martedì 21 aprile 2026

Mubit, la casa del basket italiano

Mubit, medaglie vinte dalla Nazionale Italiana di basket © Luca Ferrari

Viaggio nella pallacanestro azzurra tra cimeli originali, sezioni interattive e vivide emozioni. Al Paladozza di Bologna è stato inaugurato il Museo del Basket Italiano (Mubit).

di Luca Ferrari

La pallacanestro italiana si racconta tra storia, trionfi e cimeli. Un percorso che unisce memoria e materia, restituendo al pubblico la dimensione più vivida del gioco. Il 18 aprile 2026 è stato inaugurato il Museo del Basket Italiano al Paladozza di Bologna, visitabile dal giovedì al lunedì (ore 11-18). Non poteva esserci "teatro migliore". Un tempo sede della Virtus e ancora oggi della Fortitudo, questo palazzetto si trova nel cuore della Città delle Due Torri. Un luogo della gente in mezzo alla gente, e da oggi sempre più sinonimo di legami generazionali con gli appassionati della palla a spicchi. A battezzare la struttura, la mostra - Italbasket, oltre 100 anni di un infinito azzurro - che ripercorre i grandi trionfi e le sfide della Nazionale maschile e femminile dal 1921, anno di fondazione della Federazione Italiana Pallacanestro, fino ai giorni nostri, il tutto corredato da una sezione Hall of Fame e un'ulteriore "sala aperta" (rooftop), "naturale estensione del percorso museale, dove il racconto del basket continua in una dimensione più libera e contemporanea".

Il Mubit si sviluppa su 400 metri quadrati in un percorso immersivo nella storia della pallacanestro italiana. Ci sono cimeli storici come maglie, palloni e oggetti appartenuti a grandi giocatori/giocatrici e squadre. Ci sono sale dedicate alle vittorie della Nazionale e ai protagonisti del basket, con racconti di atleti, allenatori e tifosi. Il museo include anche trofei, medaglie e una Hall of Fame che celebra i momenti più importanti. L’esperienza è arricchita da video, audio e installazioni multimediali che rendono la visita dinamica. Infine c’è uno spazio interattivo dove si possono provare movimenti e tecnica di gioco, rendendo il museo coinvolgente anche dal vivo. Un museo dunque che farà la gioia di chi conosce la storia del basket azzurro ma anche di chi la sta "studiando" o è appena agli inizi, diventando così il punto di partenza per scoprire le radici di uno degli sport più amati al mondo. Basta vedere un'azione o sentire una telecronaca per essere pervasi da una fame di conoscenza e immaginare di essere lì, a bordo campo, se non direttamente dentro.

“Il Sindaco Lepore deve essere orgoglioso" ha detto entusiasta il presidente federale Gianni Petrucci sull'operato del primo cittadino della città felsinea, "Anni fa abbiamo avviato una collaborazione straordinaria e oggi consegna a Bologna un Museo che ha poco da invidiare ai luoghi che celebrano le squadre più forti del mondo. Mi basta dare un’occhiata al parterre del PalaDozza oggi. Ci sono personaggi incredibili della nostra pallacanestro, del passato e del presente, e ritrovarli tutti qui mi rende particolarmente felice”.  All'inaugurazione del Mubit infatti, sono intervenute autentiche leggende del basket azzurro, a cominciare dal "grande vecchio" Achille Canna (1932). Presenti i cestisti Carlton Myers, Giacomo Galanda, il "Mago" Andrea Bargnani e ancora la storia contemporanea della Virtus incarnata da Alessandro Pajola e Francesco Ferrari. Tra le donne, Chicca Macchi e Raffaella Masciadri. Insieme a loro, fuori dal PalaDozza, sono stati allestiti campetti per far giocare (scatenare) i piccoli della palla a spicchi.

