venerdì 19 aprile 2019

Il Gesù impaurito di Leonardo Corona

La Passione - Cristo flagellato (dettaglio), di Leonardo Corona
Misericordioso. Impavido. Pronto a sacrificarsi per l'umanità. Sulla grande tela di Leonardo Corona  esposta all'Ateneo Veneto di Venezia però, Gesù è un uomo solo e impaurito.

di Luca Ferrari

Lo sguardo impaurito rivolto verso il suo aggressore intento a flagellarlo. Lui lì, legato e inerme. Guarda con spavento la brutale azione di un altro essere umano. Anche nei momenti di sofferenza estrema, raramente Cristo viene mostrato con quella legittima paura che qualsiasi uomo normale avrebbe avuto nell'essere torturato e poi messo a morte. Certo, lui era il figlio di Dio ma non era anche un uomo? Nella grande tela esposta nell'Aula Magna della Scuola Grande di San Fantin, sede della secolare istituzione dell'Ateneo Veneto a Venezia, Gesù viene ritratto da Leonardo Corona con gli occhi (quasi) di un bimbo, incapace di comprender il male.

Situato a due passi dal Teatro La Fenice, l'Ateneo Veneto racconta ogni giorno storie di cultura con incontri gratuiti. Al suo interno, oltre all'ampia Aula Magna, un'altra sala, la Tommaseo anch'essa traboccante di opere d'arte e adibita ad eventi pubblici, quindi l'ex-sagrestia della Scuola, oggi sala Vittorio Cini, e infine una ricca biblioteca aperta al pubblico. Tra le molte opere interne, anche una pala del Tintoretto, l'Apparizione della Vergine a San Girolamo, in questi giorni in prestito alla National Gallery di Washington per la mostra: Tintoretto, Artist of Renaissance. Molto elegante l'ampia facciata (a capanna) con tre statue sui vertici del frontone raffiguranti due angeli e la Madonna al centro, quindi il bassorilievo di Cristo in croce nella nicchia subito sottostante.

Cristo è braccato. Il suo destino è oramai segnato. Come un'orda di squallidi avvoltoi, sadici aguzzini si scagliano contro di lui. Un uomo lo tiene bloccato. Un altro brandisce una frusta per colpirlo. Gesù potrebbe rispondere, liberarsi e mettersi in salvo ma ha deciso e subisce. Nella pennellata del Corona (Murano 1561 - Venezia, 1506) emerge un dettaglio non così frequente. Il figlio di Dio appare impaurito, quasi sbigottito per la violenza che sta per scagliarsi contro di lui. Nel tratto morbido del disegno, Gesù si spoglia del suo essere divino, mostrandosi per quello che semplicemente era: un uomo che credeva nella bontà dell'uomo.

Perché lo stai facendo, sembra chiedere il Cristo flagellato di Leonardo Corona esposto nell'Aula Magna dell'Ateneo Veneto, a Venezia. Una domanda che racchiude tutta la più spontanea semplicità di chi non riesce ad accettare e comprendere un simile gesto. Oggi, nel terzo millennio super-tecnologico, siamo ancora in tantissimi, laici e di tutte le fedi, a chiederci sbigottiti come sia cambiato così poco. Oggi, davanti a La Passione del pittore veneziano Leonardo Corona, milioni di persone si chiedono scioccate come e perché possano morire così tanti esseri umani inermi, schiacciati dalla prepotenza economico-bellica.

C'è una parte di ciascuno di noi nello sguardo di Gesù, nel Cristo flagellato de La Passione di Leonardo Corona e ormai non c'è più tempo. Dobbiamo uscire dal quadro e rompere le catene dell'odio e della violenza.

