giovedì 26 marzo 2020

Canada, la fiabesca Parrsboro

La magia di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada© Luca Ferrari
Viaggio "nell'Acadiana" Parrsboro, in Nuova Scozia (Canada orientale) tra storia geologica, verde e un soggiorno degno delle fiabe più autentiche.

di Luca Ferrari

Ci sono posti che si possono scoprire solo viaggiando e magari si pernotta prché ospitano luoghi di interesse (il Fundy Geological Museum). Ma questa è solo la punta dell'iceberg, ci sono posti che nonostante tutto questo, si scoprono essere scrigni di placida dolcezza. E' esattamente ciò che mi è successo nel corso del mio reportage nel Canada Orientale, arrivando e soggiornando nel piccolo comune di Parrsboro, in Nuova Scozia. Un soggiorno vissuto in una mini-casetta dal sapore fiabesco, e dove il risveglio è stato salutato da una sontuosa colazione a base (ovviamente) di pancake, tra i migliori mangiati in Canada.

Abitata in principio dai nativi Mi'kmaq e in seguito colonizzato dagli Acadiani francesi, la cittadina è diventata una meta turistica, favorita anche dallo scenario marino della Baia (Atlantica) di Fundy. Lungo la Main Street si incontrano le principali attività commerciali e la chiesa locale. Da una parte, il colore dei mirtilli, dall'altra l'aria salmastra che lambisce la propria anima. A Parrsboro ho aperto la mia valigia, richiudendola l'indomani con una stretta al cuore e una speranza di farci un giorno ritorno. Magari insieme a qualcuno di più.

Sulla strada in Nuova Scozia (Canada) verso Parrsboro © Luca Ferrari
Il verde di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada) © Luca Ferrari
La Baia di Fundy nei pressi di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada© Luca Ferrari
La Baia di Fundy nei pressi di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada© Luca Ferrari
Il centro di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada© Luca Ferrari
La chiesa di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada© Luca Ferrari
Alcune ghiotte specialità di Parrsboro (Nuova ScoziaCanada© Luca Ferrari

giovedì 12 marzo 2020

In stalla con le mucche di Castelfondo

Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Montagna è sinonimo di mucche. Se d'estate s'incontrano placide nei pascoli, d'inverno le possiamo andare a trovare nelle stalle, come a Castelfondo (Tn) in Val di Non.

di Luca Ferrari

Un lungo e fragoroso muggito. Il ruminare incessante. Un odore agreste circondato dalle vette sempre più vicine. Un piccolo break dalla vita cittadina mi ha portato fino alla provincia autonoma del Trento, destinazione Castelfondo (948 m s.l.m.). Un territorio questo dove la mela è l'indiscussa regina e nelle latterie sociali si respirano aromi caseari di rara intensità. A regalarci questi ultimi (e altri) prodotti, loro, le mucche. Il simbolo per eccellenza delle montagne, qualunque esse siano. Che si tratti delle Tre Cime di Lavaredo, il Monte Civetta o il Monte Ozolo, è inimmaginabile pensare a uno scenario in quota senza il campanaccio delle mucche al pascolo.

Venire in Trentino d'inverno è sinonimo di passeggiate immacolate e sciate senza fine. Questa volta però ho potuto fare un altro tipo d'incontri grazie al sincero impegno dei titolari dell'Agritur Melango di Castelfondo dove le colazioni sono esattamente come potete leggere nelle recensioni: fenomenali! E' stato grazie al loro interesse che ho potuto visitare una vicina stalla, facendo così la conoscenza di amici pennuti (oche, galline), disturbare tanti amichevoli bovini intenti a mangiare il foraggio e ciliegina sulla torta, godere dell'inimitabile panorama in compagnia di alcuni magnifici esemplari equini.

