venerdì 12 febbraio 2016

Cabo da Roca, a ovest d’Europa

Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Viaggio sulla costa di Colares, sul lato occidentale più estremo del Vecchio Continente in Portogallo. A Cabo da Roca, tra pace, vegetazione e orizzonte.

di Luca Ferrari

Dietro, l’Europa. Davanti, l’Oceano Atlantico. Quello stesso le cui onde vanno a bagnare le cose statunitensi. Sensazione di silenzio e potenza. Flusso emozionale frastagliato e senza limiti. Una rincorsa. Una capriola. Un fiore appena colto. Un’ispirazione sopraggiunta dalle mille mongolfiere "nuvole-forme". Sono qui, in Portogallo. Sopra le scogliere di Cabo da Roca.

Nella frazione di Colares (comune di Sinora, distretto di Lisbona), a 140 metri sul livello del mare sorge Cabo da Roca. Aqui... Onde a terra se acaba e o mar começa, scrisse il più grande poeta portoghese Luís Vaz de Camões (15244-1580), trad. "Qui... dove la terra finisce e il mare comincia".

La frase è stata anche incisa sulla lapide del monumento in pietra che ricorda a tutti che questo è il punto più occidentale di tutta Europa. Sempre sulla tavola votiva, sono incise anche le coordinate. 38° 47' latitude Nordte. 9° 30' longitude Oeste.

Nei pressi delle bellissime scogliere coperte da una verde vegetazione si scorge anche il faro, risalente al XVIII secolo e abitato fino al 1970 soltanto dai suoi guardiani.  La zona è parte del Parco Naturale di Sintra/Cascais, Patrimonio mondiale dell’Umanità. Un tempo abitato da re, aristocratici, poeti o eremiti, l’area continua a trasmettere sensazioni di pace. Quasi in un limbo prima d’iniziare un altro viaggio.

E così deve essere stato per la forma più avanzata di queste Colonne d’Ercole. Cabo da Roca è molto spesso visitata da una nebbiolina, la cui presenza contribuisce a rendere caratteristica anche la flora e la fauna (come il falco pellegrino) presenti. Tra le specie arboree si può incontrare l’armeria (il cui nome del sembra derivi dalla parola celtica armer: ar=presso e mer=mare), la pseudoarmeria (più alta della prima) e la silene, dai caratteristici fiori chiamati “bubbolini”, appartenente alla famiglia delle Caryophyllaceae.

Fate silenzio, è il respiro del mare. I sensi irrompono nell’infinito orizzonte di Cabo da Roca.

Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, Cabo de Roca © Federico Roiter
Portogallo, l'immensità dell'Oceano Atlantico © Federico Roiter

giovedì 21 gennaio 2016

La memoria non rende liberi

L'entrata del campo di concentramento di Auschwitz © Wikipedia
Aggiornate la Memoria, l’orrore è continuato nei modi più subdoli e assassini. Abbiamo aperto i cancelli di Auschwitz solo per scattare qualche selfie.

di Luca Ferrari

Prima la clava, poi la bomba atomica. Oggi un campionario d'ingegno capace di spaziare tra mine antiuomo, tortura, ricatti politico-economici, etc. Oggi intanto, 27 gennaio, una parte di mondo si appresta a celebrare un nuovo Giorno della Memoria. Ma se il presente fallisce ripetutamente il sorpasso evolutivo col passato, ogni idea di vera libertà è solo una terra dimenticata e senza più vita.

Dalle origini dell’Umanità il mondo è stato costellato di orrori d’ogni genere. Con la “scoperta” dei campi di sterminio in Germania il mondo pensò di aver visto abbastanza e provò a dire basta. Credette di aver detto basta. La triste cronaca dei decenni successivi narra invece del continuo sprofondare in un lugubre abisso di guerre (ufficiali e non), ridicolizzando il concetto dei diritti umani e ciò che è peggio, con la sistematica complicità della Comunità Internazionale che ha ignorato per convenienza il grido lancinante dei popoli più disparati.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa scoprirono il campo di concentramento della città polacca di Auschwitz. Tra poco sarà il 27 gennaio, il cosiddetto Giorno della Memoria. Sarebbe più corretto dire il Giorno della Memoria Ebraica. In questo giorno infatti vengono commemorate le vittime del nazismo, dell’Olocausto e di tutti coloro che si sono battuti per difendere i perseguitati di quella tragica pagina.