L'Aula Magna dell'Ateneo Veneto - Lungo le pareti, parte del ciclo de Le Storie della Passione
Venezia, la facciata della Scuola Grande di San Fantin, sede dell'Ateneo Veneto © Luca Ferrari
La Passione - Cristo flagellato, di Leonardo Corona

mercoledì 17 aprile 2019

Notre-Dame, Venezia è sorella di Parigi

Venezia, i palazzi di Ca' Farsetti - Ca' Loredan illuminate col tricolore francese
I palazzi di Ca' Farsetti, Ca' Loredan e il Teatro La Fenice illuminati dal tricolore francese come gesto di solidarietà di Venezia a Parigi per il tragico rogo di Notre-Dame.

di Luca Ferrari

Nella notte di martedì 16 aprile, le facciate dei palazzi di Ca’ Farsetti – Ca' Loredan, sede del Comune di Venezia affacciata sul Canal Grande, e quella del Teatro La Fenice si sono illuminate questa con i colori della bandiera francese come gesto di solidarietà all’intera nazione che il giorno precedente aveva visto la Cattedrale di Notre Dame gravemente danneggiata da uno spaventoso incendio e le cui cause sono ancora al vaglio degli inquirenti.

“Venezia, nella sua storia di città cosmopolita, ha sempre tenuto importanti relazioni culturali e commerciali con la capitale della Francia e le immagini dell'incendio che ieri sera ha distrutto buona parte di Notre Dame ha lasciato, in tutti noi, grande tristezza e sgomento" hanno commentato congiuntamente la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano e il Sovrintendente della Fenice, Fortunato Ortombina.

"Abbiamo rivissuto quei tragici momenti del gennaio 1996 quando un terribile rogo ha completamente distrutto il nostro Teatro La Fenice" hanno poi proseguito, "In una notte un pezzo della nostra città era andato in fumo ma da quelle ceneri, come il mitologico uccello, abbiamo saputo farlo risorgere e riportarlo agli antichi fasti. Con questo spirito e con la piena condivisione da parte del sindaco Luigi Brugnaro che, fin dalle prime allarmanti notizie di ieri sera, ha voluto manifestare la propria vicinanza agli amici francesi, abbiamo deciso di accendere il tricolore blu, bianco e rosso sulla facciata di due palazzi simbolo della vita cittadina. Tutti noi veneziani vogliamo arrivi alla Francia il nostro abbraccio e il nostro sostegno. Venezia è sorella di Parigi oggi e per sempre”.

Venezia, il teatro La Fenice illuminato col tricolore francese

venerdì 25 gennaio 2019

La memoria che affoga in ogni giornata

Imbarcazione con persone in difficoltà © marina militare
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Quella del Presente però, viene ignorata. Lasciata morire, e certi politici tronfi lo rivendicano pure.

di Luca Ferrari

Cerimonie. Manifestazioni. Paroloni contro l'antisemitismo. Scolaresche in visita ai luoghi della cosiddetta Memoria. Tutto bello. Tutto molto rispettoso. Tutto molto giusto. Tutto molto insignificante. Il 27 gennaio 1945 venne rivelato al mondo l'orrore del campo di concentramento di Auschwitz. A partire dal 2005, con tanto di risoluzione ONU, quel giorno è stato decretato come Giornata della Memoria. Oggi, più di settant'anni dopo, è un tragico emblema di un mondo che sa indossare il lutto nel guardare il passato. Taglierino e stivale col tacco nell'affrontare il presente, lasciato quest'ultimo affogare nella fermezza della propria propaganda politica.

Che valore può avere rievocare una delle peggiori tragedie dell'umanità mentre il mondo è dilaniato da guerre e ondate di revisionismi fascio-xenofobi? Sarebbe ora di finirla con la retorica che il passato insegna perché a giudicare da tutto quello che è successo dopo la II Guerra Mondiale, c'è ben poco di cui essere orgogliosi della nostra presunta comprensione. E soprattutto è offensivo vedere personaggi di ogni ideologia, dai politici al cittadino comune, che dicono/scrivono sul genocidio ebraico, ma per tutto il resto del tempo istigano all'odio e alle differenze, come se fosse qualcosa di diverso.