Nel museo sono esposte anche le lavagnette di alcuni dei più celebri allenatori, alcuni dei quali sono intervenuti all'inaugurazione: Ettore Messina, il neo-commissario della squadra maschile Luca Banchi e Andrea Cabobianco, quest'ultimo alla guida della Nazionale femminile fresca di qualificazione ai Mondiali di Berlino 2026. Le Azzurre stanno entusiasmando sempre di più e gran parte del merito è proprio di coach Capobianco che ha saputo valorizzare oltremodo un gruppo già coeso, dentro e fuori dal campo. Nel 2025, dopo un'attesa lunga più di 30 anni, l'Italia è tornata a conquistare una medaglia di bronzo agli Europei e la sua cavalcata iniziò proprio qui, al PalaDozza, vincendo tutte e tre le sfide del proprio girone contro Serbia, Slovenia e Lituania, tutti paesi con una consolidata tradizione cestistica. Il resto è storia. Una storia che d'ora in avanti sarà visitabile al Museo del Basket Italiano di Bologna.

Sala dopo sala, ogni cimelio ha la sua energia da sprigionare. Come tutti, anche io ne vengo risucchiato in modo profondo e per certi versi improvviso. Qualcosa di particolare mi attira. Non è una maglia né una foto. Non è un'azione in video. Non è qualcosa che conosco né che ho vissuto. È un borsone bianco della Sergio Tacchini. C'è il tricolore e i cinque cerchi olimpici, ma soprattutto c'è una scritta: montreal '76...

Mubit, cimelio © Luca Ferrari
A quel tempo (18-27 luglio 1976) l'Italia stava partecipando alla XXI edizione delle Olimpiadi. Fu una edizione molto avvincente con le migliori squadre l'una contro l'altra. A vincere, manco a dirlo, furono gli Stati Uniti, seguiti dalla fortissima Jugoslavia e sull'ultimo gradino del podio, l'Unione Sovietica che superò i padroni di casa nella sfida per il terzo posto. L'Italia disputò una grande torneo, perdendo solamente con le prime due classificate. Per il sottoscritto, nato nel 1976 e con un grandissimo legame con il Canada e la città di Montreal, un simile cimelio è molto più di un viaggio nelle imprese cestistiche degli Azzurri. Ho già iniziato a documentarmi, cercando filmati e quant'altro sulla manifestazione. Un museo è cultura. Un museo ti stimola. Un museo è una lezione da aggiornare continuamente insieme alla curiosità della propria anima.

Una partita non è solo una mera sfida sportiva. Ci sono match che raccontano storie dentro le storie. Il 29 giugno 1991 l'Italia vinceva a Roma la medaglia d'argento ai Campionati Europei. Quella Nazionale poteva annoverare gente del calibro di Antonello Riva, Walter Magnifico, Roberto Brunamonti, Ferdinando Gentile. L'Italia era arrivata in finale vincendo tutte le sue partite, superando Grecia (82-72), Francia (75-72), Cecoslovacchia (102-80) e in semifinale la Spagna (93-90). Ad attenderla nell'ultimo atto, la Jugoslavia in quella che sarebbe stata la sua ultima partita ufficiale...

Mubit, pannello © Luca Ferrari
Venti di guerra e di secessionismo stavano già soffiando sempre più minacciosi nei Balcani. Proprio durante il torneo, Slovenia e Croazia dichiararono l'indipendenza dalla morente Federazione jugoslava. Nonostante ciò, la squadra riuscì a rimanere unita e poté schierare un'ultima grande formazione "mista" con giocatori serbi e croati insieme: Toni Kukoč e Dino Rađa (Croazia), Vlade Divac, Aleksandar Đorđević, Predrag Danilović (Serbia). L'altra grandissima stella, il croato Drazen Petrovic, non prese parte alla competizione continentale proprio per l'aggravarsi del contesto politico, facendo poi faville tra le fila della neonata Croazia, nella celeberrima sfida olimpica contro il Dream Team americano a Barcellona '92.

