una popolazione inferiore e ne prevedeva la sottomissione, lo sfruttamento, la deportazione e l'eliminazione fisica. Com'è tragicamente tipico di ogni conflitto che interessa paesi vicini in cui civili di nazionalità differenti vivono senza troppe complicazioni da una parte e dall'altra, le spregevoli azioni degli occupanti si ritorsero contro i loro stessi connazionali, che ne pagarono ingiustamente le conseguenze. Le foibe non furono un'eccezione nella logica drammatica di una guerra ma di certo considerarle un attacco jugoslavo all'Italia o fare passare il nostro paese per mera vittima è una mistificazione storica, come per altro ha saputo abilmente fare la destra nostrana a partire dalla fine degli anni '90.

Ancora oggi tutte le ex-repubbliche slave festeggiano delle specifiche giornate in ricordo della fine dell'invasione dell'Asse o simili. In Croazia, ad esempio, il 22 giugno si celebra la Dan antifašističke borbe, cioè la Giornata della lotta antifascista, per ricordare quando nella foresta di Brezovica, presso Sisak, venne costituito il primo distaccamento partigiano. Il 27 aprile invece, in tutta la Slovenia, si festeggia la Giornata dell'Insurrezione contro l'occupatore.

Il traghetto per tornare sulla costa istriana intanto attende. Terminata la visita, la guida mi racconta un divertente aneddoto sul "padrone di casa" ma su cui è necessario fare una doverosa premessa storica. In principio le posizioni di Tito erano molto vicine a quelle di Stalin. Dopo la II Guerra Mondiale però, il vento cambiò e il partigiano slavo non aveva nessuna intenzione di diventare l'ennesima pedina di Mosca. Stalin minacciò di invadere la Jugoslavia, impresa non particolarmente complessa visto che il confine serbo-croato si "affacciava" sull'Ungheria, Romania e Bulgaria, tutti stati vassalli dell'URSS. Tito allora mobilitò l'intera nazione, per una resistenza nazional-popolare. L'azione militare fu scongiurata ma i rapporti continuarono a essere pessimi, così il dittatore sovietico pensò di risolvere la questione nel modo in cui trattava ogni suo oppositore. Che Stalin abbia provato a uccidere Tito, è cosa nota e documentata. I tentativi, pare, fossero arrivati in doppia cifra (oltre 20) ma senza esito. Un giorno il Maresciallo, stufo, scrisse una lettera al - caro - Iosif, dicendogli: "So che stai provando a uccidermi. Sappi che se io volessi farlo, mi basterebbe una sola volta. Tre giorni dopo Stalin ebbe un ictus e morì...".

Isole Brioni, museo di Tito: nasce il Movimento dei Non Allineati © Luca Ferrari
Isole Brioni, museo di Tito: nasce il Movimento dei Non Allineati -
la storica firma di Nasser, Tito e Neru © Luca Ferrari
Isole Brioni, museo di Tito: il Maresciallo insieme a Fidel Castro, Arafat, ecc. © Luca Ferrari
L'utilitaria di Tito, davanti al museo sull'isola delle Brioni © Luca Ferrari
Il mare delle isole Brioni (Croazia) © Luca Ferrari
L'elefante Laika sulle isole Brioni (Istria, Croazia) © Luca Ferrari
Rovine romane sulle isole Brioni (Croazia) © Luca Ferrari

giovedì 4 dicembre 2025

C'era una volta la Jugoslavia...