La Giornata della Memoria non è per tutti. Ha di sicuro valore per chi crede davvero nei valori umani come le associazioni non governative (ONG), oggi equiparate ad approfittatori con futile superficialità da beoti ben addestrati da chi asperge facile bava rabbiosa per il proprio tornaconto elettorale e mediatico. Ha di sicuro valore per quei comuni e quelle comunità che credono che l'accoglienza sia un dovere dell'essere umano prima che un voto parlamentare. Ha valore per chiunque immagini anche per un solo millesimo di secondo di poter essere un giorno al posto loro.

"Non accetto che il Governo del mio paese, coscientemente e volontariamente, mandi a morte queste persone" ha sottolineato Gino Strada, chirurgo fondatore dell'associazione umanitaria Emergency, nella puntata del 24 gennaio 2019 di Otto e mezzo condotto dalla giornalista Lilli Gruber, "Lo fanno perché sono dei razzisti. Perché sono dei fascisti. Perché hanno la stessa ideologia, mutatis mutandis, che abbiamo sentito nei tempi antichi. Come possiamo accettare migliaia e migliaia di morti? E come possiamo accettare politici che rivendicano queste azioni? Queste sono azioni criminose".

In un'altra sede, l'ottantasettenne Liliana Segre, deportata ad Auschwitz e sopravvissuta all'Olocausto, ha parlato agli studenti al Teatro della Scala di Milano. Le sue parole fanno eco al medico italiano, com'è stato raccontato su Libreriamo.it: "Per la colpa di essere ebrea. Anch’io sono stata una clandestina nella terra di nessuno, io lo so cosa vuol dire essere respinti quando le frontiere sono chiuse". Nuove pietre d'inciampo sono state e verranno collocate, eppure ogni giorno, sempre più persone calpestano la razza umano sputando in primis, proprio sulla memoria degli ebrei e di tutti coloro che vennero mandati a morire. Ieri, nei campi di sterminio, oggi lasciandoli su imbarcazioni e rimpallando ad altri la responsabilità della loro fine. E questo non è più accettabile.

venerdì 28 dicembre 2018

Cuba, la rivoluzione fa sessanta

Museo de la Revolucion (L'Avana): pannello celebrativo del trionfo di Castro e i barbudos © Luca Ferrari
Il dittatore è in fuga, ha abbandonato Cuba. Trionfano i barbudos di Fidel Castro e Che Guevara. Sessant'anni fa, il 1 gennaio 1959, sull'isola caraibica trionfava la rivoluzione del popolo.

di Luca Ferrari

L'Avana, capodanno 1959. Lo spietato dittatore Fulgencio Batista è scappato. Ha abbandonato l’isola di Cuba. L’esercito ribelle guidato da Fidel Castro (1926-2016) è ormai alle porte. È il trionfo del popolo. È il trionfo di un pugno di uomini che con caparbietà, coraggio e tanti sacrifici, ha saputo ribaltare una situazione impossibile. Riprendersi ciò che era loro, strappando la propria terra all'avidità delle lobby straniere pullulanti d'azzardo e prostituzione. I barbudos hanno vinto. Davide ha sconfitto Golia. 1 gennaio 1959, una nuova alba per Cuba e forse per il mondo intero.

Fidel Castro, Che Guevara, Cammillo Cienfuegos. La storia rivoluzionaria di Cuba splende ancora nella memoria di quei tre indomiti condottieri. Uno dei rari casi in cui il potere si è inginocchiato all’iniziativa popolare, unita e decisa. Il dopo è un’altra storia e come in tutte le guerre civili si è passati alla resa dei conti (legale e non). Nato nella repressione più atroce dell’attacco fallito alla caserma Moncada, il Movimento del 26 Luglio riuscì nell’impresa di sradicare un potere che, forte dello spregiudicato appoggio a stelle e strisce, sembrava indistruttibile.