Altro giro della mostra, ed ecco entrare nel mio radar le casacche di quattro delle più recenti leggende della nostra pallacanestro: Marco Belinelli, unico giocatore ad aver vinto un titolo NBA con i San Antonio Spurs, Danilo Gallinari, il già citato Bargnani e Gigi Datome, quest'ultimo ritiratosi nel 2023 e oggi Capo Delegazione della Nazionale Maschile. Sul fronte femminile invece, è una scarica di brividi e lacrimoni la gigantografia dell'abbraccio tra Jasmine Keys e Lorela Cubaj durante i recenti Europei ellenici. In quell'istantanea c'è forza, fragilità e la fatica che si trasforma in gioia dirompente. In quel gesto risolutivo c'è tutta la forza di due atlete che hanno appena scritto una nuova pagina da tramandare ai posteri e su cui le giovani e le giovanissime cestiste potranno trovare l'ispirazione per seguire le loro orme, superando ogni avversità e lottando l'una a fianco dell'altra. Potrà sembrare banale ma la pallacanestro è uno sport di squadra e il Museo del Basket Italiano non racconta storie personali, restituisce storie collettive.

Attraverso le sale del Mubit ancora una volta. Ci tornerò ancora, ne sono certo. Magari insieme al mio piccolo cestista e alla sua carovana del minibasket. Sapevo poco o nulla di questo sport, poi un giorno, una creatura di 5 anni ha iniziato a farmi appassionare e da allora è diventato parte di noi. Siamo cresciuti e stiamo crescendo insieme. Torno dentro l'ampio ventre del PalaDozza. Non c'è più nessuno. Mi sento un po' un personaggio Collodiano. Guardo le due maglie della Fortitudo Bologna appese in alto, ai due estremi del palazzetto: la 13 del "barone" Gary Schull e la 20 di Rubén Douglas. C'è silenzio. Per un attimo vedo/immagino i volti, le azioni. Sento il calore delle lacrime, della gioia e delle amarezze. Vedo la vita. Sento la vita. Un flusso costante che come un'entità SpaceJammiana mi penetra in circolo. La palla rimbalza da un angolo all'altro della mia mente. Una processione di giocatrici e giocatori. Il mondo si sta preparando a entrare. Dentro di me devo ancora mettere qualcosa a fuoco. Vedo un canestro lì fuori. Le dita toccano la retina. L'energia non chiede indicazioni. Tutto è pronto per tornare in gioco. 

Campetti allestiti fuori dal PalaDozza di Bologna all'inaugurazione Mubit © Agenzia Ciamillo-Castoria 
Mubit, inaugurazione © Agenzia Ciamillo-Castoria 
Mubit - il cestista azzurro Achille Canna © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il cestista azzurro Giacomo Galanda © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il cestista azzurro Carlton Myers © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il coach azzurro Ettore Messina © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - il cestista azzurro Andrea Bargnani © Agenzia Ciamillo-Castoria
Mubit - gigantografia delle azzurre Lorela Cubaj e Jasmine Keys © Luca Ferrari
Mubit - Museo del Basket Italiano © Luca Ferrari
Mubit - Museo del Basket Italiano © Luca Ferrari

lunedì 13 aprile 2026

C'era una volta l'NBA - Sergio Tavčar

C'era una volta l'NBA di Sergio Tavčar - Lebron James © Tim Shelby

"Il basket è diventato un tiro a segno da circo che dobbiamo continuare a sorbirci giorno dopo giorno" Sergio Tavčar, da C'era una volta l'NBA (2026, Bottega Errante Edizioni).

di Luca Ferrari

Il basket americano è profondamente e inesorabilmente cambiato. Il suo apice è coinciso con l'inizio della fine. Dalla supremazia "estatica" del Dream Team ai one-man show del terzo millennio e l'esasperazione del tiro da 3 punti. La tanto idolatrata NBA è ormai diventata uno spettacolo da highlights dove la tecnica e la conoscenza del gioco sono le ultime delle lezioni che vengono insegnate (...), e ciò che più desolatamente conta è solo fare una miriade di punti nel modo più spettacolare possibile. Il guru dei giornalisti di pallacanestro, Sergio Tavčar, ha pubblicato il volume C'era una volta l'NBA (Bottega Errante Edizioni, febbraio 2026). Una narrazione tanto spietata quanto veritiera del basket d’oltreoceano, ancora mitizzato nel mondo ma sempre più ridotto a un'accecante entità d'intrattenimento con il vero gioco di squadra — l’anima più autentica della pallacanestro — sacrificato sull’altare dei tanti ed esagitati yeah!