Dopo l'epopea dei genocidi tramandati e soprattutto minimizzati come Colonialismo, oggi i governi occidentali, spacciatisi per esportatori di pace, hanno creato distruzione, morte e alimentato il terrorismo. Cina e Russia hanno sempre più stretto le maglie delle rispettive dittature. In prigioni segrete e conosciute è stata praticata (e lo è tutt’ora, ndr) la tortura. L’annientamento dell’uomo è continuato in modo ancora più aberrante a dispetto di fantomatiche risoluzioni sui diritti umani.

Il passato consente di farci sentire fieri di ciò che non esiste più. Insistere a guardare solo un passato che non potrà più ripresentarsi ci offre l’alibi di poter ignorare ciò che è accaduto altrove e sta accadendo ora, e ovunque. Ne è tragicamente l’emblema il governo di Tel Aviv che continua a far pagare al popolo palestinese le colpe dei nazisti senza che nessuno osi fare qualcosa di concreto, temendo da parte d’Israele accuse antisemite.

No, nel 2014 c'è bisogno di qualcosa di più di un Giorno della Memoria. Il Giorno della Memoria deve essere dedicato a tutti i popoli del mondo. Nella Giornata della Memoria devono essere ricordate tutte le vittime innocenti. Ebrei, palestinesi, ceceni, tibetani, siriani, congolesi, vittime di mafia, emarginati in fuga dalla guerra e dall’orrore. Tutti, nessuno escluso.

Almeno un giorno all'anno tutti dovrebbero sentirsi uguali. Uguali nella memoria del dolore.

Srebrenica (Bosnia), le tombe del genocidio

venerdì 8 gennaio 2016

La prima neve del lago di Bled

Slovenia, il lago di Bled e al centro l'omonima isola © Luca Ferrari
Viaggio in Slovenia sulle sponde del lago di Bled. Arrivato con un cielo ancora plumbeo-glaciale, ecco di lì a poco irrompere una sonora e candida nevicata.

di Luca Ferrari

È la mattina di sabato 2 gennaio 2016 quando prende il via il mio primo viaggio dell’anno. Indeciso fino all'ultimo per le ambigue segnalazioni meteo, alla fine ho rotto gli indugi. Messo al volante poco prima del confine italo-sloveno, giusto il tempo per acquistare la necessaria vignetta (settimanale) per attraversare le autostrade locali, eccomi nell'ex-Jugoslavia. Curioso e tragico. In tutta la mia vita una sola volta ero stato in Slovenia prima di oggi. In un lontano aprile '91. Di lì a poco sarebbe scoppiato il sanguinoso conflitto dei Balcani.

Pur non essendo un asso nella guida, meno che meno su strade dove è necessario premere l'acceleratore oltre i 100 km/h, mi muovo su entrambe le carreggiate senza problemi. Gli autisti sono disciplinati. Si corre il giusto. Alla ricerca di un benzinaio vengo colto da una forte nevicata proprio mentre accosto. 40 euro per un pieno. Fantascienza! Non mi sorprende sapere che tanti italiani delle zone limitrofe vengono da queste parti solo per fare il pieno. Il tempo di rimettersi in marcia e il tempo si sistema. C'è quasi il sole.

Supero la capitale Lubiana, poi anche l'uscita di Kranj e finalmente arrivo a Bled. Ho prenotato in un B&B appena poco fuori la città, nel placido paesello di Selo. Scelta quanto mai azzeccata. Un posticino più appartato per raggiungere il quale passo davanti a un recinto con dei cavalli. Fermata la macchina vedo il bosco a pochi passi da me. E più che dal vicino lago, sento un'irrefrenabile voglia “IntotheWildiana” di perdermi lì dentro. Senza orari, programmi o ambizioni.