Oggi come allora si festeggia la fine di quell'epoca. Da allora sono passati sessant’anni e di quegli uomini che fecero la Storia è rimasto solo Raul Castro, fratello del Leader Maximo, scomparso due anni or sono. In queste sei decadi Cuba ne ha vissute parecchie. Dalla storica alleanza con l’Unione Sovietica di Nikita Chruščëv e la crisi dei missili, all’anonimato più totale fino all’apertura di Barack Obama che allentò le (ridicole) maglie  dell'embargo ancora in vigore, poi nuovamente soffocata dal nuovo e attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Che destino attende ora l'isola caraibica?

Siamo arrivati al 2019 e di quell'atmosfera rivoluzionaria c'è ancora troppo o forse troppo poco, a seconda dell'aera geografica. Per noi occidentali sinistrorsi la rivoluzione cubana resta un mito. Un'idea che ha trovato la strada della concretezza (molto atipico per la Sinistra italiana), prendendo il toro (dittatore) per le corna e mandandolo al tappeto con decisione, sacrificio e, in quel caso, lotta armata. Ma più che la Storia, la rivoluzione Castrista rappresenta una speranza che continuerà a illuminare il cammino di chiunque voglia (davvero) sfidare e vincere qualsiasi tirannia.

Cuba è ancora un mondo a parte. Dei tanti reportage realizzati in giro per il mondo, il mio viaggio a Cuba resta senza dubbio quello che mi ha più lasciato stordito. Ancora oggi, nell'epoca dei social network, a parlare di Cuba vengono subito in mente loro, quei due lì. Fidel Castro e Che Guevara. Stratega e politico il primo, idealista e guerrigliero il secondo. Due leader per una stessa causa. I due leader che si conobbero in Messico dopo che Fidel era stato scarcerato per grazia di Batista (il più grande errore del presidente cubano, ndr), e da allora hanno marciato fianco a fianco fino alla liberazione dell'isola e il trionfale ingresso nella capitale.

Cuba cambiò il corso del proprio destino quando ancora doveva iniziare un decennio fondamentale per la cultura e la contestazione. Cuba era già avanti a tutti. Mentre le menti europee dovevano ancora attendere, i cubani lottarono per la vera libertà e dimostrarono al mondo intero che nessun dittatore è al sicuro se il popolo è unito. La lezione fu grandiosa. Quell'epopea fu incredibile, bissata poi dal contrattacco vincente all'invasione statunitense nella baia dei Porci, nell'aprile del 1961. Un altro trionfo di Fidel Castro. Un altro monito di Cuba contro il vicino e potentissimo aggressore: questa è casa nostra, guai a chi ce la tocca!

Nel terzo millennio Cuba è ancora un mondo a parte. Ogni nazione ha le sue guerre e la sua memoria eppure la vittoria di Fidel Castro sembra appartenere a noi tutti affamati di libertà, quasi più dei nostri stessi partigiani. Nella vittoria del Movimento del 26 luglio contro lo status quo sembra esserci una porzione di ciascuno di noi. Sessant'anni dopo, quell'impresa militare ci fa ancora ribollire il sangue fin fuori dagli occhi. Al posto di Fidel, la maggior parte di noi avrebbe abbandonato subito dopo il naufragio della leggendaria Granma, l'imbarcazione con cui Castro e i suoi seguaci "arrivarono" a Cuba dal Messico, accolti dalle mitragliate di Batista.

Camminare per l'Avana o farsi una nuotata nelle acque cristalline della baia dei Porci non è come passeggiare per Madrid o sguazzare nel mare salentino. Lì c'è qualcosa di più. Lì c'è un sentimento che ti scorre dentro tutto il perimetro umano-sentimentale, qualcosa che immagino sia molto simile a chiunque calpesti la sabbia della fredda costa normanna, lì dove gli Alleati sorpresero i Nazisti e diedero vita a una trionfale marcia di guerra abbattendo l'armada hitleriana. Quella però era la nostra guerra. L'odore di morte dei campi di sterminio era il nostro nemico da piegare, Cuba invece era lontana migliaia di miglia più un oceano.