Non sono nato in campagna e non ho mai frequentato ambienti simili eppure quell'odore di fieno e letame mi è sempre piaciuto. Nel vedere tutte queste mucche, da giornalista cinematografico quale sono, la mia memoria mi ha subito riportato a quei due, Peppone e Don Camillo. Nel bel mezzo di un "siopero" agricolo, i due rivali politici lavorano come muli tutta la notte e di nascosto, per salvare le vacche della stalla più grande del paese, concludendo l'immane fatica con una briscolata e un secchio (intero) di latte ciascuno, brindando all'amicizia e alla propria coscienza, quella che la voce fuori campo dei film tramandava, avesse sempre l'ultima parola nei due personaggi. E così in effetti era ed è ancora oggi qui, a Castelfondo, nella Val di Non.

Il placido panorama di Castelfondo (Tn) © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), una stalla © Luca Ferrari
Alcuni "abitanti pennuti" di Castelfondo (Tn) © Luca Ferrari
Alcuni "abitanti pennuti" di Castelfondo (Tn) © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), un vitellino si disseta nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucca mangia il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche si riposano nel tepore bovino della stalla ... culo muuuuuu © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), mucche mangiano il fieno nella stalla © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), cavallo © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), cavalli al pascolo © Luca Ferrari
Castelfondo (Tn), cavalli al pascolo © Luca Ferrari

mercoledì 11 marzo 2020

Emergenza coronavirus, Easyjet impara da Ryanair

Passeggeri salgono a bordo di un volo Ryanair © Luca Ferrari
In piena emergenza da coronavirus dove l'Italia intera è stata dichiarata zona rossa, ci sono compagnie aeree che operano con intelligenza, altre che fanno quasi finta di niente.

di Luca Ferrari

"Poiché gli aeroporti sono operativi, i nostri termini e condizioni generici rimangono invariati, il che significa che le nostre tariffe sono non rimborsabili. Se cancella, perde, o non prende il suo volo, purtroppo non potremo offrirle un rimborso totale." Sono queste le scarne parole che a oggi, mercoledì 11 marzo, la compagnia aerea Easyjet si è limitata a pubblicare sul proprio sito come se niente di "eccezionale" stesse accadendo in Italia e nel resto del mondo. In altre parole, se il mio Governo mi impedisce di spostarmi, sono affari miei e loro non ci possono fare niente. Legittimo e legale sia chiaro, ma molto poco lungimirante.

Una linea comune per le compagnie low-cost? Non esattamente. La diretta rivale più nota e spesso anche più criticata, l'irlandese Ryanair, sta tenendo un comportamento del tutto differente, a cominciare dal proprio sito internet, letteralmente rivoluzionato proprio pr fare fronte a una situazione che non ha precedenti in Europa. Come si può vedere dagli screenshot pubblicati in questa pagina, si offrono tutte le informazioni del caso ma soprattutto sezioni specifiche per spostare il proprio volo e/o chiedere il rimborso. Qualcosa di cui al momento non v'è traccia sul sito della compagnia britannica.

Sebbene non sia un cuore impavido quando si tratti di stare sopra le nuvole, nella mia vita ho preso aerei su aerei, per lavoro e piacere. Dal mercato ittico norvegese di Bergen ai colori (autentici) del Holi Festival a Bangalore, in India, passando per il nordovest americano in quel di Seattle con tappa nella vicina Vancouver (British Columbia - Canada), per poi toccare mete più calde come la Grecia sull'isola di Creta e la verdissima Cuba. Ancora nord del mondo con viaggi meravigliosi in Finlandia, terra generosa e di rara bellezza, e un incredibile reportage nel Canada orientale fino a raggiungere la bellissima Prince Edward Island. Non dico di essere come il George Clooney di Tra le nuvole, ma di miglia in cielo ne ho consumate assai.

All'11 marzo 2020 non sappiamo ancora quanto ancora andrà avanti l'emergenza da COVID-19 e nemmeno quando noi passeggeri riprenderemo confidenza con i voli e le prenotazioni. In questa situazione, invece di far aspettare, aspettare e aspettare ancora con scarsa assistenza, negando addirittura rimborsi nonostante l'assicurazione stipulata preveda la quarantena (ma solo se prescritta da medico e non dal proprio Governo), si potrebbero studiare soluzioni alternative e più intelligenti per il proprio business. Così agendo invece, Easyjet si sta comportando da ottusa burocrate. Un modus operandi che gli farà perdere di sicuro molti clienti, a cominciare dal sottoscritto.