"La vittoria non è importante, è tutto", ripete laggiù all'unisono. Umirati u lepoti, riporta Tavčar dal cuore dei Balcani. Dice così un proverbio serbo che specifica che sia meglio morire nella gloria che non vincere giocando male. Da un lato, l'ossessione del successo costi quel che costi; dall'altro, la passione per un gioco dove è più importante mostrare la propria forza e regalare qualcosa di unico, a se stessi e al pubblico. Se in principio il mondo europeo idolatrava il basket USA, con l'avvento delle prime partite trasmesse sui nostri canali, l'occhio del vecchio continente ha iniziato a farsi sempre più critico.

A trasformare un gioco interessante in una passione mondiale, il leggendario Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona 1992 che incantò il pianeta, mettendo insieme una super squadra con il meglio del meglio del meglio. Da allora nessun Team America è mai stato più capace di raggiungere una simile supremazia, Redeem Team incluso (Olimpiadi Pechino, 2004) con Kobe Bryant in versione Black Mamba, capace sì, di riprendersi l'oro olimpico dopo il 4° posto ad Atene, ma vincendo di appena 11 sulla Spagna di Paul Gasol, nonostante in squadra ci fosse gente del calibro di Wade, Bosh, Lebron, Anthony e altri personaggi come Jason Kidd e Chris Paul.

Il Dream Team ha portato il basket ovunque (Dirk Nowitzki conferma) ma da quel momento qualcosa è cambiato: nel gioco e nella testa. A farlo emergere, più che un'analisi critica, l'esperienza di due autentiche leggende dei Boston Celtics, come ci ha riportato lo stesso Tavčar. Diventato general manager dei Minnesota Timberwolves, Kevin McHale fu pressato dalla dirigenza per prendere "corridori di parquet" senza indagare sulle effettive qualità cestistiche (sia mai che le dovessero usare, ndr).

Ancor più emblematico è il caso di Larry Bird, di cui viene spiegato il motivo dell’addio alla panchina degli Indiana Pacers e del suo ritiro a vita privata. Durante una trasferta il 3 volte campione NBA raccontò ai suoi giocatori di quando aveva rinunciato al record assoluto di una quadrupla doppia, scegliendo di non disputare volontariamente l’ultimo quarto per preservarsi in vista dell’imminente sfida contro gli storici rivali dei Los Angeles Lakers. Per le nuove leve del basket a stelle e strisce era inconcepibile aver anteposto l’interesse della squadra alla gloria personale. "Lì ho compreso che allenare in un ambiente che non capiva cosa fosse una squadra non faceva per me, e ho preferito rinunciare".

Come può un gioco di squadra diventare un monologo di una superstar? Sergio Tavcar non ha dubbi. Tra i giocatori che hanno trasformato la pallacanestro in una passerella per superman & gregari, alcuni sono stati molto più decisivi di altri. Su tutti, il gigante Shaquile O' Neal, il piccoletto Allen Iverson e per finire il "prescelto" poi King, Lebron James. Il perché si spiega facilmente. Non solo i primi diedero il colpo di grazia alla fondamentale palestra dei college, passando direttamente dalle high school al basket professionistico, ma il gioco praticamente si concentrava esclusivamente su di loro.

Lebron James fu ancora più emblematico. Il caso mediatico che ha dato via alla moda del "cambio squadra per vincere", passando dai Cleveland Cavaliers ai Miami Heat dove ad attenderlo c'erano già i campioni Chris Bosh e Dwyane Wade. Non solo King James non riuscì dove al contrario Michael Jordan ebbe successo, trascinando e cambiando una squadretta in una corazzata capace alla fine anche di piegare gli acerrimi e fortissimi rivali Detroit Pistons e vincere 6 titoli, ma nelle vittorie non fu mai così determinante come al contrario altre stelle lo furono, a cominciare dai vari Bird, Magic, MJ e in tempi più recenti, anche Steph Curry.