Eppure è esattamente così. Sei lì, a Cuba. Entri nell'Hotel Nacional e vedi le foto appese dei barbudos. Guardi i loro volti, stanchi e felici. Guardi quelle facce e ti interroghi su come siano riusciti in una simile impresa. Dopo anni passati a nascondersi nella boscaglia, erano finalmente arrivati a L'Avana e qui soggiornarono in quelle prime e convulse giornate. Il dittatore, da bravo vigliacco quale sempre è, era scappato. Adesso toccava a loro rimettere le cose a posto. La Storia (obiettiva) riconoscerà meriti e demeriti. Anche la rivoluzione cubana avrà i suoi torti e farà i suoi sbagli, ma è stato un bene che ci sia stata. Ancora oggi ci inorgoglisce a parlare della rivoluzione cubana.

Ancora oggi, a distanza di sessant'anni dal trionfo definitivo dell'esercito guidato da Fidel Castro, la rivoluzione cubana ci fa ancora drizzare il sangue fin fuori dalle orbite. Nel 1959 il mondo era diversissimo da ciò che è oggigiorno. Il 1 gennaio 1959 il popolo di Cuba scrisse una coinvolgente pagina di Storia che ancora oggi è in grado di ispirare uomini e donne da ogni dove. Oggi, in un mondo prevaricato da politici senza ideologia e masse ipnotizzate da facili slogan, la sessantennale rivoluzione cubana ha ancora voglia di raccontarsi. Oggi, 1 gennaio 2019, la rivoluzione cubana si tramanda con i suoi eroi e le sue azioni. Noi siamo qui, mai sazi di quella epica impresa rivoluzionaria. Libertà o muerte!

Cuba, on the road verso la Baia dei Porci © Luca Ferrari
Cubal'Avana Hotel Nacional: in memoria del glorioso 1 gennaio 1959 © Luca Ferrari
Cubal'Avana Hotel Nacional: in memoria del glorioso 1 gennaio 1959 © Luca Ferrari
Museo de la Revolucion (L'Avana): gigantografia di Fidel Castro © Luca Ferrari
Museo de la Revolucion (L'Avana): sventola fiera una gigantesca bandiera di Cuba © Luca Ferrari

lunedì 24 dicembre 2018

Il regalo più bello è una piccola collina immacolata

Finlandia, bosco © Visit Finland
Lassù, fra le aurore boreali della Finlandia. Per documentare la magia paesaggistica di Madre Natura e trasformarla in sensazioni e colori.

di Luca Ferrari

Un nuovo reportage mi attende. Poco prima di partire, vengo richiamato da Facebook. C’è una e-mail che non avrei saputo immaginare più privilegiata. È la prima risposta di un’amica che non sentivo da un'eternità. Faccio appena in tempo a stampare le sue parole e farmi travolgere dal mega-contagio della sua prima frase stellata, che sono già a vagare sopra l’Europa.

Nello sfogliare la lettera, scopro che mi sto recando nel medesimo posto dove ha iniziato a risiedere. A Kouvola, nella regione del Kymenlaakso, Finlandia meridionale. Ora lei vive in una zona che si chiama Pikku-Palomäki, e che letteralmente significa “piccola collina di fuoco”.Non saprei quantificare i giorni del tempo trascorsi da un inconsapevole e involontario addio. Non sono sorpreso di questa coincidenza. Semmai, emozionato. Ho intenzione di andare fino in fondo, e toccare il marzapane di quei nuovi boschi.

Mentre sono ancora sospeso nel cielo, riguardo le foto appese alle tante botole temporali della mia mente. Una volta arrivato a terra poi, ritorno al presente e faccio il mio lavoro. Così, tra un appunto e uno scatto, due chiacchiere e un tea caldo, vengo risucchiato da una sensazione di familiarità, e via via travolto da un sentimento di essere affacciato alla finestra più segreta delle nostre pianure più sotterranee.

Nel vedere un gruppetto di ventenni, ripenso a quando la gente non capiva (né capisce) perché ricordiamo così volentieri gli anni più tormentati delle nostre esistenze. La risposta è nella storia di una ragazza come lei, che rese ogni sogno irrealizzabile una promessa mantenuta. Un messaggio che ha sempre sancito la sincerità di quello che non abbiamo mai smesso di essere.

