lunedì 12 agosto 2013

Zlatni Rat, il Corno d’Oro

Croazia - isola di Bol, Corno d'Oro © Antonietta Salvatore
Mare cristallino da fare invidia alla culla di Afrodite. Palazzi barocco-rinascimentali. Viaggio lungo la costa croata a Bol, a sud dell’isola di Brac.

di Luca Ferrari

Isola di Brac (Croazia). Dopo aver goduto della placida quiete marina di Povlja, mi dirigo verso l’antico insediamento romano di Bol, un tempo luogo di contadini (soprattutto viticoltori) e pescatori, oggi meta turistica con un piccolo aeroporto ad appena dieci chilometri dalle spiagge. La strada prima sale e poi scende con continui tornanti, fino al piccolo centro abitato, per altro il luogo più antico sulla costa.

Quasi come un ingresso per il paradiso, un’ampia pineta nasconde il Corno d’Oro. Attraversata la “selva oscura”, il sole mi attacca senza esclusione di colpi. E lì, davanti a me e a molti bagnanti giunti da ogni dove, si presenta la spiaggia ciottolosa terminante con un delicato triangolo rivolto verso l’orizzonte del Mare Adriatico, solcato da surfisti e qualche yacht un po’ troppo esagerato.

Provo entrambi lati. L’acqua è fresca. In molti si sono equipaggiati per vedere al meglio i fondali. Altri si danno al divertimento e relax più totale. Aldilà del Corno d’Oro, la maggior parte del lungomare è preda di chiunque si voglia godere il mare. Basta uno scoglio. Un angoletto, e un tuffo ridà forza e linfa vitale, specie nelle giornate di gran caldo, secco a ogni modo e mai umido.

Una comoda strada pedonale attraversa la pineta con bancarelle ai lati che vendono tutto il necessario per la vita da mare senza trascurare molta oggettistica calcarea, tipica dell’isola. Lasciata l’abbondante vegetazione si apre la strada nel centro, per più della metà chiusa al passaggio delle automobili.

Faccio presto la conoscenza della chiesa parrocchiale della Madonna del Carmelo, con caratteristiche decorazioni barocche e rococò e sul cui lato destro è stata collocata un’antica meridiana, che precisa segna perfettamente l’ora. Qualche passo e un improvviso odore di frutta avvinghia tutto il mio sudato camminare. Per scoprirne la fonte mi resta un’ultima fatica.

Salire sulla Krojeve skaline, la scalinata dedicata all’Imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, quando il 23 aprile del 1875 venne in visita a Bol. Fatto gli scalini, nella piazzetta dedicata a Jozo Bodlovic (1910-1943), patriota croato antifascista ucciso dall’esercito invasore, mi appare un piccolo mercato di frutta e verdura. È un trionfo di colori e soprattutto sapori. Impossibile resistere e in un attimo una pesca grande quasi quanto un melone passa dalle mie mani alla mia bocca.

Fatto il pieno di energie, proseguo sul lungomare in un vero tour artistico tra palazzi e sculture. Superato anche un piccolo faro e attraversato “letteralmente” un ristorantino a picco sul mare, arrivo fino al Monastero Domenicano, fondato nel 1475, dove si trova anche il cimitero marino. Rispetto al Corno d’Oro, qui la natura è più selvaggia. Il mare meno limpido e di un blu d’oltreoceano.

Sono di nuovo in acqua. Ma da lassù, qualcosa mi sta chiamando. È il Vidova Gora, il monte a 787 metri di altitudine da cui si può godere di un’incredibile vista non solo del Corno d’Oro ma dell’intera Dalmazia. Lo si può raggiungere anche a piedi ma le guide consigliano tutte ampie scorte d’acqua e giornate non troppo calde. In alternativa, si può arrivare in cima anche in macchina. 

Con il costume ancora mezzo bagnato, mi rimetto al volante. Esco da Bol, passo da Praznica e Nerezisca, e poi inizia la deviazione nel cuore della natura. Immerso in una foresta di pini d’Aleppo, lecci, ginepri e salvia, arrivo sul picco più alto di tutte le isole adriatiche. Con il cuore che tambureggia. In un attimo vengo inghiottito dal panorama. Un secondo dopo sono lì che volo. Quassù davvero, le ali non sono necessarie.