La stanza è molto calda. Esco in terrazza. L'odore nell'aria è di quelli buoni. Non c'è tensione. Le nuvole si tengono per mano. Lì nel mezzo della natura, tante piccole creature. Alcune in letargo, altre alla ricerca di cibo. L'istinto sarebbe quello di godersi questo piccolo paradiso nel tepore domestico ma le ore di luce sono poche e bisogna approfittarne. Mangio un boccone (salsicce e crauti) e procedo.

Attraversato il vialone principale della città finalmente vedo il lago di Bled (Blejsko, in sloveno), perpendicolare rispetto alla mia direzione. Il tempo di parcheggiare e sono già in esplorazione. Lago di natura glaciale delle Alpi Giulie, si estende per oltre 2 km (2121 m.) per una larghezza capace di arrivare a quasi 1400; la profondità invece tocca i 30 metri. Si può costeggiare serenamente coi propri passi. A darmi il benvenuto dei candidi cigni. Quasi un “soffice” presagio di ciò che accadrà di lì a poco.

Ma per chi volesse limitarsi a qualcosa di più dell'osservare le sponde lacustri, ci sono tipiche imbarcazioni pletna con tettuccio protettivo e in grado di portare fino a 20 turisti. Ai remi nessuno di improvvisato, ma traghettatori generazionali di professione; in alternativa barche a remi da condurre in modo autonomo. A l centro del lago si trova l'omonima isola naturale (Blejski otok in sloveno) la cui l'attrazione principale è la chiesa barocca di S. Maria Assunta (Cerkev Marijinega vnebovzetja), risalente al XV secolo e sorta dove un tempo si ergeva l'antico tempio dedicato alla dea slava Ziva.

Altra particolare caratteristica dell'edificio religioso, la cosiddetta “campana dei desideri”, risalente a quasi cinque secoli fa (1534) in un mix di storia e leggenda. Cammino, cammino e cammino ancora. Circumnavigo a piedi più di metà lago, e a oscurità ormai in stato di avanzamento (insieme alla temperatura verso il basso), prima di riprendere la via del ritorno opto per una calda e tonificante tisana accompagnata dalla Pasta crema, le tipiche sfogliatelle alla crema pasticcera di Bled, qui prodotte fin da metà XX secolo.

Il tempo di tornare a Selo e la stanchezza (il freddo) si fa sentire. Mi addormento riuscendo a vedere qualche timido fiocco di neve in libera uscita. Dormo due ore sparate e quando riapro finalmente gli occhi in orario di cena il bianco ha ormai preso i comandi delle operazioni celesti. Nevica tanto. Strade e natura sono già abbondantemente ricoperte. Impossibile non viverla. Con gli scarponi ancora ai piedi mi rimetto al volante con la massima prudenza.

Faccio così ritorno a Bled per una passeggiata notturna, sempre a ridosso del lago ma dalla parte opposta in direzione la chiesa neogotica di San Martino. C'è silenzio. Pochissima gente per le strade. Giusto qualche altro turista alla ricerca (facile) della magia più candida e romantica. La soffice armonia dei passi sulla neve assume le forme della più dolce delle carezze. Appena qualche bagliore interstellare quasi del tutto coperto.

La neve cade sempre più fitta e io mi addormento cullato da questa impareggiabile ninnananna e al mio risveglio... sta ancora nevicando! Il giorno prima sembrava autunno, oggi è inverno totale. Il mio automezzo è totalmente sepolto dalla neve e mi ci vorrà una mezz'ora abbondante per pulirlo/scaldarlo a dovere. Ritorno sul lago di Bled ed è un altro mondo. A metterci ulteriore magia, la vista di una Fijakerji, carrozze aperte con una lunga tradizione nella cittadina slovena e delle quali vi è una Società specifica che ne preserva storia e cultura. Il tempo è tiranno. Bisogna rimettersi in viaggio. Prossima fermata, l'incantevole Kranjska gora.