La scrittrice Elvira Mujcic e il libro La stagione che non c'era (2025)
Due anime ferite si ritrovano in un paesino della Bosnia. Il nazionalismo soffia sull'imminente dissoluzione jugoslava. La stagione che non c'era (2025, Guanda Editore), di Elvira Mujčić.

di Luca Ferrari

"[...] È finita quando ci costringono con la violenza a dove appartenere all'una o all'altra parte. Non si può più tornare indietro. D'ora in poi saremo uccisi perché stiamo al di là di una linea. Un passo in più. La fine è dover stare al di là di una linea invalicabile [...]". C'era una volta la Jugoslavia... e sicuramente è ancora dentro molte persone. Quel sogno di multiculturalismo potrà anche essere stato sfregiato da uno dei peggiori conflitti del XX secolo (1991-1996), ma ci sono persone che credono ancora che il solo confine esistente non sia quello tracciato dal sangue o da un accordo politico, ma dentro la propria mente. Elvira Mujčić, scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana, ha dato alle stampe La stagione che non c'era (Guanda Editore, 2025). La vicenda si svolge in una fascia temporale molto ristretta, poco prima dello scoppio delle ostilità. Un tempo dove l'inimmaginabile divenne quotidianità di morte. Un tempo dove la fede in un modello e in un futuro, furono inghiottiti senza possibilità di riappacificazione.

Al centro della vicenda, due giovani. Nene e Merida. Quest'ultima ha una figlia, Eliza. Nene un giorno se n'è andato da casa lasciando una lettera a sua madre. È andato a Sarajevo. Un po' per studiare. Un po' per fare l'artista (disilluso). Un po' per trovare se stesso. Merida è una militante politica. Mentre tutta l'impalcatura Titoista è ormai prossima al collasso, lei ancora ci crede. Ancora crede che il primo ministro Ante Markovic possa salvare la SUA Jugoslavia. Crede ancora che le persone non si faranno abbindolare da slogan secessionisti. Il mondo sta cambiando, è vero. L'Unione Sovietica è collassata. Sì, in tanti si stanno separando ma la possibilità di trovare una via socialista per restare uniti, ci deve pur essere. Lei ci crede, o forse ci spera. Più fede politica che non vana speranza. Nene è più realista o forse, più banalmente, ha capito che non c'è più niente da fare. Una voragine non nasce all'improvviso. Il crollo è solo l'ultimo passo.

E poi c'è lei, Eliza. Lei è la generazione che vedrà le ceneri del mondo dei suoi genitori. Per Eliza, sempre alla ricerca di un padre che l'ha abbandonata prima ancora che nascesse, imparerà che SloveniaMacedonia, Croazia, Montenegro, Serbia e Bosnia-Erzegovina non sono più regioni di un unico grande Paese, ma singoli Stati confinanti. Eliza è audace e smaliziata. Stringe un legame con Nene, il quale alle volte si fa quasi sopraffare. Ha una casetta sull'albero. Lassù, la Jugoslavia pare immune alla deriva bellica dalla quale sarebbe stata traumatizzata negli anni successivi. Tra le fragilità umane e le piccole battaglie quotidiane, pagina dopo pagina, è un crescendo di angoscia in attesa che scoppi l'irreparabile. La guerra dei Balcani è una delle pagine più nere della storia europea. La Jugoslavia era sempre stata un mondo a parte rispetto al resto dei paesi socialisti. Mai schierata al fianco degli USA, rischiò di essere invasa dall'Unione Sovietica di Stalin. 

Giugno 1990. La parola nazionalismo è molto più di qualcosa da sussurrare di nascosto. Allo Stadion Maksimir si gioca l'ultima partita amichevole pre-Mondiale. La Jugoslavia affronta la fortissima Olanda ma succede qualcosa di strano e sinistro. Ci sono quasi esclusivamente bandiere orange. Durante l'inno nazionale della squadra di casa, il pubblico, per la stragrande maggioranza croato, si gira di spalle e fischia. Poche settimane prima, quello stesso stadio aveva vissuto un'anteprima di ciò che sarebbe divampato di lì a poco, uno scontro violento che nulla aveva a che fare con lo sport tra supporter della Dinamo Zagabria (croata) e della Stella Rossa di Belgrado (serba). Tra le fila di quest'ultima, c'è anche un signore che di nome fa Željko Ražnatović; negli anni a venire si metterà alla testa di uno dei più feroci e famigerati gruppi paramilitari serbi, le Tigri di Arkan, macchiandosi dei peggiori crimini. La partite finisce in guerriglia. Per molti, il vero inizio della guerra dei Balcani.