Bol, isola di Brac © Luca Ferrari
Bol, mercato di frutta © Luca Ferrari
Bol, Monastero Domenicano © Antonietta Salvatore
Bol, la spiaggia del Corno d'Oro © Luca Ferrari
Bol, il mare cristallino del Corno d'Oro © Antonietta Salvatore
Bol, lungomare © Luca Ferrari
Bol, lungomare © Luca Ferrari
Bol, lungomare © Luca Ferrari
Bol, Corno d'Oro © Antonietta Salvatore

martedì 6 agosto 2013

Marmolada, delizie d'alta quota

Rifugio Pian dei Fiacconi, salsiccia con patate © Luca Ferrari
Il  sapore affumicato della salsiccia arrostita. Il classico capriolo con polenta. L’inimitabile strudel di mele. Il tutto goduto/gustato ai piedi di uno degl’indiscussi colossi alpini, la Marmolada, detta anche la Regina delle Dolomiti.

Sarà anche un luogo comune che l’aria di montagna metta appetito ma provate a camminare sotto il sole di agosto dai 1450 m di Malga Ciapela (BL) ai 2626 del rifugio Pian dei Fiacconi, e poi ditemi chi non ha voglia di rimpinzarsi con i succulenti sapori delle specialità montane, il tutto condito da una birra o succo di mela a seconda dei gusti. 

Rifugio Pian dei Fiacconi, capriolo con polenta © Luca Ferrari
Rifugio Pian dei Fiacconi, capriolo con polenta © Luca Ferrari
Rifugio Pian dei Fiacconi, salsiccia con patate © Luca Ferrari
Rifugio Pian dei Fiacconi, strudel di mele © Luca Ferrari
Rifugio Pian dei Fiacconi, strudel di mele © Luca Ferrari

venerdì 2 agosto 2013

Bergen, il mercato del pesce

Bergen, il mercato del pesce © Luca Ferrari
Viaggio nel cuore del mercato ittico di Bergen, in Norvegia. Agli esordi dei reportage internazionali vissuti con Il Reporter - raccontare oltre confine.


Storie sospinte verso nord, con il vento della corrente a dettare le coordinate di questa nuova destinazione. Lassù, in terra norvegese. Nel cuore di Bergen, contea sud-occidentale di Hordaland. Fra le case col tipico tetto a V rovesciata del quartiere anseatico e un insolito viaggio fra connazionali al lavoro nel mercato ittico locale. 

Lasciatomi alle spalle il Bryggen, lo storico quartiere del Lungomare (patrimonio mondiale dell’Unesco), per la mia prima esplorazione mi faccio trasportare dall’aria salmastra fino ad arrivare alla Fisketorget, la piazza del Mercato di Bergen, dove da oltre trecento anni hanno trovato casa le tante bancarelle con specialità pescate nei fiordi e in mare aperto. Non è un caso che la città sia gemellata con altri centri che hanno un importante mercato ittico.

Qui in Norvegia però, oltre ai prodotti generosamente distribuiti da Poesidone, ci sono altre bancarelle specializzate in frutta, verdura, souvenir, fiori e artigianato locale. Non faccio tempo a passare davanti al primo dei molti stand, sotto dei particolari tendoni rossi che mi sento invitare nella mia lingua ad assaggiare qualche specialità. Non sono i turisti, ma gli stessi pescivendoli che parlano mentre preparano piatti di pesce (pagabili in corone norvegesi e in euro).

Giro ancora un po’ e dai banconi mi sembra solo di sentire il mio idioma lasciato in Italia. La curiosità è troppa. Fra qualche stuzzichino degustato e una sigaretta fumata, aspetto fino a quando non riesco a scambiare quattro chiacchiere con qualche compatriota, erede dei grandi uomini di mare.
“La maggior parte di noi lavorano qui per tutto il periodo estivo” mi spiega un laureando in biologia marina, “Alcuni sono studenti che studiano a Bergen, altri ci ritornano ogni estate dopo essere stati in Erasmus. Altri ancora si sono proprio trasferiti qui. Gli orari sono molto flessibili. Si va dalle cinque/sette alle  tredici ore”.

“È una città molto tranquilla, rilassante” mi confida un altro ragazzo, trasferitosi da qualche anno sulle sponde dei fiordi e ormai habituè del mercato “C’è molta meno frenesia rispetto all’Italia, e si trova lavoro facilmente. Non di meno, per chi volesse condividere la vita di mare (turisti inclusi), c’è la possibilità di salire in barca insieme ai pescatori locali”.