La scarna comunicazione di Easyjet aggiornata all'11 marzo 2020 
La scarna comunicazione di Easyjet aggiornata all'11 marzo 2020 
Il sito modificato di Ryanair in seguito alla diffusione del coronavirus

Il sito modificato di Ryanair in seguito alla diffusione del coronavirus
Il sito modificato di Ryanair in seguito alla diffusione del coronavirus
Lassù nel cielo... © Luca Ferrari

domenica 9 febbraio 2020

Memoria-Ricordo, il silenzio degli assassini

Venezia, le nuove pietre d'inciampo in memoria delle vittime del nazifascismo © Luca Ferrari
Non c'è vera MemoriaRicordo senza l'ammissione dei morti altrui. Solo chi non teme il proprio passato è in grado di raccontare, guardare avanti e scrivere nuove pagine di Storia.

di Luca Ferrari

Come si può cambiare una Società, un Governo e uno Stato se le Istituzioni per prime non insegnano ad assumersi le proprie responsabilità? Il 27 gennaio scorso si è celebrata la Giornata della Memoria della Shoah ebraica. Il 10 febbraio è invece il Giorno del Ricordo delle vittime italiane delle foibe, eppure da parte del Bel paese nessuna parola né giornata celebrativa sulle stragi commesse è in calendario. Mattanze avvenute nel passato recente sotto la truce bandiera fascista che portò a omicidi di massa in Africa e nella vicina Jugoslavia, la cui reazione poi condusse anche allo spaventoso abuso della violenza "rossa" sui civili italiani. Così facendo si alimenta solo la macchina dell'odio e del rancore. A quando un autentico e costruttivo mea-culpa delle nazioni?

In Italia stiamo assistendo a una delle più squallide manifestazioni sociali, il tentativo di riabilitare il fascismo, privandolo delle responsabilità su massacri e torture più efferate tanto entro i patrii confini e (da sempre) oltre mare. Da cosa nasce tutto questo? Da più fattori, è indubbio, ma ci sono due elementi chiave: l'ignoranza, ovviamente, e il totale disinteresse per ciò che è stato compiuto oltre confine prima e durante la II Guerra Mondiale in Spagna, nella ex-Jugoslavia, in Grecia, in Eritrea, Somalia ed Etiopia. Tutte cose di cui la nostra storiografia, spesso accusata di essere di Sinistra, ha colpevolmente contribuito a far ammuffire nell'oblio, dando troppo spazio all'orrore di Hitler e molto meno a quello di Mussolini,

E qui arriviamo alle foibe dove ribolle il sangue italico. Gli italiani sparano contro Tito in modo indiscriminato del tutto incuranti del contesto storico in cui si sviluppò. Tito si è macchiato di crimini orrendi contro la popolazione italiana? Assolutamente si. Ripeto una seconda volta. Domanda: Tito si è macchiato di crimini orrendi contro la popolazione italiana? Risposta: Assolutamente si, e questa è una verità storica e inattaccabile. Seconda domanda: Tito si è svegliato un giorno e ha deciso di massacrare gli italiani? Assolutamente, no. Ripeto una seconda volta. Tito si è svegliato un giorno e ha deciso di massacrare gli italiani? Assolutamente, no.

Perché l'Italia non vuole considerare di essere stata la causa dell'odio slavo verso se stessa? Perché se lo facesse dovrebbe fare i conti con i peggiori crimini compiuti da Mussolini ed è appurato, che l'Italia i conti col fascismo non li fece mai. Forti dell'alleanza col Terzo Reich, Benito Mussolini e le camice nere si sono macchiate dei crimini più atroci contro la popolazione slava che, è bene ricordarlo, Adolf Hitler voleva sterminare alla stregua degli ebrei. E quando le sorti del II conflitto mondiale iniziarono a mutare, i partigiani jugoslavi ci ripagarono con la stessa tragica e sanguinosa moneta (pugnale) di morte. Non guardando in faccia nessuno. Era sufficiente essere italiano per essere ammazzato.