In C'era una volta l'NBA Sergio Tavčar identifica due momenti cruciali nell'involuzione del basket americano, primo dei quali il college, la cui assenza nella vita degli atleti non solo ha modificato il gioco ma anche la sua percezione stessa. Non a caso, nel corso del volume, sottolinea più volte come la pallacanestro sia un gioco soprattutto per persone intelligenza e l'intelligenza è qualcosa che va coltivata, non gettata alle ortiche per i primi facili assegni. Il college, oltre a dare un'istruzione e offrire un piano B nel caso l'NBA non si trasformasse nell'El Dorado auspicata, porta molta più disciplina e insegna a comprendere davvero il gioco della pallacanestro grazie in primis ai tanti coach preparati.

A parte rarissimi casi (Kobe Bryant, Kevin Garnett), in quanti a 18-19 anni sono davvero in grado di affrontare fama e denaro senza rischiare di essere risucchiati nel vortice della popolarità? Passare dai banchi delle scuole superiori ai riflettori ipnotici della NBA, per di più condividendo il parquet con professionisti che lotteranno con le unghie pur di non farsi togliere il posto in squadra dal novellino di turno, non è esattamente una passeggiata.

Altro snodo cruciale del libro, i draft. Secondo l'autore è quando si devono scegliere i nuovi giocatori che emerge tutta l'impreparazione al riguardo o forse, la direzione distorta che ormai le società prediligono. Anno dopo anno, Sergio Tavčar esamina le prime scelte delle varie franchigie. Salvo rarissime eccezioni (l'ultimo grande giocatore a essere preso con la prima scelta assoluta fu Tim Duncan nel 1997), il resto sono giocatori scomparsi nel nulla, sempre e comunque americani, trascurando il resto del mondo. Gli USA continuano a sentirsi i migliori del mondo del basket ma siamo proprio sicuri che sia così? Alle Olimpiadi 2024 di Parigi sono stati costretti a mandare i massimi rinforzi dopo la figuraccia dei Mondiali 2023, vincendo la medaglia d'oro in extremis grazie alle triple di Curry, la precisione di Kevin Durant, e piegando a (parecchia) fatica sia la Serbia in semifinale sia i padroni di casa in finale.

Un dato su cui riflettere. Gli Stati Uniti possono attingere a un bacino di oltre 330 milioni di persone, la Serbia di neanche 7 e la Francia non arriva a 70. Se nazioni così piccole riescono a quasi battere gli indiscussi campioni nel mondo, sono davvero così insuperabili? Ha ancora senso parlare di campioni del mondo quando una squadra vince il titolo NBA, come a ragione faceva notare il velocista americano Noah Lyles. Sarà interessante vedere cosa succederà ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 quando i vari Doncic (Slovenia), Shai Gilgeous-Alexander (Canada) e Victor Wembanyama (Francia) saranno gli indiscussi trascinatori delle rispettive nazionali, senza dimenticarsi della Serbia di Jokic e Bogdanovic, o la Germania campione del mondo dei vari Schröder e i fratelli Wagner, mentre  le nuove leve USAm sebbene forti (Edwards, Tatum, Mitchell), non sembrano proprio all'altezza dei grandi "vecchi".

Sergio Tavčar è un'istituzione. Triestino classe 1950, il suo nome è legato alle prime "epiche" telecronache trasmesse su TV Koper-Capodistria (Telecapodistria) e più tardi insieme al collega Dan Peterson, la coppia per eccellenza della pallacanestro. Profondo conoscitore della disciplina, tra i volumi editi, sempre per Bottega Errante, ha dato alle stampe anche L'uomo che raccontava il basket (2020), incentrato sui paesi dell'ex-Jugoslavia, terra verace di pallacanestro e creatrice di un'educazione cestistica senza eguali. Nel raccontare l'NBA in questo suo ultimo libro, appare tutto il suo amore disilluso per il basket americano. Un sentimento nato e cresciuto fin dai primi contatti con i militari USA in Friuli, "a quei tempi ancora anni luce avanti al nostro e stella polare da seguire devotamente", e poi via via arrivando a vedere i primi filmati, quando il senso di squadra era ancora il cuore pulsante della disciplina.