I turisti continuano ad arrivare numerosi. I banconi traboccano. Per i gabbiani ogni giorno (almeno nel periodo estivo, quando il mercato è in piena funzione) è sempre festa. E mentre sono conteso dalla vita che scorre proprio lì sul molo, davanti al mercato, due leoni in ferro battuto mi rimandano al medesimo felino, simbolo dell'antica Repubblica Marinara di Venezia.

Panini farciti di gamberetti. Giganteschi granchi reali. Rosei salmoni. C'è anche la molto ricercata balena, il baccalà, lo stoccafisso. E diversi tipi di caviale. Da quello classico di color nero che siamo abituati a vedere anche nei nostri supermercati, a quello bianco artico. Immancabile qualche tentativo di contrattazione (soprattutto di qualche pignolo turista nostrano), specie durante la preparazione della paella, il tipico piatto di pesce spagnolo. 

Dopo aver investito 65 corone in un fish burger, mi adagio comodamente su una panchina. Un mix di sapori carezza il mio palato. La pasta morbida del pesce invade olfatto e gusto senza esclusione di delicati colpi al piacere. Il rilassato masticare mi fa sprofondare in un sorriso incontaminato sempre più rivolto alla strada maestra verso i fiordi. Lì, davanti a me.

Bergen, il mercato del pesce © Luca Ferrari
Bergen, il mercato del pesce © Luca Ferrari
Bergen, destinazione Sognefjord © Luca Ferrari

giovedì 1 agosto 2013

Riso e piselli, gli originali Risi e Bisi

Risi e Bisi © Semplicebuonoblogspot.com
Storie di ricette nostrane. Cultura alimentare. Storie di tradizioni e cucina di campagna. La terra del Tiepolo di Scorzè (Ve) si presenta al mondo anche come terra dei “Risi e Bisi”, storica pietanza a base di riso e piselli declamata dall’illustre commediografo veneziano Carlo Goldoni nelle sue scene di vita familiare.


Veneto, terra di antiche e succulente ricette. Se Treviso è l’indiscussa culla del dolce Tiramisù, tra le fertili campagne veneziane, la produzione di dolci piselli amalgamati con il riso, dà luogo a un piatto sopraffino, i Risi e Bisi. Il recupero della ricetta è stato compiuto dalla Proloco di Scorzé con la delegazione accademica del territorio, utilizzando i documenti storici della terraferma veneziana, verificando le consuetudini locali in uso nella frazione di Peseggia (la cui produzione di bisi è ancor oggi tra le più importanti della zona) e nel territorio veneziano, e facendo ricorso alla memoria delle persone più anziane del territorio, con le tradizioni culinarie ancora attive in queste località.

Nei giorni scorsi, la deposizione ufficiale presso la Camera di Commercio di Venezia alla presenza del notaio Ernesto Marciano di Noale, del sindaco Giovanni Mestriner e del delegato della Accademia italiana della cucina di Venezia-Mestre Ettore Bonalberti, il tutto con il partenariato del Comune di Scorzé e la Provincia di Venezia.

“Mi piace ricordare che nel luglio 2012 la giunta Zaccariotto ha approvato il punto all’ordine del giorno a sostegno e tutela del prodotto tradizionale – il biso di Peseggia – e  della pietanza di denominazione comunale (deco) risi e bisi” ha commentato soddisfatto l’assessore provinciale alle Attività produttive e Agricoltura, Lucio Gianni, “la Provincia di Venezia crede nel valore promozionale di questo prodotto tipico e della famosa ricetta.

Anche questo è un modo per mantenere vive le nostre tradizioni culinarie, attraverso i prodotti tipici e l’enogastronomia. In particolare, questo prodotto rimanda a una nota ricorrenza veneziana. Ogni 25 aprile era tradizione che il Doge di Venezia invitasse i nobili a festeggiare, in Riviera del Brenta, mangiando risi e bisi”.

E dalle parole alla pratica, e il gusto. Ecco qui la ricetta originale dei Risi e Bisi. Ingredienti: 500 gr. Piselli sgranati, 500 gr. Riso vialone nano, n. 2 cipolle bianche fresche, n. 5 cucchiai olio d'oliva, n. 1 cucchiaio prezzemolo tritato. 50 gr. Burro, 5 cucchiai parmigiano grattugiato, Brodo q.b. Sale, pepe. Questa la modalità di preparazione per 6 persine.

Si prepara, preferibilmente il giorno prima, un brodo di pollo con sedano, carota, cipolla, uno spicchio d'aglio, poco sale. In una casseruola si mettono 5 cucchiai di olio d'oliva, 500 gr. di piselli sgranati, due cipolle bianche fresche tagliate a pezzetti sottili, il prezzemolo tritato, mezzo bicchiere d'acqua e si cucinano i piselli per 10-15 minuti finché l'acqua sarà assorbita.

