venerdì 16 maggio 2014

Inghilterra, this is my life

Windermere Lake (Lake District, UK) © Luca Ferrari
Un'infinita storia d'amore lunga già 17 anni. E oggi, in attesa del nostro decimo incontro, vi racconto la mia Inghilterra.

di Luca Ferrari

Città, centri rurali. Aeroporti. Treni. Bus. Metropolitana. Battelli. Romantici vinili e cinema multisala. Dall'imponente Tamigi al più cordiale Dee, nel Cheshire. Dall'hot-dog tardo estivo di Hyde Park alla calda atmosfera uggiosa-invernale di Liverpool. Dal verde tennistico di Southfields a quello più selvaggio del Lake District. Cara dolce Inghilterra, ho tanto da raccontare su di te e molto ancora da scoprire. Si va in scena!

Un prossimo volo andata e ritorno Monarch/Ryanair per Londra e da Manchester e per la 10° volta attraverserò la Manica, rendendo così la terra di Sua Maestà la meta straniera più battuta della mia esistenza. Sarà il clima mai troppo caldo. Sarà il feeling musicale con i vari John Lennon, Iron Maiden, Clash, Sex Pistols, Radiohead (e anche le Spice Girls... lo so, ognuno ha i suoi lati incomprensibili, questo è il mio). Sarà questo e chissà cos'altro ancora, sta di fatto che io in Inghilterra, specie quella più agreste, ci sto bene. Proprio bene.

La mia prima volta in terra d'Albione fu nel lontano settembre 1997. Partito da Venezia subito dopo aver assistito alla Mostra del Cinema alla proiezione di Year of the Horse, il documentario di Jim Jarmusch sul rocker canadese Neil Young, quando dal mio oblò aereo vidi sia la costa francese sia quella inglese, nel walkman si alternavano il punk melodico degli Offspring e lo ska-rock targato No Doubt con la bella Gwen Stefani alla voce. Poi fu un tripudio di "sporca" scuola inglese anni Settanta.

Sbarcato a Heatrow trascorsi una decina di giorni a Londra, vissuti in particolare tra le colline di Golders Green, i club rock di Camden Town, qualche incursione a Piccadilly Circus e il verde di Wimbledon. Una dimensione troppo convulsiva per un carattere più in confidenza con centri a misura d'uomo. Comunque sia, meno di un anno dopo (agosto '98) ero già pronto per il bis londinese con tanto di permesso di espatrio firmato durante il Servizio Civile, ma la salute mi fece un brutto scherzo il giorno prima di partire e tanti saluti.

Passano quattro anni e nel marzo 2002, con già il trasferimento di vita a Firenze in pole position, faccio il mio ritorno in Inghilterra. Ancora a Londra, e questa volta ci sono delle amichevoli ragioni nuziali a farmi salire sull'aereo (la prima volta con le low cost). Passa poco più di un anno e nell'estate del caldo record (2003) mi ritrovo a gironzolare sotto la casa natale di Charlie Chaplin in sandali.

La vita prende strane strade e non troppo belle. L'Inghilterra viene messa in naftalina. Dopo un periodo di fiacca però riprendo a volare. Comincio dall'India per il mio primo reportage internazionale. Si susseguono altre esperienza analoghe di lavoro in Europa ma l'Inghilterra non rientra nel mio radar. Mi ci vogliono sette anni per tornarvi. È il giugno 2010 infatti quando sbarco per la prima volta al John Lennon Airport di Liverpool, destinazione Chester.

Il tempo di capire dove mi trovi e complice il tanto stress accumulato sommato a una sudata di troppo sui campi da tennis gratuiti del capoluogo del Cheshire e sballo di brutto, ritrovandomi con brividi e quasi 39 di febbre. Addio biglietto di ritorno economico e new ticket due giorni dopo con notevole dispendio fisico e monetario.  Lo ammetto, lì per lì Chester mi dice poco.

Il lavoro però mi ci fa tornare in autunno e l'atterraggio è ancora a Liverpool. Una sosta proprio a Chester, e poi via verso il Galles. Forse la curiosità. Forse un'intuizione. L'inizio del 2011 è una rivoluzione. Decido di passare un mese a migliorare la lingua e la città prescelta è proprio lei, Chester. Parto con Easyjet e atterro a Londra Gatwick in compagnia fraterna. Resto una notte e poi mi dileguo nel nordovest inglese by train.