Slovenia, la piccola cittadina di Selo © Luca Ferrari
Slovenia, la natura tutt'attorno Selo © Luca Ferrari
Slovenia, scuderia presso Selo © Luca Ferrari
Slovenia, da Selo in direzione Bled © Luca Ferrari
Slovenia, un succulento piatto di salsicce con crauti e patate © Luca Ferrari
Slovenia, il lago di Bled © Luca Ferrari
Slovenia, il lago di Bled e l'omonima isola © Luca Ferrari
Slovenia, il lago di Bled © Luca Ferrari
Slovenia, cigno sul lago di Bled © Luca Ferrari
Slovenia, le tipiche pletna ormeggiate sul lago di Bled e una già in movimento © Luca Ferrari
Slovenia, una fijakerji a Bled © Luca Ferrari

mercoledì 16 dicembre 2015

Renato Minozzi, il postino di Babbo Natale

Portogruaro (Ve), il Santa Claus Post Office di Renato Minozzi © Luca Ferrari
Alla scoperta di un uomo che da fine novembre a dicembre si dedica a smistare la posta di Babbo Natale in persona. Lui è Renato Minozzi

di Luca Ferrari 

C’era una volta, bla bla bla. La maggior parte delle fiabe iniziano così. Ma come per le leggende, anche per le storie più fantasiose c’è sempre un pizzico di verità. Sta poi alle persone far germogliare quel seme e portarlo nella vita reale di tutti i giorni. Renato Minozzi, artista e studioso del paranormale, è una di queste persone. Ogni anno, a partire da metà novembre, sospende la propria attività per dedicarsi a tempo pieno a un compito molto speciale. Fare il postino di Babbo Natale. Ormai, migliaia e migliaia di lettere gli arrivano nel suo ufficio postale, a Portogruaro (Ve).

E lì, insieme a tanti amici “elfi” vengono lette le lettere di tutti i bambini (ma arrivano anche quelle di persone più cresciutelle).  Ad alta voce. In modo che il vento e l’atmosfera le portino fino a Koloupukki (Polo Nord). L’ingresso del giardino, con un simpatico pinguino e poco distante una renna a dare il benvenuto, lo dice chiaramente: Santa Claus Post Office

Questa sua missione incominciò, come nelle più belle favole, in  una sera natalizia. Interrogato sull’esistenza dell’uomo che porta i doni il 25 dicembre, Minozzi non ebbe dubbi su che risposta dare. E sfidando i commensali a scrivergli i propri desideri, aggiunse che dopo avrebbe fatto lui da intermediario. E da lì è iniziata la storia. Che continua ancora oggi. E continuerà. 

Entrare nel suo ufficio natalizio, è come tuffarsi in un mare di cielo terreno. Basta un passo dentro la porta, ed ecco apparire decine e decine di alberelli di natale. Confezioni regalo. La più ampia collezione di “Babbi”. E poi lettere. Tantissime. Tutte conservate. Tutte disegnate all’esterno. Lì dentro ci sono cuori che pulsano. Che vibrano. Che scandiscono il tempo.

Per molti Babbo Natale altro non è che un’invenzione della bibita Coca Cola. Per altri è qualcuno di reale. E sono in molti a giurare che dopo aver inviato la lettera a Renato, i loro desideri si siano avverati. Il postino, in effetti, lo conosce bene il suo datore di lavoro. Il suo libro Intervista a Babbo Natale (2003) svela alcuni dei suoi preziosi segreti.

Vorrei solo restare seduto tutto la notte ed essere svegliato in ogni istante del giorno da qualcuno che senta la voglia di comunicare quanto accaduto nel proprio cuore. Quale che sia  la fede di un desiderio, non credo sia troppo differente da una voce corale che spiazza lungo il vento delle strade.

“Se noi pensiamo una cosa, quella cosa esiste in assoluto”, Renato Minozzi.

Portogruaro (Ve), il Santa Claus Post Office di Renato Minozzi

Portogruaro (Ve), il Santa Claus Post Office di Renato Minozzi © Luca Ferrari
Portogruaro (Ve), il Santa Claus Post Office di Renato Minozzi © Luca Ferrari
Due volenterose elfe aiutano il postino Renato Minozz
I bambini con il postino Renato Minozzi e Babbo Natale

lunedì 9 novembre 2015

Il ponte di Mostar – Memoria bellica e turismo

Il ponte di Mostar © Ilse su Unsplash
Il 9 novembre 1993, durante la guerra dei Balcani, le Forze Secessioniste Croate distrussero il ponte di Mostar. Vent’anni dopo, il turismo di massa si affianca alla memoria di guerra.

di Luca Ferrari

Ricordi di guerra e voglia di andare avanti. Testimonianze dello scontro fratricida dell’ex -Jugoslavia tra i colori dei souvenir. A Mostar, nello stato di Bosnia Erzegovina, tutt’attorno il ricostruito ponte Stari most, oggi Patrimonio Mondiale dell’Umanità, il business commerciale ingolfa  la memoria della storia bellica più recente.