Nella riscrittura oltraggiosa della Storia, il redivivo fascismo italiano si è impropriamente la memoria delle foibe, cercando così di portare acqua al proprio mulino. Se la cosa non è passata/sta passando del tutto inosservata dalle nostre Istituzioni, aldilà del confine il pensiero non è "esattamente il medesimo. Il Ministero degli Esteri di Lubiana infatti, ha protestato ufficialmente contro la falange nera casa poundusando la tragedia degli italiani dell’Istria, della Dalmazia e di altri luoghi poi diventati jugoslavi per legittimare la loro fedeltà a Mussolni (cit. Globalist).

"Sulle tragiche vicende istriane dell'immediato dopoguerra ormai è data per assodata la vulgata che si trattò di un'aggressione dettata da un'ideologia, quella comunista, portatrice di odio e lutti" analizza lo il veneziano Sergio Torcinovich, "Gli avvenimenti del Dopoguerra non furono determinati tanto dal furore ideologico, quanto da una vendetta etnica: gli italiani, fascisti e anche non, impedirono agli slavi d'Istria di vivere liberamente, di coltivare le loro tradizioni e di esprimersi nella loro lingua. Gli studi condotti una decina e più d'anni fa da un gruppo misto di storici italiani, sloveni e croati vengono del tutto bellamente ignorati al solo fine di squallida, quanto anacronistica, propaganda politica. L'Italia pare accorgersi con decenni di ritardo della questione ma non si interroga perché lo fa solo ora: nel dopoguerra c'era la consapevolezza dei crimini compiuti dal nostro esercito e dai fascisti nelle terre istriane a danno degli slavi e quindi conveniva mantenere un profilo basso per non dovere fare i conti con la nostra storia, tutt'altro che onorevole."

Inutile continuare a parlare di Memoria se ci riguarda solo da vittime. Per cambiare una Nazione bisogna ricordare anche i nostri giorni da spietati assassini. Qualcosa per altro comune a tutto il vecchio Continente, capace, sì, di piangere sui fumi dei forni nazisti, ma ignorare del tutto le stragi (in certi casi diventate genocidi, ndr) commessi in Africa e Sud America, e quel che è peggio mistificandoli e chiamandoli "colonialismo." Una delle pagine più nere (in tutti i sensi) del "colonialismo italiano" è rappresentato dal Generale Rodolfo Graziani, capace di usare perfino i gas nervini contro la popolazione, pratica per altro proibita dalla Convenzione di Ginevra che l'Italia aveva sottoscritto.

Il Berlusconismo, oggi addirittura rimpianto per l'esasperata ostilità al Movimento 5 Stelle (che avrà i suoi torti e pagherà per la sua scarsa preparazione politica ma prima di fare i danni compiuti dall'ex-cavaliere, ne deve mangiare) e la scomparsa della Sinistra italiana hanno portato all'assurdo più offensivo, dove la nipote del Duce, Alessandra Mussolini, si è permessa di attaccare pubblicamente Liliana Segre, deportata ad Auschwitz, per essersi espressa contro la proposta (vergognosa) del Comune di Verona di intitolare una strada a Giorgio Almirante (fondatore del partito fascista Movimento Sociale Italiano), accusandola di istigare all'odio contro il fascismo. Avete letto bene, una donna marchiata dalle leggi razziali è stata accusata di proferire parole contro una dottrina basata sulla soppressione delle libertà e l'omicidio.