Merida e Nene, due facce (impotenti) della stessa moneta ormai fuori corso. "[...] Stanno tirando fuori scheletri dall'armadio da tutte le parti. Non ce ne rendevamo conto ma poggiavamo i piedi su un terreno che copriva secoli di storia sedimentata male. Ora stanno smuovendo i detriti e chissà cosa salterà fuori " dice lui e metà strada tra saggezza spicciola e una sorta di autocommiserazione. "[...] Sì, ogni giorno esce un articolo, un libro, un'intervista che racconta come i croati hanno ucciso i serbi, come i serbi hanno ucciso i musulmani, come i musulmani sono colpevoli di quello che è accaduto durante l'impero Ottomano. Tutti ripetono che hanno paura. Ti rendi conto? Fino a ieri non si ponevano la questione e oggi all'improvviso hanno paura della moglie, del marito, degli amici o dei vicini", risponde un'esausta e arrabbiata Merida.

Elvira Mujčić ha vissuto a Srebrenica fino al 1992. Poi se n'è andata insieme alla sua famiglia. La piccola cittadina bosniaca è stata teatro di un genocidio di cui l'intera comunità internazionale ha le mani imbevute del sangue di oltre ottomila bosgnacchi (musulmani bosniaci). Anni dopo Elvirà scriverà il libro Al di là del caos (2007). In quest'ultima opera invece, in copertina c'è una donna che ha appena saltato da un precipizio. Alla fine della presentazione mestrina (Ve), un giovanissimo lettore le ha chiesto il significato, paventando (lui) lo scenario peggiore. Elvira però ha dato un'altra interpretazione: "Magari le spunteranno le ali e si salverà" gli ha detto. Magari, e questo lo scrivo io, cadrà in acqua e nuoterà chissà dove. Qualcuno in effetti, durante la guerra dei Balcani, farà proprio così. In molti invece, saranno costretti a restare...

Più di tutti, c'è un passo de La stagione che non c'era a scaraventarci nel terrore più autentico. Quello della porta accanto, improvviso e senza logica. Quando le prime barricate iniziavano ad alzarsi e c'era già chi fuggiva o chi raggiungeva la parte della propria etnia, Elvira Mujčić scrive: "Andare in giro a impegnarsi per la città, significava scontrarsi con sguardi che facevano rabbrividire. Significava depennare dal cuore persone a cui avevi voluto bene. Significava tremare di fronte alla scoperta che per alcuni, amici, colleghi, compagni, eri diventata la nemica, la turca, un ostacolo da rimuovere". Continuando a far parlare Merida, l'autrice slava conclude: "Quel che più la colpiva era lo strano mutamento negli occhi di quegli individui. Una patina nuova ricopriva la retina e faceva apparire lo sguardo freddo, indifferente, assente. L'occhio dava l'impressione di essere strappato dal resto della persona. Separato dal cuore, dallo spirito, dalla memoria. Sradicato dal suo vedere umano, rieducato, addestrato a una cecità predatoria [...]".

mercoledì 27 aprile 2022

Il 27 aprile in Slovenia si celebra la Giornata dell'Insurrezione contro l'occupatore

Lago di Bohinj (Slovenia), lapide II Guerra Mondiale © Luca Ferrari

Il 27 aprile si celebra in Slovenia la Giornata dell'Insurrezione contro l'occupatore. Sulle sponde del lago di Bohinj, una lapide traccia memoria e germogli di pace.