Lasciata l’Italia da un pezzo e oltrepassata Spalato (Croazia), procedo lentamente alla ricerca di una deviazione per evitare di arrivare fino a Metkovic, puntando a varcare quanto prima il confine croato e così prendere la statale E73 che porta diritta a Mostar, centro del cantone di Erzegovina-Neretvanska. Uscito dalla strada principale, dopo Vrgora e Prolgg sono alla dogana e finalmente entro in terra bosniaca.

Imboccata la strada per Medjugorje e superata Ljubuski,’immetto sulla statale all’altezza di Carljina. In questo prima parte della Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità politico-amministrative (a maggioranza croato-musulmana) in cui fu suddivisa l’ex-regione slava di Bosnia (l’altra è la Repubblica Srpska) dopo gli accordi di Dayton (1995), è palese la maggiore influenza del Governo di Zagabria. Bandiere rosso-bianco-blu con lo stemma al centro a quadratini bianco-rossi, sventolano fiere su molte abitazioni.

Ancora qualche kilometro e raggiungo la meta del mio viaggio, Mostar. In un attimo le immagini dei libri diventano reali. Per orientarmi seguo il corso del fiume Narenta che attraversa la città. Un piccolo parcheggio a ridosso dell’indicazione Stari Grad XVI st. e mi trovo a ridosso del celeberrimo ponte, fatto saltare in aria dalle Forze Secessioniste Croate il 9 novembre 1993. Un ponte senza chissà quale valore artistico particolare, al contrario del chiaro messaggio umano: noi da una parte, voi dall'altra.

A ridosso del ponte, oggi ricostruito sotto l’egida dell’UNESCO, un po’ a sorpresa scopro un piccolo quartiere molto affollato. Negozietti d’ogni sorta. Dai veli della danza orientale alle magliette dell’idolo calcistico Edin Dzeko, classe ’86 e originario di Sarajevo, attaccante della nazionale bosniaca attualmente in forza al team inglese del Manchester City. Ristoranti arabeggianti con tanto di graziosi inviti a entrare. Bancarelle di braccialetti, collane e artigianato locale in ferro battuto.

Tra le varie t-shirt, c’è spazio anche per la Storia con la faccia in primo piano di Josip Brof, meglio noto come Tito, capo della Repubblica Iugoslava dalla fine della II Guerra Mondiale alla sua morte (1980). Non manca l’ironia da indossare, con un eloquente frase impressa su tessuto: I am muslim, don’t panic (trad. Sono musulmano, niente panico). Anche la cultura si ritaglia il suo posto a ridosso del ponte: c’è una mostra fotografica sulla guerra e negozi con documenti cartacei e video sui conflitti balcanici passati e recenti in più lingue: slavo, tedesco, italiano, etc. 

In un televisore all’interno di una libreria vengono mostrati filmati della guerra dei Balcani, incluso l’abbattimento del ponte di Mostar. C’è silenzio. Come se si stesse entrando in un luogo sacro. Il forte ciarlare esterno si spegne di fronte a immagini di distruzione e morte. E lì davanti, un’opera artistica come monito. Una semplice pietra con una scritta nera in stampatello: DON’T FORGET ’93 (NON DIMENTICARE 1993).

Il tempo di allontanarmi un attimo e un trenino “Disneylandiano” con carrozze a ruote invade bruscamente  i miei pensieri. Non mi piace. Quasi non lo accetto. Col passare dei minuti capisco che è stato un giudizio affrettato. In fin dei conti dopo una guerra si cerca la normalità di vita. Perché allora sorprendersi di un simile mezzo turistico? Avrei avuto gli stessi pensieri in una Parigi o Londra che sia? Eppure anche loro furono bombardate.