Pagina dopo pagina, Tavčar ti sprona a ragionare e guardare l'NBA con occhio sempre più obiettivo. Tra i più recenti fenomeni mediatici, lo sloveno di Lubiana, Luka Doncic. Un fuoriclasse senza dubbio, ma a ben guardarlo, si capisce come sia lui e solo lui l'epicentro della squadra. Dopo essere stato inspiegabilmente venduto dai Mavericks ai Lakers, nel giro di pochi mesi Dallas è passata da essere una finalista NBA e contendente al titolo per l'annata successivo a non impensierire minimamente le forti avversarie della Western Conference; analogo discorso anche per gli Indiana Pacers, passati nel giro di un anno da essere finalisti nel 2025 a collezionare appena 19 misere vittorie nella Regular Season 2025-26, finendo così la stagione al penultimo posto, e questo a causa dell'assenza per infortunio del loro miglior giocatore, Tyrese Halliburton.

Quando si guardano gli highlights delle partite NBA si vede sempre di più il giocatore principale, tralasciando strategia e quant'altro di tecnico e di squadra ci possa essere. Anche con partite in bilico, gli ultimi secondo vengono tagliati se non c'è la giocata esplosiva a chiudere la sfida. Sergio Tavčar ha ragione, questa non è pallacanestro. Non esiste difesa. Se vedi una squadra che ha la palla, sai già che farà canestro. Il basket non è un assolo di coriandoli, è lo sport di squadra per eccellenza. Un'opera armonica di movimenti, incastri e decisioni. Un dialogo corale di pensieri e azioni. Il basket è una forma che si reinventa ogni giorno, in ogni istante cinque o tre persone scendono in campo insieme. Un patto condiviso tra l'anima e il canestro.

sabato 11 aprile 2026

Venezia ricorda l'assedio di Sarajevo

Storia, dolore e memoria. A trent'anni dal suo epilogo, domenica 19 aprile 2026 l'associazione veneziana Zero Quattro Uno APS ricorda l'assedio di Sarajevo, in Bosnia.

di Luca Ferrari

Sono passati 30 anni. Sono già passati 30 anni ed è davvero tragicamente incredibile ciò che è accaduto laggiù, in Bosnia ed Erzegovina. Allora, nel cuore dei Balcani, la città di Sarajevo venne cinta d'assedio dalle forze serbo-bosniache agli ordini (folli) del presidente della Repubblica Srpska, Radovan Karadžić. Letali cecchini colpivano a morte senza pietà e nel modo più subdolo i civili: donne, uomini e bambini. In questi ultimi mesi poi, è emersa una realtà ancor più tragica: la gente pagava per uccidere i cittadini di Sarajevo. Tra questi "assassini in gita", anche numerosi italiani. Sono passati trent'anni dalla fine dell'assedio di Sarajevo e ancora molte domande affollano vorticose nella mente. La più banale: come si è potuti arrivare a una simile pagina di storia senza che nessuno facesse nulla prima del tracollo più efferato, Nazioni Unite incluse? Cosa provò a fare la società civile per cercare di aiutare i suoi fratelli bosniaci? Se ne parlerà in modo approfondito domenica 19 aprile a Venezia nell'incontro pubblico organizzato dall'associazione Zero Quattro Uno APS, "Bosnia: 30 anni dall'assedio di Sarajevo".