Inizia a cadere qualche granello bianco intanto. Istintivamente allargo le braccia, sentendomi come l'intero pianeta Terra ricevitore del concerto celeste. Senza troppe bussole mi presento al cospetto di altissimi esemplari di abeti. Registro le mie impressioni tingendo il manto nevoso di qualche goccia d’inchiostro della mia inseparabile stilo.

Sento come un brivido cavalcarmi la cute. Attraverso in pochi minuti scenari che mi rimandano alle dolci alture dei boschi alpini così come alle atmosfere più gotico-arboree. Senza emettere nemmeno un fiato, mi metto a correre. Leggero e spaesato. Glorioso e delicato. Ogni orma che mi lascio alle spalle, pare avere sembianze umane.

Esco dal bosco. Poco dopo sono a Pikku-Palomäki. Da queste parti la luce non può che appartenere a qualche neo-nottata dagli arcobaleni più dolcemente ribelli e immortali. Prendete nota. Queste non saranno certo le ultime parole che mi sentirete rivolgere a te e al mondo. Posso confidarti, in via del tutto acquatica, che, Mi fai piangere e mi fai sorridere. E non sai che felicità parlare con te. Qui. Dopo tutto questo tempo.

martedì 11 dicembre 2018

Italia-Austria, fascino da confine

Versciaco (BZ), a ridosso del confine con l’Austria © Luca Ferrari
Assenza di confini significa in primis maggiore libertà, ma anche un po' meno fascino.

di Luca Ferrari

Iniziava il viaggio. Si salutava l’Italia, pronti per oltrepassare la frontiera. Emozionati, sì.  Con la carta d’identità pronta in mano. Si sarebbe raccontato un viaggio all’estero. Un’antica emozione il cui fascino è stato cancellato dall’unione degli stati europei. Forse più praticità. Di sicuro, meno stupore per chi è alle prime armi.

Superata la placida San Candido (BZ), svolto a destra, direzione Austria. Mi resta ancora un paese prima di cambiare nazione, Versciaco. Forse a molti questo nome non dirà nulla, ma per chi conosce la storia, o ha ricordi della II Guerra Mondiale, magari tramandati dai nonni, presso questo paese c’è un aneddoto molto particolare.

Fra il 1939 e 1942 venne qui costruito il cosiddetto Sbarramento di Versciaco (ted. Vierschach) è uno degli sbarramenti del XV Settore Pusteria, e che andava a comporre il Vallo Alpino in Alto Adige (detto anche “linea non mi fido”), un complesso sistema di fortificazioni eretto per difendere i confini italiani da una possibile invasione da parte della Germania nazista

Mi guardo intorno mentre la macchina si lascia alle spalle prati verdi, montagne innevate (alcune) e gli ultimi metri italici. Tutt’intorno boschi (e dei locali davvero caratteristici della zona) e un binario su cui galoppa un treno di pochi vagoni. Manca sempre meno. Eccomi. Ma che succede? Ah già. L’Europa Unita. Niente più dogana.

Senza entrare in contesti geopolitici, mi ritrovo sul confine italo-austriaco parecchi anni dopo la mia ultima visita. Parecchi, dire. Un tempo era molto diverso. C’erano ancora le frontiere. C’era ancora la dogana. In Italia. Uno spazio di terra neutrale, e quindi nuovo controllo, ed ecco l’Austria.

Avuto l’ok dai funzionari stranieri, prima tappa: la banca, per  cambiare le lire. I soldini messi da parte venivano trasformati in queste nuove monete: gli scellini. Nuove banconote. Nuovo conio. Tutto differente. Tutto sorprendente. Già questa era un’avventura. Conservare ancora una moneta che adesso non esiste più.