Cammino nervoso  su e giù per lo Stari most. Un ponte la cui distruzione rappresentò ben più dell’abbattimento di un’opera architettonica (o strategica). La sua demolizione fu una sentenza di divisione tra etnie conterranee. Nell’indifferenza dell’Europa, la Bosnia sprofondò nell’orrore genocida. Sul ponte di Mostar passo da una sponda all’altra del Narenta. Oggi, qui, in questo angolo di Bosnia ed Erzegovina nessuno spara. Chissà domani cosa faremo...

Mostar (Bosnia ed Erzegovina) e il fiume Narenta © Luca Ferrari
Bosnia ed Erzegovina, il ponte di Mostar © Luca Ferrari
Bosnia ed Erzegovina, il ponte di Mostar © Luca Ferrari
Bosnia ed Erzegovina, il ponte di Mostar © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), il ponte © Luca Ferrari 
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), il ponte © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), shopping © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina), video di guerra © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina) © Luca Ferrari
Mostar (Bosnia ed Erzegovina) © Luca Ferrari

giovedì 29 ottobre 2015

L'immensità della poesia umana

(da sx) Luca Ferrari, il vice-sindaco di San Miniato Chiara Rossi e Don Backy
Viaggio nella poesia della vita. Dalle canzoni di Don Backy all’incontro con il cantautore toscano durante una premiazione letteraria a San Miniato (Pi). 

di Luca Ferrari

Dal lontano panorama del Comelico bellunese alla recente campagna toscana. Lì nel mezzo, un’ampia e sbilenca porzione di vita. Lì nel mezzo, l'espressione artistica senza confini. Lì, agli antipodi (...), le parole musicali di Don Backy e Kurt Cobain. Un lungo e impensabile viaggio tra i cerchi dell’esistenza dove a emergere è sempre e solo lei, l'immensità della poesia umana.  

Estate 1989. Senza il benché minimo straccio di cultura musicale, assisto in televisione al programma Una rotonda sul mare, sfida canora dove gli storici protagonisti della musica leggera italiana duellano con i loro epici cavalli di battaglia. Nella puntata finale si presentano in 11 e all’ultimissima sfida ci sono il modenese Maurizio Vandelli (leader dell’Equipe 84), in gara con la canzone 29 settembre e il toscano Don Backy con Poesia. Allora non potevo certo immaginare che quest'ultimo si sarebbe ripresentato lungo il mio cammino.

Passano cinque anni e la mia penna per la prima volta trafigge la carta. Aldilà delle mie personali emozioni, è la musica il grande motore. Non quella italiana ma il rock contemporaneo e arrabbiato di Nirvana e Pearl Jam, in particolare. Con queste due band e i rispettivi cantanti-compositori dei testi, Kurt Cobain ed Eddie Vedder, si crea un legame fortissimo. Ancora oggi, oltre ad ascoltarli, la mera forma di ciò che scrivo spesso si richiama a quel primo imprinting. 

Ottobre 2015. Sono già 21 anni che scrivo poesie. Non sono mai riuscito a cambiare genere. Non mi è mai interessato. Ho sempre voluto rimanere lì. A sputare fuori parole senza metrica. Senza alcun ordine se non quello del mio istinto. Magari senza neppure un senso logico. Non importa, va bene così. 

A livello artistico però il 2015 è stato un anno complesso. Inaspettato. Per la prima volta in vita mia non ho sentito l'urgenza di scrivere. Avrei potuto farlo (l'ispirazione non è mai stata in discussione) ma non l'ho fatto, se non in sporadiche occasioni. In questi primi 10 mesi del 2015 ho scritto appena 91 poesie. Una miseria. Per farvi capire, nel 2009 ne buttai giù 776, nel 2002 addirittura 1154 mentre il massimo lo raggiunsi dieci anni esatti fa, nel 2005 con 1847 (una media di più di cinque al giorno). 