Si aggiusta di sale e si aggiungono  500 gr. di riso vialone nano e si continua la cottura versando un po' alla volta il brodo che serve, precedentemente filtrato. A fine cottura, con il riso un po’ al dente, si spegne il fuoco, si manteca con 50 gr. di burro, 5 cucchiai di parmigiano grattugiato, un po’ di pepe appena macinato e brodo quanto ne serve perché risulti morbidamente “all'onda”, cioè appena brodoso da muoversi morbido quando si sposta il piatto.

dalla piante alla ricetta dei Risi e Bisi

venerdì 26 luglio 2013

Cheeseburger in Chester

Chester, il cheeseburger del Telford’s Warehouse © Luca Ferrari
È quasi l’ora di pranzo quando il sole scalda il mio girovagare in quel di Chester, nel nordovest inglese. È ora di gustare qualche prelibatezza al pub Telford's Warehouse.

di Luca Ferrari

Nella patria del nuovo James Bond, l’attore Daniel Craig, tra i tanti pub dove poter affondare le fameliche fauci, i miei legami lagunari mi conducono al Telford’s Warehouse, situato a ridosso di un placido canale. Bar e ristorante aperti 7 giorni la settimana, con musica anche dal vivo. Per rifocillarsi alla grande a una modica cifra, niente di meglio di un colossale cheeseburger, qui servito nella versione personalizzata del Telford's Burger con bacon, formaggio, cipolla rossa dolce, lattuga e patatine fritte. Il tutto innaffiato da un succo di mela biologico.  

God save the Queen!

Chester (UK), il Telford’s Warehouse

giovedì 25 luglio 2013

Dolomiti in torba

Panoramica dolomitica con torba © Luca Ferrari
Da vallate in quota fino ai pascoli caprini e bovini lungo uno dei tanti sentieri dolomitici. Partendo da Passo Monte Croce di Comelico (Kreuzbergpass). al confine tra Veneto e Trentino-Alto Adige a un’altitudine di 1636 m s.l.m. in direzione Alpe di Nemes (1877 m).

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer
 tra funghi, bacche e mirtilli, s’incontra anche l’ecosistema delle torbiere, ambiente di transizione tra acqua e terra, casa di specifiche piante e animali nonché custode vegetativo dei secoli passati. La torba può assorbire acqua fino al 90 per cento del suo volume, protegge dalle inondazioni e costituisce una riserva idrica per i periodi di siccità.

Ecosistema torbiero (Bz) © Luca Ferrari

venerdì 19 luglio 2013

Seattle, l'Oceano Pacifico e Noi

Seattle © Luca Ferrari
Pioverà anche nove mesi l’anno lassù, a Seattle, ma il clima umano che si respira nel capoluogo della contea di King (WA) è tutt’altro che gelido.

di Luca Ferrari

Una città cordiale. In perfetta simbiosi con la delicatezza dell’immenso patrimonio arboreo-marino da cui è circondata. Quasi sommersa. Impregnata. E la sua linfa, isolata dal resto del continente, racconta una storia dal volto multiculturale che guarda non solo oltre all'immenso Oceano Pacifico che le carezza il golfo.  Viaggio a Seattle.

Gli scenari statunitensi coprono ogni possibile fantasia paesaggistica. La mia destinazione questa volta è appena sotto l’estremo ovest canadese, a poco più di due ore (via strada) da Vancouver oltre confine. Un volo che dal centro Europa è di circa undici ore. Fatto scalo a Parigi, mi pare quasi impossibile poter coprire una simile distanza di migliaia di chilometri senza tappe intermedie. Ma così è. E in un attimo il velivolo conquista le infinite autostrade celesti, lasciandosi via via alle spalle Gran Bretagna, Islanda, quindi la Groenlandia. Si supera la Baia di Baffin e poi è tutto un assolo canadese fino a raggiungere la sponda pacifica, e l’atterraggio all’aeroporto di Seattle – Tacoma.

L’impatto con la città inizia come se si fosse in provincia. In una caffetteria nel quartiere di Georgetown. Musica jazz di sottofondo e il sapore di una gentile tazza di caffè caldo. Un autobus nelle vicinanze mi conduce poi verso Downtown.