Il capoluogo del Cheshire sale in cattedra. Incontro e stringo amicizia con persone da tutto il mondo (Colombia, Brasile, Italia, Francia, Corea del Sud, Svizzera, Cina). Insieme a loro riesco anche a fare un bellissima escursione tra la natura del Lake District attraversando il Windermare Lake, i piccoli e caratteristici centri di Ambleside e Grasmere, fino a salire in cima un'altura della vallata del Great Langdale.

Scopro e pratico lo squash. Vivo la vita quotidiana. Come il morso di ragno muta Peter Parker in Spider-Man, così l'esperienza multiculturale di Chester mi entra dentro a tal punto che una volta rientrato in Italia, sento da subito la necessità (fisica e mentale) di ritornarci. E lo farò altre due volte nel 2011. In giugno e dicembre. Qualcuno d'altronde "continua" a chiamarmi" fratello insistendo a dire che la sua mensa è la mia mensa! Senza farmelo ripetere ne approfitto allegramente, così d'estate atterro  per la prima volta a a Manchester (Monarch Airlines) mentre d'inverno faccio scalo ad Amsterdam all'andata e al ritorno (KLM).

Dopo una simile indigestione ci vuole una pausa, ma è sempre la lingua anglofona a tracciare il sentiero. Nel 2012 la Manica l'attraverso ancora, solo che invece di atterrare a est, il mio volo ripartito da Parigi punta all'estremo ovest nordamericano per coronare il sogno di una vita intera, Seattle. Ma quando dal mio posto vedo sul quadrante dell'aereo la penisola britannica sotto di me, tra un film e qualche scritto, la mia mano fa un sereno saluto indirizzato alla piccola Chester.

Anno 2013. Il primo viaggio in alta quota dell'anno è qui. Un momento e Manchester è già che ad accogliermi. Da Londra si riparte. Lì nel mezzo, sempre lei. Chester. Il suo supermercato Tesco. I suoi pub. La sua quiete. Il suo essere a due passi dal rilassante verde gallese. La gente del posto sempre molto cordiale anche con chi non è tipically British. Un posto dove alle 4 del mattino ti "potrebbe" anche capitare d'incrociare uno sconosciuto che vedendoti salire sul ponte della stazione col trolley, si potrebbe fermare, aspettare che tu sia passato e salutarti così – good morning, sir –. Esattamente.

See you soon my sweet dear England.

 This is the life, by Amy Macdonald

Londra, il Parlamento e il Big Ben sul Tamigi © Luca Ferrari
Chester, le mura romane © Luca Ferrari
Il centro di Chester © Luca Ferrari
...appena arrivato in treno a Liverpool © Luca Ferrari
In barca sulle acque del Windermere Lake © Luca Ferrari
La natura sherwoodiana di Ambleside © Luca Ferrari
Il panorama mozzafiato del Great Langdale © Luca Ferrari

mercoledì 7 maggio 2014

Cambogia, le foto inedite di Tiziano Terzani

Cambogia © Archivio Terzani
Post-genocidio, guerra civile e ricostruzione. A Venezia sbarca la mostra In Cambogia. Fotografie dall’Archivio Tiziano Terzani.

di Luca Ferrari

Scheletri e teschi ammassati. Strade devastate. Brandelli di un'umanità sgozzata nei suoi diritti più basilari. Dalla giungla un padre tiene in braccio il proprio figlioletto, avamposto di un'esistenza sopravvissuta alla mattanza più assassina. Il ritratto dello spietato dittatore Pol Pot con un X disegnata sopra. Testimonianze. Documenti. Venezia presenta la mostra “In Cambogia. Fotografie dall’Archivio Tiziano Terzani” (9 maggio – 2 giugno), a cura di Angela Staude Terzani.

L’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati della Fondazione Giorgio Cini di Venezia dedica alla Cambogia la manifestazione di maggior prestigio della sua programmazione per l'anno 2014 proponendo un variegato percorso culturale  attraverso la fotografia, l'impegno umanitario, la storia e la musica della piccola nazione asiatica.