di Luca Ferrari

Un tuffo nella natura lacustre della verde Slovenia, a tu per tu con la Storia del Secondo Conflitto Mondiale. A una mezz'oretta scarsa dal placido lago di Bled, c'è un altro specchio acqueo tra i più celebrati della giovane Repubblica Slovena (1991), il lago di Bohinj, nel cuore del Parco Nazionale del Triglav, tra i più antichi d'Europa. Incastonato nelle Alpi Giulie, si trova a poche miglia dall'altopiano di Pokljuka, piccola meta sciistica frequentata soprattutto dai locali e totalmente immersa nel verde. Il lago di Bohinj è un'oasi di pace. A ridosso delle sue sponde si erge la chiesetta di San Giovanni Battista, finemente affrescata, e raggiungibile (anche in macchina) attraverso un caratteristico e panoramico ponte di pietra.

Parcheggiata la macchina lì nei paraggi, vengo subito attirato da qualcosa di molto particolare, posto proprio davanti al lago: la statua del camoscio di Zlatorog, la cui leggenda affonda nella magia e nell'amore più sofferto. Poco distante dall'edificio sacro è ancora l'opera umana a catturare la mia attenzione. Una lapide incisa sulla pietra, con raffigurante una stella (rossa) e una dedica ai caduti della II Guerra Mondiale. Una tetra pagina di storia dove, a partire dal 1941, furono spietatamente protagonisti i fascisti italiani di Mussolini insieme ai nazisti di Hitler, costruendo nella nazione slava anche campi di concentramento di cui il più tristemente noto è quello dell'isola di Rab (Arbe in italiano), in Croazia.

Difficile se non impossibile slegare i fatti della II Guerra Mondiale dalla tragedia delle foibe, l'ennesima pagina nera bellica-post bellica che ha visto negli ultimi anni la Destra fascista italiana appropriarsi di quella memoria. Una situazione paradossale che può trovare proseliti solo nella propaganda più squallida e nell'ignoranza più laida. È indubbio che migliaia di italiani pagarono un prezzo atroce per mano slava, ma oltre a guardare alle appurate responsabilità del Maresciallo Tito, bisognerebbe iniziare ad ammettere anche le nostre. L'Italia invase il proprio vicino e operò in modo barbaro e spietato. Crimini su cui, inspiegabilmente, gli arroganti eredi delle camicie nere (e non solo) fanno finta di non sapere nulla o peggio, minimizzano, facendo così di noi un popolo di sole vittime. Un'autentica mistificazione della Storia.

Mi sono trovato a passeggiare per la Slovenia il 25 aprile, una data storica per l'Italia. Il giorno in cui celebriamo (quasi tutti) la fine della spietata dittatura nazifascista. Quello però su cui pecca il Bel paese, è il ricordare che anche noi abbiamo fatto parte di quella abominevole macchina di morte e non basta la ribellione-rivoluzione partigiana per riabilitarci e sotterrare i crimini orrendi di cui si macchiò l'Italia fascista, specialmente verso quelle nazioni che la subirono senza pietà né colpe, proprio come la ex Jugoslavia, in principio neutrale. Le camice nero istituirono una quindicina circa di campi di concentramento dove vennero internati civili innocenti il cui unico crimine era quello di esser slavo, e per questo subirono la pulizia etnica. 

Celebri e tragiche le parole scritte dell'allora Commissario Civile del Distretto di Logatec iviate al Prefetto Emilio Grazioli Alto Commissario della Provincia di Lubiana tra la fine luglio 1942: “Si procede ad arresti, a fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere. La frase - gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi -, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi”. Di quanto fatto allora non è mai pervenuta alcuna scusa ufficiale così come nessuno rappresentante dello Stato italiano è mai andato in visita al campo di Arbe.

Oggi è il 27 aprile e in Slovenia si commemora la Giornata dell'Insurrezione contro l'occupatore nazifascista. Piangere le proprie vittime è un atto dovuto. Onorare i morti caduti per propria mano, è un dovere civico e una lezione che può cambiare il corso della Storia.