Non faccio tempo ad aprire la cartina per iniziare a orientarmi, che subito un poliziotto mi viene incontro per chiedermi se ho bisogno d’aiuto. Tra me e me penso sia il suo dovere. Sbaglio. Durante il mio rallentato vagare per le varie avenue, più di un cittadino si dimostra prodigo di attenzione. La prima meta intanto si avvicina. Tra Pine Street e Pike Street, punto al celebre Pike Place Market.

Prima di arrivarci però, m’imbatto in un luogo cult per gli amanti della musica. L’Hard Rock Cafè. Se la città di Seattle richiama subito alla memoria il leggendario chitarrista Jimi Hendrix (1942-1970), tra fine anni ’80 e anni ’90, altri gruppi furono capaci di guadagnare le luci della ribalta internazionale, annientando il pomposo concetto di rock star e proponendo sonorità incisive legate a varie tradizioni (rock, metal, punk, pop) incarnate da band della porta accanto quali Mudhoney, Mother Love Bone, Soundgarden e in seguito Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains.

Saziato dunque l’appetito musicale, seguo l’istinto della buona tavola, immergendomi nei sapori ittici del suddetto mercato (PPM). Il pesce è il protagonista principale, ma il Market Center è un bazar globale che spazia dai gadget turistici a negozietti vintage di gusto. Un universo culturale tinteggiato dall’aria salmastra.

Lo spirito di conquista gli americani non l’hanno mai perduto. E quando i pionieri partirono alla corsa all’oro nella fredda terra dello Yukon, furono in molti a salpare proprio da Seattle. La città rende omaggio al loro spirito avventuriero in quella che fu una delle più grandi epopee, con il Klondike Gold Rush Museum (ingresso gratuito), poco lontano da Capitol Hill. Un imperdibile viaggio tra storia, sofferenze e ricchezza (per pochi) conquistata. Pannelli descrittivi e oggetti d’epoca riescono alla perfezione nel concretizzare il salto temporale, facendoci sentire tutti un po’ argonauti, nel gelo delle acque dei torrenti, alla ricerca delle agognate pepite.

E dai cercatori passo a un altro livello. Sulla 5th Avenue salgo a bordo della Monorail, direzione Space Needle, simbolo indiscusso della città di Seattle. Una torre alta 184 metri, realizzata nel 1962 in occasione dell’Expo. Si può raggiungere la quasi sommità del cosiddetto “Ago dello Spazio” attraverso l’ascensore in meno di un minuto. E lì sotto, a fianco del Seattle Centre e dei tanti negozietti, l’Experience Music Project and Science Fiction Museum and Hall of Fame (EMP/SFM), museo dedicato alla fantascienza e alla musica.

Se il sound di Seattle fu (è) un’ispirazione, ora è il suo stesso volto pulsante a dettare i tempi. Seattle, chiamata anche Emerlald City (città smeraldo), è collocata tra il Lake Washington e un braccio dell’Oceano Pacifico, il cosiddetto Puget Sound. Abbandono il moderno dello Space Needle, avvicinandomi sempre di più al mare.

Raggiunta l’Alaskan Way che costeggia le acque marine con tanti moli su cui sporgersi per fare un ritratto alle correnti, immetto nel mio quadro visivo anche la Ruota panoramica, la più alta degli Stati Uniti inaugurata il 1 luglio scorso, e le celebri gru rosse del porto, da cui il geniale regista Steven Spielberg trasse ispirazione per dare forma ai suoi terribili mostri del film La guerra dei mondi (War of the Worlds, 2005).

Avvicino le mani dentro l’acqua oceanica. Sto un po’ tremando. Nella profondità arborea di una collina da cui godermi questo panorama, trovo conferma di una legittima aspirazione onirico-sentimentale. Mi sento intenzionato a respirare tutta l’aria fresca a disposizione. Ho fatto le valigie senza trascendere. È tutto così continuativamente infinito. Dinnanzi ai tanti fiori che guardano la baia di Seattle, le pagine del proprio stato umano raccontano che cosa si vede. Si dice. Sopraggiunge.

Altre immagini nella versione inglese: Seattle, the Pacific and Us

Seattle © Luca Ferrari
Seattle © Luca Ferrari
Seattle © Luca Ferrari
Seattle © Luca Ferrari
Seattle, la baia © Luca Ferrari
Seattle, la monorotaia verso lo Space Needle © Luca Ferrari
Seattle, verso la cima dello Space Needle © Luca Ferrari
Seattle, la baia sulle luci del tramonto © Luca Ferrari
... good night Seattle © Luca Ferrari