A distanza di 75 anni della fine della II Guerra Mondiale il Vecchio Continente piange ancora le vittime del nazismo. Istituisce doverose celebrazioni, eppure con lo stesso zelo è incapace di dare un autentico valore umano e istituzionale alle vittime che loro hanno partorito. Perché non lo fanno? Per timore di ripercussioni politico-economiche? Peggio. La paura d'istruire davvero la propria gente a farsi carico delle proprie responsabilità. Piangere le proprie vittime è un atto doveroso. Piangere i morti causati dalle nostre azioni è un atto dovuto e rivoluzionario capace di riscrivere le Storie dell'Umanità. Piangere i propri caduti è insito nella natura dell'essere umano. Piangere anche quelli che sono stati nostri nemici o comunque avversari, è un atto di onore e rispetto da parte di una civiltà che non teme il proprio passato ed è già proiettata in un nuovo e migliore futuro.

Pljevlja (Montenegro), civili slavi stanno per essere fucilati dall'Esercito Italiano

venerdì 31 gennaio 2020

Botter, il restauro è di famiglia

L'esperto restauratore Memi Botter
A dieci anni dalla scomparsa di Memi Botter, il Comune di Treviso lo ricorda con una serie di iniziative dedicate anche alla sua famiglia di artisti e restauratori.

di Luca Ferrari

"La dinastia dei Botter, attivissimi restauratori specializzati nell’affresco, iniziò nel pieno
Ottocento con Girolamo, proseguì lungo buona parte del Novecento con suo figlio Mario,
giungendo infine a varcare il nuovo millennio col nipote Memi" analizza Andrea Bellieni
Direttore e Conservatore del Museo Correr di Venezia, "Nel corso della presentazione, si ripercorrerà cronologicamente questo lungo arco temporale ritrovando le tracce del loro operare Sarà così interessante verificare in concreto la perfetta e consonante aderenza degli esiti via via conseguiti dai Botter con l’evoluzione italiana e internazionale del gusto, dell’estetica e, quindi, della teoria e della tecnica del restauro."

Treviso omaggia dunque una dinastia di uomini scesi che hanno fatto del restauro un'autentica missione di vita: Omaggio ai Botter. La rassegna ripercorre le tappe fondamentali dell'amorevole recupero del patrimonio artistico cittadino nato da passione e competenze non comuni, costantemente alimentate dai Botter nel succedersi delle generazioni. Interventi operati nella città di Treviso, ma anche a Padova, in tutto il Veneto e in Friuli-Venezia Giulia. Pannelli esplicativi, dedicati a ognuno degli artisti e restauratori, consentiranno di conoscere meglio e in dettaglio l’attività di ognuno. Nelle numerose vetrine saranno visibili sia gli attrezzi utilizzati durante le operazioni di stacco, recupero e restauro degli affreschi. I documenti, i rilievi, i disegni, gli acquerelli dell’epoca dedicati allo studio e alla progettazione degli interventi.

A tramandare l'arte del restauro delle pitture murali, Memi lo passò alle tante generazioni dell'Università Internazionale dell'Arte di Venezia. "Quello con Botter fu il mio ultimo anno all'Uia" ricorda un ex-studente, quando ancora la scuola era strutturata con la formula dei due anni obbligatori più uno facoltativo dove si sceglieva una seconda specializzazione, "Scelsi proprio l'affresco e scoprii un mondo incredibile. Prima ancora di cimentarmi col cantiere didattico, lo realizzammo noi un affresco nel laboratorio della scuola. Non ero troppo dotato nel disegno e le raffigurazioni classiche non furono così impeccabili. Di ben altro livello quelle impressioniste che il docente definì naif."

Curatore della mostra e ultimo della famiglia in ordine temporale, il figlio di Memi, Guglielmo Botter, anch'esso ex-docente Uia e artista specializzatosi nella pittura a china dei paesaggi urbani statunitensi. Di lui saranno esposti i disegni e le realizzazioni attinenti l’iconografia della città di Treviso, insieme all’esperienza degli ultimi anni all’estero. La mostra Omaggio ai Botter è aperta ogni sabato e domenica fino al 29 febbraio (incluso) ore 15.00-18.00. Ingresso libero.