Si girava l’Austria. Capendo poco la lingua, e quando si pagava, subito a fare i conti per capire se fosse più cara o meno dell’Italia. Ogni viaggio oltre confine, era sempre un nuovo dialogo con un’altra cultura. Arricchito dalle loro peculiarità più tangibili. Non c’era il satellitare. Si sbagliava strada. Si chiedeva informazioni sorridendo.

Adesso c’è solo un cartello che mi indica in quale stato sono. Gli edifici circostanti, per la maggior parte, sono dimessi. Molte macchine vengono qui a fare benzina (che costa meno rispetto ai nostri distributori). Compro qualche cartolina. Pago in euro, ma il francobollo è differente. Ritorno nella terra natia. C’è meno gusto, lo ammetto.

Versciaco (BZ), a ridosso del confine con l’Austria © Luca Ferrari

venerdì 30 novembre 2018

Londra, il quartiere di Charlie Chaplin

Londra, la casa di Charlie Chaplin a Walworth © Luca Ferrari
Il 16 aprile 1889 a East Street, nel sobborgo londinese di Walworth, nacque uno dei più grandi attori della storia del cinema, Charlie Chaplin.

di Luca Ferrari

La vita di un quartiere inglese. Quasi un mondo a parte dal turismo esasperato del centro città dove è più facile sentir parlare italiano che anglosassone. Tra mercati e piccoli negozi aperti ventiquattrore, viaggio tra i vicoli dove nacque uno dei più grandi attori della storia del cinema. Charles Spencer Chaplin (1889-1977), meglio conosciuto come Charlie Chaplin.

Lo sbarco al Gatwick Airport avviene a mezzanotte. Troppo tardi per iniziare a capire Londra. Salito su un taxi mi limito a rimanere sorpreso nel vedere, nonostante la temperatura non sia ancora estiva per me mediterraneo, ragazzi e ragazze che bevono allegramente fuori dai pub in maniche corte. L’oscurità inglese mi confonde e quando il veicolo si ferma in Westmoreland Road, non ho idea di cosa ci sia là fuori.

Il sapore di un kebab notturno riesce a placarmi gli stimoli della fame lasciati in sospeso ancor prima della partenza. Il sapore della carne con le verdure e lo yogurt sembra la metafora perfetta per dove mi trovi in questo momento. Un mix culturale. E i primi bocconi, assaporati sulla strada in attesa di rientrare in casa, rafforzano questa sensazione.

Non so ancora cosa ci si sia lì vicino. Non è la Londra che mi aspettavo. Il quartiere di Walworth ha più i connotati di un rione dell’Italia meridionale o i lineamenti di un bazar aperto africano. Sembra che tutti si conoscano. I grandi autobus a due piani, sempre pieni, appaiono quasi come corpi estranei.

Arrivato all’East Street Market, un oblò azzurro sulla palazzina adiacente attira il mio sguardo. Avvicinatomi per leggere la scritta interna, leggo: “Charlie Chaplin 1889-1977, Walvorth-born comic genius”. Una scoperta improvvisa. A pochi metri da me, da dove ho dormito questa notte, ha mosso i primi passi l’interprete del Monello (1921), indiscusso capolavoro interpretato e diretto dall’attore inglese, insieme al giovanissimo Jackie Coogan.

Mentre sono ancora fermo sotto l’abitazione del Grande dittatore (1940, altro celebre personaggio interpretato dall’attore, salace satira del nazismo e di Adolf Hitler), mi ritrovo a essere d’impaccio nel traffico umano, così scelgo una bancarella e investo le mie prime sterline

Nella brulicante capitale inglese ci sono ancora quartieri dal sapore mediterraneo e globale. Culture senza distinzioni. Provo ad alleggerire i miei pensieri, convinto di poter parlare una lingua universale. E il mio primo gesto verso una finestra è stata forse la mia miglior comunicazione di questi ultimi giorni.

Londra, Walworth © Luca Ferrari
Londra, Walworth © Luca Ferrari
Londra, Walworth © Luca Ferrari
Londra, Walworth – Westmoreland © Luca Ferrari
Londra, la casa di Charlie Chaplin a Walworth © Luca Ferrari