Lago di Bohinj (Slovenia) © Luca Ferrari

mercoledì 1 maggio 2013

Emilia Balbi, il ricordo dei 40 giorni Titini

Trieste, piazza dell'Unità © Luca Ferrari
La II Guerra Mondiale stava volgendo al termine. Il 1 maggio 1945 arrivò l'esercito jugoslavo a Trieste. L'allora diciassettenne Emilia Balbi racconta "I 40 giorni Titini".


“Sono entrati a Trieste da Opicina il 1 maggio 1945. Sono scesi in città e si sono fermati davanti alla mia casa, in via Udine 40, a fianco della caserma della Finanza e l’hanno occupata”. Inizia così il racconto di Emilia Balbi, classe ’27, nel suo viaggio indietro nel tempo. Nel primo giorno dell’occupazione delle forze slave, verso la fine della II Guerra Mondiale, in quel periodo storico che venne chiamato – I 40 giorni Titini –.

Trieste, come la Venezia Giulia, era sotto il comando nazista. Dopo una prima parte del conflitto favorevole all’asse italo-tedesco, ora l’azione era passata sempre più in mano agli Alleati. Josip Broz, detto Tito, capo dei partigiani comunisti iugoslavi, una volta liberata la propria terra dal nemico, marciava spedito verso zone di confine italo-slave. 

Superata una tenace resistenza delle SS tedesche, il 1 maggio 1945 la Seconda Armata comandata da Tito entrò a Trieste, anticipando di qualche giorno le truppe alleate neozelandesi. Ne scaturì un’inevitabile caccia al “fascista”, senza lesinare processi o esecuzioni sommarie anche a persone estranee a qualsiasi tipo di azione militare. Questo clima di guerra/vendetta continuò fino al 12 giugno 1944 quando l’esercito slavo si ritirò, lasciando il controllo dell’area all'amministrazione anglo-americana.

Alberto Ciancimino
Il giovane fidanzato di Emilia, Alberto Ciancimino, alle prese con il servizio obbligatorio di leva, lavorava negli uffici della Finanza, adiacenti la casa della famiglia della donna. 

“Non appena vide i Titini arrivare, temendo il peggio, scavalcò il muro di cinta interno e si nascose in casa mia, dentro una stretto cunicolo dove mio padre poco tempo prima aveva dato rifugio a un ebreo” racconta Emilia “I Titini intanto fecero subito uscire tutti dalla caserma, e li portarono fino a piazza Obardan. Alti furono portati in un bosco di Opicina. Da lì in poi non si è più saputo nulla di loro”.

Spesso in guerra gli eserciti si macchiano di crimini contro l’inerme popolazione. I Titini e Trieste non furono un’eccezione. 

“Il loro arrivo fu il momento peggiore per me. Durante la loro permanenza poi, fecero retate. Venne mandata gente al confino” continua la signora, “In più di un’occasione vidi civili malmenati di brutto. Una volta, vicino al piazzale della stazione, un uomo venne circondato e vidi pezzi di vestiti e carne schizzare dappertutto. Per protestare tutti noi ci mettemmo delle coccarde tricolori che i militari slavi ci strappavano appena vedevano. Così li riempimmo di spilli. Quando si pungevano, alzavano le mani contro chiunque. Io stessa mi presi due ceffoni. Ma c’è a chi andò molto peggio”.

La storia della giovane Emilia e del suo futuro sposo ha avuto un lieto fine. Forse il migliore che si potesse immaginare. Sopravvissuti entrambi alla guerra e convolati a felici nozze, la loro primogenita nacque proprio il 1 maggio, nel 1951. Sette anni esatti dopo l’ingresso dei Titini a Trieste. Come per regalare all’umanità la miglior eredità possibile: il trionfo della vita e l'amore sull'orrore della guerra.

una cartolina d'epoca di via Udine, a Trieste