Venerdì 9 e sabato 10 maggio infatti, l’isola di San Giorgio Maggiore ospita la giornata di studi Ricostruire la Cambogia dopo i Khmer Rossi. L’esperienza di vita e di lavoro di Onesta Carpenè (1935-2007), per ricordare la figura della suddetta cooperante veneta impegnata nel Sud-est asiatico per quasi trent’anni.

Originaria di Col San Martino (Tv), a partire al 1966 lavorò nel mondo della cooperazione internazionale tra Vietnam, Laos e Thailandia e una volta caduto il regno dei Khmer Rossi, si spostò in Cambogia dove vi rimase dal 1980 al 2005. L’esperienza di vita e lavoro di questa indomita donna sarà dunque presentata in parallelo alla mostra fotografica In Cambogia. Fotografie dall'Archivio Tiziano Terzani e in chiusura della due giorni, lo spettacolo serale Luci e ombre del Balletto Reale cambogiano al Teatro Malibran.

Tiziano Terzani e la Cambogia. Ventisei stampe fotografiche originali, una ventina di riproduzioni da negativi, provini autentici e alcuni documenti tra dattiloscritti ed estratti stampa dell’epoca. Frammenti istantanei dell'orrore perpetrato da Pol Pot e mai troppo raccontato come i "colleghi" nazisti o sovietici.

Distruzione e ricostruzione. Oppressione e ribellione. Sangue e innocenza. Nel 1979 il Vietnam invade la Cambogia. Le maglie inossidabili della dittatura polpottiana si allentano e Terzani, inviato del settimanale tedesco Der Spiegel, nel 1980 riesce a varcare il confine. Ha inizio il tour nell'orrore. Quello che vede, narra e fotografa è indescrivibile. Ne nascerà il reportage pubblicato “Sento ancora le urla nella notte”.

Tiziano si mette in cammino. Terzani racconta. Tiziano annota. Terzani è sul campo. Di fronte a certe immagini c'è poco da riflettere. Ancora una volta l'umanità incolla il proprio coltello sull'acceleratore vomitando odio e morte su qualsiasi specchietto del presente. Ci restano gli agghiaccianti numeri del genocidio cambogiano. Ci resta la memoria. Ci restano le fotografie di Tiziano Terzani.

Cambogia © Archivio Terzani
Cambogia © Archivio Terzani
Cambogia, Pol Pot © Archivio Terzani
Cambogia, la cooperante italiana Onesta Carpenè
(a dx) il giornalista Tiziano Terzani

venerdì 2 maggio 2014

Plitvicka jezera, i laghi di Plitvice


Laghi, cascate e romantici giri in barca. Viaggio nel Parco nazionale dei laghi di Plitvice, in Croazia. Dove il paradiso non sembra mai avere fine.

di Luca Ferrari

La Croazia dei laghi e delle cascate. Dei ruscelli. Delle gradazioni di verde. Del suono dell’acqua che rimbalza sulla roccia e s’intinge armoniosa sulla soffice vegetazione, e che, come un saggio Virgilio, mi accompagna in questo viaggio nel Parco nazionale dei laghi di Plitvice, svelandomi i segreti di un nuovo mondo naturale.

Salutata la graziosa cittadina di Ravanjska e la sua costa dove il fare la colazione davanti al mare è quanto di più piacevole si possa immaginare per iniziare una giornata, punto il mio radar cartaceo verso nord, prendendo l’autostrada fino a Gornja Ploca e quindi immettendomi nella statale che mi porterà diritto al Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice (Plitvicka jezera).

Girare per le strade croate è uno spettacolo. Aldilà dell’indubbia bellezza naturalistica, le strade sono punteggiate da venditori (quasi sempre donne) con minuscoli e grandi banchetti dove si vende frutta, verdura e il molto apprezzato formaggio locale. In taluni, fanno la loro comparsa anche distillati e miele.

È consigliabile fare il tragitto a stomaco pieno. Se si viaggia coi finestrini abbassati infatti, sarà impossibile evitare che la succulenta aroma del maialino di latte arrostito all’aperto dei vari ristoranti entri nelle narici e così obbligarvi a scendere e saggiare questa squisite specialità.