Nella scrittura sono sempre stato spartano: o lo sento o mi dedico ad altro. Un giuramento di sangue a prova di menzogne. Mi fa male prendere atto di come stiano andando le cose quest’anno ma lo devo accettare. D’estate però mi è un po' tornata la voglia e pure quella di mettermi in gioco, così ho raccolto cinque poesie e le ho mandate alla L.A.P.S. - Libera Associazione Poeti e Scrittori per partecipare alla XXIII edizione del Concorso Internazionale La Rocca – Città di San Miniato (Pi).

Il risultato è stato il 1° premio nella sezione silloge. C'è di più. A pochi giorni dalla premiazione mi viene comunicato che alla premiazione interverrà una mia “vecchia conoscenza”. Proprio lui, quel Don Backy che in un lontano passato vidi alla tv, ancora ignaro di quanto la musica avrebbe influenzato la mia vita. Così, anche se non mi è stato possibile dirglielo, lo faccio ora. Lo voglio ringraziare come esponente di tutti quei cantautori per quello che l’arte musicale ha saputo regalarmi.

San Miniato, 24 ottobre '15. Nel corso della premiazione, per omaggiare il prestigioso ospite, vengono cantate due sue canzoni: Poesia e Immensità. Già, proprio Poesia. La canzone con la quale Don Backy si presentò alla finalissima di "Una rotonda sul mare" nel 1989. Già, proprio Poesia. Quel genere cui sarò sempre legato e per il quale ancora molta gente si ricorda di me chiedendomi come prima cosa se le scriva ancora.

Dagli artisti si pretende troppo: cambiare il mondo. No, loro non possono farlo. Possono ispirarlo però (e dunque cambiarlo? ndr). A me è successo, proprio con la musica. Anche su questioni in apparenza lontane anni luce. Fino ai 17 anni ero un convinto sostenitore della pena di morte. Fu l'incontro/scontro con il rock dei Nirvana che mi portò a pormi tante domande. Rivedere molte cose, iniziare a camminare per sentieri meno battuti.

Tutto questo mi è di recente tornato in mente proprio mentre mi trovavo nella sala municipale del comune di San Miniato, in attesa della premiazione. Un caso? Non esattamente. Nel 1786 il Granducato di Toscana fu il primo regno europeo ad abolire la pena capitale in seguito all'emanazione del Codice Leopoldino

Musica. Poesia. Musica. Poesia. Un altro cerchio (personale) di vita che mi ha fatto ulteriormente riflettere e continuare a scrivere.

“… sarebbe fin troppo facile passare 
il resto della giornata ad aspettare che i germogli
diventino farfalle, credo
pertanto che non potrò rimanere in disparte
dalle colline… alleggerirò il peso specifico
della mia  prudenza, poi andrò avanti…” l.f

Rape me, performance live by Nirvana

A bordo del ferry boat al Lido d Venezia verso la Toscana © Luca Ferrari
I riconoscimenti/premi conseguiti al Concorso La Rocca - Città di San Miniato 
Il trofeo del 1° premio nel cuore del Chianti senese © Luca Ferrari
L'ispirazione poetica live in Toscana © Luca Ferrari

mercoledì 14 ottobre 2015

Venezia, con permesso... e poesia

Carta, penna e mare: si può scrivere © Luca Ferrari
Viaggio nel mondo poetico di Vita, con permesso..., silloge veneziana vincitrice del 1° premio al concorso Letterario Internazionale La Rocca – Città di San Miniato.