Affreschi realizzati all'Università Internazionale dell'Arte di Venezia  © Luca Ferrari
Affreschi & lavori realizzati all'Università Internazionale dell'Arte di Venezia  © Luca Ferrari
Affreschi realizzati all'Università Internazionale dell'Arte di Venezia  © Luca Ferrari
Affresco realizzato all'Università Internazionale dell'Arte di Venezia © Luca Ferrari

domenica 12 gennaio 2020

Buon compleanno, Ateneo Veneto


Il più antico istituto culturale attivo a Venezia. L’agorà del dibattito pubblico in città. Il 12 gennaio 1812, con decreto di Napoleone Bonaparte, nacque l'Ateno Veneto. Auguri!

di Luca Ferrari





Lo spot istituzionale dell'Ateneo Veneto

domenica 22 dicembre 2019

A natale mi hanno "regalato" il Servizio Civile

Venezia, l'ingresso sotto le Procuratie Nuove della Soprintendenza © Luca Ferrari
A ridosso del natale 1997 iniziai il Servizio Civile alla Soprintendenza del Veneto Orientale. Un'esperienza formativa cruciale vissuta insieme a persone straordinarie.

di Luca Ferrari

Venezia, martedì 22 dicembre 1998. Dopo una lunga attesa di quindici mesi sono atteso in Soprintendenza dei Beni Artistici e Storici del Veneto Orientale, a Venezia, per il mio primo giorno da obiettore di coscienza e dunque impegnato nel Servizio Civile (era la prassi “punitiva” del distretto militare farti attendere fino all’ultimo, ndr). All’epoca non era un diritto, e tutti coloro che facevamo questa scelta, erano visti un po’ come i rinnegati della Patria. Aldilà di qualche esperienza precedente, adesso sarei stato impegnato per la prima volta per 10 mesi consecutivi nel mondo del lavoro.

“A Natale, tutti a lavorare.” Era questo il titolo polemico che in principio avrei dovuto dare a un nuovo articolo contro il mondo dello sfruttamento lavorativo. Dopo le "tante parole" che si beccano le ferie estive, mi chiedevo come mai non sentissi i medesimi strali per il periodo natalizio. Il pensiero resta ma invece di esprimerlo in toni acidi e guerrafondai, mi comporterò bene e voglio fare un regalo. Vi racconterò una fiaba. Una fiaba autentica. La storia del mio primo impiego di lavoro a tempo determinato. Quanto sia stato importante per la mia crescita persone grazie soprattutto alle persone con cui ho lavorato.

C'era una volta un giovane veneziano di 21 anni senza alcuna idea di cosa fare della sua vita. Allo Stato questo però non importava granché e gli imponeva una scelta: servizio militare o, se fossi stato accettato, Servizio Civile. Contrario in modo totale alle armi e per nulla incline ai loro rigidi protocolli, scelsi la seconda via. All'epoca una scelta del genere rendeva difficile trovare lavoro poiché veniva quasi sempre richiesto il “milite esente.” Poi finalmente, a ridosso del natale 1997, arrivò la fatidica chiamata e il 23 dicembre mi presentai per il mio primo giorno alla Soprintendenza dei Beni Artistici e Storici del Veneto Orientale, i cui uffici si trovavano a pochi passi dal Museo Correr, sotto le Procuratie Nuove in Piazza San Marco (oggi ha cambiato sede ma il nome scritto sul campanello è rimasto).

Fui subito scherzosamente etichettato come il "disertore". Caso curioso, nonostante avessi cambiato casa già da due anni abbondanti, la lettera della chiamata era arrivata al vecchio indirizzo e dunque non mi presentai il giorno effettivo ma solo tre lune dopo ricevetti una telefonata dal Distretto Militare che mi fece presente l’accaduto. Chiarito l'equivoco, mi presentai. Paure? Certamente. Dubbi? Tantissimi. Pensieri? Pure troppi. Fin dal primo giorno però rovai un ambiente inimmaginabile a cominciare dalla presenza dei miei simili. La Soprintendenza infatti pullulava di obbiettori, oltre 15.