Le indicazioni sono perfette e tempo un paio d'ore scarse sono già dentro il teatro naturale dell’immenso parco naturale di Plitvice, Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’Unesco. Situato fra la regione della Lika e Segna, e quella di Karlovac, nel cuore della Croazia, nel complesso montuoso di Lička Plješivica, inizia lo spettacolo di un gigantesco mondo acquatico-vegetale di 296 chilometri quadrati.

C’è una scelta di sentieri che vanno dalle due-tre ore di camminata alle sei-otto. Una sorta di trenino su ruote mi accompagna al punto di partenza. Ha inizio l’avventura. Scelgo il sentiero dei laghi e delle cascate. Peccato che un cartello indichi che non ci si possa tuffare. Gli spruzzi d’acqua che arrivano dalle colate acquee mi fanno pensare a un tentativo di seduzione (ben riuscito) di Madre Natura.

Passano pochi minuti e subito m’imbatto in soffici anatre che felici sguazzano a ridosso di piccoli e grandi laghi (scavati nella dolomia, una pietra che noi italiani conosciamo molto bene poiché formano le montagne Dolomiti), muovendo le ali. Starnazzando, e in attesa che qualche umano gli dia la merenda.

Il mondo floreale è davvero ampio. Conifere, larici, faggi, olmi, abeti. E lì nel mezzo, un cosmo pulsante animale (cervi, lupi, orsi) e vegetale. Ci sono anche gli abitanti più piccoli come le farfalle (di cui si contano sedici specie), cicale canterine e libellule. Una di loro per niente intimorita dai giganti bipedi, si poggia delicatamente su una foglia a pochi passi da me. Giusto il tempo per immortalarla e ringraziarla con un inchino.

Nell’ampio giro c’è anche immenso Lago Kozjak (lungo 2350 metri), attraversabile anche in battello, i Burgeti (tre piccoli laghi separati da barriere di Travertino), i laghi superiori (gornja jezera) e quelli inferiori (donja jezera). Un’immensa e larga arteria acquea, habitat per pesci, anfibi e uccelli. 

Lo ammetto. Per me il piatto forte sono loro. Le cascate. Come tuoni dal fresco frastuono, m’impossesso di tutta la loro azzurra potenza. Metto la testa sotto i loro flutti volanti. Mi bagno . Arrivo al Lago Galovac, il cui sentiero conduce alle cascate provenienti dai tre laghi superiori Malo, Vir e Batinovac.

Il giro sembra non finire mai. Che sia un mondo senza uscita? Credo di desiderarlo. E invece arrivo a un piccolo approdo dove un battello mi porterà dalla parte opposta del Kozjac. Lì nel mezzo,un’isoletta che saluto in attesa di farci ritorno e magari questa volta noleggiare una barca a remi e scoprire da una nuova prospettiva lo sconfinato mondo dei Laghi di Plitvice.

Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, cascata nei laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, libellula nei laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, le cascate dei laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, le cascate laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, il Parco nazionale dei laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari
Croazia, i laghi di Plitvice © Luca Ferrari

lunedì 28 aprile 2014

Venezia, Le mille e un bocciolo

Una rosa per Venezia © Luca Ferrari
In Piazza S. Marco a Venezia, è sbocciato un immenso bocciolo (bocolo) d'amore. Mille veneziani hanno incarnato il progetto artistico Una Rosa per Venezia.

di Luca Ferrari

Boccioli di rosa dipinti sulla pelle per onorare la più alta nobiltà di una leggenda. Un coro corporeo per scandire l'amore verso una città. Per la storica festività veneziana di San Marco del 25 aprile, la “Festa del bocolo”, oltre mille veneziani hanno formato un maestoso bocciolo umano in Piazza San Marco. A ideare e tradurre il tutto in magica realtà, il progetto artistico Venezia Rivelata.

“…Dentro le onde dei passi neo-protagonisti cromatici hanno abbandonato le cornici, e ora i grattacieli sono ancor più lontani/... i tanti gradini del mare sono il manuale in cui giace la custodia di quanto ci è appena accaduto… nacque così una strada che avrebbe iniziato il resto della mia vita...”

Venezia, Piazza S. Marco. Nella tarda mattinata di un caldo 25 aprile i face-painters sono già all'opera. Dipingono rose rosse su guance, teste e braccia. C'è chi è vestito di rosso e chi di verde. Sono in mille circa, pronti per occupare gran parte della piazza. 850 metri quadrati di petali rossi e 150 di gambo e foglie verdi. A dirigere le operazioni, i due deus ex-machina di Venezia Rivelata: la coreografa bodypainter Elena Tagliapietra e lo scrittore Alberto Toso Fei.