Teatro dell'evento, la Scuola dei Laneri (Salizada San Pantalon, 131/A), a cinque minuti da Piazzale Roma. A partire dalle ore 15:00 si alterneranno vari ospiti, a cominciare dall'ex-deputato Gianfranco Bettin, promotore del gemellaggio della città di Venezia con Sarajevo, realizzato proprio mentre la città bosniaca era dilaniata dall'aggressione serba. Seguiranno l'associazione Buongiorno Bosnia, l'associazione Lungo la rotta balcanica, il giornalista RAI Tgr EstOvest, Andrea Oskari Rossini, la giornalista e scrittrice Azra Nuhefendić. A proposito degli incresciosi fatti già menzionati nel primo paragrafo, sarà presente Ezio Gavazzeni che presenterà il suo libro "I cecchini del weekend" (2026, PaperFIRST edizioni). A chiudere la giornata, la proiezione del lungometraggio No Man’s Land (2001, di Danis Tanović), vincitore del Golden Globe e del Premio Oscar come Miglior film straniero 2002, e la musica balcanica della band Ajde Zora.

L’assedio di Sarajevo fu uno dei più lunghi della storia moderna, durato ufficialmente dal 5 aprile 1992 al 29 aprile 1996. In questo periodo la popolazione civile fu sottoposta a costanti bombardamenti e al fuoco assassino dei cecchini delle forze serbo-bosniache agli ordini dei comandanti Stanislav Galić prima e di Dragomir Milošević, entrambi poi condannati per crimini contro l'umanità dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia. In quattro anni di assedio morirono complessivamente 10.000 persone, molte delle quali bambini. Uno degli episodi più gravi dell'assedio di Sarajevo avvenne il 5 febbraio 1994 quando un colpo di mortaio sparato al mercato di Markale uccise 68 persone, ferendone oltre 140. Un analogo vigliacco attacco si ripeterà nello stesso luogo il 28 agosto 1995 causando altre decine di vittime. Nella memoria collettiva, uno dei luoghi che più evocano terrore durante l'assedio di Sarajevo è il Monte Igman. Da simbolo di gioia sportiva e teatro delle gare di sci e bob alle Olimpiadi di Sarajevo nel 1984 a postazione strategica per ammazzare la popolazione inerme.

Ogni guerra lascia il suo strascico di retorica istituzionale-paternalistica in stile "abbiamo imparato, mai più, ecc." In questo momento l'asse americano-sionista ha bombardato/ sta bombardando senza pietà Iran e Libano, non si sa bene in nome di quale spirito democratico. Pochi giorni or sono, il presidente Donald Trump ha pronunciato atroci parole di terrore: "questa notte cancellerò un'intera civiltà". Al momento non è stata ancora presa alcuna decisione senza ritorno ma la situazione in Medio Oriente non è sicuramente delle migliori. Chi può, non agisce, esattamente come accadeva in Bosnia nei primi anni Novanta. Ci sono voluti gli epiloghi più tragici perché le Nazioni Unite intervenissero e portassero i politici a sedersi a un tavolo per mettere fine alle ostilità, firmando i discutibili accordi di Dayton (1996). Allora come oggi, chi potrebbe fare davvero la differenza, non agisce se non per il proprio tornaconto politico-economico. Chi potrebbe mettersi in mezzo alla morte più dissennata, non fa nulla.

Sebbene la comunità internazionale non rimase del tutto indifferente alla Guerra dei Balcani (1991-1996), l’intervento politico fu limitato e per lo più attendista, nella speranza che si attenuasse spontaneamente. Al contrario la società civile si impegnò in prima linea, mettendo a repentaglio anche la propria vita. Poi tutto precipitò e arrivarono l'assedio di Sarajevo, gli stupri etnici, i campi di concentramento e il genocidio di Srebrenica. Dal passato più tragico al presente più insanguinato. Negli ultimi mesi il governo di Israele è stato oltre modo brutale nei confronti della Palestina e oggi sta portando avanti pesanti azioni militari contro il Libano mentre l'Iran è sotto costante minaccia di annientamento. La storia si ripete perché gli interessi sono più importanti della vita umana. Finché non capiremo e non accetteremo che all'orrore di una guerra non si può rispondere con slogan e insignificanti marcette, non sapremo mai difenderci davvero, i malvagi sopravvivranno e gli innocenti moriranno. Finché non impareremo a rispondere alle logiche di morte, nuove Sarajevo assediate continueranno a essere violentate dalla storia della disumanità.

L'Italo-Americano - articolo di Luca Ferrari sul gemellaggio tra Venezia e Sarajevo