Io venni assegnato all’ufficio Vincoli dove erano presenti un capoufficio e due signore con mansioni rispettivamente di segretaria ed elaborazione varia di pratiche/accoglienza-vigilanza). Insieme a loro, un altro obiettore con cui condivisi la scrivania per poco tempo e nel frattempo m’insegnò il mestiere prima del suo ritorno alla libertà. Quell’ufficio e quelle due donne in particolare furono emblematiche. Non farò certo uno scoop dicendo che molti obiettori in tutta Italia lamentassero talvolta un certo sfruttamento del loro impiego (specie per quello che venivamo pagati). Loro no. Mai. Mi assegnavano i compiti da fare ma mai si approfittarono della mia condizione. La dimostrazione di come si possa lavorare, anche tanto e bene, senza sfruttare il prossimo.

Archivi. Termini tecnici. Il giorno del pubblico, il più divertente poiché venivano studenti (e soprattutto studentesse, ndr ) a chiedere informazioni. Fotocopie di tonnellate di documenti facendo la massima attenzione a farle veloci e in modo impeccabile. Le prime pause pranzo con la "pappa" preparata e portata da casa (anche questo fa parte del mondo del lavoro). Le riunioni di noi obbiettori. L'imparare a comportarsi anche quando la luna era proprio storta. Quattro stagioni intere vissute lì dentro. Inverno, primavera, estate e autunno. Un percorso di lavoro e vita intenso. Cinque giorni la settimana dal lunedì al venerdì. Io solitamente arrivavo sempre sul presto, verso le 8 del mattino per poi sbaraccare poco dopo le ore 15. Insomma, una giornata lavorativa completa.

I legami con alcuni dei colleghi obiettori crebbero. Mese dopo mese si formarono “vincoli” di amicizia continuati anche una volta usciti. Lo stesso anche con persone più grandi, a cominciare proprio dalle mie due colleghe di ufficio che in certi momenti furono a dir poco materne. Non fu un’annata semplice quella per il sottoscritto, ma proprio per niente, eppure giorno dopo giorno il mio ufficio Vincoli divenne un porto sicuro dove imparare qualcosa, riflettere su me stesso e gettare le fondamenta per un domani che reclamava spazio su di un passato troppo opprimente. Senza rendermene conto, quella prima lunga esperienza avrebbe incarnato molti dei miei ideali che ancora oggi definiscono la mia persona e il mio approccio al mondo del lavoro: onestà, impegno e collaborazione.

1997-98, i miei dieci mesi di Servizio Civile all’ufficio Vincoli della Soprintendenza dei Beni Artistici e Storici del Veneto Orientale a Venezia furono una bella fetta di vita. Arrivato nel periodo natalizio, in uno dei primissimi giorni, non appena uscito, sentii propagarsi attraverso gli altoparlanti disposti nella piazza la commovente Happy Xmas (War is Over) di John Lennon. Rimasi lì ad ascoltarla, in piazza San Marco. A very Merry Christmas/ And a happy new year/ Let's hope it's a good one/ Without any fear cantava il musicista di Liverpool a cui la sua città natale gli ha dedicato l’aeroporto. Oggi ci sono nuovamente passato e quelle parole ancora risuonano nei miei ricordi e nel mio cuore di obiettore.

Merry Christmas by John Lennon

Venezia, l'ingresso sotto le Procuratie Nuove della Soprintendenza © Luca Ferrari
Venezia, il campanello della Soprintendenza © Luca Ferrari
Venezia, le Procuratie Nuove a fianco di Piazza San Marco © Luca Ferrari
Souvenir dall'ufficio Vincoli della Soprintendenza con post-it e date d'inizio/fine servizio © Luca Ferrari
Venezia, piazza San Marco e  Procuratie Nuove (sx) © Luca Ferrari
Venezia, Procuratie Nuove piazza e campanile S. Marco nella nebbia © Luca Ferrari
Venezia, basilica e campanile S. Marco da sotto i portici © Luca Ferrari
Gli affettuosi messaggi di fine servizio per l'obiettore di coscienza... Luca Ferrari