“La leggenda del bocolo è una storia senza tempo capace, nella sua apparente semplicità, di toccare le corde più profonde delle emozioni, recando in sé quei caratteri che la rendono universale e in grado di raggiungere chiunque” sottolinea lo scrittore veneziano Alberto Toso Fei, “Le storie d'amore d'altronde sono sempre attuali. Quelle che hanno anche un intreccio tragico poi, sembra siano irresistibili. Giulietta e Romeo docet”.

I partecipanti sono carichi di un'allegria contagiosa. Mostrano orgogliosi i propri bocoli. Più donne che uomini, ma tra questi ultimi c'è chi si fa notare. Un ragazzo si presenta con un voluminoso accappatoio purpureo. Altre ragazze-donne si mettono in posa, spensierate e gioiose come germogli appena fioriti. C'è spazio anche per i più piccini. Sono tutti lì, insieme alle loro mamme. Per raccontare al turismo cosmopolita la Venezia della tradizione

Dopo il facepainting, tocca al flash reading. Il fondatore del "Festival del Mistero", Alberto Toso Fei si sposta in tre punti della piazza neo-floreale per altrettante letture della leggenda degli innamorati Maria Partecipazio e Tancredi. Racconta in italiano, inglese e dialetto veneziano. Per conquistare il proprio amore, il cantastorie Tancredi si reca in guerra così a dimostrare il proprio valore al rigido padre di lei. Morrà, ma riuscirà a mandare un ultimo dono alla sua bella: un bocciolo di rosa macchiato del suo sangue. Ricevuto, e deposto sopra il suo cuore, la fanciulla sarà rinvenuta morta il giorno successivo, il 25 aprile.

“Il web negli ultimi anni ha contribuito molto alla diffusione di tutto (anche storie e vicende del tutto inventate)” spiega Alberto Toso Fei, “in linea di massima però, non è da moltissimo che la leggenda del bocolo abbia trovato una nuova diffusione anche nella stessa Venezia. Fino a pochi anni fa infatti, migliaia di veneziani regalavano la rosa senza conoscere bene l'origine – vera o presunta – di tale gesto. Oggi c'è più consapevolezza”.

Una storia Luhrmanniana nel senso più romanticamente tragico, dove la morte non è la fine ma un incrocio fatale di destini e l'amore è memoria senza tempo. Due anime gioiose in meno nel mondo, due ispirazioni in più da onorare ogni giorno. Nella Serenissima cosmopolita, Venezia Rivelata racconta al mondo la storia di un sogno diventato eternità.
 
“Parto dalla tua voce, il nostro ricordo/... Oggi non scomoderò tutti quegli accordatori di talento che continuo ad additare come pietre miliari lontane/... mi dilungo in un messaggio il cui vento ha già coccolato milioni di conchiglie/... A dispetto del colore del proprio sangue, al momento di fondersi con i propri sentimenti , ecco irrompere il fato... Si alzi pure il sipario, il suo sguardo appartiene a voi tutti...”

Una Rosa per Venezia - Time Lapse Venice 25.04.2014

Venezia - Piazza S. Marco, Una rosa per Venezia © Luca Ferrari
Facepainter in azione in Piazza S. Marco per Una rosa per Venezia © Luca Ferrari
Facepainter in azione in Piazza S. Marco per Una rosa per Venezia © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, bocoli dipinti e reali © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, sorridenti partecipanti del gambo e foglie © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, sorridenti petali rossi del bocolo © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, la coreografia prende forma © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, la coreografia prende forma © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, il flash reading dello scrittore Alberto Toso Fei © Luca Ferrari
Una rosa per Venezia, la coreografia prende forma © Luca Ferrari
Venezia, Piazza S. Marco - Una rosa per Venezia

venerdì 25 aprile 2014

25 aprile, la Liberazione infinita

l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia a Milano il 25 aprile
Un nuovo 25 aprile per dire no alle correnti xenofobe che insozzano l’Europa. Il 25 aprile 2014 per agire nel Presente e Liberarci dall’odio e dal razzismo.

di Luca Ferrari

La Storia non basta più, e da un pezzo ormai. Non è mai stata sufficiente. Non è mai stata davvero maestra. Oggi avremmo (abbiamo) tutti gli strumenti per condurre l'umanità in una nuova era di pace e rispetto reciproco, e invece si vedono gli stessi tragici errori. La stessa perseveranza nello scavare muri spigolosi su cui uccidere e farsi ammazzare. Oggi, in questo nuovo 25 aprile, la parola Liberazione è sempre più lontana dal temp(i)o del Presente.