di Luca Ferrari


Scendete a fine articolo. Non leggete subito. Schiacciate play nel video di Youtube. Anche se non è il vostro genere, mettetela comunque di sottofondo. C'è bisogno della giusta atmosfera. Benvenuti nel mio mondo. Non quello dei classici reportage giornalistici di viaggio. Quello del principio. Quello che ha dato origine a tutto. Poesie. Testi. Lyrics. Chiamatele come vi pare. “… e allora facciamo in modo di lasciare i pennarelli ai nostri figli e noi a guardare altre direzioni nella varietà di un mondo precocemente abbandonato”. Scrivevo così lo scorso 23 luglio ne Il falò del nostro singolare, poesia diventata un paio di mesi dopo parte della raccolta Vita, con permesso... con cui mi sono aggiudicato il 1° premio (sez. silloge) al concorso Letterario Internazionale La Rocca – Città di San Miniato (Pi). Un veneziano che vince in Toscana, nel mio caso connubio al limite della perfezione vista l'estrema vicinanza con quella regione. “Io mi considererò sempre americano ma comincio a pensare da inglese”, diceva nel commovente finale di Sua maestà viene da Las Vegas il buon Ralph Jones (John Goodman). Alla comunicazione del premio vinto, quelle parole mi sono tornate subito in mente come a dire: “Profeta in patria? Ma quando mai. In Toscana, semmai. Ecco appunto!". È dal 1999 che partecipo a concorsi di scrittura e qualche soddisfazione me la sono tolta in termini di pubblicazioni (sei libri editi di poesia e uno di narrativa giornalistica). Anche in fatto di riconoscimenti non sono proprio rimasto a mani vuote. So bene che la poesia non rende e non vende ma che volete che vi dica? Ci sono forze al mondo che è inutile combattere, puoi solo assecondarle e diventare una cosa unica. “Non ti dirò quello che sono stato perché l’oscurità non è mai stata un nascondiglio, e quando ero felice al massimo una lettera sconsolata faceva da calco al mio scheletro senza recapito” l.f Raramente ho scelto di partecipare a concorsi a tema. Al contrario sono sempre stato attirato dall'espressività totale senza condizionamenti di ispirazione. Così, quando si tratta di scegliere una categoria prediligo sempre la silloge. Ci posso mettere un titolo (che adoro a livello narrativo) e ci può essere un filo conduttore. Se non hai niente da fare e sai scrivere, scrivere è la cosa più bella del mondo suggeriva Ezio (Fabio de Luigi) nella brillante commedia Happy Family (2010, di Gabriele Salvatores). I greci (se non erro) sostenevano che una volta scaraventato dentro la carta il daimon, lo s'imprigionasse. Si, il demone sarà anche “in gabbia” ma è altrettanto vero che ce l'hai davanti. Lo avrai sempre. Non potrai più tornare indietro. Sarà sempre lì. Anche se brucerai il foglio o cancellerai il file, saprai sempre quello che hai scritto. “Se a fine giornata potessi ancora specchiarmi in qualche biscottata tazza di latte, potrebbe anche essere che ci potremmo fare una risata senza scomodare nemmeno un giorno del domani/... ai nostri sogni infranti non ho molto da dire … non ho voluto fare nulla per ambire a una spiegazione differente” l.f Siamo arrivati ai quasi saluti. Se avrete la pazienza di leggerle tutte le cinque poesie (sono 25 versi ciascuna spazi inclusi) vi troverete catapultati in un mondo dove le carezze hanno più le fattezze di ombre, e la realtà non è tanto diversa da una dittatura verso cui il mondo ha deciso di dare spensierata e condivisa obbedienza. E dinnanzi a tutto questo, è inevitabile che la penna assorba e reagisca. Tutto qui? Non esattamente. Le cinque poesie scelte mostrano un mondo da cui mi sento deluso, incapace di arrivare a un autentico punto zero e ripartire. Un mondo che si crogiola nei propri errori senza alcuna intenzione di cambiare. Eppure, da qualche parte il sole splende. Anche davanti a noi. Semplicemente è sepolto dal troppo carbone. Sepolto da troppe bugie. Ma la scrittura non è un bluff, soprattutto quando lasci sguinzagliare i tuoi demoni senza alcuna volontà di metterli sotto chiave.
Nothing As It Seems, by Pearl Jam

La 1° poesia della silloge "Vita, con permesso..." © Luca Ferrari
La 2° poesia della silloge "Vita, con permesso..." © Luca Ferrari
La 3° poesia della silloge "Vita, con permesso..." © Luca Ferrari
La 4° poesia della silloge "Vita, con permesso..." © Luca Ferrari
La 5° poesia della silloge "Vita, con permesso..." © Luca Ferrari
Avamposti di scrittura al Lido di Venezia © Luca Ferrari
Al calar delle luci, nel cuore del Chianti toscano © Luca Ferrari