Ungheria. Francia. Italia e non solo. Nomi diversi, matrice comune. Xenofobia. Razzismo. Tentativi d'isolamento. Giorno dopo giorno l’Europa è sempre più terra di conquista di correnti fratricide decise a stuprare quanto dolorosamente conquistato. L'Europa guarda senza agire.L'Europa si lascia contaminare da quello stesso cancro che l'ha devastata.

Il 25 aprile 1945 vennero liberate le città di Milano e Torino dall'occupazione nazista, e via via poi tutta l'Italia. Oggi, 25 aprile 2014, è un nuovo giorno per ripensare e rievocare la Liberazione dal Nazi-Fascismo, eppure l’Europa è sempre più volgarmente impregnata di correnti, partiti e movimenti xenofobi senza che le istituzioni agiscano in modo deciso e concreto. Che futuro ci aspetta? Un futuro di odio e divisioni. Un futuro di Terza Guerra Mondiale?

Ogni giorno c’è una nuova Liberazione da conquistare. Liberazione dalla povertà, dittature e sfruttamento. La Memoria ci rende tutti felici paladini di ideali che nella vita presente sono messi all’ultimo gradino delle priorità. La Memoria è l’ultimo baluardo prima del collasso delle società, sempre più ostaggio di ignoranza collettiva e incapacità di comprendere la realtà contemporanea.

Oggi più che mai ho voglia e sento il dovere di cantare il canto partigiano Bella ciao. Parafrasando quelle parole di riscossa, mi sento però di suggerire questo: “Non voglio trovare invasori in nessuna mattina/ Non voglio scappare né morire/ Voglio che i fiori ornino le porte di ciascuno/ Voglio che ciascuno regali un bel fior all'altro”.

Bella ciao, by Modena City Ramblers

la Memoria per cambiare il futuro in meglio

mercoledì 16 aprile 2014

L'antica via dei mulini di Corigliano Calabro

Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Viaggio in Calabria lungo l'antica “via dei mulini” di Corigliano Calabro, di cui oggi rimangono ancora tracce della passata attività molitoria della zona.

di Luca Ferrari

“In lontananza, una città sulle colline/ Estesa fino al punto del non ritorno/ Un volo di realtà su di una terra spazzata dal vento/ Mentre ero solo, i miei sensi hanno vacillato/ Un'attrazione fatale mi sta trattenendo con forza/... Non riesco a distogliere i miei occhi dai cieli che girano in tondo/ Muto per lo stupore e agitato/ Sono uno lunatico essere terreno, io”. Sono le parole “riadattate" di Learning to Fly (Pink Floyd), accompagnamento ideale per attraversare l'antica “via dei mulini” a Corigliano Calabro (Cs).

Storia e territorio. Riscoperta e valorizzazione. A nord come a sud d'Italia, la società civile non si piega alle regole del cemento e rilancia la (grande) bellezza della propria terra con escursioni ecologiche. Nell'entroterra cosentino, da anni ormai la Pro Loco Città di Corigliano Calabro, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Sinergie e l'Associazione Onlus Coriglianesi nel Mondo, organizza la Passeggiata Ecologica nel Parco del Coriglianeto con annessa Festa della Pizza.

Corigliano paese, piazza del Popolo. Si comincia da qui. Il sole è caldo. Una brezza dalle generalità multietniche si bilancia tra brusii verbali e l'invisibile avanzare di nuvole mutanti. La stragrande maggioranza dei presenti è gente del posto, con le sue eccezioni. Inizia la camminata in direzione Sila, ed è subito una piacevole discesa dai tratti "danteschi". Passo dopo passo i caseggiati si fanno sempre più radi. La natura selvaggia e in parte coltivata dirige spazio, germogli e riflessioni.

Steccati di legno proteggono la strada sul lato opposto al sotto-monte. Giù da basso, una cascina prosegue la vita rurale tra prodotti agricoli e l'acqua del torrente Coriglianeto. Da ciottoloso-compatto il percorso si fa sentiero, inoltrandosi nel ventre di Madre Natura. Solo alberi, terra, acqua e piante. L'essere umano qui è un ospite. Nell'assidua presenza di fichi d'India, irrompe un delicato viola floreale.

Tra le specie arboree più presenti, il lime. Onnipresente in più varietà di cocktail, qui è solo un frutto dalla scorza verde scuro. A toglierci la buccia dà l'idea di spruzzarti diritto in faccia il liquido. L'immagine di una brezza che li fa dondolare nel silenzio della vallata coriglianese si traduce in un linguaggio ancestrale dai vocaboli comprensibili in modo differente.

Se nella prima parte della passeggiata, un paio di sandali chiusi sono più che sufficienti, con l'inoltrarsi nel verde, la pelle potrebbe risentirne. Vista anche la presenza di una minima salita, meglio calzare scarpe più resistenti (vanno bene anche semplici All star e snickers varie). Corigliano è sempre lì dietro, a guardarti le spalle. L'antica via dei mulini consente di mirarne panoramiche mozzafiato che faranno (di sicuro) la gioia della condivisione sui vari Instagram o Facebook che sia. 

Misteriosa. Cruda. Intensa. Prosaica. L'antica “via dei mulini” di Corigliano Calabro potrebbe essere la scenografia naturale di un film di fantascienza con i presenti a mo' di sopravvissuti alla ricerca di una qualche medicina naturale per salvare l'umanità. Si potrebbe immaginare anche una serie più oscura alla I segreti di Twin Peaks (1990-91, di David Lynch) o al contrario, più leggiadramente inforcare pennello e telecamera ricreando una vita bucolica in stile Il profumo del mosto selvatico (1995, di Alfonso Arau). Non c'è limite a cosa una terra possa trasmettere.

Sull'antica “via dei mulini” di Corigliano Calabro siamo in rotta tra le recenti radici di un città. E quando da una struttura ormai diroccata e senza più traccia di presenza umana, appare inequivocabile il segno lasciato da un forno per il pane, è naturale lasciarsi coinvolgere. E commuovere. Rivedendo nella propria mente l'esistenza fornaia quaggiù, dove i raggi gialli paiono distendersi in modo più fertile. 

Sopra un piccolo ponticello si cammina a ridosso di una cascata, anch'essa di piccole dimensioni. La sua acqua è fresca. Giusto quello che ci vuole per rigenerarsi. L'atmosfera, i colori, tutto fa venire voglia di fare un tuffo ma il suo letto ha poca profondità e ci si farebbe male. Si riprende il sentiero, alternandosi tra un assaggio di more e lamponi dei numerosi rovi tutt'intorno.

La luce si va diradando e ad attendere i passeggiatori c'è un gustoso rinfresco con prodotti locali, inclusa pizza in quantità cotta nel forno a legna. Molto soffice e di ampio spessore. Poco sotto, un nitrito di un magnifico esemplare equino ha qualcosa da aggiungere. È solo questione di tempo (poco), e l'infinito prato celeste vira in tonalità sempre più scuro-bluastre da cui emerge una quasi luna piena.

Parafrasando ancora la "pinkfloydiana" Learning to fly, “Esseri del mondo, mi resta solo un saluto... Sotto le nuvole vedo la mia ombra arrampicarsi con la coda del mio occhio bagnato di pianto/ Un sogno non più minacciato dalla luce del giorno potrebbe far volare via quest'anima ben oltre il tetto della notte/… Non c'è sensazione che si possa confrontare con questa/ Animazione sospesa, uno stato d'estasi”.

 Guarda il video Learning to fly dei Pink Floyd

Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini - piante di lime © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini - forno © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini - forno © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, la Festa della pizza sull'antica via dei mulini  © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore
Corigliano Calabro, cielo e nuvole sopra l'antica via dei mulini © Luca Ferrari
Corigliano Calabro, la luna quasi piena sopra l'antica via dei mulini © Antonietta Salvatore